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Full text of "La patria; geografia dell' Italia. Cenni storici, costumi, topografia, prodotti, industria, commercio, mari, fiumi, laghi, canali, strade, ponti, strade ferrate, porti, monumenti, dati statistici; popolazione, istruzione, bilanci provinciali e comunali, istituti di beneficenza, edifizi pubblici, ecc., ecc."




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La Patriì 



GEOGRAFIA DKLi; ITALIA 



PROVINCIA DI NAPOLI 



PARTI DELL'OPERA PUBBLICATE 



Introduzione generale (97 figure e 4 carte) L. 7. 25 Legata L. 9. 75 

Provincia di Torino (189 figure e 2 carte) » 8.60 > » 11. 10 

» Alessandria (111 figure e Scarte) » 5.30 » » 7.80 

» Cuneo (57 figure e 3 carte) > 5. — > » 7. 50 

» Novara (88 figure e 3 carte) > 6. — » > 8. 50 

> Genova e Porto Maurizio (1 13 figure e 4 carte) » 8. — > > 10. 50 

» Palermo, Caltanissetta, Catania, Girgenti, Mes- 
sina, Siracusa e Trapani (185 figure e 5 carte) > 15. — » » 17. 50 

> Roma (274 figure e 29 carie) , . . > 15. — > » 17. 50 

» Milano (145 figure e 2 carte) » 10. 60 » » 13. 10 

> Firenze (150 figure e 5 carte) > 8.40 » » 10. 90 

» Cagliari e Sassari, Corsica, Malta, Mari d'Italia 

(59 figure e 3 carte) » 8.60 » » 11.10 

> Arezzo, Grosseto e Siena (80 figure e 3 carte) > 5. 30 » > 7. 80 

» Perugia (135 figure e 1 carta) » 7.30 » » '9. 80 

» Como e Sondrio, Canton Ticino e Valli dei 

Grigioni (58 figure e 1 carta) > 9.30 » » 11.80 

> Massa e Carrara, Lucca, Pisa e Livorno 

(104 figure e 3 carte) » 5. 30 » » 7. 80 

» Pavia (109 figure e 2 carte) » 6.— » » 8.50 

» Napoli (238 figure e 5 carte) » 9.30 > » 11.80 



ilBRARY 

Of THE 

UNIVERSITY Of ILLlfJOiS 



LA PATRIA, Geografia dell'Italia - Provincia.fli Napoli. 




S. A. R. VITTORIO EMANUELE 

PRINXIPE DI NAPOLI 



(Riproduzione gentilmente concessa dai Fratelli Alinari, fotografi in Firenze). 



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■p i ■ ÌB 



GEOGRAFIA 



DELL'ITALIA 



CENNI STORICI — COSTUMI — TOPOGRAFIA — PRODOTTI — INDUSTRIA 

COMMERCIO — MARI — FIUMI — LAGHI — CANALI — STRADE — PONTI — STRADE FERRATE 

PORTI — MONUMENTI — DATI STATISTICI — POPOLAZIONE 

ISTRUZIONE — BILANCI PROVINCIALI E COMUNALI — ISTITUTI DI BENEFICENZA 

EDIFIZI PUBBLICI, ecc., ecc. 



OPERA COMPILATA 



DAL PROFESSORE 



GUSTAVO STRAFFORELLO 

COLLA COLLABORAZIONE DI ALTRI DISTINTI SCRITTORI 



PROVINCIA DI NAPOLI 




TORINO 



UNIONE TIPOGRAFIGO-EDITRIGE 

33 — Via Carlo Alberto — 33 
MILANO - ROMA — NAPOLI 

1896 



La Società Editrice intende godere dei diritti accordati dalle vigenti Leggi e Convenzioni 
internazionali sulla Proprietà letteraria e artistica per la presente Opera. 



PARTE QUARTA 



ITALIA MERIDIONALE 



s^^i^©©"0'^i©if; 




GGOGi giunti all' Italia Meridionale ed alle provincia continentali dell' ex- 
regno delle Due Sicilie che occupano lo spazio più ragguardevole della 
penisola. Premettiamo qui un rapido cenno riserbandoci di trattarne 
più diffusamente e più particolarmente nelle singole provincie. 

La parte meridionale della penisola dal Tronto al capo Spartivento 
e la grand'isola della Sicilia, separata da essa dallo stretto di Messina, 
formavano in addietro due regni i quali, smembrati per breve tempo, tornarono dopo la 
guerra della Rivoluzione sotto l'antico sovrano. Il trattato di Vienna del 1816 li ricon- 
giunse in una sola monarchia sotto il nome di Regno delle DueSicilie diviso con legge 
fondamentale ini?. Domimi di qua del Faro, nei quali furon compresi il continente e le 
isole che componevano per lo innanzi il regno di Napoli, e in E. Dominii di là del 
Faro, nei quali comprendevansi la Sicilia propriamente detta e le isole circonvicine. 
Della Sicilia già si è trattato neWIlalia Insulare; trattiamo ora della parte conti- 
nentale dell'ex-reame di Napoli aggregata al regno d'Italia dopo la conquista della 
Sicilia per opera dei Mille capitanati da Giuseppe Garibaldi, il cui ingresso trionfale 
in Napoli ebbe luogo il 7 settembre 1860. 



I. — Provincie e loro superficie. 

Le Provincie continentali dell' ex-regno delle Due Sicilie sviluppano un litorale fra- 
stagliato da golfi e baie di oltre 1600 chilometri e coprono una superficie di 76,968 
chilometri quadrati, la quale è ripartita nel modo seguente: 

/ Prov. di Aquila degli Abruzzi (Abruzzo UUeriore II) Km^ 6436 

Abruzzi \ * Ghieti (Abruzzo Gileriore) » 2947 

( » Teramo (Abruzzo Ulteriore I) » 2765 

Molise Prov. di Campobasso » 4381 

l — lia Patria, voi. IV. 






Parie Quarta — Italia Meridionale 



Pfov. di Avellino (Principato Ulteriore) .... Km^ 3037 

» Benevento » 2118 

Campania <( » Caserta (Terra di Lavoro) » 5267 

» Napoli » 906 

» Salerno (Principato Citeriore) » 4964 

/ Prov. di Bari delle Puglie (Terra di Bari) .... » 5350 

Puglie l » Foggia (Capitanala) » 6963 

( » Lecce (Terra d'Otranto) » 6797 

Basilicata Prov. di Potenza » 9962 

l Prov. di Catanzaro (Calabria Ulteriore li) ... . » 5258 

Calabrie \ » Cosenza (Calabria Citeriore) » 6653 

( » Reggio di Calabria (Calabria Ulteriore I) . » 3164 

II. — Isole. 

Alle suddette provincie continentali del Mezzogiorno fanno vaga corona le seguenti 
venticinque isole fra grandi e piccine: Ponza e Cavi (7.30 chilometri quadrati), 
Palmarola (1.02 chilom. quadr.), Zannone (0.91 chilom. quadr.), la Botte, Ventotene 
(1.32 chilom. quadr.), Santo Stefano (0.29 chilom. quadr.), Nisida (0.31 chilom. quadr.), 
Precida e Vivara (4.07 chilom. quadr.), Ischia (45.91 chilom. quadr.), Capri (10.45 chi- 
lometri quadr.), i Galli nel golfo di Salerno, le isole Dino e Girella in Calabria, le isole 
San Pietro, San Paolo e Sant'Andrea nel golfo di Taranto, e, nell'Adriatico, le isole 
Petagne presso Brindisi e, a nord del promontorio garganico, le quattro isole Tremiti, 
ossia: San Domino (2.33 chilom. quadr.). San Nicola (0.48 chilom. quadr.), Gaprara 
(0.68 chilom. quadr.) e Pianosa (0.17 chilom. quadr.). 

III. — Coste, Golfi e Mari. 

Le coste marittime delle provincie sopraindicate sono formate interpolatamente e 
variamente or da monti, or da colline ed ora da poggi con tramezzi o di promontorii, 
di capi, di punte che addentransi alquanto nel mare, ora da rupi tal fiata cavernose, 
a piombo o a pendio sulle acque, or da dune sabbiose od or finalmente da bassopiani 
arenosi e paludosi. 

Le acque del Tirreno, dello Jonio e dell'Adriatico internansi in piiì punti entro terra 
e restringonsi in più maniere nei seguenti grandi e piccoli golfi : golfo di Gaeta, dal 
monte Circeo al promontorio Miseno; di Pozzuoli, dal promontorio Miseno a quello di 
Posillipo; di Napoli, dal promontorio di Posillipo alla punta Campanella; di Salerno, 
dalla punta Campanella a quella di Licosa; di Vallo, dalla punta di Licosa sino al 
promontorio Palinuro; di Policastro, dal capo Palinuro a quello di Girella; di Sant'Eu- 
femia, dal capo Suvero al capo Vaticano ; di Gioia, dal capo Vaticano alla punta del 
Pezzo; di Gerace, dal capo Spartivento alla punta di Stilo; di Squillace, dalla punta di 
Stilo al capo Rizzuto; di Taranto, dal capo dell'Alice a quello di Leuca; di Manfredonia, 
da Barletta alla punta del Gargano ; e per ultimo il golfo di Termoli, dalla punta di 
Rodi Garganico al promontorio della Penna a nord di Vasto. 

Tutti, quasi, codesti golfi racchiudono piccole insenature, baie, cale, rade e porti più 
men difesi dai venti ; alti e bassi fondi, letti allo scoperto ; banchi arenosi, secche 
fonde a fior d'acqua; polle o sorgenti in mezzo alle acque marine; e scontri e cozzi 
di correnti con gorghi pericolosi, come quello famoso fra Scilla e Cariddi, che costringono 
le acque a ripiegarsi in curva. 

Per effetto dei periodici flussi e riflussi del mare e delle correnti marine che ne 
derivano, il litorale napoletano è soggetto a cambiamenti che variano da un luogo 



Introduzione 



all'altro. Così le spiagge che corrono dal Iato est lungo i mari Adriatico e Jonio sogliono 
colmarsi ed accrescersi d'anno in anno, come ne fanno fede le torri secolari ch'erano 
Ufi tempo presso il lido e se ne trovano ora assai distanti. Tale fenomeno si osserva 
soprattutto nel tratto dal Tronto al golfo di Manfredonia, dove il litorale si è ampliato 
a memoria d'uomini. Invece le spiagge del Tirreno esposte ad ovest subirono ero- 
sioni, come si vede chiaramente a Baia, a Pozzuoli ed all'isola di Capri, ove veggonsi 
interamente o in parte sott'acqua ruderi di antichi edifizi. 

Pigliando le mosse dai confini della provincia di Campobasso e proseguendo fino al 
capo di Leuca le spiagge il più sovente son basse, come son basse le acque del mare. 
Questa circostanza diede origine a molti depositi di acque piovane e marine in laghi, 
stagni e lagune. 

Dopo i laghi di Lesina e di Varano la sponda s'innalza sui fianchi del Gargano e 
quindi si abbassa assai dopo Manfredonia, proseguendo in tal guisa sino in prossimità 
di Trani ove s'innalza alquanto e dove il mare si affonda : indi si abbassa di bel nuovo 
presso Bari formando stagni: verso Mola di Bari risale per scendere poi a poco a 
poco sino ad Otranto. Lungo codesto tratto sono parecchie paludi, una poco discosto 
dall'altra, delle quali le maggiori sono presso Brindisi ed Otranto. Da Otranto a capo 
di Leuca il lido si rialza assai e s'affonda il mare. 

Dal principio del mare Jonio il suolo declina di tratto in tratto sino a Gallipoli, 
donde si va abbassando vieppiù sempre, grado grado che si approssima a Taranto e 
di là, sino a capo Spartivento, ora è più rilevato ed ora più basso. Presso le paludi 
litoranee non crescon che macchie, sterpi e piante di soda. 

Il fondo del mare segue la natura e l'andamento delle spiagge così nell'altezza 
come nella profondità. È arenoso e melmoso là dove le acque son basse e sboccano i 
fiumi con le loro alluvioni : è roccioso e netto là dove è alto il lido, dove sono a nudo le 
sue falde rocciose e dove son fonde le acque. L'aria naturalmente è salubre lungo 
le coste alte bagnate dal mare profondo, e insalubre lungo le basse ove ristagnano 
le acque piovane e marine. 

IV. — Monti. 

Montuoso in generale è il territorio delle provincie che consideriamo, il quale com- 
prende anzitutto i due grandi massicci abruzzesi del Gran Sasso (2921 m.) e della 
Majella (2795 m.), i più grandiosi dell'intiero Apennino. Un altro massiccio importante, 
separato dagli Abruzzi per la valle profonda del Sangro, tributario dell'Adriatico, erge 
la cresta acuta nel monte della Meta (2241 m.) sopra una zona assai boscosa. Più 
a sud dall'altro lato della valle d'Isernia, ove ha origine il Volturno, aggruppansi le 
montagne del Matese racchiudenti, verso la sommità, il lago omonimo dominato dal 
monte Miletto (2050 m.), ultimo baluardo dell'indipendenza sannitica. Più lungi, verso 
Benevento e Avellino, drizzansi altre vette meno alte, ma non meno scoscese e di un 
aspetto non meno superbo, come il Taburno, il monte Vergine, il Terminio: sono 
anch'essi monti dalle gole selvagge, in cui, durante le guerre dell'antichità, furono 
combattute parecchie battaglie sanguinose ; e lungo la strada da Napoli a Benevento 
riconosconsi ancora quelle memorabili Forche Caudine ove i Romani passarono sotto 
il giogo dei vittoriosi Sanniti. 

Questa regione montuosa termina a sud con una catena transversale che staccasi 
dal Terminio, la cui crina disuguale e frastagliata profondamente va da est a ovest a 
por termine fra i due golfi di Napoli e di Salerno per mezzo del capo Campanella, 
l'antico promontorio di Minerva. 

Anche la bell'isola di Capri, divelta dai cataclismi terracquei al continente, appar- 
tiene a questa catena transversale. 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Dopo breve interruzione fanno seguito all'Apennino meridionale, al di là della 
vallata del Sele, il monte Alburno, il Cervati e i monti di Lagonegio, die vanno a 
congiungersi con quelli della Calabria. 

Dal lato orientale i varii altipiani di età cretacea, come tutti quasi gli Apennini 
meridionali, noti sotto il nome di Miirgie, declinano dolcemente e scompaiono sotto 1 
depositi sabbioso-calcarei formati dalle acque del mare nell'epoca pliocenica. Questi 
altipiani pugliesi, pianure desolate nei tempi medievici sotto il feudalismo, ma ora 
sufficientemente coltivati, sono separati affatto dal sistema apenninico: il massiccio 
peninsulare del Gargano poi, die forma lo sperone dello Stivale d'Italia e la cui vetta 
pili eccelsa è il monte Calvo (1056 m.), è separato dalFApennino e dalle Murgie per il 
cosidetto Tavoliere di Puglia, ampia e deserta pianura formatasi nei tempi quaternarii 
sul fondo di un golfo marino. 

L'antico vulcano del monte Vulture (1330 m.), presso l'alta valle dell'Ofanto, ergesi 
isolato al sud del Tavoliere e al di là il suolo prende l'aspetto di im glande altipiano 
molto accidentato, da cui le acque diramansi in tre direzioni: a ovest per mezzo del 
Sele verso il golfo salernitano, a sud-est verso il golfo tarentino e a nord-est verso 
l'Adriatico. Anche la lunga penisola salentina che, a sud-est delle Murgie, forma il 
tallone dello Stivale d'Italia, non ha altre elevazioni che terrazzi dai contorni indecisi 
e colline dai lunghi dorsi monotoni. 

Montuosa, invece, e d'aspetto pittoresco è l'altra penisola, quella delle Calabrie. 
L'Apennino ricomincia a sud di Lagonegro con carattere molto alpestre ed ei-gesi 
subito scosceso col monte Pollino, da cui dominansi i due mari dello Jonio e dell'Eolia 
ad un tem])o ; è più alto della Meta, come quello che adergesi a 2248 metri di altezza 
sul livello del mare. Il gruppo di cui il PolHno occupa il centro sbarra la penisola in 
tutta la sua larghezza dall'uno all'altro mare e prolungasi lungo la costa tirrena in una 
muraglia rocciosa più scoscesa e più inaccessibile di quella della Liguria. A sud il 
gruppo schiudesi in bei valloni selvosi in cui raccogliesi la manna medicinale che 
viene spedita in ogni dove. La valle profonda del Crati limita a sud e a est questo 
primo massiccio e lo separa da un secondo meno alto ma con base più estesa, vogliam 
dire la Sila, le cui rocce granitiche e scistose, d'origine assai più antica di quella del 
vero Apennino, conservano ancora, si può dire, l'orridezza delle loro grandi ])inete, covo 
famoso dei banditi. Quelle selve somministrarono anticamente agli abitanti della Magna 
Grecia e successivamente ai Romani il legname occorrente alle loro costruzioni navali. 

A sud del gruppo della Sila arrotondasi l'ampio golfo di Squillace davanti al quale 
il Tirreno forma l'altro golfo semi-circolare di Sant'Eufemia. Fra i due mari Jonio e 
Tirreno non rimane più che un largo istmo formato da piccoli pianori digradanti 
e circondati da spiagge antiche che segnano il ritrarsi successivo del mare. Ma oltre 
codesta soglia, ove già si disegnò di incidere un canale marittimo, ergesi un terzo mas- 
siccio di rocce cristalhne, la Serra San Bruno, e quindi un quarto detto a ragione 
Aspromonte e rinomato per lo scontro del generale Pallavicino con Garibaldi. Enorme 
dorso montano solcato nel verno da furiosi torrenti, l'Aspromonte, vestito ancora dei 
suoi boschi, s'immerge nel mare da ultimo col capo Spartivento all'est e con quello 
dell'Armi all'ovest, dopo di avere formato sponda allo stretto di Messina. 

Le vette che più s'innalzano sul livello del mare sono nel Gran Sasso d'Itaha 
(Abruzzi): monte Corno (2921 m.), il Cornetto o monte d'Intermesole (2646 m.), il 
piccolo Corno (2637 m.), monte Corvo (2626 m.), pizzo Cefalone (2532 m.): più a 
nord-ovest il monte Gorzano, in continuazione del Gran Sasso, elevasi a 2455 metri. 
Nella Maiella il monte Amaro ergesi a 2795 metri, quindi il monte Meta a 2241, come 
abbiam visto, e il Matese a 2050 metri. Gli altri non raggiungono i 2000 metri, fatta 
eccezione del monte Papa presso Lagonegro (2007 m.) e del già citato Pollino (2248 m.). 
Per solito questi monti hanno una differenza sensibile di profilo nei due versanti; 



Introduzione 



d'ordinario dirupati a sud-ovest, sono meno inclinati a nord-est, cioè verso l'Adriatico. 
Infatti nelle regioni tirreniche quasi tutti si adimano celeremente sino ai bacini paralleli 
dei fiumi e risalgono per gradi: in quelle dell'Adriatico invece seguono con lentezza ed 
uniformità la direzione dei valloni sino al litorale. 

V. — Vulcani. 

Oltre i monti suddetti, la regione die consideriamo ha, come la romana, i suoi 
monti vulcanici i quali formano due file irregolari, una sul continente e l'altra nel 
Tirreno, e rappiccansi forse sotterraneamente, al dire del Reclus (da cui togliamo quel 
che segue), mediante un focolare nascosto, ai vulcani delle isole Lipari e dell'Etna. 

Una di queste montagne è il Vesuvio — di cui daremo un'ampia descrizione quando 
si discorrerà del circondario di Napoli — la bocca di lava piìi rinomata nel mondo 
intiero non perchè la piìi attiva o la più elevata, ma perchè alla sua storia si rannoda 
quella di tutto un popolo che abita alle sue falde ; niun vulcano fu meglio esplorato e 
studiato, e, in grazia della sua vicinanza a Napoli e degli sforzi lodevoli del benemerito 
senatore Palmieri, esso è divenuto, come dire, una specie di laboratorio geologico 
sotto gli occhi dell'Europa. 

Percorrendo la via Appia, usciti appena dalla gola di Gaeta, vedesi il grande vul- 
cano di Roccamonfina, rizzarsi fra due massicci calcari, uno dei quali, verso mare, è 
il Massico, dai vini squisiti cantati da Orazio. Il vulcano non ha più attività sin da 
tempi preistorici ed un villaggio, succeduto ad una piazza forte degli antichi Aurunci 
avversari dei Romani, si è annidato entro il suo cratere sgretolato, quantunque l'aspetto 
esterno della montagna sia ancora in più luoghi non men formidabile di quel che 
potrebbe sembrare alla dimane di un'eruzione. 

La bocca principale, in mezzo alla quale elevasi il monte Santa Croce, alto oltre 
1000 metri, è una delle più grandi in Italia ed ha una larghezza non minore di 4600 m.; 
due altri crateri spalancansi in vicinanza e parecchi coni parassiti di eruzione, sui pendii 
esterni della montagna, formano come una specie di corteo alla cupola centrale. 

Il suolo dei dintorni è composto, sino ad una profondità sconosciuta, con le ceneri 
eruttate ah immemorabili dal cratere di Roccamonfina e che si depositarono sia 
all'asciutto, sia in fondo al mare. Nella regione meridionale della provincia di Caserta 
codesti tufi racchiudono un gran numero di conchiglie simili in tutto a quelle del mare 
vicino. Tutta questa regione fu dunque sollevata in epoca relativamente recente. 

Le colline che innalzansi al sud di quella regione maravigliosa, dall'altra parte della 
vallata del Volturno, non hanno, è vero, la maestà di Roccamonfina, ma la loro vici- 
nanza alla spiaggia del mare e i fenomeni notevoli che vi si sono compiuti in tempi 
più recenti, le hanno rese assai più rinomate; sin dall'antichità più remota esse furono 
considerate quale una delle regioni più interessanti della terra. 

Veduti dall'alto dei Camaldoli sopra Napoli, i famosi Camin Flegrei, abbelliti d'altra 
parte dalla verzura e dalla vicinanza del mare, non sembrano affatto un'orrida regione: 
ben sappiamo che esistono al mondo altre regioni incomparabilmente più devastate 
dalle eruzioni vulcaniche, ad esempio, come a Giava, nelle isole Sandwich e nelle Ande 
in America; ma i fenomeni così varii di questa piccola regione partenopea dovettero 
colpire in modo straordinario lo spirito dei nostri primi padri greco-romani. Sebbene 
sì acuta, la loro intelligenza non riusciva a comprendere queste meraviglie della natura; 
e però essa le attribuì agli Dei e pose colà il limitare delle regioni infernali. Anche 
nel medioevo i fedeli consideravano Pozzuoli come il luogo di dove Gesù Cristo era 
sceso all'inferno. 

I crateri che servirono di vomitorii a questo focolare, o piriflegetonte degli antichi, 
sono ancora una ventina e veduti dall'alto e senza la vegetazione che li abbellisce 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



rassomigliano alla superficie della luna seminata anch'essa di crateri estinti. Napoli 
stessa sembra fabbricata in parte entro un semi-cratere dai contorni indecisi, resi ancor 
più incerti dagli edifizi che ergonsi in anfiteatro sui pendìi; ma ad occidente raggrup- 
pansi parecchie cavità vulcaniche meglio delineate, di cui una si appoggia esternamente 
ad un lungo promontorio di tufo ove sorge il presunto Sepolcro di Virgilio. Varcata la 
Grotta di Pozzuoli, una delle antiche meraviglie del mondo, ci si trova nella regione 
dei Campi Flegrei propriamente detti. A sinistra l' isoletta di Nisida, il cui cratere 
profondo forma porto Pavone, dirizza il suo cono regolare come il termine esterno 
di quell'ammasso di vulcani. 

Di tutti, il pili vasto e quello che ha più conservato porzione della sua antica 
attività, è il Forum Vulcani degli antichi, vale a dire il bacino dell'odierna Solfatara. 
La sua ultima grande eruzione avvenne nel 1198, ma esso continua ad esalare in copia 
vapori d'idrogeno solforato e a decomporre le sue rocce sotto l'azione dei gas. 

Immediatamente a nord schiudesi un'altra coppa vulcanica verdeggiante, il Parco 
d'Astroni popolato di caprioli e cignali. Un altro cratere men regolare racchiudeva le 
acque ampie, profonde, e ribollenti alle volte, del lago d'Agnano, il quale è ora stato 
prosciugato. Nei dintorni spiccia, entro la famosa Grotta del Cane, una sorgente d'acido 
carbonico a cui traggono i viaggiatori curiosi. 

Le spiagge del golfo di Pozzuoli cambiarono spesso di livello, come attestano tre 
colonne di un tempio sacro a Nettuno detto Tempio di Serapide le quali, dopo di essersi 
sommerse nel mare, tornarono ad emergerne ; ed è da credere che questa emersione 
avvenisse nel 1538 quando si formò monte Nuovo. In quattro giorni il cono enorme 
alto 130 metri e della circonferenza di parecchi chilometri, si formò sulla bassa pia- 
nura che continuava il golfo a nord; il villaggio di Tripergola rimase sepolto sotto 
le ceneri; una intera piaggia, la Sterza, si formò appiè della rupe del litorale antico 
e due distese d'acqua, a ovest del suddetto monte Nuovo, non ebbero più comunicazione 
col mare e presero un'altra forma. 

In contrapposto al Tartaro occorrevano i Campi Elisi, e tal fu in elfetto il nome 
dato ad una porzione della penisola di Baia di cui i voluttuosi Romani fecero la dimora 
più deliziosa del mondo intero. Tutti i grandi Romani che empirono il mondo del loro 
nome — Mario, Pompeo, Cesare, Augusto, Tiberio, Claudio, Agrippina, Nerone — vi 
ebbero ville sontuose che divennero non di rado la scena di orrende tragedie. Di tutti 
questi palazzi non sopravvanzano ora che le rovine sommerse in parte nelle acque del 
mare. E qui torna proprio a capello il trito dettato: Sic transit gloria mundi: la gloria 
romana intendiamoci, che la gloria della natura è sempre viva e verde in quell'antico 
inferno-paradiso. 

Fra i vulcani meridionali giova qui citare il Vulture o Pizzuto di Melfi, montagna 
isolata e di grande estensione, che ergesi a 1330 metri sul mare, nell'alta valle del- 
rOfanto, sul versante adriatico, e nel cui cratere stanno due laghetti pittoreschi, i laghi 
di Monticchio. 

Tutte le isole poi del Tirreno, da Precida nel golfo di Napoli a Palmarola nel gruppo 
delle Ponza, compresa Ischia, sono di origine vulcanica. 

VL — Valli e Pianure. 

Le valli e le pianure della regione di cui trattiamo sono qua basse e là alte. Giac- 
ciono le prime lungo il litorale o fra le diramazioni delle catene dei monti e le seconde 
fra i monti stessi. Valichi angusti schiudono per solito i loro aditi. Non poche valli 
hanno tale un'inclinazione ed un'estensione che pigliano l'aspetto di vere pianure e di 
tal fatta son maggiormente quelle che stan vicine ai litorali. In certe valli le piagge 
formansi per l'azione delle sorgenti o torrenti, o fiumi, o rivi i quali escono tal fiata 



Introduzione 



dai loro letti, cagionando gravi danni alle attigue culture, ma migliorandone anche 
il terreno coi loro limi fecondatori. 

Nelle regioni dove mancano intieramente, od in parte, diramazioni apenniniche, si 
stendono moltissime pianure di dimensioni varianti. Le più fertili, sin dalla remota 
antichità, giacciono fra le spiagge del Tirreno e la insenatura degli Apennini da Gaeta 
a Sorrento, in parte occupate da masse vulcaniche. Le più estese trovansi nella Capi- 
tanata in provincia di Foggia, presso l'Adriatico. Là si spazia il Tavoliere di Puglia, 
una superficie piana in forma quasi elittica e dell'estensione di oltre 5000 chilometri 
quadrati. Il suo suolo, in piano perfetto, pressoché nel centro comincia ad abbassarsi 
dolcemente verso l'estremità est e ad innalzarsi insensibilmente verso quelle del sud- 
ovest e nord-ovest. Fu un seno di mare in addietro e lo attestano irrefragabilmente 
i sedimenti limacciosi, algosi, arenosi, lapillosi, i depositi conchigliferi in istato quasi 
naturale fra torbe marine impastate o con sabbia o con argilla o con marna impregnata 
di sale ed i laghi in luoghi bassi con foce a mare fra piccole lingue di terra. 

Fu congetturato che l'Adriatico fosse a quel tempo in comunicazione con lo Jonio 
lungo la valle che stendesi da Spinazzola a Metaponto. Consimili a un dipresso sono 
i sedimenti contenuti fra le valli contigue e le pianure intermedie della Basilicata. 
I tufi prodotti dalle acque rigurgitano tutti di corpi marini e di melme vegetali la cui 
consistenza e la grana sono in ragione della maggiore o minore azione esercitata 
dalle acque. 

Pianure di minore estensione sono quelle di Fondi, di Pesto, di Sant'Eufemia e di 
Gioja, tutte in prossimità del Tirreno. Notevoli poi sono i piani interni e circuiti da 
monti, come quelli di Cinque Miglia e del Fucino in provincia di Aquila, di Pontecorvo 
e di Piedimonte in provincia di Caserta, di Sala Consilina in quella di Salerno, di 
Volturara in quella di Avellino e molti altri. 

Vn. — Fiumi. 

Molti, ma in generale scarsi di acque, sono i fiumi che si incontrano nell'Italia 
meridionale, e la maggior parte di essi hanno un regime puramente torrenziale : quindi 
asciutti quasi la più parte dell'anno, hanno corso impetuoso e abbondanza di acque 
nella stagione delle piogge o della sciolta delle nevi nell'Apennino. Parecchi però sono 
veri fiumi perenni e di lungo corso, alimentati da sorgenti copiose e da ampli bacini, e 
fra questi giova indicare il Garighano e il Volturno fra i tirrenici, il Tronto e il Pescara 
fra gli adriatici. 

La maggiore vicinanza dello spartiacque apenninico all'Adriatico che non al Tir- 
reno, fa sì che i fiumi che immettono nel primo mare sieno di minore importanza in 
causa della minore estensione dei rispettivi bacini. Tutti però in generale hanno corso 
lento e tortuoso nei loro tronchi inferiori, nel fondo di valli che vanno sempre più 
allargandosi verso la foce ed il cui fondo è di frequente devastato dalle loro alluvioni 
in tempo di piena. 

I fiumi principali sono: il Garigìiano, il Volturno, il Sarno, il Sele, l'Aleuto, il Min- 
gardo, il Lao, il Savuto, l'Amato, l'Angitola, il Mesima, il Petrace, il Corace, il Neto, il 
Grati, il Sinno, l'Acri, la Salandrella, il Basento, il Bradano, il Lato, l'Ofanto, il Cer- 
varo, il Candelaro, il Fortore, il Biferno, il Trigno, il Sangro, il Pescara, il Salino, il 
Vomano, il Salinello e il Tronto. 

I primi dodici fiumi mettono foce nel Tirreno, i nove seguenti nello Jonio e gli 
ultimi nell'Adriatico. 

Quando le montagne eran più alte e più vestite di folte selve, i letti dei fiumi 
suddetti dovevano avere un'ampiezza ed una profondità assai maggiore delle odierne, 
come mostrano le adiacenze del Garigìiano, del Volturno, del Sarno, del Sinno, dell'Acri, 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



deirOfanto e del Cervaro, i quali erano, secondo alcuni scrittori, navigabili per lunghi 
tratti: il Garigliano e il Sarno avevano persin porticciiioli presso lo sbocco. Il traffico 
lungo rOfanto rendeva Canosa un emporio commerciale rinomato. Ora le condizioni 
sono ben diverse e nessuno dei fiumi indicati si può dire navigabile, fatta eccezione 
di qualche breve tratto e per piccole barche. 

Vili. — Laghi e Paludi. 

La conformazione dei monti e il corso dei fiumi favoriscono assai l'origine e la con- 
servazione di laghi situati a livelli diversi, talora in seno all'Apennino, più di frequente 
nelle basse pianure e vicino ai litorali. Vi sono laghi senza scoli visibili, altri comunicanti 
col mare e taluni che alimentano fiumi. 

I laghi dell'Italia meridionale sono i seguenti: lago di Fucino o Celano (ora prosciu- 
gato), di Fondi, di Patria, di Licola, di Averne, di Lucrino, del Fusaro, di Maremorto, 
di Agnano (ora prosciugato), del Bagno d'Ischia, degli Astroni, di Telese, del Matese, 
di Ansanto, del Dragone, dell'Acino, di Palo, di Monticchio, di Scanno, di Carinola, della 
Posta, di Buccino, di Lesina, di Varano, il lago Salso, di Salpi, di San Giovanni Rotondo. 

II maggiore di tutti i laghi era il Fucino nella provincia d'Aquila degli Abruzzi, 
di figura quasi elittica, formata da un gran numero di curve ora concave ed ora con- 
vesse e creduto erroneamente un cratere di smisurato vulcano estinto. Codesto lago, 
a 660 metri di altezza dal livello del mare, fu prosciugato, com'è noto, dal principe 
Torlonia mediante la ricostruzione (nel 1853-62) del canale di scolo, sotterraneo e 
conducente al Liri, fatto scavare, nel 44 al 54 di C, dall'imperatore Claudio. Quest'im- 
presa colossale del Torlonia risanò una regione di 100,000 ettari con 260,000 abitanti 
e bonificò 6217 ettari di terreno, ripartiti fra i Comuni ripuarii per la legge del 
21 aprile 1880. 

Ma di tutti i laghi suddetti i piiì famosi nell'antichità erano il Lucrino e l' Averne, 
di cui tratteremo nel circondario di Pozzuoli, ove si trovano. Il Lucrino, tanto apprez- 
zato dai gastronomi romani per le sue ostriche, distava poco dal mare, con cui era 
in comunicazione ; e l'Averno, ove Virgilio pose l'ingresso all'inferno, o Tartaro, era 
unito per un canale al Lucrino. Ora le acque chiare, pescose e profonde del lago 
d'Averno riempiono un cratere antico che non ha più nulla di spaventevole e non 
tramanda più esalazioni mortifere. Ma le classiche tradizioni dell'inferno pagano per- 
sistono ancora nei dintorni del cratere-lago ; il lago o stagno del Fusaro è divenuto 
V Acheronte delle Guide; allato, l'antro di Cerbero; il Oocito è il piccolo rivolo d'acqua 
morta che scola dallo stagno nel mare; il Lucrino, o, a meglio dire, una fonte che vi si 
versa, è lo Stige; ed una grotta artificiale, avanzo di una strada sotterranea, scavata 
dagli antichi dal lago di Averne al mare, è divenuta la Grotta della Sibilla. 

Lungo il litorale stendonsi inoltre alcune paludi formate dalle acque salse del 
mare : fra queste paludi è notevole quella di Salpi presso il golfo di Manfredonia e 
non molto lungi da Barletta. Il suolo su cui giace è sabbiose con istrati argillosi sotte- 
posti e sorgenti sotterranee. I suoi lati seno circoscritti a nord-est dal mare, a sud-ovest 
e a sud da pascoli; ha due foci per le quali s'introduce l'acqua dal mare. Di questa 
cosidetta Palude Sipontina si addossò il bonificamento il Comune di Manfredonia 
mediante scoli ben diretti non essendo possibili le colmate come in Toscana, ove fecero 
sì buona prova. 

Altrove torrenti irrefrenabili allagarono e trasfermarono le soggiacenti campagne 
in pantani, come avvenne nelle pianure di Vice, di Capua, di Salerno, di Eboli, della 
valle del Orati, nelle sterpine di Ginosa e in altri luoghi, era però bonificati in gran 
parte, a far capo dal secolo XVI, fra cui quelli dei dintorni di Napoli, mediante opere 
idrauliche o canali, detti Regi Lagni, dalle Bocchette di Nola sino a Vico di Pantano, 



Introduzione 



coi quali furono incanalate le sorgenti, gli stagni, gli scoli e le escrescenze dei tor- 
renti che rendevano infruttuosi e insalubri i terreni feraci di Aversa e di Acerra. In 
seguito, e sotto Ferdinando I, altri terreni bassi furono sottratti alle acque, affondando 
vieppiù gli alvei, e successivamente furono arginati i torrenti che scendon dall'alto nel 
circondario di Nola. 

IX. — Geologìa. 

Le rocce primitive o fondamentali del suolo dell'Italia meridionale appariscono 
in Calabria, e sono graniti e scisti cristallini, formanti le ruvide vette dell'Aspro- 
monte, della Serra e della Sila. Esse sono circondate quasi dovunque da basse colline 
terziarie; ma dal lato nord si attaccano con l'Apennino propriamente detto per mezzo 
del gruppo del Pollino, formato in gran parte di calcari secondari antichi, che si con- 
tinuano ad intervalli coi monti della Lucania, protendendosi sin verso Avellino e la 
penisola sorrentina. Calcari analoghi appariscono poi nel gruppo del Gran Sasso e in 
poche altre località; ma la gran distesa dell'Apennino meridionale, dalla valle del 
Velino insino alla Basilicata, è formata quasi per intiero da terreno secondario più 
recente, ossia dai cosidetti calcari ippuritici del cretaceo. Distinti affatto dall'Apennino 
sono poi la catena, o meglio altipiano, delle Murge in Puglia e la penisola del Gargano, 
costituite in massima parte da calcari cretacei e quest'ultima anche da giuresi. 

Estesissimi sono i terreni terziari e in particolare i calcari e gli scisti dell'eocene, 
le argille e le sabbie del pliocene. I primi formano per lo più grandi masse addos- 
sate ai monti secondari dell'Apennino ed occupano estensioni grandissime nel centro 
della penisola, da Aquila a Campobasso e Potenza e sino alla Calabria; i secondi, svi- 
luppati particolarmente nel versante adriatico, formano una zona continua di basse 
colline lungo il mare, dal Tronto al Tavoliere di Puglia, nella Basilicata orientale e nella 
penisola leccese. Né vi mancano i terreni del miocene, o terziario medio, talvolta con 
ligniti, particolarmente nel Teramano e in Calabria. 

In quanto ai terreni quaternari e recenti, essi trovansi di preferenza lungo i lito- 
rali e allo sbocco delle grandi valli, dove formano pianure acquitrinose e general- 
mente malariche, quali quelle di Fondi, di Mondragone, di Pesto, di Sant'Eufemia lungo 
il Tirreno, lunghe strisele di litorale malsano nel golfo di Taranto e il più volte 
accennato Tavoliere di Puglia verso l'Adriatico. 

Fra i terreni quaternari vanno annoverati i vulcanici prodotti dai grandi centri 
eruttivi insulari delle Isole Pontine e dell'Ischia, e dai continentali di Roccamonfina, 
dei Campi Flegrei e del Vesuvio, cui devesi aggiungere il monte Vulture nei dintorni 
di Melfi. Tutti questi vulcani hanno dato prodotti svariati, alcuni trachitici, come le 
isole Ponza, l'Ischia, i Campi Flegrei e in parte Roccamonfina; altri lavici, tra cui 
specialmente il Vesuvio, tuttora attivo, e che costituisce una delle principali attrattive 
dei dintorni di Napoli. 

Fra i terreni più recenti giova infine accennare ai depositi di travertino, prodotti 
ordinariamente da acque termali, entro i quali non è difficile trovare avanzi di vegetali 
ed ossami di animali ora scomparsi. 

X. — Prodotti agrarii. 

Le Provincie continentali del Mezzogiarno, ben nomate Sicilia Continentale dal 
tempo della dominazione normanna che fondò il regno delle Due Sicilie, formano una 
regione prediletta dalla natura. Il piovente occidentale soprattutto, annaffiato da una 
quantità sufficiente di piogge annuali, potrebbe divenire uno sterminato giardino, 
come tali son già parecchie delle sue piagge a Sorrento, a Salerno, a Reggio di 
Calabria. La temperatura media di Napoli è semi-tropicale, vale a dire di 16°.7; 

2 — litt l>atria, voi. IV. 



10 Parie Quarta — Italia Meridionale 



il massimo del caldo 40° ; il massimo del freddo — 5° e le piogge annue mm. 0.947. 
Rarissima la neve, la quale non ammanta che per qualche mese le vette montane. Nei 
giardini enei verzieri litoranei la vegetazione è di un'opulenza al tutto meridionale: gli 
aranci, i limoni e gli altri agrumi vi lussureggiano; le palme vi spandono i loro ven- 
tagli flessuosi maturando non di rado i datteri, in ispecie a Reggio; l'agave americana 
v'innalza i suoi alti candelabri; la canna da zucchero, la pianta del cotone con altre 
piante industriali, che non osano uscir fuori delle stufe nel rimanente dell' Europa, 
vivono colà liberamente nelle campagne. 

Quanto all'ulivo, l'albero per eccellenza nelle plaghe mediterranee e che riveste 
appena il lembo della Liguria occidentale, esso si estende in selve ombrose e feraci 
nella Calabria e in altre provincie. Persino le roccie cosparse appena di terra vegetale 
e senza umidore apparente, sono di una grande fertilità e non pochi promontorii, che 
piombano a picco nel mare, veggonsi vestiti in vetta di vigneti e frutteti lussureggianti. 

Le Provincie meridionali d'Italia sono veramente, con la Sicilia, l'Andalusia, certi 
distretti della Grecia e dell'Asia Minore, l'ideale della zona calda temperata, se non 
che alcune steppe del piovente Adriatico e le alte valli apenniniche, che rammentano 
il centro dell'Europa, contrastano con la magnificenza vegetativa dei litorali. Di pre- 
sente però il pascolo predomina sempre, e il Tavoliere di Puglia, coi monti che lo 
dominano, sono ancora in parte pasture secondo le stagioni; ancor di recente i pastori 
abruzzesi erano costretti nel verno a scendere nelle Puglie per torre a fitto i pascoli 
conforme agli antichi usi feudali. 

La maggior parte per altro delle terre utilizzate nelle suddette provincie consiste in 
terre da lavoro o coltivate. Come ai tempi romani, esse producono anzitutto cereali 
in copia, olii, vini, frutta, ortaglie, ecc.; e vi si coltiva per giunta il tabacco, il cotone, 
la robbia e alcune altre piante industriali. 

Gli olii delle Puglie son ricercati ogni di più e già fanno una concorrenza vittoriosa 
agli scarsi ma prelibati olii della Liguria occidentale e di Nizza. Quanto ai vini, il 
Lacryma Christi del Vesuvio, il vino bianco di Capri, i vini d'Ischia e di Procida hanno 
sempre avuto una grande rinomanza. E così fu sempre, come si legge nella dotta 
Descrizione di Giuseppe Del Re: 

< Moltissime erano le specie delle uve, ma pochissime sono conosciute ai giorni nostri. 
Varrone e Columella ci avvertono che un campo di viti alte produceva nelle annate 
copiose fino a quindici anfore, cioè circa trenta barili della nostra misura. Cotanto 
prodotto mostra ad evidenza che il terreno esser doveva molto fertile e ben colti- 
vato. Verso il quinto secolo di Roma erano in gran rinomanza più di trenta specie 
dei nostri vini, ed in ispecial modo il Gauro, il Massico, il Cecubo, il Falerno, il Vesu- 
viano, il Sorrentino, il Caulonio, il Reggino, il Brindisino e l'Aulonio, presso Taranto 
(Vare., ap. Plin., lib. xiv; Aten., lib. i). 

« Columella fa menzione di dieci specie di ulivi che si alimentavano nelle nostre 
regioni, nonché dei delicati olii Campani, Irpini, Pentri, Lucani, Calabri, Turii, Taren- 
tini e Salentini che i Romani e gli altri Italiani acquistavano a preferenza e consu- 
mavano per fasto. La macina di cui parla Varrone, fortunatamente ritrovata nel secolo 
scorso tra gli scavi di Pompei, fa testimonianza dell'ottimo metodo che adoperavano 
i nostri antenati per estrarre l'olio di prima qualità: con essa non veniva affatto 
infranto il nocciuolo ossia osso >. 

XL — Cenni storici. 

Le Provincie di cui stiamo trattando hanno un'istoria antichissima che verremo 
narrando partitamente nella descrizione di ciascuna. Per causare le ripetizioni, bastino 
per ora i pochi cenni seguenti. 



Introduzione li 



Fin dai primi tempi romani il paese che stendesi dal Tronto al capo dell'Armi era 
diviso in staterelli appartenenti ai seguenti numerosissimi popoli o tribù che dir si 
voglia: i Sabini, gli Equi, i Volsci, i Palmensi, i Pretuziani, gli Adriani, i Peligni, i 
Vestini, i Marsi, i Marrucini, i Frentani, i Sanniti Pentri, i Sanniti Irpini, i Sanniti 
Caudini, i Caraceni, gli Ausonii, gli Aurunci, i Sidicini, i Campani, i Picentini, i Lucani, 
i Bruzi, i Reggini, i Locrii, i Cauloni, gli Scilletici, i Crotonesi, i Sibariti o Turii, i 
Sirini od Eraclesi, i Metapontini, i Tarentini, i Cumani, i Palepolitani e Napoletani, i 
Posidoniati poi Pestani, i Veliensi, li Japigi, i Calabri o Messapii,i Salentini, i Peucezii, 
i Dauni, e finalmente gli Apuli o Pugliesi. 

Scorsero cinque epoche dal tempo che tutte queste antiche genti, divise in piccoli 
Stati, avevano perduto la propria indipendenza difesa e mantenuta da tre secoli di 
guerre sanguinose. 

Durante la prima epoca furono spogliate dai Romani delle loro possessioni, sotto- 
poste a duro giogo e ridotte ad uno stato estremo di oppressione, di miseria e di 
avvilimento. 

La seconda fu opera di Barbari, i quali introdussero il feudalismo, sistema di governo 
ignoto all'antichità, ed istituirono una nuova forma di viver civile. Da ciò nuove leggi e 
nuovi costumi promossi da Carlo Magno. I sudditi più potenti arrogaronsi le prero- 
gative sovrane e ne abusarono con orribili licenze ed oppressioni. La forza pubblica 
concentrata nelle lor mani assoggettò la podestà sovrana la quale fu costretta, per 
reggersi, a tenerli devoti al proprio volere. Ne risultò che i principi, divenuti deboli 
ed impotenti, non ebbero che una forza precaria e mal ferma e i loro Stati furono 
costretti a soggiacere per molti secoli a mutamenti frequenti ed a mali interminabili. 

La terza epoca ebbe principio coi Normanni ed ebbe fine con gli Svevi. Ruggero I 
fondò una potente monarchia sulle rovine della barbarie e dell'anarchia. Federico I 
stabilì un nuovo ordine di cose. Superiore ai lumi del secolo, la sua mente atterrò la 
barbarie feudale, fondò un governo civile, compilò un Codice di leggi, assicurò la vita e 
la proprietà e formò la felicità generale. 

Durante la quarta epoca il suo editìzio fu atterrato dagli Angioini, il cui governo 
divenne arbitrario, e il feudalismo mise radici più profonde di quelle dei tempi prece- 
denti. Ferdinando I di Aragona calcò le orme medesime di Federico, ma divenne 
bersaglio così del potere feudale come dello straniero. 

Peggiorò assai lo stato politico e civile nella quinta epoca in cui i viceré governarono 
il regno come provincia della monarchia di Spagna. Tutto precipitò in quel tempo 
nefasto nell'oppressione, nella corruzione e nella miseria. 

L'assunzione al trono delle Due Sicilie di Carlo III formò la sesta epoca la quale 
addusse un grande mutamento nel regno e nelle condizioni dei suoi abitanti. Egli cominciò 
a regnare più come padre che come sovrano ed introdusse grandi riforme nel regno. 
Protesse le scienze e le lettere, riformò, con grave dispendio, l'Università degli studi, 
fondò accademie e lasciò in Napoli monumenti imperituri, fra i quali il gran teatro 
San Carlo, il braccio nuovo del palazzo Reale, i maestosi palazzi di Capodimonte, di 
Portici e di Caserta, i famosi acquedotti di quest'ultima, i quartieri di Cavalleria a 
Napoli, Aversa, Nola e Nocera, il ponte presso la Deputazione della Salute, l'anfiteatro 
per le fiere presso il ponte della Maddalena, le strade pel pubblico passeggio intorno a 
Napoli e il restauro di quelle del regno, le miniere scavate nelle Calabrie, ecc. In tutte 
codeste e in altre opere Carlo III profuse i tesori che aveva recato con sé e che trasse, 
durante il suo regno, dalle Spagne. 

Morto, nel 1759, senza prole, gli succedette suo fratello, Ferdinando VI di Spagna, 
non senza separare in prima e in perpetuo le Due Sicilie dalla monarchia spagnuola, 
trasmettendole al figliuolo Ferdinando IV, ragazzo allora di soli otto anni, sotto un 
Consiglio di reggenza, e il buon governo del primo ministro, Bernardo Tanucci. 



12 Parie Quarta — Italia Meridionale 



Nel 1768 Ferdinando si recò in mano le redini del governo, ma fu poi fuorviato dalla 
moglie Maria Carolina d'Austria e dal favorito Acton. All'avanzarsi dei Francesi nel 1798 
fuggì in Sicilia e fu proclamata la Repubblica Partenopea. Dopo gli eccidii delle orde 
del cardinal Ruffo, tornò a Napoli, ove compì atroci vendette; ma nel 1806 fuggì di bel 
nuovo in Sicilia, cedendo forzatamente il trono, prima a Giuseppe Bonaparte e quindi 
a Gioacchino Murat. Il 17 giugno tornò per la seconda volta a Napoli, inaugurando 
un governo reazionario e crudelissimo e riunendo 1 suoi Stati in un regno delle Due 
Sicilie, pigliando nome di Ferdinando I. Ma nel 18:20 fu costretto a concedere la 
Costituzione spagnuola del 181:3, la quale fu poi abolita nel 1821 dalle armi austriache. 

Dalla moghe Carolina d'Austria (morta nel 1815) ebbe Ferdinando I i seguenti figli: 
Francesco I (morto nel 1830); Maria Cristina (morta nel 1849), che fu moglie di Carlo 
Felice re di Sardegna; Amalia (morta nel 1846) che fu moglie di Luigi Filippo d'Orléans, 
re dei Francesi; Leopoldo, principe di Salerno (morto nel 1857). 

Ferdinando II (il famoso Re Bomba), nato nel 1810 a Palermo, figlio di Francesco I 
e d'Isabella Maria di Spagna, salì sul trono nel 1830, spense nel sangue la rivoluzione 
del 1818 e governò tirannicamente sino alla sua morte in Caserta, il 22 maggio del 1859. 
Dalla prima moglie Maria Cristina di Savoia (morta il 31 gennaio 1830), figliuola di Vit- 
torio Emanuele I re di Sardegna, ebbe un figlio, Francesco II, decaduto in forza del 
plebiscito del 21 ottobre 1860, e morto ad Arco nel Trentino al principio del 1895. Dalla 
seconda moglie, Maria Teresa d'Austria (morta nel 1807), ebbe i seguenti figli: Luigi 
conte di Trani (morto nel 1886); Alfonso conte di Caserta (nato nel 1841); Gaetano conte 
di Girgenti (morto nel 1871); Pasquale conte di Bari (nato nel 1852), e quattro figlie. 

Questo per sommi capi il sommario storico dell' ex-reame di Napoli, del quale 
tratteremo più diffusamente l'istoria nel capitolo su Napoli e le singole sue provincie. 





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A Campania comprende, secondo le divisioni ora in uso, le Provincie di Avellino, 

Benevento, Caserta, Napoli e Salerno, le quali si possono tutte considerare 

f^xsTf^ come appartenenti al piovente tirrenico, siccome quelle che son situate fra 

^1^ FApennino e il Tirreno. Solo piccole porzioni delle provincie di Avellino e 

di Benevento appartengono al piovente opposto per correr che fanno le loro acque 

all'Adriatico. 

Confini. — La Campania confina a nord con le provincie di Roma, Aquila e Campo- 
basso; a est con quelle di Campobasso, Foggia e Potenza; a sud col Tirreno e a ovest 
pure col Tirreno e con la provincia di Roma. Sta fra i gradi 0°.52' e 3°. 22 longitudine 
est dal meridiano di Roma e fra i 40°.3' e 41°.48 latitudine boreale. 

Superfìcie e popolazione. — La popolazione presente della Campania, calcolata 
al 31 dicembre 1893, sommava a 3,095,132 abitanti, sopra una superficie di 16,292 chi- 
lometri quadrati. Questa popolazione è distribuita come segue: provincia di Avellino, 
414,026 abitanti su 3037 chilometri quadrati; provincia di Benevento, 246,508 abitanti 
su 2118 chilometri quadrati; provincia di Caserta, 739,036 abitanti su 5267 chilom. qua- 
drati; provincia di Napoli, 1,125,350 abitanti su 906 chilometri quadrati; provincia di 
Salerno, 570,212 abitanti su 4964 chilometri quadrati. 

Coste. — Tutta quasi la parte occidentale della regione Campana è bagnata dal 
Tirreno che vi forma seni e golfi. Singolare è il contrasto che porge codesta costa in cui 
a punti incantevoli per mitezza di clima, feracità e varietà di suolo subentrano squallide 
lande inabitabili pei miasmi esalanti dalle paludi che l'incuria secolare ha lasciato 
invadessero città fiorenti ed ubertose campagne. 

Il litorale del Compartimento incomincia poco di là da Terracina col laghetto di 
Fondi e prosegue quasi in linea retta senza seni e promontorii sino alla punta di Gaeta. 
Ivi s'incurva quasi a semicerchio per proseguire poi nei bassi fondi di Minturno e di 
Sessa, rinomati nell'istoria per antica civiltà e per esservisi rifugiato Mario perseguito 
da Siila. Squallido e deserto il litorale oltre il monte Massico prolungasi a Castelvol- 
turno, ove il Volturno, il maggiore dei fiumi della regione, si versa nel mare. Seguono 
i pantani di Mondragone e di Castelvolturno, i laghetti di Patria, di Licola, di Cannilo 
(l'antico Averne) e del Fusaro; fra questi tre ultimi e il mare sono le rovine dell'antica 
famosissima Cuma. 

Lasciato appena il lago del Fusaro e superati lo scoglio di San Martino e la punta 
di Fumo, si gira il classico capo Miseno e si entra nella baia deliziosa di Pozzuoli e 
quindi, girato il capo Posillipo, nel non men delizioso e incantevole golfo di Napoli. 
Superata la punta Campanella si para poi innanzi l'ampio golfo di Salerno e poco oltre 
ricomincia il litorale triste e deserto con le rovine della vetusta Pesto, finche si arriva ai 
monti del Cilento e al golfo di Policastro con in mezzo la punta Licosa e il capo Palinuro. 



* * 



I confini precisi della Campania variarono in periodi diversi. Il Liri par fosse rico- 
nosciuto dapprima qual suo confine settentrionale, ma in seguito il distretto meridionale 



14- Parie Quarta — Italia Meridionale 



di codesto fiume, sino ai colli Massicani ed alla città di Simiessa (ora Mondragone) fu 
compreso nel Lazio e i contini della Campania furono ristretti in proporzione. 

A sud altresì il territorio fra il Silaro (ora Sole), che formava il confine della Lucania, 
e il giogo apenninico che cinge il golfo di Posidonia (golfo di Salerno) a nord era occu- 
pato dai Picentini — ramo degli abitanti del Piceno sull'Adriatico — e non riputavasi 
appartenente alla Campania, quantunque unito amministrativamente ad essa. In ori- 
gine, invero, il nome di Campani par fosse applicato soltanto agli abitanti della grande 
pianura che occupa sì gran parte della regione e non includesse gli abitanti delle 
colline intorno Suessa (Sessa), Cales (Calvi) e Teano, occupate dagli Aurunci e dai 
Sedicini. 

Ma la Campania, nel senso in cui il termine è adoperato da Strabene e da Plinio, 
era confinata a nord dal basso giogo dei colli Massicani che stendonsi dal mare presso 
Sinuessa, o Mondragone, per raggiungere il gruppo pili alto di montagne vulcaniche 
le quali s'ergono fra Suessa e Teano e che comprendevano tutto quest'ultimo giogo: 
Venafro e il territorio annesso ad esso nella valle del Volturno, ch'era stata Sannita 
in origine e fu poi inclusa nella Campania, quantunque Strabene pare l'assegni in un 
passo (v, p. 238) al Lazio. 

La frontiera orientale della Campania è segnata chiaramente dai primi gioghi degli 
Apennini: il monte Callicola, a nord del Volturno, e il monte Tifata, a sud di questo 
fiume, mentre altri gioghi più alti prolungano l'alpestre barriera verso sud-est sino 
alle sorgenti del Sarno. Presso quest'ultimo punto un braccio laterale staccasi improv- 
visamente dalla massa principale dell'Apennino formando un'alta ed angusta catena 
lunga circa 38 chilometri e terminante coll'ardito promontorio di Minerva o penisola 
Sorrentina. Codesta catena separa la baia di Napoli (o golfo di Cuma o Cratere come 
chiamavasi anticamente) da quello di Salerno (già di Posidonia) e formava eziandio 
il limite fra la Campania nel senso pili stretto del termine, e il territoi'io dei Picentini. 
Quest'ultimo occupava il distretto meridionale della catena lungo le sponde del golfo 
Posidonico Salernitano sino alla foce del Silaro o Sele. 

La regione circoscritta in tal modo è una delle più belle e fertili del mondo e la 
porzione innegabilmente più felice dell'Italia. Gli scrittori greci e romani gareggiano 
nel celebrare le sue naturali prerogative — l'ubertosità del suo suolo, la bellezza del 
suo paesaggio, la dolcezza del suo clima e l'eccellenza dei suoi porti. Plinio la chiama 
Felix Ma Campania (donde il nome di Campania Felice) certamen humanae volu- 
ptatis. Più entusiastico è Floro là dove dice: Omnium non modo Italia secl loto orbe 
terrarum pulcherrima Campaniae plaga est. Nihil mollius coelo. Denique bis floribus 
vernai. Nihil uberius solo, ideo Liberi Cererisque certamen dicitur. Nihil hospitalius 
mari. Anche i più sobrii, Polibio e Strabene, ne tessono alte le lodi; e Cicerone defi- 
nisce le pianure intorno Capua fundum pulcherrimum populi Romani, caput pecuniae, 
pacis ornamentum, subsidium belli, fundamentum vectigalium, ìiorreum legionum, 
solatiiim annonae. 

La maggior parte della Campania è una pianura ininterrotta di una feracità quasi 
inarrivabile, stendentesi dalle falde dell'Apennino al mare. Ma la sua uniformità è alte- 
rata da due notabili configurazioni naturali, una delle quali è un gruppo di colline 
vulcaniche di ragguardevole estensione ma di altezza moderata che levansi subita- 
mente dalla pianura fra Cuma e Napoli e costituiscono un tratto collinoso lungo circa 
24 chilometri da est a ovest e largo da 12 a 16 chilometri. Una delle più ragguardevoli 
di queste colline è il monte Gauro (ora monte Barbaro) così rinomato nell'antichità pei 
suoi vini e di cui diremo due parole più innanzi. 

L'intiera catena, del pari che le isole vicine d'Ischia (Aenaria) e di Precida 
(Prochijta), è di origine vulcanica e conserva traccie evidenti dell'azione relativamente 
recente di fuochi sotterranei. I quali furono riconosciuti dagli antichi scrittori nel 



Campania 15 



Forum Vulcani (ora Solfatara) presso Pozzuoli; ma noi non abbiamo notizia di alcuna 
eruzione nei tempi antichi simile a quella che diede origine, nel 1528, a monte Nuovo 
presso la suddetta Pozzuoli. 

Dall'altro lato di Napoli e staccato intieramente dal gruppo suddetto di colline del 
pari che dalla catena apenninica da cui è separata da una larga cintura di pianura 
intermedia — ergesi isolato il Vesuvio, il cui regolare cono vulcanico forma una delle 
più notabili conformazioni naturali della Campania. Il suo carattere particolare fu 
notato dagli antichi osservatori anche prima che la tremenda eruzione del 79 di C. por- 
gesse una prova sì convincente che i suoi fuochi sotterranei non erano spenti per 
mancanza di alimento, come suppose Strabone (v, p. 247). Del Vesuvio tratteremo per 
disteso nel circondario di NapoU. 

Ma l'azione vulcanica nella Campania, quantunque ristretta nei tempi storici ai 
due gruppi di monti suramentovati, deve essere stata in un periodo assai più estesa. 
Il monte detto dì Bocca Monfina o monte di Santa Croce, che ergesi sopra Sessa ed era 
la sede antica degli Aurunci, è somigliantemente un vulcano estinto; e il suolo di tutta 
la pianura Campana sino alla radice dell' Apennino è di natura vulcanica, dal che 
deriva il carattere fisico e chimico a cui va debitore della sua grande fertilità. 

Fu probabilmente per le prove d'incendio sotterraneo così evidenti nella loro vici- 
nanza che i Greci di Cuma diedero il nome di Campi Flegrei (xa OXeYpatoc ■Kzòia) alla 
porzione della Campania adiacente alla loro città (Dico., iv, 2 1 ; Strab., v, p. 245). Un'altra 
denominazione, sotto la quale par fosse noto lo stesso tratto, era quella di Campi Laho- 
rini (Plin., hi, 5, s. 9) da cui derivò probabilmente il nome moderno di Terra di Lavoro, 
ora adoperato a designare la provincia di Caserta. Questa vasta pianura tanto cele- 
brata, così negli antichi come nei moderni tempi, per la sua fertilità straordinaria, 
Strabone la chiama la pianura più opulenta del mondo e soggiunge che produceva 
frumento della qualità più fine; mentre alcune parti di essa davano quattro raccolti 
all'anno — vale a dire, due di spelta, uno di miglio e il quarto di vegetali diversi 
(Strab., v, p. 242). Anche Plinio riferisce che produceva annualmente due raccolti di 
spelta ed uno di miglio; mentre le porzioni rimaste in maggese coprivansi di rose 
adoperate per la fabbricazione dei cosmetici e delle profumerie onde Capua andava 
sì rinomata. La spelta della pianura Campana era di una qualità particolarmente 
sopraffina sì che riputavasi la sola adatta alla manifattura dell'a^/ca, una specie, appa- 
rentemente, di pasta, detta da Strabone XóvSpo?. 

Anche Virgilio sceglie le pianure intorno alla ricca Capua e il tratto alle falde del 
Vesuvio quali esempi di terreni della miglior qualità per fini agrari atti alla coltura del 
vino insieme, dell'olio e del grano: 

Tàlem dives arai Capua, et vicina Vesevo 
Ora jugo et vacuis Glanius, noti aequus Acerris. 

Dalle espressioni precitate di Cicerone è evidente che Vager Campanns — il distretto 
immediatamente intorno a Capua — mentre continuò ad essere proprietà pubblica dello 
Stato Romano, fu uno dei luoghi donde traevansi le provviste di grano per la pubblica 
alimentazione. 

Non v'ha dubbio che la vite coltivavasi come al presente per tutta la pianura, secondo 
narra Virgilio nel passo precedente ; ma i vini più scelti raccoglievansi sui pendii 
delle colline: il Massico e il Falerno sui fianchi del monte Massico e le adiacenti colline 
vulcaniche presso Sessa e Calvi (Cales); il G aurico sui declivii del monte Gauro e delle 
altre colline presso Pozzuoli e il Sorrentino nella parte opposta della baia. Tutti codesti 
vini andavano fra i più rinomati di quei tempi. Né men pregiato era l'olio d'ulivo della 
Campania: quello di Venafro in ispecie era proverbiale per la sua squisitezza, come 
leggiamo in Orazio {Carm., u, 6, 16), e gli altri tratti montuosi erano appena inferiori, 



16 Parte Quarta — Italia Meridionale 



I vantaggi marittimi della Campania appareggiavansi a quelli che derivavano dalla 
fertilità naturale del suo territorio. La sua linea costiera ha una direzione discreta- 
mente uniforme verso il sud-est dalla foce del Garigliano a Cuma: ma a sud di questa 
ultima è interrotta dal suddescritto ardito ed isolato gruppo di monti vulcanici che 
vanno a metter capo verso sud nell'alto e dirupato capo Miseno. Fra questo punto e il 
promontorio di Minerva o punta Campanella — che non è altro, com'è detto più sopra, 
se non l'estremità di un braccio laterale dell' Apennino — la costa è incavata profon- 
damente dalla magnifica baia detta anticamente Cratere, dalla sua forma a coppa, ed 
anco Sinus Cumanus e Puteolanus dalle vicine città di Cuma e Puteoli o Pozzuoli — 
ed ora nota e celebrata nel mondo tutto sotto il nome di Golfo di Napoli. 

I due gioghi che costituiscono i due promontorii confinanti codesta baia o golfo 
che dir si voglia, continuano nelle isole adiacenti: quelle d'Ischia e Precida presso il 
capo Miseno d'origine vulcanica come il prossimo continente; mentre l'isola opposta 
di Capri, con le sue rupi precipiti e calcari, è evidentemente un prolungamento del 
giogo calcare apenninico che termina al capo Campanella. 

Le spiagge di questo golfo incantevole, entro terra ed aperto soltanto ai miti e 
temperati venti di sud-est, furono frequentate di buon'ora dai Romani come luogo di 
ritiratezza, di amenità e di lusso ; e, in giunta alle città numerose che crebbero intorno 
ad esso, le ville, i palazzi, i giardini che colmavano gli interstizi fra esse eran così 
numerosi che presentavano, al dir di Strabene, l'aspetto di una città continua. Anche 
Tacito lo chiama pulcherrimus Sinus, con tutto che ai tempi suoi non si fosse ancor 
riavuto dall'orribile devastazione cagionata dalla memorabile eruzione vesuviana 
del 79 dopo C. 

Nel lato nord dell'ampia baia, immediatamente dietro il promontorio Miseno, stendesi 
un'altra più piccola baia, nota col nome di Sinus Baianus, ora golfo di Baia, e qui tro- 
vavansi due porti eccellenti — quello di Miseno stesso presso il promontorio omonimo ; 
e, nel lato opposto della baia, quello di Pozzuoli, che divenne sotto l'Impero romano uno 
dei porti più frequentati d'Italia. 

Strabene (p. 242) parla della costa della Campania da Sinuessa (Mondragone) a 
capo Miseno come formante un golfo, e può essere benissimo che ai tempi di Strabene 
la foce del Volturno fosse meno protratta e quindi si avesse un vero golfo in luogo di 
una spiaggia diritta; attualmente però quella porzione della costa non presenta che 
una leggera incurvatura, e conviene esaminarla sopra una scala più ampia per poterla 
considerare qual parte della gran baia che stendesi dal promontorio Circeo a nord 
a capo Miseno, o piuttosto all'isola d'Ischia a sud. 

Nel lato meridionale del promontorio Sorrentino schiudesi un'altra grande baia, più 
estesa di quella di Napoli ma meno profonda. Era nota agli antichi col nome di golfo di 
Posidonia o Paestum (Sinus Posidoniates o Paestanus secondo Strabene, v, p. 251 e 
Plinio, ni, 5, s. 10); ma le sue spiagge settentrionali soltanto sino alla foce del Silaro 
appartenevano alla Campania. 

Il clima della Campania andava rinomato nell'antichità pel suo carattere mite e 
geniale, derivante, non v'ha dubbio, dalla sua esposizione a sud-ovest e dalle baie pro- 
fonde che frastagliano le sue coste. Credevasi invero che quel clima avesse un'influenza 
snervante, e a questa influenza del pari che all'effeminatezza generata dall'opulenza 
del suolo gli antichi scrittori attribuirono il carattere imbelle, o non bellicoso, degli 
abitanti e i frequenti mutamenti di popolazione. 

Oltre la bellezza del paesaggio e la mitezza del clima, le spiagge della Campania 
avevano un'attrazione particolare pei Romani nelle numerose acque termali onde 
abbondavano, segnatamente nelle vicinanze di Baia, di Pozzuoli e di Napoli. Codeste 
acque derivavano indubbiamente dai residui dell'azione vulcanica in quelle regioni; 
e le medesime cause producevano lo zolfo abbondante in tale modo nel Forum 



Campania 17 



Vulcani Solfatara, presso Pozzuoli, da divenire un oggetto ragguardevole di 
commercio. 

Una specie particolare di creta bianca adoperata nella preparazione déìValica 
prementovata estraevasi dai colli presso il medesimo luogo, detti CoUes Leucogaei; 
mentre la sabbia vulcanica di altri colli, in vicinanza immediata di Pozzuoli, formava 
un cemento di straordinaria durezza, detto Puteoìanum (Plin., xvni, 1 1 , s. 29, ecc.), 
d'onde il nome di pozzolana dato alle sabbie vulcaniche aventi la proprietà di formare 
malte idrauliche in mescolanza colle calci grasse. 

Tutti gli antichi scrittori affermano concordemente che i Campani non furono gli 
aborigeni del paese a cui diedero il loro nome. Invero, come potevasi ragionevolmente 
aspettare per la sua grande fertilità, la Campania pare andasse soggetta a reiterate 
mutazioni di popolazione e fosse conquistata da orde successive d'invasori stranieri 
(PoL., HI, 91). Di questi rivolgimenti i primi sono avvolti in grande oscurità; ma nel 
tutto insieme par chiaro che la popolazione originale di questo fertil paese (la prima 
almeno di cui vi ha un ricordo) era una razza Osca od Ausonia. Antioco di Siracusa 
lo dice abitato dagli Opici, detti anche Ausonli. Polibio, per contro, tentò stabilire una 
distinzione fra i due e descrisse le sponde del Crater (ora golfo di Napoli) come occu- 
pate dagli Opici e dagli Ausonii; mentre altri spinsero la distinzione più oltre e rappre- 
sentarono gli Opici, gli Ausonii e gli Osci quali razze separate che impadronironsi 
successivamente del paese (Strab,, v, p. 242). La fallacia di quest'asserzione è ovvia: 
Opici ed Osci son meramente due forme dello stesso nome ed havvi ogni ragione per 
far credere che gli Ausonii erano un ramo della medesima razza se non assolutamente 
una razza identica ad essi. 

Egli par certo che i primi coloni Greci in quelle regioni le trovarono occupate dal 
popolo ch'essi chiamarono Opici; di che questa porzione d'Italia fu denominata da essi 
Opicia (Otiix^oi). Nell'istesso tempo noi troviamo indizi numerosi di stabilimenti Tirreni 
(ossia Pelasgi), segnatamente lungo la costa, i quali pare appartengano ad un periodo 
antichissimo e non si possano attribuire al dominio etrusco posteriore (Niebuhr, voi. i, 
p. 45; Abeken, Mittel Italien, p. 102). Che questi stabilimenti fossero anteriori a quelli 
degli Osci fossero disseminati lungo le coste mentre codesto popolo occupava princi- 
palmente l'interno, è un punto su cui è impossibile pronunciare un'opinione. 

Il fatto più antico che puossi ammetter come storico rispetto la Campania è lo 
stabilimento della colonia Greca a Cuma, e quantunque noi non possiamo al fermo 
ammettere come autentica la data assegnata dagli ultimi cronologi, vale a dire 
l'anno 1050 av. C, pare abbiavi ragione di credere ch'esso fu effettivamente — come 
afferma Strabene e come vedremo a suo tempo sotto Cuma — il più antico di tutti i 
greci stabilimenti in Italia. 

I Cumani estesero in breve il loro dominio fondando le colonie di Dicearchia 
(Pozzuoli), Paleopoli (Napoli vecchia) e Napoli nuova; e secondo alcune relazioni par- 
rebbe ch'essi avessero fondato stabilimenti nell'interno di Nola e di Abella (Avella 
vecchia). Ma è probabile che il loro progredire fosse inceppato dallo stabilimento di 
una nuova e più formidabile potenza vicina. La conquista della Campania per gli 
Etruschi è un fatto che noi non possiamo ricusare di ricevere come storico, per quanto 
imperfetta sia l'informazione che ne abbiamo. 

Narra Polibio (ii, 17) che nell'istesso tempo che gli Etruschi possedevano le pianure 
dell'Italia settentrionale, occupate in seguito dai Galli, essi possedevano eziandio quelle 
della Campania intorno a Capua e a Nola; e Strabene (v, p. 242) dice ch'essi fondarono 
in questa parte d'Italia dodici città, la principale delle quali era Capua. 

L'origine etrusca di Capua e Nola è attestata dalla testimonianza di Catone; e Livio 
ci dice che il nome originale della prima città era Volturno, forma evidentemente 
etrusca (Liv., iv, 37; Cat., ap. Vell. Pat., i, 7). Il periodo in cui fu stabilito questo 

3 — l,a Patria, voi. IV 



18 Parie Quarta — Italia Meridionale 



dominio etrusco è però una quistione assai dubbia; ma qual che ne possa esser la data, 
noi leggiamo che queste città etrusche pervennero rapidamente ad un alto grado di 
ricchezza e prosperità, ma furono grado grado snervate ed affievolite dalle mollezze sì 
che mal poterono resistere alla potenza crescente dei loro bellicosi vicini, i Sanniti. La 
sorte di Capua — loro città principale, che fu, come vedremo a suo luogo, costretta 
per la prima ad ammettere i Sanniti ai privilegi della cittadinanza ed alla partecipa- 
zione del suo fertile territorio, finché padde intieramente in loro potere — fu probabil- 
mente condivisa in breve dalle città minori della Confederazione. Ma né essa né la 
metropoli divennero Sannite: pare costituissero sin da principio un corpo nazionale 
separato che assunse il nome di Campani, vale a dire gente della pianura. È evidente- 
mente codesto evento che troviam designato qual primo sorgere del popolo Campano, in 
Diodoro (xu, 31), quantunque ei lo ponga nei 440 av. C; mentre, secondo Livio (iv, 37) 
Capua non cadde nelle mani dei Sanniti che nel 423 av. C. La nuova nazione crebbe 
siffattamente in potenza che, sol tre anni dopo l'occupazione di Capua, essa potè pren- 
dere d'assalto la città greca di Cuma che aveva conservato la propria indipendenza per 
tutto il periodo del dominio etrusco. 

Il popolo dei Campani, costituito in tal modo era essenzialmente di razza Osca, 
I conquistatori Sanniti o Sabellici pare formassero, come gli Etruschi che soppiantarono, 
un corpo relativamente esiguo; ed é probabile che Toriginale popolazione Osca, che 
aveva continuato ad esistere, quantunque sottomessa, sotto gli Etruschi si amalgamasse 
rapidamente con un popolo di razza affine qual si erano i loro nuovi conquistatori, sì 
che i due accoppiaronsi intieramente in una sola nazione. Certo è che il linguaggio dei 
Campani continuò ad esser l'Osco e da loro deriva principalmente la conoscenza che 
abbiamo della lingua Osca. Il loro nome, come abbiamo già osservato, significava pro- 
babilmente solo gli abitanti della pianura ed era in quel periodo ristretto a quella 
parte soltanto che fu poi chiamata Campania. Né pare che vi fosse fra essi alcuna 
organizzazione distinta od unione nazionale. 

Gli Ausonii od Aurunci e i Sidicini a nord del Volturno, continuarono sempre ad 
esistere quali tribù distinte ed indipendenti. Le città minori intorno a Capua — Acerra, 
Atella, Calatia e Suessula — par seguissero il loro esempio e riconobbero probabil- 
mente la supremazia della potente Capua; ma Nola si tenne in disparte e pare con- 
servasse una più stretta connessione col Sannio: mentre Nuceria, o Nocera nella 
porzione meridionale della pianura Campana, apparteneva agli Alfaterni che erano 
probabilmente una tribù indipendente. Quindi i Campani, coi quali i Romani vennero 
a contatto nel quarto secolo av. C, furon soltanto il popolo di Capua stessa con la sua 
pianura circostante e le città dipendenti. Non erano però meno una nazione numerosa 
e potente: Capua stessa, al dire di Tito Livio (vii, 31), era a quel tempo la più grande 
e la più opulenta città d^ Italia: ma quantunque fossero scorsi 80 anni appena dallo 
stabilimento dei Sanniti nella Campania, i Capuani erano già così sfibrati e corrotti 
dalle mollezze da essere inadatti al tutto a contender coll'armi coi loro più indurati e 
più energici fratelh nelle montagne del Sannio. 

Nel 343 av. C, il picciol popolo dei Sidicini — con la loro città principale di Teano 
(ove li ritroveremo) sul pendìo orientale del gruppo vulcanico di Roccamonfina — 
assalito dai poderosi Sanniti, chiese aiuto ai Campani. L'aiuto fu pronto, ma i loro 
nuovi alleati furono alla lor volta sconfitti dai Sanniti in battaglia campale sulle 
porte stesse di Capua e rinchiusi entro le mura della loro propria città. In siffatto 
frangente si rivolsero a Roma ; e per comprare l'aiuto di questa potente repubblica, 
dicesi facessero una cessione assoluta {deditio) della loro città e territorio ai Romani, 
i quali sposarono la loro causa e con le vittorie di Valerio Corvo a monte Gauro e 
Suessula (Sessola) liberarono tosto i Campani da ogni pericolo dei loro nemici Sanniti 
(Liv., vu, 29 a 37). È difficilissimo comprender gli eventi dei due anni successivi quali 



Campania '19 



ci son riferiti e non v'ha dubbio che il vero corso di essi ci fu occultato od alterato 
dagli annalisti romani. 

I Campani, quantunque sottomessi nominalmente a Roma, par rappresentino una 
parte indipendente, e sposaron da ultimo apertamente la causa dei Latini quando rup- 
pero apertamente guerra a Roma. La grande battaglia in cui le forze combinate dei 
Latini e dei Campani furono debellate dai consoli romani, T. Manlio e P. Decio, fu 
combattuta presso le falde del Vesuvio nel 340 av. C, e fu susseguita prontamente 
dalla sottomissione dei Campani, i quali vennero puniti con la perdita di quella porzione 
del loro fertile territorio a nord del Volturno nota sotto il nome di Falernus Ager. 
I cavalieri di Capua (eguites Campani), che s'erano opposti alla defezione da Roma, 
furono ripagati coi pieni diritti di cittadini romani ; mentre il rimanente ottenne soltanto 
la civitas sine suffragio. 

Le medesime relazioni furono stabilite con le città di Cuma, Suessula ed Acerra. 
Noi troviamo, quindi, durante il periodo che tenne dietro a codesta guerra, per oltre 
120 anni, l'unione più stretta fra i Campani e il popolo romano; i primi furono ammessi 
a servire nelle legioni regolari in luogo degli ausiliarii: e per questa ragione Polibio 
(li, 24) calcolando la forza delle nazioni italiche nel 225 av. C, classifica i Romani e i 
Campani in un corpo, mentre enumera separatamente i Latini e gli altri alleati. 

II periodo dalla pace che tenne dietro alla guerra del 340 av. C, al principio della 
seconda Guerra Punica, fu un periodo di grande prosperità pei Campani. Il loro terri- 
torio invero divenne necessariamente il teatro occasionale delle ostilità durante le 
guerre prolungate dei Romani coi Sanniti; ed alcune delle città non connesse immedia- 
tamente con Capua, furono anche così avventate da esporsi all'inimicizia dei Romani, 
schierandosi coi loro avversari. Ma la presa della città greca di Paleopoli (vecchia Napoli) 
nel 326 av. C, spinse i vicini Napoletani a conchiudere con Roma un trattato di per- 
petua alleanza; e la conquista di Nola nel 313 av. C. e di Nocera nel 308 av. C. stabilì 
saldamente il dominio romano nella porzione meridionale della Campania. Ciò par fosse 
ammesso e confermato nella pace del 304 av. C. che pose fine alla Seconda Guerra 
Sannitica (Liv., vjii, 22-26, ecc. ; Niebuhr, voi. ni, p. 259). 

Nel 280 av. C. la Campania fu attraversata dagli eserciti di Pirro, ma i costui tenta- 
tivi d'impadronirsi di Cuma o di Napoli andarono a vuoto (Zonara, vni, 4). I trionfi di 
codesto monarca non pare scuotessero neanche per un momento la fedeltà dei Campani. 
Ma altrimenti avvenne coi trionfi di Annibale. Immediatamente dopo la battaglia di 
Canne (216 av. C.) le città più piccole di Atella e Calatia dichiararonsi in favore del 
generale cartaginese e poco appresso la potente città di Capua gli schiuse le sue porte 
(Liv., xxn, 61, ecc.). A ciò non tenne però dietro, com'era forse da aspettarsi, la sotto- 
missione del rimanente della Campania. Annibale s'impadronì di Nocera e di Acerra, 
ma rimase frustrato ne' suoi tentativi contro Napoli e Nola, ed anche la piccola città 
di Casilino non fu sottomessa che dopo un lungo assedio. Da quel tempo la Cam- 
pania divenne una delle sedi principali della guerra e, durante parecchie campagne 
successive, fu il teatro delle operazioni guerresche dei due eserciti rivali. Seguirono 
molti combattimenti con vario successo; ma nell'insieme il risultato fu favorevole alle 
armi romane. 

Ad Annibale non venne mai fatto d'insignorirsi di Nola, mentre i Romani riuscirono, 
nella primavera del 212 av. C, a por l'assedio a Capua; prima del termine dell'anno 
seguente questa città importante cadde di bel nuovo nelle loro mani. D'allora in poi i 
Cartaginesi sloggiarono dalla Campania e la guerra fu trasportata in altre parti d'Italia. 
Le città ribelli furono punite severamente e spogliate di tutti i privilegi municipali, ma 
la tranquillità di cui godè quindi innanzi codesta parte d'Italia, in un coi vantaggi natu- 
rali del suo suolo e del suo clima, ricondussero in breve la Campania in uno stato di 
prosperità uguale, se non superiore a quello di cui godeva in addietro: così, verso la fine 



20 Parte Quarta — Italia Meridionale 



della Repubblica, Cicerone pone a contrasto le sue floride e popolose città e il suo 
fertile territorio coi municipi scaduti e il suolo sterile del Lazio {De leg. agr., u, 35). 

Questo intervallo di riposo non fu al tutto ininterrotto. I Campani non presero parte 
nello scoppio delle nazioni italiane che addusse la Guerra Sociale, ma furono esposti 
per conseguenza alle devastazioni dei loro vicini, i Sanniti, e Papio Mutilo pose a ferro 
e a fuoco la porzione meridionale della provincia e s'impadronì successivamente di 
Nola, Nocera, Stabia e Salerno, ma fu sconfitto da Sesto Giulio sotto Acerra. 

L'anno seguente la fortuna si volse in favore dei Romani e L. Siila ricuperò l'intera 
Campania eccettuata Nola che continuò a resistere per lungo tempo dopo la sottomis- 
sione delle altre città vicine e fu l'ultimo luogo in Italia conquistato dalle avmi romane 
(Appiano, B. C, i, 42, 45; Vell. Pax,, n, 17, 18). 

Durante le guerre civili fra Siila e Cinna, la Campania fu reiteratamente attraversata 
dai due eserciti e divenne la scena di alcuni conflitti, ma probabilmente poco ebbe rela- 
tivamente a softVire. Nel 73 av. C. fu il teatro del principio della Guerra Servile sotto 
Spartaco, il quale movendo con soli 70 compagni da Capua, riparò sul Vesuvio donde 
saccheggiò per qualche tempo le contrade adiacenti (Appiano, B. C, i, 116; Plut., 
Crass., 8). Durante la lotta fra Cesare e Pompeo la Campania andò immune dal flagello 
della guerra; e né questa né le successive guerre civili fra Ottaviano ed Antonio turba- 
rono la sua incessante prosperità. Sotto l'Impero romano, del pari che durante l'ultimo 
periodo della Repubblica, la Campania divenne la dimora prediletta dei ricchi e nobili 
Romani, i quali popolarono le sue spiagge con le loro ville e cercarono nel suo clima 
mite e nelle sue campestri bellezze un voluttuoso ritiro. Intiere città soi'sero così fra 
Baia e Bauli (ora Bacoli) ; ma anche le adiacenze di Napoh, di Pompei e di Sorrento 
non erano men favorite e le belle spiagge del Crater, o golfo di Napoli, erano cinte di 
una seguenza quasi continua di palazzi, di ville e di città. La grande eruzione del 
Vesuvio nel 79 di C. che seppellì sotto monti di ceneri e lapilli le floride città di Ercolano 
e Pompei e devastò una gran parte del fertile territorio intorno ad esse, diede per 
qualche tempo un crollo violento a questa prosperità; ma i vantaggi naturali della 
regione fecero sì che non tardò a riaversi: e par certo che la Campania continuò, sino 
alla fine dell'Impero di Occidente, ad essere una delle più floride e popolose provincie 
d' Italia. 

Secondo la divisione d'Augusto, la Campania, in un col Lazio, formò la prima regione 
d'Italia (Plin., ni, 5); ma in un periodo posteriore, probabilmente sotto Adriano, Bene- 
vento, col vasto territorio dipendente da esso ed apparentemente anche le altre città 
degli Irpini, furono annessi alla Campania ; mentre dall'altra parte, il nome par fosse 
gradatamente applicato a tutta la prima regione di Augusto. 

Noi troviam quindi le Civitates Campaniae, come son notate nel Liber Coloniarum 
(p. 229), comprendenti tutte le città del Lazio e quelle del Sannio e degli Irpini altresì: 
e gli Itinerari, pongono il confine della Campania dalla parte dell'ApuUa fra Equus 
Tuticus (Sant'Eleuterio) ed Aecae (Troia) {Itin. Anton., p. Ili; Itin.Hier., p. 610). 
Quest'ultima estensione del termine non sembra però fosse adottata generalmente: noi 
troviamo il Sannio separato generalmente dalla Campania per fini amministrativi e il 
nome fu certamente conservato nell'uso comune. 

Dall'altra banda il nome di Campania par divenisse di uso generale quale sinonimo 
dell'intiera prima regione d'Augusto sì da surrogare quello di Lazio; ed ultimamente, 
per un cambiamento analogo a quello che troviamo in parecchi altri esempi, venne 
a designare la regione intorno a Roma che serba ancora al dì d'oggi il nome di 
Campagna di Roma. Il periodo esatto e il progresso del cambiamento non si possono 
rintracciare; esso fu compiuto al fermo al tempo dei Longobardi; ma, nella Tabula 
Peutingeriana, la Campania stendesi già dal Tevere al Silaro (Pellegrini, Discorsi 
della Campania, voi. i, p. 45-85). 



Campania 21 



Gli scrittori antichi non ci hanno tramandato che scarse informazioni intorno la 
caratteristica nazionale e le abitudini dei Campani durante il periodo della loro esi- 
stenza qual popolo indipendente, se ne eccettui alcune vaghe declamazioni risguardanti 
la loro mollezza. Ma un fatto in istrano contrasto con le suddette relazioni intorno 
alla loro effeminatezza e il loro carattere poco bellicoso si è quello che noi troviamo 
i Campani arruolati in gran numero quali raercenarii, principalmente dai despoti della 
Sicilia, ove li troviamo primamente sin dal 410 av. C, al servizio dei Cartaginesi 
(DioD., xni, 44-62) e successivamente di Dionisio il Vecchio. Ma non paghi di servire 
come semplici mercenarii i Campani stabilironsi nelle due città d'Etna e di Entella di 
cui tennero il possesso per un lungo periodo (Diod., xiv, 9, 58, ecc.). Oltre di ciò i 
mercenarii al servizio di Agatocle, che si resero sì formidabili sotto il nome di Mamertini, 
erano in gran parte d'origine Campana. 

È singolare che nei casi di Entella e di Messina noi troviamo codesti mercenari a 
rinnovare precisamente la medesima condotta proditoria, onde i Sanniti eransi impa- 
droniti in origine di Capua; ed anche una legione Campana, al servizio dei Romani, si 
rese rea del medesimo delitto e s'impossessò di Reggio coli' eccidio degli abitanti 
(Diod., xxii; Fram., i, 2). È probabile per altro, come osservò il Niebuhr (voi. in, p. 112), 
che questi formidabili mercenarii non fossero esclusivamente natii della Campania, ma 
reclutati eziandio fra i Sanniti ed altre tribù d'origine Sabellica ed Osca. 

In altri rispetti i Campani, per essere di una razza sì mista, erano probabilmente 
dotati di un carattere men particolare di quello dei Sanniti o degli Etruschi. Le opere 
d'arte scoperte nella Campania, ad eccezione di quelle appartenenti ad un periodo 
posteriore ed attestanti l'influenza romana, sono quasi esclusivamente greche. Le 
medaglie greche di Nola, del pari che i bei vasi dipinti scoperti colà in gran numero 
e tutti del più puro stile greco, provano che questa influenza non era punto l'istretta 
alle città lungo la costa. 

Dall'altra parte le iscrizioni sono quasi tutte latine ed osche e gli scritti sui muri di 
Pompei dimostrano che quest'ultimo linguaggio continuò ad essere in uso sino ad un 
tardo periodo. È certo fuor di dubbio, come osserva il Niebuhr (voi. i, p. 76), che fra gii 
avanzi rimanenti noi non troviam traccia del periodo del governo etrusco, quantunque 
questa circostanza non basti a guarentirci nell'accoglier l'opinione del dotto storico 
tedesco e rigettare intieramente le relazioni storiche del dominio etrusco nell'Italia 
meridionale. 

* 

Della configurazione generale della Campania abbiam già discorso. Il suo fiume 
più ragguardevole è il Volturno, che nasce nel monte della Rocchetta nel Sannio 
ed entra nella Campania presso Venafro; esso attraversa tutta la fertile pianura di 
Capua e formava il limite fra VAger Campanus, il territorio proprio di Capua, a sud, 
e VAger Falernus, a nord. È un fiume rapido e profondo, e Casilino, che ne signoreggia 
il ponte principale, dovette esser sempre un punto importante. 

Gli succede per importanza il Garigliano, il quale, formato dalla confluenza del Liri, 
proveniente dalla provincia d'Aquila, col Sacco, proveniente da quella di Roma, ingros- 
sato poi dalle acque del Rapido sotto Cassino, mette foce nel Tirreno presso Minturno. 

Fra i due correva il Savo, piccolo e pigro fiume (piger Savo, com'è chiamato da 
Stazio e Plinio), detto sempre il Savane, che ha la foce a circa 6 chilometri a nord 
di quella del Volturno. 

Pochi chilometri a sud dallo stesso fiume è il Clanio, che nasce nell'Apennino presso 
Avella, fiume più ragguardevole nell'antichità, ma le cui acque furon poi divertite in 
un canale artificiale detto il Lagno. II suo sbocco sta a 7 chilometri circa a sud-est 
della foce del Volturno e ad 8 da quello di un fiumicello che serve d'emissario al 



22 Parte Quarta — Italia Meridionale 



lago di Patria (l'antica Literna Palus) e che sembra si adtlimandasse anticamente 
Literno anch'esso. 

Il Sebeto, che bagnava le mura di Napoli, non è che il fiumicello che scorre sotto 
il ponte della Maddalena, un po' a est dell'odierna Napoli e noto perciò comunemente 
col nome di Fiume della Maddalena. 

Il Vesevis, mentovato da Livio (vin, 9) come scorrente non lungi dalle falde del 
Vesuvio, se non è identico al precedente, doveva essere un rigagnolo ora scomparso. 

Il Sarno, che nasce appiè dell'Apenuino presso la moderna città di Sarno, fra Nola 
e Nocera, è un fiume più ragguardevole, ed irriga tutta l'opulenta pianura a sud del 
Vesuvio {quae rlgat aequora Sarnus, Vma., Aen., vn, 758). 

Viene in seguito l'Irno, che scende dai monti di Solofra ed ha foce in mare presso 
Salerno; indi il Picentino, il Tusciano e, più ragguardevole di tutti, il Sele (antico Sil- 
laro), che nasce nei monti di Calabritto in provincia di Avellino e, ricevuti il Tanagro 
ed il Calore, scaricasi in mare a 26 chilometri al sud-est di Salerno, dopo avere attra- 
versata la pianura di Pesto. Si hanno in seguito i fiumi del Cilento, quali l'Aleuto, il 
Mingardo e il Bussento, tutti però di piccola portata. 

La pochezza dei fiumi dei dintorni di Napoli è dovuta in parte alla natura parti- 
colare del suolo vulcanico, il quale, come osserva Plinio (xviii, 2, s. 29), permette alle 
acque che scendono dalle montagne circostanti di filtrare a grado a grado nel terreno 
senza che si arrestino a formare corsi di qualche importanza. 

Le montagne principali della Campania furono gicà mentovate parlando in genere 
dell'Italia meridionale; solo qui ricorderemo il gruppo della Meta che la separa dal- 
l'Abruzzo, e quello del Matese che fa confine col Sannio. Il braccio dell'Apenuino, che 
separa i due golfi di Napoli e di Salerno ed ergesi sopra Castellammare ad un'altezza 
di 1443 metri, fu chiamato anticamente Mons Lactarius (Capiod., Ep., xi, 10) dai suoi 
pascoli abbondanti appartenenti alla vicina città di Stabia, che erano molto frequentati 
dagli invalidi desiderosi di guarire. Parecchi dei monti più piccoli appartenenti al gruppo 
vulcanico di cui monte Gauro era il principale, distinguevansi con nomi speciali, fra 
gli altri il Collis Leucogaeus, fra Pozzuoli e Napoli e il Mons Pausihjpus, o Posillipo, in 
vicinanza immediata di Napoli. 

Nei dintorni di Napoli si hanno parecchi laghetti dei quali l' Averne sta entro un 
cratere vulcanico; i rimanenti son meri stagni formati dall'accumularsi delle sabbie 
lungo le spiagge, il che impedisce il defluire delle acque fluviali. Tale si era la Literna 
Palus, presso la città omonima, detta ora lago di Patria; e YAcherusia Palus>, ora lago 
del Fusaro, un po' a sud di Cuma. Il Lacus Lucrinus, ora lago Lucrino, era semplice- 
mente una porzione di mare rinchiusa fra un'angusta diga apparentemente di costruzione 
artificiale, simile a quella parte del porto di Miseno che chiamasi ora Mare Morto. 

Le isole principali sulle coste della Campania, Aenaria (Ischia), Prochyta (Precida) 
e Capreae (Capri) furono già mentovate. Oltre codeste sonvi ancora altre isolette, meri 
scogli la più parte registrati per la loro prossimità alle floride città di Pozzuoli e di 
Napoli. La principale è Nesis, o Nisida, dirimpetto all'estremità di monte Posillipo, il 
quale è il cratere di un vulcano estinto che pare serbasse ancora nei tempi antichi 
alcune tracce della sua attività primitiva. Megaris, detta da Stazio Megalia (Silv., ni, 
1, 149), par sia la roccia occupata ora da Castel dell'Ovo entro Napoli; mentre i due iso- 
lotti ricordati dallo stesso poeta coi nomi di Limon e Eiiploea si suppone sieno i due 
scogli fra Nisida e il promontorio adiacente detti Scoglio del Lazzaretto e La Gajola. 

A sud del promontorio di Sorrento e dirimpetto al golfo di Posidonia, o golfo di 
Salerno, giacciono, a qualche distanza dalla spiaggia, alcuni scogli staccati e pittoreschi 
detti anticamente Sirenusae hisulae, od Isole delle Sirene, ed ora Li Galli. 



Campania 23 



Le città e i borghi antichi della Campania si possono clinumerar brevemente : 

1. Incominciando dalla frontiera del Lazio e procedendo lungo la costa, eranvi 
Viilturnum, alla foce del fiume omonimo, Liternum e Cumae; Misenum, adiacente al 
promontorio di Miseno, ed immediatamente entro di esso. Bauli, Baia e Pozzuoli, chia- 
mato in origine Dicaearcliia dai Greci. Procedendo di là intorno al circuito del Creder, 
golfo di Napoli, incontravansi le floride città di Napoli, Ercolano, Pompei, Stabia e 
Sorrento; oltre le quali noi troviam menzione di Retina, ora Resina, appiè del Vesuvio 
(Plin., Ep., VI, 16) e di Aequa, villaggio presso Vico a circa mezza strada fra Stabia 
e Sorrento (Sil. Ital.,v, 464). Ninno di questi due ultimi luoghi aveva il grado di città: 
erano inclusi nei villaggi popolosi, o vici, che incoronavano le spiagge di quel magnifico 
golfo e della più parte dei quali sensi perduti persino i nomi. 

2. Nell'interno della provincia, a nord del Volturno, stavano : Venafro, nell'alta 
valle del Volturno, la città più settentrionale della Campania, confinante col Lazio e col 
Sannio; Teano, alle radici delle montagne dei Sidicini e degli Aurunci; Suessa (ora 
Sessa), sul pendìo opposto del medesimo gruppo, e Cales (ora Calvi Risorta), sulla 
via Latina, fra Teano e Casilino. Nel medesimo distretto voglionsi collocare Trehula 
(Treglia), appiè del pizzo San Salvatore, al nord-est di Capua, rinomata pe' suoi 
vini; Forum Pompilii, la cui situazione è incerta; Urbana Colonia, ove Siila aveva 
fondata una colonia e che giaceva sulla via Appia, fra Sinuessa e Casilino; Cuedia, un 
mero villaggio, mentovato incidentalmente da Plinio (xiv, 6, s. 8) sulla medesima via 
Appia, a 9 chilometri circa da Sinuessa; Aurunca, l'antica capitale degli Aurunci, che 
cessò d'esistere di buon'ora e di cui alcune vestigia furono scoperte al sommo di un 
giogo detto La Serra o La Cortinella, a circa 8 chilometri a nord da Sessa. 

3. A sud del Volturno stavano Casilino, immediatamente sul fiume che dominava 
Capua; Calatia (Cajazzo), Atella, Acerra, Suessula (Sessola), Nola, Abella (Avella 
vecchia) e Nocera detta Alf aterna per distinguerla dall'altra omonima. Il sito di Tau- 
rania, che avea già cessato di esistere al tempo di Plinio (m, 5, s. 9), è ignoto affatto 
del pari che quello (VHi/rium o Hyrina, città nota soltanto dalle sue medaglie. 

4. Nel territorio dei Picentini (il quale, come fu già osservato, era compreso nella 
Campania nella designazione officiale della provincia), stavano Salerno e Marcina sulla 
costa del golfo di Posidonia (ora di Salerno) e Picentia nell'interno, sul fiumicello detto 
sempre Picentino. La città d'Eburi (ora Eboli), quantunque situata nel lato nord del 
Silaro, è assegnata da Plinio alla Lucania (in, 11, s. 16). 

* 

La Campania era traversata dalla via Appia, la principale strada maestra dell'Italia 
antica (vedi Lazio), la quale, a dir vero, non era stata spinta nella sua costruzione pri- 
mitiva per Appio Claudio che da Roma a Capua; il periodo in cui fu continuata da 
Capua a Benevento è incerto ma non potè scorrere prima del termine delle Guerre San- 
nitiche. Codesta strada conduceva direttamente da Sinuessa (Sessola, ultima città del 
Lazio), ove abbandonava la spiaggia del mare, a Casilino, e di là a Capua, donde prose- 
guiva a traverso Calatia o Cajazzo e Caudium (celebre per le Forche Caudine nel 
territorio Sannita) a Benevento. La via Appia entrava nel territorio Campano ad un 
ponte sul fiumicello Savo o Savone, a 5 chilometri circa da Sinuessa, detto perciò Pom 
Campanus {Itin. Hier., p. 611; Tab. Peut.). 

La via Latina, altra arteria antichissima ed importante, entrava nella Campania da 
settentrione e procedeva da Casiìium (San Germano) nel Lazio, per Teano e Cales, q 
Calvi, a Casilino ove innestavasi alla via Appia, ■ 



24 Parte Quarta — Italia Meridionale 



La linea che procedeva in direzione sud da Capila a Nola e da Nocera a Salerno, 
formava parte della grande strada maestra da Roma a Reggio, detta stranamente 
via Appia neW Itinerario di Antonino. Un'iscrizione esistente tuttora ricorda la costru- 
zione di codesta linea da Capua a Reggio di Calabria, ma il nome del costruttore andò 
sfortunatamente perduto ed è probabile fosse un pretore di nome Popilio. 

Oltre codesta, un'altra strada, registrata nella Tabula, conduceva direttamente da 
Capua a Napoli, e di là, per Eixolano e Pompei, a Nocera, ove raggiungeva la prece- 
dente; mentre un altro ramo se ne staccava a Pompei per seguitar la spiaggia del golfo 
a traverso Stabia sino a Sorrento. 

Finalmente, un'altra grande strada maestra costruita, come apprendiamo da Stazio 
(SiLv., IV, 3), dall'imperatore Domiziano, procedeva lungo la costa, da Sinuessa a Cuma 
e di là per Pozzuoli a Napoli. Per lo floride condizioni della Campania sotto l'Impero 
Romano non v'ha dubbio che tutte codeste strade continuarono ad essere frequentate 
sino ad un tardo periodo. Pietre miliari ed altre iscrizioni attestano i loro restauri 
successivi dal regno di Traiano a quello di Valentiuiano III (Mommsen, Inscr. Neap., 
pp. 340, 341) (1). 



(1) Rispetto alla topografìa della Campania veggasi Pellegrini, Discorsi sulla Campania Felice 
(Napoli 1771, in 2 voi.), molto superiori alla generalità delle opere dei topografi italiani. La sua 
autorità fu accettata in gran parie dal Romanelli nella sua Topografia istorica del Regno di Napoli, 
voi. HI. — Particolari più minuti della Campania occorreranno nella descrizione delle provincie di 
Napoli, Caserta, Salerno, Benevento e Avellino, clie compongono il suo compaitiniento territoriale. 



25 



PROVINCIA DI NAPOLI 



-A provincia di Napoli ha una superficie di 906 chilometri quadrati (1). La sua 



popolazione presente, giusta l'ultimo censimento del 31 dicembre 1881, era di 

1,001,245 abitanti e quella residente di 992,398. Alla fine del 1893 la popolazione 

presente venne calcolata in 1,125,350 abitanti (2), pari a 1242.11 per chilom. quadr. 

La provincia comprende i quattro circondari seguenti, suddivisi in 39 mandamenti 

e 69 comuni: 



CIRCONDARI 


Superficie 

in 

cliilomelri quadr. 

(0 


Popolazione 

presente 

al 

31 dicemljre 1881 


Popolazione 

calcolala 

al 31 die. 1893 

(2) 


Comuni 

al 

31 dicembre 1894 


NAPOLI 

GASORIA 

CASTELLAMMARE DI STABIA. . 
POZZUOLI 


222 
238 
282- 
164 


609,720 

138,179 

176,805 

76,541 


692,618 
150,201 
200,249 

82,282 


13 

Si3 
20 
13 



Confini, — La provincia di Napoli stendesi a semicerchio intorno al golfo di Napoli 
dalla punta Campanella a sud, al lago di Patria a nord, e confina dalla parte di terra 
a nord e nord-est con la provincia di Caserta (Terra di Lavoro) e ad est e sud-est 
con quella di Salerno (Principato Citeriore); dagli altri lati, vale a dire a sud e a ovest, 
è bagnata dal Tirreno. 

Coste. — Il Tirreno bagna adunque la provincia dal Iago di Patria alla punta 
Campanella e, dove si eccettui il tratto a nord sino al capo Miseno, il rimanente delle 
sue coste è tutta una plaga paradisiaca. Scorrendo la costa incontransi le rovine di 
Cuma e, passato il capo Miseno, si presenta la baia superba di Pozzuoli coli' isoletta di 
Nisida, Superato il capo di Posillipo, s'entra nel seno di Napoli : seguono San Giovanni 
a Teduccio, Portici, Resina, Torre del Greco, Torre Annunziata, Castellammare, finché si 
arriva alla riviera della penisola di Sorrento con le rade di Vico Equense, di Meta, di 
Massalubrense, e per ultimo alla punta Campanella. Queste le coste continentali della 
provincia di Napoli alle quali voglionsi aggiungere quelle delle isole di Capri a sud, 
di Nisida, Precida, Vivara, Ischia, Ventotene e Santo Stefano a ovest. 

Promontorii. — 1. Il classico Capo Miseno in tufo, di un circuito di 3.5 chilometri e 
in forma di piramide o tomba, suggerì a Virgilio l'idea di farvi seppellire Miseno, scu- 
diere di Ettore e compagno di Enea, che vi morì per gelosia di un Tritone sfidato da 
lui a suonar la conca marina. Enea gli fece funerali solenni e il monte o Capo 

D'aereo il nome 
Fino allor ebbe ; ed or da lui nomato, 
Miseno è detto e si dirà mai sempre. 

(1) Vedasi l'Annuario statistico itatiano 1894. 

(2) La cifra della popolazione è slata calcolata, per i singoli circondari, in base all'aumento veri- 
ficatosi fra gli ultimi due censimenti, supponendo cioè che dal 1881 al 1893 l'accrescimento annuo 
della popolazione dei sìngoli circondari sia stato uguale a quello dal 1871 al 1881. 

4 — La Patria, voi. IV. 



20 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Qui sorgeva l'antica città di Miseno, rivale di Baia per le morbidezze come oggidì 
per lo squallore. Il pendìo settentrionale di capo Miseno è ora coltivato; lungo la strada 
che mena sino alla chiesa di Casaluce (Miseno) incontransi una quantità di ruderi 
antichi. Sulla vetta (alta 168 m. dal livello del mare) spuntano fra le vigne le rovine 
di una torre medievica. Nel pendìo meridionale si vedono un castello medievico ed un 
Faro moderno. Il panorama da quell'altura è uno dei piiì stupendi ed originali di quella 
magnifica costa, è l'ideale di un rilievo dei due golfi e delle isole. Nel lato occiden- 
tale veggonsi gli avanzi di un antico serbatoio d'acqua, detto Grotta Dragonara, la cui 
vòlta tonda è sorretta da dodici grossi pilastri in quattro ordini. Questa grotta formava 
parte della vicina villa di Lucullo, in cui morì Tiberio e di cui scorgonsi i ruderi fra 
le grotte e il teatro. A nord-ovest ergesi scosceso il monte di Precida, monte tufaceo, 
vestito di vigneti. 

Il tratto di spiaggia che stendesi sino al monte di Precida addimandasi Miliscola, 
corruzione di Militam scJwIa, per l'addestrarsi che vi facevano i soldati della squadra 
negli esercizi guerreschi. Oltre Miliscola sono gli avanzi dell'antica città di Miseno, 
distrutta dai Saraceni, che doveva giungere sino al luogo detto l'orre di Cappella. Il suo 
sepolcreto s'incontra immediatamente dopo nel cosidetto Mercato del Sabato ed un 
Circo, di cui parlano i vecchi scrittori napoletani, doveva trovarsi nel trivio. Miseno 
fu la stazione della squadra romana non solo sotto Augusto, che vi aveva fatto costruire 
il nuovo porto, ma anche sotto Tiberio che vi accolse le navi rostrate. 

Su quella classica spiaggia avvenne un fatto memorabile. Sesto Pompeo, figlio di 
Pompeo Magno, aveva inceppato e distrutto con la sua squadra ogni commercio con 
lloma, ridotta alla fame. II popolo insorse e costrinse Ottavio e Marco Antonio a trattar 
la pace. I tre rivali convennero su questa spiaggia, nel punto detto ora lo Schiavane, 
specie di piccolo promontorio vulcanico che si addentra nel golfo a pie del suddetto 
monte di Precida. Nel mare stava ormeggiato il naviglio di Pompeo e sulla spiaggia 
erano schierate le legioni dei Triumviri. Altri crede con maggior probabilità che 
l'abboccamento seguisse sul molo fra il mare e il porto. 

Le condizioni della pace furon presto dibattute e fermate. I contraenti si strinsero 
la mano e abbracciaronsi fra le grida d'entusiasmo e di giubilo così in terra come in 
mare. Il giovine Pompeo convitò Ottavio ed Augusto sulla sua nave. Fu allora che 
Mena, curvandosi all'orecchio di Pompeo, gli bisbigliò : Vuoi tu con un colpo divenir 
padrone del mondo? E gli fé' cenno di tagliar la gomena e salpare. E a lui Pompeo: 
Dovevi farlo e non dirlo ! Il dì seguente fu restituito il banchetto a Pompeo, e fu sta- 
tuito che il giovane Marcello avrebbe impalmato sua figlia. Ma l'ambizione di Ottavio 
mandò a monte ogni cosa. Riarse la guerra e, quantunque Ottavio rimanesse più volte 
sconfitto sul mare, la sua costanza superò tuttavia ogni ostacolo frapposto dall'avversa 
fortuna finché Sesto Pompeo fu vinto da Agrippa ed ucciso a Mileto. Di Miseno e di 
molti altri classici luoghi tratteremo più largamente nel circondario di Pozzuoli. 

2. Promontorio m Posillipo. — Si avanza in mare fra il golfo di Pozzuoli e quello 
di Napoli per porgere un sollievo alla malinconia, secondo significa il suo nome greco. 
La strada nuova di Posillipo, che costeggia in prima il mare e sale quindi a poco a 
poco contornando il piovente sud del promontorio, fu incominciata dalla parte di Napoli 
nel 1812 sotto il governo di Murat e compiuta nel 1823. È fiancheggiata da molte ville 
e vi si gode della veduta di un panorama stupendo, comprendente i Campi Flegrei, 
l'isola di Nisida, i seni di Baia e di Pozzuoli, del mare solcato primamente dai Pelasgi, 
e dei lidi esplorati dagli Argonauti, da Ulisse e da Enea. Il genio di Omero e di Virgilio 
vi aleggia tuttora; Palinuro, le isole delle Sirene, Baia, Miseno e Gaeta conservano 
sempre i loro nomi antichi. 

Al principio della strada, a destra, è la villa Angri e quindi a sinistra, a 12 minuti 
dalla chiesa in riva al mare, sono le rovine pittoresche del palazzo di Donn'Anna. 



Provincia di Napoli 



27 




Fig. 1. — Abitazioni moderne di trogloditi a Posillipo. 



* 



La strada lascia quindi la marina e sale continuamente facendo il giro del promon- 
torio. A sinistra ha splendide ville, fra le altre: villa Cottrau, che scende sino al mare, e 
villa Rendell, che un'iscrizione all'ingresso dice ultima dimora invernale di Garibaldi. 

A 25 minuti dal Frisio, di là di una chiesa a destra della strada e con sopra la porta 
un rilievo della Madonna, una strada rotabile scende al capo di Posillipo, passando 
dalla villa Delahante. Piti oltre, sull'altura a destra, è l'enorme mausoleo del signor 
Matteo Schilizzi, in istile egizio. La chiesetta di Santa Maria del Faro in vicinanza 
occupa il luogo di un faro antico ed offre una veduta magnilica di Napoli. La grande 
strada sale ancora per 12 minuti. In alto, non lungi dalle ville Thalberg e Sansouci, 
sbocca a destra la strada Patrizi. In mezz'ora un bel sentiere conduce di là alle capanne 
peschereccie di Marechiaro anticamente detto Marochiano da Mareplanum, che forse 
fu la sua prima denominazione, non lungi dagli avanzi della villa Pausilypiim. La strada 
traversa più lungi una trincea profonda ed arriva, in capo a 5 minuti, a un belvedere 
con una superba veduta di Bagnoli, di Camaldoli, Pozzuoli, Baia ed Ischia. 

Scendendo a ovest dal promontorio è l'ingresso del tunnel detto Grotta di Sejano, 
sotto Posillipo, lungo 900 metri. È quel medesimo perforato, al dire di Strabene, 37 anni 
av. C, da Cocceio Nerva, quando Agrippa fondò il porto Giuliano nel lago Lucrino. 
Erroneo adunque è il nome di Grotta di Sejano, come quella che risale ad un tempo 
assai anteriore a quello del famigerato favorito di Tiberio, ed un'iscrizione rammenta 



^8 Parie Quarta — Italia Meridionale 



il SUO restauro nell'anno 400 sotto l'imperatore Onorio. All'estremità est, sopratutto 
presso la punta della Gajola, superbe vedute delle isole di Nisida, Precida, Ischia e 
Capri, del golfo di Napoli e del mare. 

Sull'altura a destra incominciano a comparire gli avanzi della suddetta villa Pausi- 
lypon, villa di Lucullo, che fu poscia di Vedio Pollione e di Augusto; essi sono 
disseminati sul declivio delle colline e, lungo la spiaggia sino all'isoletta di Nisida, 
coperti di mirti, di ginestre e di lentischi. Divenuto Vedio Pollione, dopo lunghi anni, 
padrone di questa villa di Lucullo, costumava — dice la tradizione, alla quale si può 
anche non credere — nudrire col sangue e le carni de' suoi schiavi affogati nei vivai 
quelle enormi murene che lasciavansi vivere sin GO anni e che abbondanvi anche ai dì 
nostri. Molti edilizi furono scoperti in quella grandiosa e sontuosissima villa: un teatro, 
un odeone, una basilica, terme, ninfei, portici, gallerie e, nel 1838, un gruppo marmoreo 
de' più bei tempi della scultura greca. 

Grotte numerose e succedentisi lungo la marina addentransi per lungo tratto nel 
promontorio di Posillipo ed una sala circolare, con nicchie per riposarsi, chiamasi ancora 
la Scuola, o piuttosto lo Scoglio di Virgilio, tanto popolare in quei luoghi, il quale non 
è altro per avventura che un tempio antico della Fortuna o di Venere Euplea a cui gli 
antichi navigatori facevano sacrifizi dopo un viaggio felice. La diramazione sud-ovest 
di Posillipo addimandasi Ccqw Coroglio e in faccia ad esso sorge dal mare l'isoletta 
rocciosa di Nisida. 

3. Punta Campanella. — Terzo promontorio della provincia di Napoli. Movendo 
da Massalubrense, si arriva in poco d'ora per Santa Maria a Termini appiè del monte 
San Costanzo (498 m ), il piìi eccelso della parte anteriore della penisola, con in 
vetta un eremitaggio. Oltre Termini la strada scende grado grado verso l'estremità 
della penisola, alla punta Campanella (alta 47. m.) così detta modernamente dalla 
campana della torre di guardia costruita sotto Carlo V per far la gente avvisata del- 
l'arrivo dei corsari. Questa punta rocciosa, nuda e solitaria, che separa la baia o il golfo 
di Napoli da quello di Salerno, è illuminata da un faro ed offre una veduta deliziosa sul 
mare, sulle coste e sull'isola di Capri, discosta appena 5 chilometri. Dietro il faro sono 
ruderi cospicui di una villa romana. 

La punta Campanella è il celebre promontorio di Minerva dell'antichità, così 
detto da un tempio di Minerva situato su quella vetta, e fondato, al dir di Strabene 
(v, p. 247), da Ulisse. Nel lato sud del promontorio e alla distanza di 8 chilometri dalla 
punta estrema sorgono dal mare alcuni isolotti rocciosi detti i Galli, in cui la tradizione 
pose la dimora delle Sirene, denominandoli Sirenusae Insulae(Toh.,ìn,\, § 90; Strab.,v, 
p. 247). Dalla prossimità di codesti isolotti il promontoi'io stesso fu spesso chiamato, 
sempre secondo Strabene, Promontorio delle Sirene; ma tutti gli altri scrittori gli danno 
il nome di Promontorio di Minerva; e nel lato verso Sorrento sorgeva un tempio vene- 
ratissimo delle Sirene come affermano concordemente Strabene, Plinio, Ovidio, Livio 
ed altri scrittori. Tacito {Ann., iv, 67) dà al promontorio il nome di Surrentinnm Pro- 
montorium per la sua vicinanza alla città di Sorrento da cui non dista che pochi chilo- 
metri, e Stazio altresì parla del tempio di Minerva come situato in vertice Sitrrcntino. 

Il promontorio di Minerva o la punta Campanella, è un punto d'importanza nella 
linea costiera d'Italia: ragione per cui lo troviamo scelto nel 181 av. C. qual punto di 
limitazione o separazione per le due squadre destinate a spazzar dal mare i pirati: 
una proteggeva le coste di là sino a Marsiglia, l'altra quelle a sud sino all'ingresso nel- 
l'Atlantico (Liv., XL, 18). Nel 36 av. C, porzione della squadra di Augusto sotto Appio 
Claudio, veleggiando dal capo Miseno alla volta della Sicilia, fu sopraccolta sulla punta 
Campanella da una fiera tempesta che le cagionò gravi danni (Afflano, li. C, v, 98). 
È ricordata anche da Lucilio (Sat., ni) qual punto importante nel suo viaggio lungo la 
costa d'Italia. 



Provincia di Napoli 29 



Isole. — La provincia di Napoli è ricca d'isole importantissime come Ischia e Precida, 
che descriveremo nel circondario di Pozzuoli, e Capri che ritroveremo in quello di 
Castellammare di Stabia. Le isole minori di Ventotene (132 chilom. quadr. e 1357 ab.), 
di Santo Stefano (0.29 chil. quadr. e 898 ab.), di Vivara unita a Procida (con insieme una 
superficie di 4.07 chil. quadr. e 9802 ab.) e di Nisida (0.31 cliil. quadr. e 1202 ab.), 
appartengono anch'esse al circondario di Pozzuoli ove ne tratteremo distesamente. 

Laghi. — Uno dei laghi più prossimi al golfo di Napoli, rinomatissimo nell'antichità 
e che troveremo nel circondario di Pozzuoli, è il famoso lago Lucrino fra Baia e Pozzuoli, 
anticamente laguna vantata per le ostriche, collegato all'altro lago d'Averno ed al mare 
da Agrippa (Julius Portus). L'emersione del monte Nuovo, nel 1538 lo separò di bel 
nuovo dal lago d'Averno ed ora, assieme alle ostriche, contiene una specie assai ricercata 
di pesci, detta Spigola che è il Lupus dei Romani. Esso ha un perimetro di ettari 1 .5 circa. 

Il lago d'Averno, di cui Virgilio, uniformandosi alle antiche leggende, aveva fatto 
l'ingresso all'inferno, ha un perimetro di 3 chilometri circa e una profondità massima di 
33 metri. Le sue acque chiare e pescose riempiono un antico cratere che nulla ha più 
di spaventevole e non esala più gas mortiferi sì che gli uccelli acquatici volano senza 
pericolo sopra di esso e percorrono incolumi le sue sponde. E anch'esso sarà da noi 
descritto nel circondario di Pozzuoh. 

Il mare Morto, con un perimetro di metri 3200 e m. 1.50 di profondità, nel territorio 
dell'antica Baia, divenne, dopo che il Lucrino fu interrato ai tempi d'Augusto, il ricovero 
della squadra romana custode del Mediterraneo. Qui si trovava il gran Plinio quando, 
sovraccolto dalla memorabile eruzione vesuviana del 79 dell'era nostra che seppellì 
Pompei e le città adiacenti, perì asfissiato in un nembo di ceneri, di lapilli e di zolfo. 

Il Fusaro, l'antica Acherusia Fulus, anch'esso in quel di Baia, di metri 4000 di 
perimetro e metri 3 di profondità media, serba ancora nella sua foce l'antico canale 
romano. Celebre anch'esso per le sue ostriche e pe' suoi pesci, ha intorno rovine di ville, 
di peschiere, di sepolcri e vi si dissotterrano non di rado monete, vasi vitrei, iscrizioni 
ed oggetti antichi. 

Il lago di Licola o Fossa di Nerone, caccia regia in Pozzuoli e finalmente il lago 
di Patria, con un perimetro di chilometri 6.3 bonificato in parte. 

Fiumi e Torrenti. — La provincia di Napoli, ricca di formazioni vulcaniche, è 
povera d'acque, e il fiume principale che la bagna è il Sarno, che nasce presso Sarno 
nella provincia e circondario di Salerno: corre da prima da nord a sud, indi piega a sud- 
ovest, passa per Scafati e si scarica nel golfo di Castellammare fra Castellammare e Torre 
Annunziata. L'odierna sua foce è a breve distanza a sud-ovest da Pompei (chil. 2.5), ma 
sappiamo che anticamente scorreva sotto le mura di questa sepolta città ed entrava 
in mare vicino alle sue porte. Il cambiamento nel suo corso fu prodotto, non ha dubbio, 
dalla grande catastrofe del 79 di C, che seppellì Pompei ed Ercolano. 

Virgilio (Aen., \ii) parla del Sarno come scorrente in una pianura: 

Sarrastes populos et quae rigat aequora Sarniis, 

E Stazio (Silv., Il, 9,): 

Nec Pompeiani placeant magis etiam Sarnì. 

Secondo Strabone, Plinio, Tolomeo e Svetonio era navigabile e serviva all'esporta- 
zione e all'importazione in Pompei. Vibio Sequester dice che derivava il nome in un 
coU'origine da una montagna detta Sarus o Sarnus, identica evidentemente alla stessa 
che ergesi sopra la moderna città di Sarno e che chiamasi tuttora moìite Saro o Sarno. 
Una delle fonti principali del Sarno sgorga infatti alle falde di codesto monte ed è 
tosto raggiunta da alcuni influenti. 

Secondo una tradizione a cui allude Virgilio nel verso succitato, le sponde del Sarno 
e la pianura che percorreva erano abitate anticamente da un })opolo detto Sarrastes, 



30 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Pelasgi stabiliti in questa plaga d'Italia ove fondarono Nocera e parecchie altre città 
(CoNON, ap. Serv., ad Aen., I. e). Ma il loro nome par scomparisse affatto nel periodo 
storico; e noi troviamo Nocera occupata dagli Alfaterni, razza Osca o Sabellica. 

Il Sarno, che anima molti opifici lungo le sue sponde, fu bonificato in parte e reso 
navigabile alle piccole barche. Fra 1 lavori eseguiti contansi cinque ponti in ferro per 
strade comunali, ed uno sul vicino canale Bottaro, più un grandioso ponte in pietra e 
mattoni. Fu aperto inoltre un canale di navigazione lungo 236 metri dalla diga di Eosa 
a quella di San Severino. 

Il Sebeto, o rio della Maddalena 

Quanto ricco d'onor povero d'onde 

nasce nei colli a maestro di Nola e si versa nel golfo di Napoli poco dopo il ponte della 
Maddalena nella parte più orientale della metropoli partenopea. Nel luogo detto Bulla 
VùUa, a 8 chilometri da Napoli, forma un laghetto o stagno, e alla cosidetta Casa del- 
l'Acqua si divide in due rami, uno de' quali va a Napoli lungo acquedotti detti Fannaìi, 
per cui anche il rimanente del corso d'acqua addimandasii^'aMue/Zo o Farnello. L'acqua 
dell'altro ramo giova all'irrigazione degli orti, cotalchè il fiume arriva per solito molto 
assottigliato al mare. Anticamente il. Sebeto menava acque assai copiose, ma esse 
scompaiono ora in gran parte per sotterranei condotti formati da un'eruzione vesuviana. 

Dei torrenti che solcano la provincia di Napoli, citeremo quello dei Camaldoli, lo 
Spirito Santo, il Purgatorio, il Leone e il Palomba. 

Monti. — Il sistema di monti e di colli della provincia di Napoli appartiene alla 
catena secondaria di monte Calvello, o Subapennino Napoletano, che staccasi da monte 
Calvello e va in prima verso ovest, ma giunta, dopo breve tratto, alle fonti del Sarno, si 
divide per proseguir verso sud-ovest e si adima assai verso Nocera e Cava: rialzandosi 
poi in una lunga e angusta penisola composta dei monti di Castellammare e di Sorrento 
(monte Sant'Angelo 1443 ni.) interposta fra il golfo di Napoli e quello di Salerno, va a 
metter capo alla punta Campanella suddescritta per continuare anche sotto il mare 
per poi formare l'isola di Capri. 

L'altro ramo piega invece a nord ovest ma, giunto presso Avellino, dividesi di bel 
nuovo e manda fuori verso ovest una serie alternata di monti e di avvallamenti che 
va diritta verso il golfo di Napoli e finisce alla punta di Cancello. A completare l'oro- 
grafia della provincia concorrono i monti vulcanici, a cominciare dal Vesuvio che si 
erge a 1282 m. nel centro della costa del golfo di Napoli; quindi la regione dei Campi 
Flegrei che, contornando a nord questo golfo, con alterno abbassarsi e sollevarsi, va 
a terminare a capo Miseno proseguendo anche in mare con le isole di Procida, d'Ischia 
e di Vivara, dopo formati a nord i vulcanici monti Cumani. Le alture principali di 
codesto gruppo sono: monte Epomeo, o San Nicola (792 m.) nell'isola d'Ischia, la collina 
dei Camaldoli (458 m.), Sant'Elmo (224 m.), Posillipo (170 m.) e Capodimonte (152 m.) 
coU'Osservatorio astronomico. 

Campi Flegrei (fig. 2). — Il nome di Campi Flegrei (-rà <I)XeY(;ata iiecia.) fu dato dai 
Greci alle fertili colline della Campania, segnatamente a quelle in vicinanza di Cuma. 
L'origine del nome era probabilmente connessa ai fenomeni vulcanici della regione 
adiacente che diedero origine alla favola dei giganti sepolti sotto di essa (Strab., v, 
p. 245; DioD., v, 71), quantunque altri, fra cui Polibio (in, 91), derivino codesto nome 
dalle guerre frequenti di cui fu il teatro nei primi tempi questa parte d'Italia a cagione 
della sua fertilità prodigiosa. 

Descriviamo col Marmocchi alcuni dei più celebri luoghi dei Campi Flegrei ed alcuni 
dei fenomeni naturali più sorprendenti che vi si osservano. 

1. Traversata la grotta, o meglio il foro di Posillipo a ovest di Napoli, si pon piede 
in una pianura feracissima, trascorsa la quale per un miglio e mezzo si ascende a destra 



Provincia di Napoli 



31 



all'orlo di un cratere antico di vulcano il cui fondo era occupato dal lago di Agnano, 
ora prosciugato. A sinistra e a destra della strada, a cento passi dal lago, trovansi 
le Stufe di San Germano e la celebre Grotta del Cane. Le prime sono cavernette, 
nelle pareti interne del labbro del cratere poco sopra il livello dell'antico lago, dalle 
quali esala un caldissimo vapore sulfureo, raccolto per la cura dei gottosi e reumatici 
negli ospedali di Napoli. 

2. Grotta del Cane, a circa 100 passi a est dalle Stufe ed assai più maravigliosa, 
consiste in una cavernetta naturale nel tufo vulcanico antica, sì che Plinio la descrive 




Fig. 2. — Pianta topografica dei Campi Flegrei. 



fra le spiracula et Scrobes cJiaroneae mortiferwn splritiim exhalantes. Dalle pareti 
infatti e dal pavimento esala continuamente vapore misto a gas acido carbonico, il 
quale, per la sua maggiore gravità specifica, si accumula in fondo e scorre per l'uscita 
leggermente elevata. La parte superiore della cavernetta è perciò libera dal gas, 
mentre il pavimento ne rimane intieramente coperto. Un uomo in piedi può i)er conse- 
guenza entrare senza timore e pericolo; non così un cane ad esempio od altro animale 
di bassa statura, che per effetto del gas suddetto in pochi minuti vi resta come 
asfissiato; ma poco stante si caccia fuori e il cane è così assuefatto a questo esperi- 
mento, sic sine morte mori, che ne diviene indifferente. Non occorre osservare che 
un lume si spegne nel gas mefitico per mancanza di ossigeno. 

3. Solfatara. — Situata fra Astroni e il mare sulla strada di Pozzuoli e separata 
dalla spiaggia da un monticello vulcanico anch'esso. Si pone piede nell'interno per una 
fenditura nell'orlo del cratere, prodotta da qualche tremuoto o piuttosto dalla pressione 
della lava bollente ed erompente, dacché la Solfatara è evidentemente il residuo di 
un vulcano di cui crollò la vetta. 11 cratere è poco fondo e, dissomigliantemente agli 
altri vulcani, non è nel niezzo a foggia d'imbutOj ma piano; l'orlo o il labbro che dir 



Parte Qunila — Italia Meridionale 



SÌ voglia, composto di tufi rossi e gialli e di antiche scorie, ma vestito in qualche punto 
di piante, è alto forse 40 piedi sul piano interno del vulcano che è in forma elittica 
lungo 298 metri e largo 253. 

Nel piano e nei punti ove il terreno alluminoso e sulfureo non è troppo caldo, 
vegetano del pari erbe ed arbusti; anzi qua e là il terreno è coperto di macchie di 
castagni, corbezzoli, mirti e da cespi di scopa. Ciò non di manco l'idrogeno solforato, 
che incessantemente esala dalle crepe innumerabili del suolo in forma di gaz, dà luogo 
alla formazione di fragili, scherzosi cristalli di solfo, i quali s'appiccicano ai sassi estratti 
dai pozzi poco fondi, dai quali estraesi la sottostante terra allumifera, e a tutti i corpi 
sui quali può condensarsi. Queste esalazioni chiamansi fumaroli, e rispetto ad esse 
bisogna star sempre sopravvento altrimenti mozzano la respirazione : ma quando 
l'atmosfera è calma e pura, i fumaroli ergonsi in dense colonne vorticose candide come 
neve, espandendosi via via che si innalzano e dissipandosi poi nello spazio senza 
appannare l'azzurro del cielo. Ad una certa altezza dal piano l'orlo del cratere è 
coperto di efflorescenze solfuree aranciate ed evanescenti. L'incendio eterno della Sol- 
fatara è così prossimo alla superficie del suolo che quasi in ogni dove, ma principal- 
mente a est, se scavasi una buca di profondità mediocre, non vi regge la mano pel 
gran calore. Tutto il piano altro non è che la cupola di una vòlta ricoprente vani sot- 
terranei ; il suolo rintrona sotto il passo o sotto il colpo di un sasso o di un bastone 
e facilmente in qualche punto sprofonda, ond'è che i sentieruoli che conducono sicuri 
alle allumiei'e e ai solfizi sono tortuosissimi. 

Tal si è il vulcano semispento della Solfatara nota sin da tempi più remoti, detto 
dai Romani Forum Vulcani e descritto stupendamente dalla magica penna d'Annibal 
Caro in ima delle famose lettere alla quale rimandiamo il lettore. Oltre l'allume e 
l'ammoniaca la Solfatara somministra all'industria gran copia di zolfo che si raccoglie 
per sublimazione. Molti scrittori, fra cui Petronio, Strabene e Silio Italico, parlano delle 
antiche eruzioni di questo vulcano; ma l'unica di cui si abbia una chiara rimembranza 
fu l'ultima del 1190, quando eruttò lave e lapilli in tanta copia che tutta la regione 
circostante ne rimase devastata. 

11 Lucrino e il Fusaro, laghi celebri nella mitologia di Averne (che ritroveremo nel 
circondario di Pozzuoli), sebbene creduti ancor essi crateri di vulcani spenti, non sono 
in realtà che porzioni di mare tagliate fuori da dighe naturali. L'unico cratere tuttora 
attivo nella provincia è il Vesuvio che descriveremo ampiamente nel circondario di 
Napoli. Fra il Vesuvio e l'Ischia contansi ben G9 crateri fra spenti e semispenti, dei 
quali i principali sono il monte San Nicola od Epomeo nell'isola d'Ischia, la cui ultima 
eruzione avvenne sotto Carlo II di Angiò, Pianura, Agnano, monte Gauro o Barbaro, 
Astroni, Solfatara, monte Nuovo, Seccavo e Santa Maria del Pianto. 

4. Astroni. — Una strada di circa un chilometro conduce in direzione nord-ovest 
dal lago d'Agnano agli Astroni, il più ampio e il più perfetto dei crateri vulcanici nei 
Campi Flegrei. Servì per molti anni di riserva di animali per le regie caccie e intorno 
all'orlo fu rizzato un muro per impedirne la fuga. L'orlo, di un circuito di ben G chilo- 
metri, non è interrotto che da un'apertura artificiale per l'ingresso. Ripida la salita, 
ma praticabile in vettura. L'interno è vestito d'elei magnifici e di altri alberi forestali 
che offrono una bellissima scena, segnatamente in primavera. Una discesa di circa 
200 metri conduce al piano del cratere antico cinto da una via carrozzabile. All'estre- 
mità sud havvi un laghetto abbastanza profondo. 

Nel 1452 Alfonso I diede in questo cratere una gran festa in occasione degli sponsali 
di sua nipote Eleonora di Aragona coU'imperatore Federico III. Narra il Pontano che 
vi assisterono 30,000 persone, che i vasi d'oro e d'argento adoperati nel servizio avevano 
il valore di 150,000 ducati d'oro e che scorrevano del continuo rigagnoletti e cascatelle 
di vino. L'ultima scena dello spettacolo fu una caccia notturna al chiaror delle torcie. 



Provincia di Napoli 33 



La collina degli Astroni porge uno dei più belli esempi di cratere vulcanico. I suoi 
fianchi sono formati da letti di tufo vulcanico resistente, nel centro del cratere è un 
raonticello di lava trachitica, e nel suo lato est un'altra massa della medesima roccia. 
5. Monte Nuovo (fig. 3). — Fra i due laghi d'Averno e Lucrino, di origine rela- 
tivamente recente (1538), ergesi questo tronco di cono alto circa 140 metri, di cui 
ristoria ci fu tramandata da quattro testimoni dell'eruzione: Marcantonio delli Falconi, 
Pietro Giacomo di Toledo, Simone Porzio e Francesco di Nero (1). 

Sembra che dal 1536 al 1538 i dintorni di Napoli fossero scossi da frequenti 
tremuoti. Nel settembre del 1538 essi succederonsi con rapidità spaventosa e il dì e 



Fig. 3. — Il Monte Nuovo presso Pozzuoli. 

la notte del 28 le scosse sommarono a piiì di 20 sollevando l'intiera costa da Miseno 
a Coroglio in modo che il mare si ritrasse, dicesi, più di 200 passi dall'antica linea 
costiera lasciando una grande quantità di pesci morti sulla spiaggia innalzata per tal 
modo dal livello primitivo del mare. Nell'istesso tempo l'antico tufo vulcanico, che forma 
la roccia fondamentale della regione, sprofondò formando un golfo da cui sgorgò acqua 
fredda in prima e poi calda. A ciò tennero dietro il 29 densi volumi di vapori onusti 
di lapilli e ceneri pumicee che condensate in aria caddero in rovesci di melma nera 
la quale giunse sino a Napoli allagando nel passaggio Pozzuoli. 

Il mattino del 30 a buon'ora il carattere dell'eruzione cambiò improvvisamente. 
L'ejezione od il getto dell'acqua calda e della melma cessò; e la bocca del nuovo 
cratere vomitò, con un fragore simile a quello del tuono, masse di ceneri e di pomici 
roventi. Due dei suddetti testimoni affermano che « molti dei massi eruttati erano più 
grossi di un bove e ch'essi erano lanciati all'altezza di oltre 1000 metri dall'orifizio 
in cui ripiombavano in gran parte. Le ceneri leggiere erano in tal quantità che copri- 
rono in breve tutto il paese adiacente e nembi di esse furono trasportati persino in 
Calabria. L'atmosfera era satura di gas così nocivi che gli uccelli cascavano morti ed 
animali di varie specie davansi volontariamente in preda all'uomo >. 



(1) La relazione dei due primi, ora fra le rarità della letteratura italiana, si conserva nella 
biblioteca del Museo Britannico a Londra. Quella del terzo testimonio è rara nella sua edizione sepa- 
rata dal titolo: De Coiiflagratione Agri Pulcolani, ma è inclusa nella raccolta dei suoi scritti. Quella 
del quarto testimonio trovasi tradotta nel Quarlerhj Journal della Società Geologica di Londra. 
Tutti quattro i testimoni concordano sui punti principali dell'eruzione con leggiere varianti nei 
particolari. 

5 — La Patria, voi. IV. 



34 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Il terzo giorno cessò l'eruzione dopo di aver formato colle ejezioni accumulate il 
monte Nuovo alto 140 metri dal livello del mare e della circonferenza di ben 3 chi- 
lometri, coprendo intieramente il villaggio di Tripergola, contenente una villa dei 
re d'Angiò, un ospedale e bagni eretti da Carlo II, le rovine della villa di Agrippina 
in vicinanza, il canale costruito da Agrippa per mettere in comunicazione i due laghi 
d'Averno e Lucrino e colmato più che a mezzo quest'ultimo. Il viceré Toledo salì 
durante il giorno sul monte Nuovo e vi trovò un cratere circolare di 536 metri di 
circuito < in mezzo al quale le pietre bollivano come in enorme caldaia >. 

Il quarto giorno il cratere ricominciò a vomitar ceneri e pietre e di bel nuovo il 
settimo giorno in cui parecchie delle persone ch'erano andate a visitare il monte rima- 
sero uccise. Con questa scarica l'attività del cratere rimase esausta e il vulcano non 
diede in seguito più segno di vita. 

Monte Nuovo ha ora la forma di un cono tronco con una depressione nel labbro 
meridionale che scuopre la parte superiore del cratere. La superficie esterna, che sino 
al termine del secolo scorso era coperta di scorie senza traccia di vegetazione, è ora 
vestita di verdura e di arbusti. Internamente il cratere è una cavità continua senza 
fessure, della circonferenza di circa 400 metri, e profonda quasi quanto è alto il cono. 
In fondo son due o tre piccole caverne e nei fianchi veggonsi letti di tufo sporgenti 
ad angolo di 20° composti di deiezioni vulcaniche incoerenti e contenenti masse di 
pomice e di tufo trachitico innestato e di data più antica. La superficie del monte è 
coperta di una fitta massa di lava trachitica eruttata a frammenti e che pare formi 
una massa continua solo verso l'estremità sud-ovest che sopraggiudica il canale dal 
lago Lucrino a quello d'Averno. 

Acque Minerali. — La provincia di Napoli abbonda di acque minerali e termali 
frequentatissime. Citeremo anzitutto le acque idro-solfurate di Santa Lucia, del Chia- 
tamone e dei Bagnoli nel territorio di Napoli. In quello di Pozzuoli va rinomato il 
grande stabilimento di bagni termo-minerali con pensione, stazione climatica, casa 
di salute aperta tutto l'anno; in questi bagni va soprattutto rinomata la sorgente 
detta del Cantarello scoperta sino dal 1666. Lo stabilimento appartiene ora al signor 
Pisano Verdino. 

Non meno celebre e frequentato è il grande stabilimento di bagni ed acque minerali 
di Castellammare di Stabia, con bagni caldi e freddi. Le più raccomandate sono V Acqua 
media, per gli ingorghi di vari organi, V Acqua del Muraglione, purgante efficacissimo, 
V Acqua acidula o Acetosella e V Acqua di San Vincenzo, ottime acque da tavola vale- 
voli nella inappetenza e in parecchi altri incomodi, e di cui si fanno spedizioni in bot- 
tiglie e in cassette. È anche notevole V Acqua Vesuviana Nunziante scoperta nel 1831 
dal marchese Nunziante a Torre dell'Annunziata. 

Rinomatissime fra tutte sono le acque termo-minerali di Casamicciola nell'isola 
d'Ischia, rovinata la sera del 29 luglio 1883 da un orrendo tremuoto in cui perirono 
migliaia di persone. I bagni furono poi restaurati, ma in luogo dell'antico albergo- 
palazzo sorsero capanne di legno, per esser vietata la costruzione in pietra a cagione 
dell'instabilità del suolo. Nell'isola d'Ischia vanno inoltre famose: l'acqua del Gurgitello 
alla base dell'Epomeo e, poco lungi da Casamicciola, le acque di Lacco Ameno, quella 
principalmente di Santa Restituta, l'acqua di Forio o di Citara o Citerà, ecc. 

Agricoltura. — Il signor Granata, professore di chimica pratica e di agricoltura 
nell'Università di Napoli, nell'opera syxW Economia rurale delle Provincie Meridionali 
classificò l'agricoltura di codeste provincie in tre sistemi distinti detti da lui sistema 
Montano, Campano ed Apuliano. Il sistema Campano prevale dalla baia di Gaeta a 
Sorrento, inclusive le isole del golfo di Napoli. Differisce dal sistema Montano nella 
maggior ampiezza delle fattorie, nei vantaggi di un suolo leggiero e riccamente vul- 
canico, e nell'abbondanza della concimazione. Non v'ha perciò maggese o maggiatica 



Provincia di Napoli 35 



(sosta annuale nella coltivazione) nella rotazione dei raccolti essendo il terreno man- 
tenuto da un anno all'altro in istato d'intensa coltura. 

Una delle caratteristiche del sistema Campano è la coltivazione delle granaglie 
all'ombra degli alberi. Questa pratica fu spesso censurata dai viaggiatori stranieri come 
prova di cattiva coltura; ma in questa regione si è trovato che il suolo protetto in 
tal modo produce granaglie insieme ed erba di miglior qualità, quantunque per avventura 
in minor quantità. 

Ma questa deficienza nella quantità è piiì che compensata dal vantaggio di poter 
accoppiare la coltura granaria a quella della vite, del gelso e degli agrumi. Se l'agri- 
coltore preferisce la vite, pianta olmi o pioppi sui quali innalzarla; se l'ulivo od il 
gelso, li pianta in filari discosti da 9 a 12 metri, lasciando con ciò ampio spazio fra di 
essi alla granicoltura e all'erbaggio. 

In parecchie fattorie ottiensi un altro raccolto permanente coll'introduzione del pino 
che torreggia sopra tutti gli altri alberi senza privarli dei raggi del sole e radduce un 
largo guadagno in un paese in cui si fa grande consumo di pinocchi. 

La rotazione in codeste fattorie è regolata con molta cura. Al principio di ottobre 
seminasi trifoglio, ravizzone o lupini per alimento fresco al bestiame dal dicembre al 
marzo. Nell'aprile si ara il terreno, quindi si semina il mais nei solchi con fave, patate 
zucche negli spazi interposti. Terminati questi raccolti estivi, si semina il grano. Alle 
volte la canapa piglia il posto del mais nel primo anno e il grano primaverile nel secondo 
quando il terreno è concimato dalle greggie. 

Un'altra rotazione di uso frequente è la canapa con concime nel primo anno ; grano 
nel secondo; grano primaverile nel terzo e grano nel quarto. Calcolasi che il terreno 
coltivato in tal guisa radduce in media il 15 per cento. Ultimamente si raccolse molta 
robbia nella valle del Sarno e cotone nei dintorni di Scafati, Pompei, ecc. 

Ma i prodotti agrari più copiosi della provincia di Napoli ritraggonsi principalmente 
dagli uliveti, vigneti, aranceti e pometi : vi abbonda ogni sorta di frutta, come fichi, 
pomi, albicocche, pesche, melagrane, noci, susine, aranci, limoni, ecc. Le isole poi, 
Ischia e Capri principalmente, sono feracissime di vini di cui si fa grande esportazione. 
Scarsi per contro i prodotti animali i quali, se sono sufficienti agli usi campestri, non 
bastano all'alimentazione della città piiì popolosa del Regno quale è Napoli. 

Industria. — Non meno molteplici che variate sono le industrie manufattrici della 
provincia di Napoli. Fra queste vuoisi annoverare quella dei filati e dei tessuti di 
cotone sia in opifici meccanici sia nella campagna ove abbondano i telai casalinghi. Si 
fanno anche filati e tessuti di canapa e di lino e qualche poco di lana. Né vuoisi tacere 
delle berrette alla levantina (coppole) di cui si fa gran trafiico principalmente in Levante 
e assai lodate per la buona qualità e la finezza dei colori. 

Anche l'arte del cappellaio ha fatto progressi notabili sia in fatto di cappelli di 
seta che per quelli di felpa e di pelo. 

Le suola resistenti, i sovatti, i marocchini, le bazzane, le allude e le pelli tinte con 
bella gradazione di colori, hanno dato rinomanza alle fabbriche di Castellammare e 
di Resina. In Napoli son molte le fabbriche in cui, con la perfezione introdotta dalla 
chimica nell'arte, si conciano vitelli e vacchette di grande bontà, pelli di cane e di 
montone a vario colore, rigate e a varii disegni. 

I guanti di Napoli non la cedono ai migliori di Parigi, di Grenoble e di Londra, e 
grande è l'esportazione che se ne fa in ogni dove. Se ne fabbricano di molte specie con 
pelli di agnellini così fine e gentili da raggiungere quanto può desiderarsi in legge- 
rezza. E i guanti lavoransi in molte guise: alcuni sono messi insieme da due soli 
pezzi congiunti, altri son così sottili e leggieri che sin tre paia ne capono in un guscio 
di noce e di conchiglia. I lavoranti che danno opera a quest'industria veramente 
perfezionata sono circa 7000. 



36 ~ Parte Quarta — Italia Meridionale 



Anche le corde armoniche di minugia d'agnello, che fabhricansi in Napoli, godono, 
come quelle di Roma, di un'antica rinomanza mondiale. Tanto a Napoli come a Roma 
il segreto di questa fabbricazione è in mano di famiglie abruzzesi, originarie per lo 
più dei piccoli Comuni di Musellaro e Salle, nel Chietino. Se ne fabbricano d'ogni 
prezzo e d'ogni qualità, vale a dire, bianche o colorate, vestite o no di fili metallici 
d'ogni diametro e lunghezza e per qualsiasi strumento musicale. 

Elegantissimi i lavori in cera: le candele, sempre rinomate, reggono ora al paragone 
delle celebri veneziane. Ne mancano le candele steariche quantunque si sia in un paese 
ove abbonda l'olio da ardere. 

L'industria serica, assai piìi sviluppata nella vicina San Leucio (in provincia di 
Caserta), è in fiore anche nella provincia di Napoli. 

L'industria saponaria ha avuto un grande incremento per le fabbriche moderne di 
Napoli, sì che oltre il consumo locale, esportansi saponi bianchi, colorati e profumati 
e saponette cosmetiche. 

La provincia conta sette fabbriche di vetri e cristalli, la principale delle quali 
è a Resina. 

I gioiellieri di Napoli godono meritamente di molta fama per l'elegante semplicità 
ed esattezza dei disegni nei loro lavori di gusto delicato ereditato dai Greci. Le lave 
vesuviane sono bellamente adoperate dall'arte. Lavorate, pulite, intagliate, trasformansi 
in collane, armille, orecchini e in varii altri ornamenti specialmente femminili, del pari 
che in sigilli, scatole, vasi e altri siffatti arnesi. I lavori in metalli preziosi, cosidetti 
di Cliiaia, alla bontà del metallo accoppiano la squisitezza dell'arte e la diligenza 
della fattura. Godono bella fama e i forestieri ne fanno volentieri acquisto quando, 
nei braccialetti, pettini, orecchini, collane, anella, vedono richiamate in onore le forme 
leggiadre delle antiche manifatture di Pompei. 

II maggior numero delle fabbriche di lavori in argilla e altre terre è nei dintorni 
di Napoli, ove formicola un popolo di operai. Ve n'ha una fra le altre alla Marinella 
che, dalle stoviglie di Faenza alla porcellana opaca, dà opera a molte e varie mani- 
fatture: maioliche invetriate, terraglie imitanti le inglesi, mattoni colorati variamente 
a guazzo e invetriati, mattoni incisi a mosaico o in rilievo, vasi per piante, sedili ed 
altro che imitano cippi, are ed ogni gentile forma degli antichi, busti e ritratti dal 
vero, vasi e stoviglie all'etrusca, all'egizia ed alla foggia siculo-greca, ecc. Tutti questi 
e simiglianti lavori in argilla sono comperati avidamente dai forestieri e formano un 
capo di traffico vantaggioso alla città. 

Né mancano fabbriche di strumenti musicali, specialmente di pianoforti. 

Dove non corre nel mondo la fama delle paste alimentari ed in ispecial modo dei 
famosi maccheroni di Napoli ? I principali stabilimenti meccanici di questa derrata, 
di cui si fa un gran consumo in paese ed una non men grande esportazione all'interno 
ed all'estero, trovansi a San Giovanni a Teduccio, Torre Annunziata e Ponticelli, ma 
in questi stessi Comuni ed in altri, e specialmente in quello di Gragnano, trovansi 
altresì molte fabbriche a mano. Nel complesso la fabbricazione delle paste da minestra 
occupa nella provincia più di 3000 persone. 

Ma le industrie più importanti della provincia sono presentemente quelle mecca- 
niche esercitate in parte dal Governo e in parte dalle Società ferroviarie o da privati. 
Basti citare fra le officine governative quelle dipendenti dal Ministero della guerra e 
della marina nella regia Fonderia, nella Fabbrica d'armi di Torre Annunziata e nello 
Arsenale marittimo; tra le officine ferroviarie quelle di Pietrarsa e di Granili; tra le 
officine private quelle di Armstrong a Pozzuoli, dell'Impresa Industriale Italiana a 
Castellammare; di Guppy, De Luca, Pattison ed altri a Napoli, ecc. Queste varie lavo- 
razioni occupano circa 17,000 operai. Le industrie di tutta la provincia ne occupano 
circa 50,000. 



Provincia di Napoli 37 



Commercio. — Degli olii finissimi di Nisida e di Capri si fa qualche commercio, 
ma questo è più rilevante ancora pei vini leggieri e gentili di Capri, bianchi e rossi, 
di cui grande è il consumo in Napoli; dei dolci e fragranti di Gragnano, che son rossi; 
degli austeri di Curaa e di Pozzuoli, rossi anch'essi, e dei grechi di Somma. Però 
i vini più pregiati e riputati eccellenti sono i Vesuviani e certi grechetti che produ- 
cono poche terre presso Maddaloni. Fra i vini vesuviani e del monte Somma pri- 
meggiano quelli di Ottajano e di Torre del Greco ed è richiesto sopratutto il Lacryma 
Clinsti, notissima qualità di vino bianco e rosso che vendemmiasi soltanto nelle poche 
terre fra Resina e l'eremo di San Salvatore. Di questo vino si fa traffico col Belgio, 
coir Inghilterra; con esso raddolcisconsi in Olanda i vini rossi e i secchi di Francia 
e se ne spedisce sin negli Stati Uniti d'America. 

L'abbondanza dei vini alimenta anche il traffico dell'alcool, di cui sono molte 
fabbriche nella provincia di Napoli. 

Sorrento, con Piano di Sorrento, Meta e Sant'Agnello, ha una delle più vaste pro- 
duzioni agrumarie, oltre al commercio della seta, degli olii, dei latticini e di quello 
artistico e caratteristico degli intarsii. Sant'Agnello, presso Sorrento, è una di quelle 
più fertili terre; i suoi cittadini sono lavoratori intraprendenti e ingegnosi. Basterà 
citare Francesco Saverio Ciampa, in origine modesto ma strenuo operaio, che il lavoro, 
la carità, l'onestà resero veramente grande. Egli seppe, per il primo forse e dando 
esempio che è stato seguito con frutto, trarre dalle vive risorse della sua terra natale 
la prosperità del commercio agrumario e della marina mercantile. Mentre un deperi- 
mento marinaresco affliggeva la classe operaia e lasciava deserte le costiere, il Ciampa 
intraprese coi suoi capitali nuove costruzioni. In breve, al suo appello, si ripopolò di 
lavoratori la marina e furono varate ben diciassette navi, parecchie delle quali in 
acciaio. Il Governo premiò il Ciampa con la commenda: egli continuò nella sua mira- 
bile opera. Le navi portano migliaia e migliaia di casse d'aranci, di limoni, di noci, di 
nocciuole, nell'America principalmente e poi in ogni parte del mondo. La famiglia 
Ciampa si compone adesso dei figliuoli di Francesco Saverio che ne hanno ereditato 
tutte le virtù, tutto lo zelo. La Casa ha succursali in Rodi Garganico e a Messina. 
È la più potente della penisola Sorrentina, forse d'Italia, ed è stimata, ammirata, 
presa a esempio da tutti. Non si poteva parlare delle industrie del Meridionale senza 
citare questa famigha di lavoratori che dà una così abbondante produzione e lavoro a 
migliaia di braccia. 

Pregiatissimi sono i noci, i pioppi, i castagni e gli olmi delle Provincie di Napoli 
e di Avellino. Oltre alle varie opere di costruzione e manifatture a cui servono prin- 
cipalmente, i castagni adoperansi per pali a sostegno delle viti e a fabbricar dogarelle 
per le botti di cui si fa grande esportazione, specialmente a Castellammare. 

Notevole finalmente è il traffico del cremor di tartaro, che si estrae dalla posatura 
dei vini. Nei dintorni di Napoli se ne fabbrica la maggior quantità e segnatamente in 
Sant'Antonio di Aversa. 

Clima. — Il clima di Napoli si può chiamar tonico e vivificante al paragone di 
quello di Roma che è dolce e rilassante. Napoli non va soggetta né allo stesso grado 
di freddo nel verno né all'istesso calore nell'estate di Roma e Firenze. Nei due mesi 
più caldi dell'estate (luglio e agosto) il caldo é smorzato dalle brezzoline marine e 
terrestri. Di rado nevica in Napoli, o se nevica, la neve tosto si scioglie: ma essa 
imbianca spesso per settimane e tal fiata per mesi le vette dei circostanti Apennini 
e quando il vento scende da esse l'aria è fredda e molesta alle costituzioni delicate. 
Codesti venti predominano nel febbraio e nel marzo ed è allora che la mortalità è 
maggiore, laddove è minore per avventura nei mesi estivi. Il calore allora si fa sentire 
maggiormente quando spirano i venti sciroccali i quali tarpano le ali ai venti refri- 
geranti di mare e di terra; ma essi non durano oltre tre giorni. 



38 Parte Quarta — Italia Meridionale 



La temperatura media flell'anno è di IG a 17 gradi centigradi; l'estremo di tem- 
peratura estiva è di gradi 32 e di 2 sotto lo zero nell'invernale. I venti dominanti 
dall'ottobre al marzo sono gli australi (dal sud al sud-ovest) e sono quelli che sogliono 
portar la pioggia; e dall'aprile al settembre sono i settentrionali (dal nord al nord-est) 
che recano la serenità. I giorni perfettamente sereni nell'anno sono circa 90 e 70 i nuvo- 
losi, 120 i variabili ed 80 i piovosi, dei quali ultimi 30 sogliono appartenere all'autunno, 
24 all'inverno, 18 alla primavera ed 8 all'estate. 

Ferrovie e strade. — Partendo da Napoli le strade si possono così classificare: 

1. Ferrovie. — Napoli- Aversa-Caserta; Napoli-Cancello-Caserta-Capua-Ceprano- 
Roma; Napoli-Pomigliano-Marigliano-Nola; Napoli-Portici-Torre Annunziata-Salerno; 
Torre Annunziata-Castellammare di Stabia-Gragnano. 

A questi cinque tronchi un altro se n'è aggiunto che staccandosi da Cancello in 
Terra di Lavoro costeggia la parte orientale del Vesuvio, tocca Ottajano e Boscoreale 
per raggiungere Torre Annunziata; e più di recente la ferrovia detta Cumana, che 
da Napoli, per Pozzuoli, conduce a Cuma attraverso i Campi Flegrei. 

2. Vie postali. — NapoU-Aversa-Capua-Ceprano-Roma; Napoli-Casoria-Caserta- 
Cajazzo-Isernia; Napoli-Cancello-Maddaloni-Pontelandolfo- Campobasso con dirama- 
zione per Arienzo-Benevento-Ariano-Foggia; Napoli- Avellino-Sant'Angelo dei Lom- 
bardi-Melfi ; Napoli-Torre Annunziata-Salerno-Eboli. Da quest'ultima strada si stacca 
la provinciale che incominciando a Torre Annunziata giunge, per Castellammare, sino a 
Massalubrense costeggiando tutta la penisola Sorrentina. 

A queste strade sono da aggiungersi la provinciale Napoli-Pozzuoli, le tramvie e 
le numerose strade comunali che riallacciano fra loro tutti i Comuni, anche i più 
piccoli. 



39 



I. - Circondario di NAPOLI 



Il circondario di Napoli ha una superficie di 222 chilometri quadrati, con una 
popolazione presente, secondo l'ultimo censimento del 31 dicembre 1881, di 609,720 abi- 
tanti, calcolata al 31 dicembre 1893 a 692,618 e distribuita nei seguenti 17 mandamenti 
e 13 Comuni. 



MANDAMENTI 


COMUNI 


KAPOLI (mandamenti 12) . 


Napoli (nelle 12 sezioni seguenti: San Ferdinando, Chiaja, 
San Giuseppe, Monlecalvario, Avvocata, Stella, San Carlo 
all'Arena, Vicaria, San Lorenzo, Mercato, Pendino e Porto). 


BARRA 


Barra, Ponticelli, San Giorgio a Cremano, San Giovanni a 
Teduccio. 


PORTICI 


Portici, Piesina. 


SANT'ANASTASIA .... 


Sant'Anastasia, Cercola, Pollena Trocchia, San Sebastiano 
al Vesuvio. 


SOMMA VESUVIANA. . . . 


Somma Vesuviana. 


TORRE DEL GRECO . . . 


Torre del Greco. 



Del circondario di Napoli, delle sue coste, promontorii, monti, laghi, fiumi, isole, 
prodotti agrarii, industria, commercio, ecc., già si è detto implicitamente nelle due pre- 
cedenti sezioni sulla Cam-pania e la Provincia di Napoli. Ci soffermeremo alquanto 
su quel che v'ha di piìi notabile e maraviglioso, fisicamente e storicamente nel circon- 
dario di Napoli, vogliam dire il 

VESUVIO 

Descrizione. — Il conico e bicipite monte Vesuvio, Vorgorjlio e il terrore di Napoli, secondo la 
bella espressione del senatore Luigi Palmieri direttore dell'Osservatorio, ed uno dei più cospicui, 
sebbene dei più piccoli vulcani attivi, ergesi solitario sopra una base quasi circolare, della circonfe- 
renza di 28 chilometri, col piede prossimo al mare, in mezzo ad una pianura vulcanica coperta di tufo 
trachitico. Quest'unico vulcano attivo nel continente europeo ha una base che copre una superficie 
di circa 270 chilometri quadrati. A ovest il fiuraicello Sebeto Io separa dai Campi Flegrei, fra i 
quali e il Vesuvio stcndesi nella pianura l'immensa Napoli. A nord il Vesuvio spingesi a breve 
distanza dai monti calcarei di Nola e a est e sud-est sino ai monti consimili sopra Sarno e Nocera. 

La sua pendenza è dolce al principio, sotto 2 gradi, ma cresce sino alla metà circa a 10 gradi. 
Cambia allora la sua forma che già incomincia a farsi sentire la biforcazione della vetta e mentre a 
nord il declivio semicircolare divien sempre più scosceso, spianasi nel lato opposto in un pianoro 
in mezzo al quale ergesi la cresta meridionale, il Vesuvio propriamente detto, la cui base raggua- 
gliasi a circa 2800 metri di diametro. 

L'altra vetta, alquanto più bassa, ergentesi sui paesi di Sant'Anastasia, Somma Vesuviana e 
Ottajano e denominata la Somma, scende nel lato nord quasi verticalmente verso il cono interno 
con cresta semicircolare. Il complesso della Somma e del Vesuvio è un gran cono piatto che si 
innalza a 1282 metri dal livello del mare. Levasi la Somma sopra tufo trachitico bigio simile a 



40 Parte Quarta — Italia Meridionale 



quello (lei crateri Flegrei ed il suo cratere da una parete all'altra può misurare 5 chilometri con 
un'altezza di circa 600 metri. La formazione di questo muro gigantesco incominciò probabilmente 
sotto il mare ma si compi sopra la superficie di esso. 

Una valle falcata separa la Somma dal Vesuvio; nella parie nord-est questa valle chiamasi 
Canale dell' Inferno; nella parte nord ^/r?o del Cavallo {di 711 metri dal livello del mare) e glicini 
nella parte nord-ovest. La continuazione dell'Atrio del Cavallo è formata dalle Piane, aspro campo 
di lave formante una zona quasi piana che serve a sud di base alla vetta, il Vesuvio propriamente detto. 

Fra le Piane occidentali e l'estremità nord-ovest della Somma sta l'Osservatorio (610 metri dai 
livello del mare) sul cosidetto Monte de' Canterani, avanzo sgretolato del muro della Somma. Per 
le numerose moderne correnti di lava l'Atrio s'innalzò sino all'altezza dell'Osservatorio e i burroni 
in cui precipitaronsi dall'Atrio le lave furono in parte colmati. 

La figura 4 fa vedere esattamente l'aspetto del Vesuvio veduto dall'isola di Nisida. Essa è inte- 
ressante, perchè mostra nel modo più evidente quanto l'occhio possa ingannarsi nel giudicare 
l'altezza e la pendenza dei monti. 




Fig. 4. — Il Vesuvio veduto dall'isola di Nisida. 

La cima del Vesuvio, la cui altezza attuale ragguagliasi a 1282 metri dal livello del mare, va 
soggetta per le eruzioni del cratere a grandi e frequenti variazioni. Ogni eruzione ne cambia la 
configurazione e l'altezza che, nel 1845, era di 1200 metri, crebbe sino a 1297 nel 18G8 ed è 
un po' diminuita dopo l'eruzione del 1872. La punta più alta della Somma, detta Punta del Nasone, 
s'innalza 1137 metri dal livello del mare. Anche il diametro del cratere in vetta è assai mutabile 
(circa 750 metri), del pari che il baratro e il fondo del cratere che assumono ad ogni eruzione 
una forma diversa. Orli, profondità e forma del cratere vanno soggetti a cambiamenti radicali 
secondo l'intensità dell'eruzione ed è perciò che il Vesuvio andò e va soggetto a tante variazioni. 
Nelle eruzioni laterali formansi coni secondari di scorie (fig. 5) come quelli del Fosso della Monaca, 
del Viulo, dei Vaccoli e delle Bocche Nuove. 

Dal baratro del cratere, oltre i caldi e fischianti vapori acquei, salgono anche idrogeno solforato 
e acido carbonico, mentre le pareti squarciate rimangono incrostale di zolfo e altre sublimazioni. 

Il vapor acqueo sbuca dalle fenditure del cratere, dalle correnti di lava e spesso anche dalle 
pareti laterali della montagna e genera cosi le fumarole il cui aggregato forma quell'enorme pennacchio 
di vapori sopra il Vesuvio che è il barometro dei Napoletani. La direzione che piglia questo pennacchio 
indica spesso 24 ore prima i cambiamenti del vento e della temperatura. Se si dirige verso Capri 
è segno di bel tempo, vale a dire, nel verno, di un tempo chiaro e fresco. Se piega verso Ischia ciò 
annunzia il greco-levante e con esso un freddo sensibile. Quando poi il cratere si copre di fitte nuvole 
è imminente il vento di mezzogiorno con forti pioggie. 

Mineralogia del Vesuvio. — Sembra, scrive il Marmocchi, che la. Natura abbia stabilito nella 
fucina del Vesuvio un laboratorio particolare in cui, combinando in varie guise e proporzioni diversi 
elementi chimici, compone roccie delle specie e forme più variate, la serie numerosa dei minerali 
vulcanici. Oltre le specie comuni agli altri vulcani sono proprii del Vesuvio : il ferro muriato, 
permuriato e trisolfato (pirite nera); il manganese solfato e muriato; il rame muriato, solfato. 



Circondario di Napoli 



M 



llifliii'Wf iSi'i; I I (H 




6 — JLa Patria, voi. IV. 



-iS Parie Quarta — Italia Meridionale 



bisolfuralo e ossidalo foliaceo nero; la nefelina e il pleonaslo (specie di spinello nero) ; la calce 
carbonaia, idrala e magnesifera, sostanze che, coll'idocrasia, i lapidari napolitani lavorano da tempo 
immemorabile, facendone tabacchiere, collane, orecchini, braccialetti ed altri ornamenti che girano 
tutta Europa sotto il nome di lavori di lava; la sodalite dodecaedra e la meionite, delta da Romeo 
Delisle (/facm^o del monte di Somma; la sarcolite nobile, la zirconia, il topazzo, la condrodite, e 
le nuove specie che ricordano i nomi di tanti illustri personaggi, come la hreislakite, singolare pel 
suo aspetto di peluria, la cotunnia (muriato di piombo), la humboldite, la zurlite, la davyna, la 
beudantina e tante altre, delle quali, come delle suddette, chi volesse leggere le descrizioni minute 
e precise, non dovrà far altro che aprire il Prodromo della Mineralogia Vesuviana, nel quale sono 
esposti i risultamenti dei lunghi sludi del Monticelli e del Covelli, su tutte le parli di questo ramo 
di patria mineralogia, o meglio i più recenti lavori dello Scacchi. Molli di questi minerali trovansi 
in vendita a Resina. 

Il Vesuvio non è da paragonarsi, per la sua mole, né all'Etna, né al Picco di Teneriffa e molto 
meno ai giganteschi vulcani dell'Asia, del Nuovo Continente e dell'Oceania: ma nessuno più di esso 
ha meritato celebrità nella scienza, richiamando l'attenzione de' naturalisti e degli osservatori per la 
sua prossimità ai luoghi più culti del globo, per la numerosa varietà de' suoi prodotti, per la 
sua accessibilità e finalmente per la frequenza delle sue eruzioni. 

Vegetazione sul Vesuvio, — I pendii più bassi del Vesuvio sono fertili in sommo grado e producono 
spesso tre raccolti all'anno senz'altro aiuto che l'aratura. Dalle uve cresciute sul terreno vulcanico 
si eslrac il ben noto vino Lacnjma Christi; il più comune è il rosso, ma il bianco è più dotato di 
quella delicatezza particolare di sapore propria di questo vino e la conserva più a lungo. 

La flora vesuviana contiene molte piante che non trovansi altrove in Italia. È un fatto notabile 
che le valli vulcaniche e i pendii del Vesuvio, nonostante le devastazioni assai frequenti delle eruzioni, 
alimentano una popolazione di circa 80,000 anime, mentre la medesima area del terreno calcare 
apenninico non ne può nudrire la ventesima parte. 

Ascensione al Vesuvio. — É interessante soprattutto quando la montagna lavora, come suol 
dirsi, vale a dire, quando è in effervescenza e vomita lapilli, scorie, ecc., il che già si vede da Napoli, 
al fumo durante il giorno ed al bagliore la notte. Da Napoli si va per Portici a Resina ove una buona 
strada staccasi a sinistra di quella di Salerno oltre l'ingresso agli scavi di Ercolano. Le vigne 
lussureggianti producono il suddetto vino Lacryma Christi che suol vendersi ai passeggieri (touristes) 
una lira la bottiglia. 

Salendo vedesi in alto l'Osservatorio e si procede sulla lava del 1631 ; in capo a mezz'ora la 
strada piega a nord e presso la chiesuola, veduta pittoresca in sommo grado sul monte Somma, 
l'Osservatorio, il Vesuvio. Prima di giungere, appiè del promontorio su cui sorge l'Osservatorio, 
s'incontra la lava sbriciolata dell'eruzione del 1858 che va verso San Giorgio a Cremano. Più oltre 
si vede la corrente di lava del 1872 la quale scorse fra Massa e San Sebastiano e si arriva poi 
all'Osservatorio meteorologico (lìg. 6) all'altezza di 610 metri dal livello del mare. 

Di quest'Osservatorio ebbe in prima la direzione l'illustre fisico parmigiano Macedonio Melloni, 
morto di colèra a Portici nel ISSi, e a lui tenne dietro il vivente senatore Luigi Palmieri, che 
pubblicò in un opuscolo interessante le osservazioni fatte da lui nell'ultima grande eruzione del 
26 aprile 1872. Una lastra all'ingresso dell'edifizio contiene il nome delle persone che perirono, 
come vedremo, nell'Atrio del Cavallo. Il Palmieri rimase intrepidamente al suo posto nell'Osserva- 
torio, il quale contiene una biblioteca, un salone per le adunanze scientifiche e parecchie sale per 
gli apparati scientifici, le collezioni e le osservazioni, due terrazzi per le osservazioni all'aperto ed 
un sismografo per registrar le scosse. Dai terrazzi dell'Osservatorio scorgonsi a sud la grande 
corrente di lava nera del 1858, quella del 1868 che colmò la vai Vetrana e quella verso San Seba- 
stiano del 1872 (1). 



(1) Sull'Osservatorio Vesuviano troviamo in un periodico i seguenti ulteriori particolari : 
« Questo Istituto, unico nel suo genere in tutto il inondo, è posto sopra un ciglione del monte di 
Somma, all'altezza di 637 metri dal livello del mare, cioè poco piij della metà dell'intiera altezza 



Circondario di Napoli ^S 



Sotto l'Osservatorio è il cosi detto Romitorio del Salvatore, fondato nel 1631, con una piccola 
osteria moderna. A cinque minuti di là dell'Osservatorio è la Simone idh Ferrovia funicolare del 
Vesuvio, costruita nel 1879-80 ed acquistata nel 1889 dall'agenzia inglese Cook. Là si controllano 
i biglietti acquistati a Napoli e di là sino al Cono delle Ceneri la nuova strada non può essere 
percorsa che dai viaggiatori della funicolare ; i pedestri devon pigliare l'antica via faticosissima 
fra le ceneri sciolte, oppure sborsar 5 lire. 

La nuova strada suddetta segue per qualche tempo la direzione sud-est, indi sale con grandi 
circuiti e termina alla Stazione inferiore della funicolare con ristorante, a circa 800 metri di 
altezza. Questa funicolare è lunga 820 metri e la differenza di livello fra le due stazioni è di 400 metri. 
La salita è in prima del 48%, ma essa raggiunge una media di 56% ed un massimo di 63%. 
Il tragitto dura 12 minuti nei due sensi. In alto stanno le guide numerate che conducono in 
10-15 minuti, per un sentiere passabile sulle ceneri e le scorie, in cima al cratere. Non v'ha pericolo 
per solito, tranne che appressandosi imprudentemente alla parete inferiore e a picco del cratere, 
ovvero esponendosi alle esalazioni solfuree od ai sassi lanciati dal cratere. 

Il panorama è indescrivibile: l'intiero golfo stendesi sotto come un mare argenteo, sopra 
l'immensa Napoli le alture boscose di Camaldoli e a ovest la costa con la punta di Posillipo, Baia, 
Miseno, l'isola spianata di Precida, la piramide dell'Epomeo nell'isola d'Ischia; dietro, le cinque 
isole Pontine e il promontorio di Gaeta sino a monte Circello ; a sud sopra Castellammare il den- 
tellato ed aguzzo monte Sant'Angelo ed al suo piede, in situazione deliziosa. Vico, Sorrento e Massa 
con le loro baie incantevoli ; indi la punta Campanella e la tricuspide famosissima Capri. Ben disse 
il Goethe : // Vesuvio è un picco d'inferno in un paradiso. Il panorama che vi si gode toglie, come 
un bagno, ogni stanchezza! 

La salita al Vesuvio dal lato sud si compie meglio da Boscolrecase ove si arriva in 25 minuti, 
a piedi da Torre Annunziata e in vettura da Pompei. Si arriva in 2 ore a traverso i vigneti e i 



del Vesuvio. Esso dista in linea retta dal cratere centrale per metri 2200. L'edifìzio fu incomincialo 
nel 1841 e fu compiuto nel 1847. Il celebre Macedonio Melloni era già stato nominato direttore del- 
l'Osservatorio prima che si edificasse e quando doveva metterlo in atto fu destituito a cagione degli 
eventi politici del 1848. Nel 1852 il prof. Palmieri fu temporaneamente incaricato di far degli studii 
e riferire sulla convenienza di mantenere o abolire la nuova istituzione. Egli persuase il Governo 
dell' importanza dell'Osservatorio, ma ricusò di accettarne la direzione definitiva per riguardi di 
stima e di amicizia verso il Melloni. Morto costui nel 1854, il Palmieri fu nominato finalmente diret- 
tore dell'Osservatorio Vesuviano coll'esiguo stipendio di lire 1005. L'Osservatorio mancava di tutto; 
ma, avuto un piccolo assegno, il Palmieri cominciò a provvederlo delle cose più importanti. Fra gli 
strumenti che hanno rivelato fatti di maggior momento son da porre il sismografo elettro-magnetico 
e l'apparecchio a conduttore mobile che sono d'invenzione del direttore. Lo spettroscopio poi ha 
rivelato la frequenza dell'acido borico e la presenza nelle sublimazioni di alcuni metalli, fra i quali 
ricorderemo il tallio, sfuggito finora alle indagini chimiche. 

« L'Osservatorio ha permesso di fare la vera storia del vulcano, giacché da peregrinazioni stac- 
cate di esperti e laboriosi naturalisti si raccoglievano fatti slegati e quindi privi di vero significato 
scientifico. Ma le osservazioni perenni non solo hanno rivelato nuove cose, ma hanno affermalo le 
leggi delle loro manifestazioni. 

« Da che il Palmieri andò a quel posto di sentinella avanzata della scienza geologica, il Vesuvio 
è stato per lo più in attività. Nel maggio del 1855 si ebbero ventisette giorni di copiose lave che 
passavano alle spalle dell'Osservatorio. Dal 1850 al 1860 vi furono fasi eruttive continue con un 
massimo di conflagrazione nel 1858. Nel 18G1 vi fu un grande incendio di breve durala con eleva- 
zione del suolo a Torre del Greco e rovina di fabbricali. Ripigliò il vulcano la sua attività nel 1865 
e continuò sino al novembre del 1868 per calmarsi dopo un incendio fragoroso. Si ridestò poi nel 
gennaio del 1871 e, dopo aver dato lave perenni, proruppe il 26 aprile in una delle più violenti 
eruzioni. In tutto questo tempo le lave scorsero quasi sempre dal lato dell'Osservatorio, offrendo 
larga copia di nuove indagini. Ma questa grande quantità di lave, colmale quasi le valli adiacenti 
all'elegante fabbricato, fa si ch'esso abbia quasi perduta quella sicurezza ed immunità che nasceva 
dai trovarsi per circa 200 metri elevato sopra il suolo di quelle valli >. 



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Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 6. — Osservatorio meteorologico del Vesuvio (da fotografìa Brogi). 



campi di lava al piede del Cono delle Ceneri senza passare nelle dipendenze della suddetta Funicolare. 
Rimane poi a fare ancora una salita faticosissima di un'ora od un'ora e mezzo in cui si può pren- 
dere una giùàa-aiuto a 3 lire, ma la discesa rapidissima sulla cenere non dura che 10 minuti. 

L'ascensione al monte Somma (1137 m.) — la seconda vetta vesuviana che ancora al tempo 
d'Augusto era la sola, e circonda ora il cono qual cratere sprofondato con pareti quasi perpendicolari 
— si può compiere da Massa, da Somma e da Ottajano. Meglio da Somma donde scorgesi già il 
muro gigantesco del monte omonimo. A traverso le vigne ed un'ampia strada incassata si sale al 
santuario di Santa Maria di Castello (i3b m.), con superba veduta dal terrazzo della chiesa situata 
sull'orlo di una gola che va da nord a sud, detta il Bag7w del Purgatorio. Si scende quindi in 
questa gola a destra della scalinata che conduce alla chiesa e si sale di là, fra i boschi, alla Croce, 
luogo assai frequentato dai campagnuoli ed alcuni minuti più lungi alla vetta (1137 metri dal livello 
del mare) donde lo sguardo spazia estatico sul Vesuvio dirimpetto (1282 m.), con le sue nere cor- 
renti di lava, sul mare con le sue isole pittoresche e sulla corona di montagne sino agli Abruzzi. 
Una discesa alquanto malagevole conduce in un'ora alla grande corrente di lava del 1872 nel Fosso 
della Vetrana, e, per una strada anche più malagevole, all'Osservatorio. 

L'eruzione. — La serie dei fenomeni in ogni eruzione del Vesuvio è quasi sempre la stessa. 
Segni precursori sono assai spesso l'inaridire o l'intorbidarsi delle fonti, il receder del mare e rombi 
sotterranei simili al fragore di un treno a tutto vapore od allo sparo di una batteria, scosse e tremiti 
del terreno. L'eruzione stessa è preceduta il più sovente da una scossa violentissima che rimuove 
ogni ostacolo. Allora prorompono dal baratro del cratere i gas e i vapori acquei con violenza indicibile 
lanciando in alto nell'aria masse di ceneri e di pietre, mentre la lava in fusione ribolle sino all'orlo 
del cratere (fig. 7). Diritta sul cono d'eiezione comparisce un'immobile colonna di luce, la quale 
non è fiamma, ma riflesso della superficie incandescente della lava sobbollente; essa piglia tosto 



Circondario di Napoli 



45 



all'estremità la forma", già descritta da Plinio, della cliioma di un pino gigantesco il Cui tronco 
è alto alle volte sino 3000 metri. 

Alle scariche di vapori, ceneri e arene tengono tosto dietro quelle dei lapilli, delle scorie (fig. 8) 
e delle bombe, la cui dimensione dipende dal grado di resistenza della lava contro i vapori. Le 
pietre volano in aria a traverso il fumo come racchette e ricascano roteando e scoppiettando sul 
labbro del cratere e lungo i fianchi della montagna. Spesso i vapori erompono con tale una forza a 
traverso la liquida lava ch'essa si polverizza in ceneri, spinte, sotto il nome di pioggia di ceneri, 

a distanze incredibili e cosi fitte e dense 
che offuscano il sole e cambiano il me- 
riggio in crepuscolo. Questa pioggia di 
ceneri è assai perniciosa, nel suo primo 
cadere, alle piante a cagione del suo 
acido cloridrico. Che se la lava fluida 
e infocata erompe dal cratere, la si 
riversa in ardenti correnti di lava giù 



pel dorso e le rughe della montagna 
frangendosi negli anfratti con scoppio 
violento in superbe cascate di fuoco. 




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Fig. 7. — Cratere del vulcano durante l'eruzione. 




Fig. 8. — Cono di scoria sopra una 
corrente di lava del Vesuvio (1852). 



La rapidità delle correnti di lava è assai varia come quella che ora scorre lentamenle, ora rapi- 
damente o saltuariamente secondo i gradi di fluidità, di temperatura, di pendenza del suolo e di 
fregamento; per tal modo essa percorse, ad esempio, nel 1776 : 2000 metri in un'ora; nel 1805: 
2300 metri ; e nel 1872 : 1000 metri soltanto. Nel raffreddamento formasi rapidamente alla super- 
ficie una crosta di scorie, sotto la quale la lava continua a scorrere. Si può perciò (ma non senza 
pericolo) camminar di traverso su questa crosta, mentre scorgesi per le spaccature la massa fluida 
ed ardente scorrer sotto di essa. 

Cenni storici sul Vesuvio e le sue eruzioni principali. 

1. Eruzio.ni antiche. — Vesuvius Mons e anche Vesevus presso i Latini, benché celebre 
ora per la frequenza e violenza delle sue eruzioni, rimase ne' tempi antichi cosi a lungo inattivo che 
ogni tradizione della sua attività primitiva andò perduta e sin dopo l'era cristiana era rinomato prin-, 
cipalmente per la grande feililità del tratto che stendcvasi intorno alla sua base e sul suo dorso 
(ViRG., Georg., ii, 227; Stiub., v, p. 247), fertilità dovuta in gran parte ai depositi della fina 



46 Parte Quarta — Italia Meridionale 



arena e delle ceneri vulcaniche eruttate dalla montagna. Non mancavano, è il vero, le apparenze 
dimostranti all'attento osservatore l'origine e la natura vulcanica del Vesuvio, dacché Diodoro (iv, 21) 
parla di « molti segni dimostranti ch'esso era stato una montagna ardente in tempi antichissimi » ; 
ma ei non allude però ad alcuna prova storica o tradizionale della sua attività primitiva (fig. 9). 

Strabone (v, p. 247) per simil guisa lo descrive come « circondato da campi della massima 
feracità ad eccezione della vetta che era spianata in gran parte e brulla affatto, coperta di cenere con 
fenditure e cavità fra lo roccie di aspetto arsiccio come fossero state divorate dal fuoco, cotalchè 
altri sarebbe stato tratto a conchiudere che il luogo fosse in addietro in uno stato di conflagra- 
zione ed avesse crateri da cui erompeva fuoco, ma che questi crateri eransi estinti per mancanza 
di alimento ». Soggiunge Strabone che la grande fertilità delle adiacenze era dovuta probabilmente 
a codesta causa, come la fertilità di Catania derivava dall'Etna. Ed a cagione di questa fertilità 
come della bellezza della prossima baia, la linea costiera, appiè del Vesuvio, era occupata da parecchie 
floride città e da molte ville appartenenti ai ricchi patrizi romani. 




Fig. 9. — Forma probabile del Vesuvio i)rima dell'eruzione dell'anno 79. 

11 nome di Vesuvio ricorre due volte nell'istoria prima dell'era cristiana. Nel 340 av. C. fu 
combattuta a' suoi piedi la grande battaglia fra i Romani e i Latini in cui P. Decio si consacrò volon- 
tariamente alla morte per assicurare ai Romani la vittoria (Liv., viii, 8). La scena precisa della 
battaglia è per vero incerta, quantunque fosse probabilmente nella pianura a settentrione. Livio la 
descrive come haud procul radicibus Vesuvii montis, qua via ad Veserim fercbat; ma la situa- 
zione del fiuniicello Veseris (apiid Veserim fluvium, secondo Aurelio Vittore) è al tutto incerta 
com'è incerta l'esistenza del liumicello stesso. E di nuovo, in un periodo assai posteriore, vale a 
dire, nel 73 av. C, narra l'istoria che il celebre Spartaco, con gli schiavi fuggitivi e i gladiatori 
sotto il suo comando, si ricoverò sul Vesuvio qual propugnacolo e in una discesa subitanea da esso 
sconfisse il generale romano Claudio Pulcher inviato contro di lui (Plut., Crass., 9; Appiano, 
B. C, I, 116; Vell., Pat., ii, 30; Frontin., Strat., i, 5, § 21). 

Ma fu la tremenda memorabile eruzione del 24 agosto del 79 di C. quella che diede prima- 
mente al Vesuvio la celebrità ch'esso non ha poi più perduta. Questa grande catastrofe è descritta 
per disteso in una ben nota lettera del giovine Plinio, nipote di Plinio il Vecchio, allo storico Tacito, 
che gli aveva chiesto la descrizione delle circostanze della morte dello zio per registrarla nella sua 
storia; e più succintamente, ma coll'aggiunta di circostanze favolose, da Dione Cassio (Plin., Ep., 
VI, 10, 20; DiON. Cass., lxyi, 21, 23; Vici., Epit., 16). 

É notevole che, nel descrivere questa prima eruzione storica del Vesuvio, Plinio dice: « Solle- 
vavasi una nube senza poter distinguere da qual monte (si seppe poi dal Vesuvio) della forma di un 
pino, ergendo verso il cielo come un altissimo fusto, allargandosi poi a guisa della cima di un albero 
e mostrandosi ora bianca, ora macchiata e scura, secondo che traeva cenere o terra » ; codesta 
colonna di fumo o di vapori in forma di pino fu poi osservata, come già abbiam detto, in molte 
eruzioni successive. 



Circondario di Napoli 47 



Gli altri fenomeni vulcanici descritti sono assai simili come sono comuni a tutte le eruzioni 
consimili: ma la massa di ceneri, sabbia e pomice eruttata fu così immane che, non solo seppellì le 
città di Pompei e di Ercolano a pie' del vulcano sotto un cunmio di parecchi metri, ma sopraffece 
eziandio la più lontana città di Stabia, ove Plinio il Vecchio morì soffocato, e distese sull'intiero golfo 
una fitta nube di cenere che addusse un buio più profondo di quello della notte persino a Miseno 
lontano più di 24 chilometri dal vulcano (PuN., /. e). Per contro l'eiezione della lava fu di poco 
momento e, se lava emei-se dal cratere, essa non raggiunse le regioni abitate: noi nulla almeno 
leggiamo di correnti di lava e la nozione popolare che Ercolano fu invasa e rimase sepolta dalla 
lava é certamente un errore, come vedremo in seguito nella descrizione di quella città. 

Una calamità così grande ed inaspettata eccitò naturalmente la massima sensazione e così i poeti 
come i prosatori romani per oltre un secolo dopo l'eruzione abbondano di allusioni ad essa. Tacito 
{Ann., IV, 67) parla del golfo di Napoli come di un pulcheirimus sinus, ante quam Vesuviits, 
mons ardescens, faciem loci verteret (Bellissimo seno prima che il Vesuvio, un monte ardente, 
mutasse la faccia del luogo). Marziale, dopo descritta la bellezza della scena quando la mon- 
tagna e le sue adiacenze eran vestite di vigneti, soggiunge : Cuncta jacent flammis et tristi mersa 
favilla (Giace qui tutto dalle fiamme adusto). E Stazio descrive il Vesuvio come emulo dell'Etna: 
umilia Trinacris volvens incendia flammis. 

Scorse un lungo intervallo prima che scoppiasse un'eruzione consimile. È però probabile che il 
Vesuvio continuasse per qualche tempo almeno, dopo questa prima eruzione storica, a dar segni di 
attività, emettendo fumo e vapori solfurei dal cratere ed a ciò allude probabilmente Stazio {Silv., 
XIV, 485) quando parla della sua vetta minacciante distruzione : Necdum Icthale miliari cessai apex. 

Ma la successiva eruzione registrata, e probabilmente la seconda per importanza, occorse nel 
203 dell'era nostra ed è rammentata da Dione Cassio (lxxyi, 2). È quella probabilmente a cui allude 
Galeno {De meth., y, 12) e par certo dalla descrizione fatta da Dione Cassio dello stato della mon- 
tagna, quando scrisse sotto Alessandro Severo, che la era allora in uno stato di attività occasionale, 
ma irregolare rassomigliante a quello de' tempi nostri. 

L'altra unica eruzione che trovasi mentovata sotto l'Impero romano avvenne nel 472 sotto il 
regno di Antonio Flavio imperatore di Occidente (Marcellin., Chron. ad ann.). Una quarta che 
seguì nel regno di Teodorico re dei Goti (512) è rammentata da Cassiodoro e da Procopio che ne 
descrivono con minuti particolari i fenomeni. Par certo che queste ultime eruzioni furono accompa- 
gnate da scariche di correnti di lava le quali cagionarono gravi danni (Cassiod., Ep., iv, 50; 
Procop., B. C, II, 4; IV, 35). 

Nel medioevo si può dire che le eruzioni del Vesuvio par fossero assai più rare e separate da 
maggior spazio di tempo di quel che si fossero nei due secoli precedenti. 

2. Eruzioni moderne. — Si può incominciare da quelle del 685, del 993, del 1036, in cui 
la lava vuoisi giungesse sino al mare, del 1049, del 1139, del 1306 e del 1500, quest'ultima leg- 
giera ma che lasciò però un cratere di 8 chilometri di circuito e profondo 1000 passi. 

Seguì un lungo intervallo di 131 anni durante i quali il Vesuvio si vestì di una vegetazione. 
Narrano infatti Salimbeni e De Rubeis ch'essi, nella loro ascensione nel 1619, trovarono l'interno 
del cratere coperto di querele, di roveri, di frassini e altri alberi forestali. Da Ottajano si poteva 
scendere nel cratere profondo 637 metri e di un diametro di 1578 metri. La montagna era coltivata 
da ogni parte sin presso al cono. La Pedamentina, o bassa crina nel fianco a sud, e gli Atrii 
servivan di pascoli. 

Il 16 dicembre del 1631, poco prima del sorgere del sole, incominciò una nuova trenicmla 
eruzione che squarciò con orribil frastuono il lato sud della montagna alcunché sopra l'Atrio del 
Cavallo. Per due giorni il cratere vomitò pietre infocate, colonne di fumo e nembi di cenere accom- 
pagnati da lampi. Pioggie di arena e di cenere giunsero, a traverso la Basilicata, sino a Taranto, e 
in vicinanza del Vesuvio la cenere era alta 6 metri. A Napoli il sole fu abbuiato di pieno giorno 
e con la cenere si diffuse in ogni dove un odore molesto di acido cloridrico. Le pietre infuocato 
distrussero cadendo ed incendiarono ogni cosa a Nola, Palma, Lauro, Ottajano e altre città della 
pianura orientale in vicinanza del Vesuvio. Oltre a ciò trcniuoti incessanti anche a Napoli e più oltre, 



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Parte Quarta — Italia Meridionale 



Cosi andarono le cose sino al 18 dicembre in cui alle 10 del mattino il cratere, dopo una violen- 
tissima scossa, cacciò fuori un'immane corrente di lava divisa in parecchi rami, spesso larghi alcune 
miglia, i quali allagarono i pendii fra Torre Annunziata e Portici, sino al mare, distrussero San Jorio 
e si spagliarono a nord presso la Madonna dell'Arco, distruggendo alberi e case ed uccidendo circa 
3000 persone fra cui 400 che stavano facendo una processione. La lava scorreva con tale una rapi- 
dità che giunse dal cratere al mare in men di un'ora. In pari tempo il mare si ritrasse dall'intiera 
costa napoletana per tornarvi poi furioso. 

Uno dei suddetti rami della lava distrusse Bosco e Torre Annunziata e si versò ancora 200 metri 
nel mare; un secondo devastò Torre del Greco e s'inoltrò ancora 400 metri nel mare; un terzo 
abbattè Resina sopra Ercolano e Portici e si spinse ancor oltre in mare al Granatello ; un quarto 
finalmente più occidentale si gettò sopra San Giorgio a Cremano e toccò ancor Barra e San Ger- 
mano. Dall'alto del vulcano si staccò un braccio ancor più grosso di lava il quale rovinando giù pel 
Fosso della Vetrana e il Fosso di Faraone si precipitò su Massa di Somma e giunse sino a San Seba- 
stiano e alla Madonna dell'Arco. La massa della lava vomitata in 2 ore fu calcolata in 73 milioni 




Fig. 10. — II cratere del Vesuvio nell'anno 1774. 



di metri cubici i quali coprirono all'altezza media di 5 metri una superficie di 14 Va milioni di metri 
quadrati ! Una pietra del peso di 25,000 chilogrammi fu scagliata sino a Somma ed un'altra a Nola 
di tal grossezza che venti bovi non poterono trascinarla. Anche enormi correnti di melma cagiona- 
rono danni come le lave, le quali, ove terminavano, formavano alte colline. 

Dopo l'eruzione il Vesuvio, ch'era in prima 40 metri più alto del monte Somma, rimase 
168 metri più basso; l'orlo del cratere sprofondò e l'interno divenne un abisso angusto e profondo. 
La spiaggia vuoisi si prolungasse nel mare per ben 900 metri. 

In seguito le eruzioni vesuviane divennero men violente, ma assai più frequenti, nel nostro secolo 
principalmente, in cui se ne annovera una quasi ogni 4 anni. Nelle piccole eruzioni la cima divenne 
per solito più alta e più ampia per contro nelle grandi. Ora aveva nel mezzo uno, due, tre coni, uno 
nel presso all'altro, ora due o più cavità con fondo piano o concavo, con o senza cono sopra di 
esso. Le recenti eruzioni, relativamente parlando, più violenti furon quelle del 1794, 1822 e 1872. 
3. Eruzioni recenti. — Nel 1794 l'intiero piano del cratere fu lanciato in aria e nella 
Pedamentina si schiuse una spaccatura lunga 600 metri e profonda 30 metri, da cui s'innalzò una 
mostruosa colonna di fuoco a cui tenne dietro immediatamente una poderosa corrente di lava che 
giunse al mare in 4 ore, distrusse quasi per intiero, con una larghezza di 600 metri, Torre del 
Greco, raggiungendo in alcuni punti della città 12 metri di altezza. Nel mare la lava formò ancora 
una massa alta 8 metri che costituisce ancora oggidì l'orlo meridionale della cala di quella città. 
11 Vesuvio tremava durante l'eruzione come per iscoppio di una batteria e in seguito tremò anche il 



Circondario di Napoli 



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suolo a Napoli ove piovvero ceneri che sì estesero sino a Taranto. A ponente subbissò la punta del 
cono il quale si abbassò di un quarto. L'intiera forma del Vesuvio cambiò e la cenere si distese per 
tre miglia intorno ad esso alta quasi mezzo metro. 

Nel febbraio del 1822 la lava proruppe dal labbro occidentale del cratere in tre bracci che riuiii- 
ronsi nella Pedamentina verso Resina sulle lave del 1810, formando una cascata maravigliosa. Più 





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Fig. 11. — Pino del Vesuvio nell'anno 1822. 



tardi una seconda eruzione ; in mezzo a un rimbombo che si udì a notevole distanza nuova ejezione 
di l;iva in sei bracci nei medesimi luoghi con grande cambiamento nel cratere. 

Il 22 ottobre ad un'ora una colonna di fuoco con arena e cenere ardente s'innalzò a ciica 
600 metri di altezza ; con orribil fragore subbissò l'orlo orientalo del cratere e ne uscì fuori uà 
nembo dì ceneri e lapilli che si riversò per 3 quarti d'ora sopra Boscotrccase e Ottajano. 

Verso mezzodì s'innalzò a circa 2400 metri una nera nuvola a foggia dì pino (fig. 1 1) in cui guiz- 
zavano lampi senza tuoni e, mentre la montagna tremava tutta, torrenti di lava riversavansi sino alla 
Pedamentina tra Fosso Grande e Fosso Bianco a un miglio e mezzo dalla chiesa di Resina. Nel 
pomeriggio dalla spaccatura nell'orlo orientale del cratere eruppe una quantità così grande di lava 

7 — l.a Patria, voi. IV. 



50 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 12. — 11 Vesuvio dopo l'eruzione del 13 novembre 1867. 




Flg. 13. — Conflagrazione vesuviana del 26 aprile 1872. 



Cifcondarfo di Napoli 



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Fig. 14. — Il Vesuvio al 26 agosto del 1872 (da fotografia Sommer). 

che accrebbe di oltre 12 metri la Pedamentina in direzione di Boscotrecase. Le detonazioni e le 
scosse parca minacciassero la distruzione compiuta del Vesuvio. Cenere e lapilli coprirono gli intieri 
dintorni del vulcano; la lava corse in direzione di Boscotrecase e si divise davanti ad esso in 




Flg. 15. — Una « bomba contorta » eruttata dal Vesuvio nell'anno 1872. 

parecchi bracci ; dei 16,000 abitanti di Torre del Greco sci soltanto erano rimasti in città. Le 
porzioni già scavate di Pompei furono di bel nuovo coperte di cenere alta alcuni metri. Il gran cono 
divenne più basso e più largo alla base, e la Pedamentina s'innalzò di oltre 60 metri. Il cratere 
rimase intieramente cambiato. Alessandro Humboldt descrisse da par suo questa grande eruzione 
nella sua op^rà AnsklUen der Natur (Aspetti della Natura), voi, ii, p. 272, 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



Ma la più strepitosa delle recenti eruzioni vesuviane fu quella del gennaio 1871, la quale ebbe 
principio con una spaccatura nord-est nel cono delle ceneri sopra la quale si accumulò a poco a poco 
una grande mole di lava con in mezzo una bocca che mandò nell'Atrio una corrente ricca di leucite. 
Ouesla eruzione non terminò intieramente che il 30 aprile del 1872 preceduta da altre minori. Il 




Fig. 16. — Fronte della corrente di lava del 1872 a Massa di Somma 
(da fotografia Sommer). 



23 aprile si rinforzò la corrente di lava nell'Atrio del Cavallo, e il sismografo preannunciò la cata- 
strofe imminente. Il 24 un torrente sfolgorante di lava con un pino gigantesco al lume lunare 
attrasse un gran numero di spettatori curiosi si che la sera del 25 cran già. arrivate al Ilomitaggio 
420 vetture. I crateri incominciarono a lanciare fra le cannonate pietre vieppiù grosse e con 
brevissime intermittenze. Dopo la mezzanotte i vapori addensaronsi e da molti fori nel cono prorup- 
pero fiumi incandescenti di lava si che tutta la montagna pareva coperta di un manto di fuoco. Il 
cono della lava e il quarto cratere infuriaron più sempre lanciando i loro proiettili infocati a più 
di 200 metri di altezza, mentre dal cratere in vetta la colonna di vapori ergevasi a circa 300 metri. 
Il cono della lava aveva mandato in aria il suo vertice e la lava prese a correre verso l'Atrio. 



Circondario di Napoli 



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Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 18. — Veduta interna del cratere del Vesuvio nell'anno 1880 
(da fotografìa Sommer). 



Il 2G aprile, verso le 3 '/a del mattino, una qiiantitcà di curiosi trovavansi nell'Atrio quando il 
cono si spaccò in tutta la sua lunghezza dalla punta sino all'Atrio e ne usci fuori una fiumana di 
lava (fig. 13), mentre la colonna di vapori saliva a 5000 metri dal livello del mare ed un nero nembo 
avvolgeva gli spettatori infelici che dall'Atrio non potevano più far ritorno al Romitaggio. Una gran- 
dine di proiettili infocati piombò loro addosso e nella loro vicinanza immediata scoppiò fuori la lava 
sì che un gran numero di essi vi perirono arsi vivi e fra questi nove giovani medici italiani. 

La spaccatura della montagna nel lato nord era ampia e profonda : prolungavasi per 300 metri 
di lunghezza nell'Atrio ed erasi formato un crinale di lava alto 50 metri e simile ad una piccola 
catena di monti; il braccio più piccolo sprofoudavasi in una gola che separava le correnti del 1867 
e 1871 e seguitava poi la corrente del 1858 verso Resina; la massa principale precipitò nel Fosso 
della Vetrana, ne colmò l'intiera larghezza (circa 800 metri), lo percorse in 3 ore per una lunghezza 
di 1300 metri e si versò nel Fosso di Faraone. 

Il braccio sinistro colò sopra la lava del 1808 e il destro continuò il suo corso sopra la corrente 
del 1855, penetrò fra i borghi di Massa di Somma (fig. 16) e San Sebastiano al Vesuvio, li distrusse 
in parte e si arrestò presso una villa che fu già del celebre pittore Luca Giordano. Era uno 
spettacolo meraviglioso quello della lava scorrente nei frutteti; ogni albero raggiunto dalla lava 
si accendeva e bruciava (fig. 17). 

Dalle 10 del mattino sino alle 11 di sera la lava percorse 5 chilometri e ne copri 6-7. Il gran 
cratere in cima, diviso in due parti, cacciò fuori, fra orribili boati, volumi immensurabili di fumo 
bigio e di vapori e lanciò scorie ardenti, lapilli e ceneri sino ad un'altezza di 1300 metri. Il fumo 
si addensò in pìnoaì solito e i lapilli eie ceneri si sparsero lontano. Nella lava formaronsi /"«maro/e 
eruttive-o si schiusero nuove i?occ/ìe. A Napoli i boati rassomigliavano ad un cannoneggiamento e 



Circondario di Napoli 



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Fig. 19. — Interno del cratere del Vesuvio nell'anno 1882 
(da fotografia Soiimer). 



la pioggia delle ceneri, ora come farina ed or come arena, era si inlensa che la gente usciva fuori 
coi parapioggia aperti. 

I danni cagionati dall'eruzione del 1872 furono ragguagliati a più di 3 milioni di lire. 

Nel 1878 avvenne un'altra eruzione di lava nell'^l/r/o del Cavallo; ma dopo la suddescritta del 
1872, di cosi imponenti e memorabili più non se ne contano. 






Ci rimane ancora a toccar un motto delle ultime recenti eruzioni del Vesuvio. 

Il 7 giugno del 1891 il cono vesuviano si squarciò da cima a fondo dalla parte dell'Atrio del 
Cavallo e la lava continuò a scorrere lenta lenta da questa fenditura per oltre due anni e mezzo. 
Codeste lave assai dense non corsero gran fatto lontano ma accumularonsi nell'Atrio del Cavallo 
formando una nuova collina di circa 135 metri di altezza e cambiando intieramente l'orografia di 
quello squallido vallone. 

Nei primi giorni del febbraio 1894' quest'eruzione laterale cessò, la lava si alzò di bel nuovo 
premendo sulle pareti laterali del cono vesuviano, il quale fini per rompersi in uno de' suoi punti 
più deboli, ossia vicino alla grande squarciatura del 1872 ed ebbe cosi principio l'ultima attuai fase 
eruttiva del 1895. L'attività vulcanica si concentrò tutta alla base del gran cono vesuviano ove eransi 
aperte varie bocche da cui erompeva tranquillamente la lava in mezzo ad un gran volume di vapori 
presentando allo sguardo uno spettacolo imponente. Durante tutto il mese di luglio le lave non 
recarono danni rilevanti ; ma nell'agosto le lave allargaronsi e scesero sino a 480 metri circa dal 
livello del mare coprendo per 150 metri la strada rotabile provinciale che conduce all'Osservatorio 
vesuviano e distruggendo castagni e boschi cedui e piccole estensioni di vigneti e di altri- culti. 



50 Parie Quarta — Italia Meridionale 



L'ingegnere Tasconi, assistente del senatore Palmieri ni R. Osservatorio vesuviano, ha calcola 
che sino al 9 agosto le nuove lave avevano occupato un'area di circa 220,000 ni. q. con un volun 
di circa G Va milioni di metri cubi. 

« Finora — conchiude il Mercalli nel suo dotto articolo : L'Eruzione del Vesuvio cominciata 
3 lurilio 1895, pubblicato nella Rassegna Nazionale (1° ottobre 1895) — l'eruzione attuale sta n 
limiti modesti di una semplice fase di recrudescenza del periodo eruttivo incominciato sindall87( 
La catastrofe, cioè l'eruzione parossismale con cui questo periodo si dovrà chiudere — a meno ci 
il Vesuvio non cambi il ritmo de' suoi periodi eruttivi — potrà seguire immediatamente la presen 
fase eruttiva, come avvenne nel 1872 dopo l'eruzione del 1871 ; ovvero il Vesuvio potrà rimettei 
per un tempo più o meno lungo sulla sua cima il maestoso pennacchio di fumo e di fuoco, che 
napoletani sogliono giustamente riguardare, non come una minaccia, ma come un ornamento d 
loro golfo incantevole ». 

Sommario. — Da tutte le suddette eruzioni deduconsi i seguenti fatti principali: 

1 . Quando il cratere è quasi ricolmo o la sua superficie un po' depressa sotto il labbi 
un'eruzione puossi considerare imminente. I periodi di riposo occorrono quando il cratere fu vuotai 
da un'esplosione violenta o da una serie di piccole eruzioni. 

2. Quando la bocca del cratere è cosi piccola o cosi rimpicciolita dalle materie accumula 
da non poter porgere libero varco alla lava raccolta nel serbatoio centrale, formansi spiragli o bocci 
laterali, le quali, essendo più prossime al focolare interno, scaricano la lava più liquida di queli 
vomitata dal cratere centrale e, trovando una superficie meno inclinata, essa può scorrere in un 
corrente continua, il che è quasi impossibile coU'alto angolo della superficie del cono. 

3. La coesione di una corrente di lava fa si che la scorra lentamente e che la sua superfici 
rimettendo grado grado, pel raffreddamento dell'aria, della sua fluidità, si sgretoli in frammen 
innumerevoli o scorie, alcune delle quali formano uno strato profondo sulla superficie, mentre alti 
rotolano al basso dai lati. E come codeste scorie sono cattivi conduttori del calore, esse abilitan 
cosi la porzione centrale della massa a conservare la sua fluidità per un tempo lagguardevoh 
nell'istesso tempo che rendono possibile l'attraversar la corrente mentre scorre. 

4. I tremuoti che precedono ed accompagnano le eruzioni sono causati probabilmente daH 
sforzo del vapore elastico per liberare la gola interna del vulcano quando è ostrutta da una mass 
di materia solida. 

5. Il cosi detto fumo del cratere consiste di vapor acqueo più o meno oscuro secondo che 
più meno carico di ceneri. Quando questo vapore si condensa nell'atmosfera scende in forni 
di calda pioggia che piglia la consistenza della melma quando il vapore è pregno soverchiamente ( 
ceneri e quando il terreno su cui cade è coperto di fina materia frammentaria. 

6. Il fuoco che vedesi sopra il cratere durante un'eruzione non è fiamma ma il riverber 
della lava strutta ed incandescente entro il cratere sui nembi di vapore e di ceneri addensati e sospe: 
sopra di esso. 

7. I lampi che veggonsi dardeggiare dagli orli di codesti nembi sono effetto dell'elettricit 
prodotta dalla rapida condensazione del vapore in acqua o dalla conversione dell'acqua m vapore. 

8. La diminuzione dell'acqua nelle fonti e nei pozzi sul declivio e alla base del Vesuvi 
considerasi qual indizio precursore di un'eruzione imminente, ma di questo fatto non fu ancor dat 
una spiegazione soddisfacente. 




Unione Trp. Editrice 



LA PATRIA. Geografia dell Italia 




Napoli 



57 



MANDAMENTI E COMUNI DEL CIRCONDARIO DI NAPOLI 

APPARTENENTI AL DISTRETTO MILITARE DI NAPOLI 



NAPOLI (481,419 abitanti, secondo il censimento del 1881-82, e 506,000 nel 1893, 
secondo i registri municipali di anagrafe). 

GOLFO e GIACITURA 

Napoli, situata al 40° 52' lat. nord e ì° 48' long, est da Roma, con 7.4 chilometri 
di estensione lungo la spiaggia e 18.5 chilometri di circuito, contende a Costantinopoli 

il primato della piiì bella situazione d'Europa. 
Sorge sulla sponda settentrionale del golfo o baia 
del suo nome, che ha una circonferenza di oltre 
56 chilometri dalla punta Campanella a sud-est a 
capo Miseno a nord-ovest, e più di 83 chilometri, 
comprendendovi le isole di Capri e d'Ischia, da 
punta Carena, punta sud di Capri, a punta dell'Im- 
peratore, punta ovest d'Ischia. 

La regione lungo la sponda nord-est di questo 
golfo è vasta, piana e continua la grande pianura 
dell'antica e rinomata Campania Felix, o Campania 
Felice, bagnata dal Sebetus, o Sebeto. Antico padule, 
essa è ora intensivamente coltivata e provvede di 
frutta, d'erbaggi, ecc., la grande e popolosa metro- 
poli. Fra Napoli e la catena apenninica si estolle 
isolato nella pianura il suddescritto Vesuvio coi 
suoi bassi pendii seminati di fiorenti villaggi. 

Lungo la costa fra il Vesuvio e il mare sono 
le città di Portici, Resina, Torre del Greco e Torre 
Annunziata, tutte, tranne l'ultima, nel luogo dell'antico e sepolto Ercolano. Pompei sta 
presso lo sprone sud-est della montagna ed il suo luogo non è visibile da Napoli. 

Oltre il Sarno, all'estremità della pianura, e là dove la costa piega improvvisamente 
a ovest, sta la città di Castellammare, presso l'antica Stabia, appiè del monte Sant'Angelo, 
il punto più eccelso di quella catena di monti che forma il confine sud-est del golfo, 
ramificazione della catena principale dell'Apennino. Fra Castellammare di Stabia e la 
punta Campanella stanno le città di Vico, Meta, Sorrento e Massa. 

La costa a ovest di Napoli sino a capo Miseno è più frastagliata ed irregolare. 
Il promontorio di Posillipo separa il golfo di Napoli da quello di Baia e nasconde capo 
Miseno alla città. Seguitando la costa incontrasi l'isola di Nisida ora stazione qua- 
rantenaria. Più oltre e più dentro terra, a destra, sono i crateri estinti della Solfa- 
tara, d'Agnano e di Astroni. Oltre questi, in una lingua di terra, è Pozzuoli, passato 
il quale sta il già descritto monte Nuovo, e più oltre sempre, i laghi d'Averno e Lucrino, 
le rovine di Cuma, il lago del Fusaro, Baia, i Campi Elisi, il Mare Morto, il porto e capo 
Miseno, da cui si gode della miglior veduta del golfo di Napoli e delle isole che lo 
ingemmano. Oltre capo Miseno sono le isole di Precida e d'Ischia. 

SITUAZIONE 

Napoli stessa giace alla base e sui pendii di una serie di colline che hanno la 
forma generale di un anfiteatro. Codesta serie di colline è divisa in due depressioni 
naturali da un crinale trasversale che porta nelle sue varie porzioni i nomi di Capo- 
dimonte, Sant'Elmo e Pizzofalcone e termina a sud in un piccolo promontorio su cui 




8 — Ijb Patria, voi. IV. 



Parie Quarta — Ilalia Meridionale 



sorge Castel dell'Ovo. La curva o mezzaluna che sta a est del suddetto crinale contiene 
la porzione più vasta e piìi antica della città, si estende dai fianchi di Capodimonte e 
di Sant'Elmo al Sebeto e comprende nel suo circuito gii edifizi pubblici e gli stabili- 
menti principali. È intersecata da nord a sud da una lunga strada di cui la parte più 
bassa è l'antica via Toledo, ora via Roma, ed è forse più fittamente popolata di ogni 
altro centro della medesima estensione in Europa. 

La curva a ovest di Sant'Elmo è la città moderna detta Chiaia, la quale incomincia 
col lungo corso Vittorio Emanuele ed è connessa alla porzione est da vie che scendono 
occupando la depressione fra Sant'Elmo e Pizzofalcone e da un'ampia strada che sten- 
desi lungo la spiaggia al piede di Pizzofalcone a Villa Reale e a Mergellina a ovest. 
Codesta strada, o Quai, porta nelle varie sue i)arti, i nomi di 11 Gigante, Santa Lucia, 
Chiatamone e Vittoria. 

Chiaia forma una lunga ed alquanto angusta striscia di strade e piazze la quale 
occupa lo spazio fra il mare e le parti meno alte del Vomere. È attraversata in tutta 
la sua lunghezza da un'ampia strada detta Riviera di Chiaia, che corre parallela alla 
spiaggia, fiancheggiata a nord da belle case ove risiedono molti forestieri, e a sud, 
dalla Villa Nazionale o Giardino pubblico. 

All'estremità di Chiaia sono i quartieri di Piedigrotta e di Mergellina, dal primo 
dei quali la grotta di Posillipo conduce a Pozzuoli. Da Mergellina una buona strada, 
serpeggiando sul piano est di Posillipo, va alla stessa città. 

QUARTIERI 

Il quartiere San Ferdinando è per sé solo una città coi contrasti più sorprendenti. 
L'elegante palazzo Reale, il cupo caste! dell'Ovo, la caserma dell'alto Pizzofalcone, 
la piazza tonda davanti il moderno Pantheon, San Francesco da Paola, il teatro 
San Carlo, la sempre stipata strada di Chiaia, del pari che il Quai di Santa Lucia danno 
a questo quartiere un'impronta originalissima. 

Il quartiere di Chiaia, a ovest, dà alla città un aspetto festivo nella sua riviera, villa 
e spiaggia alle quali sono consacrate le prime visite dei forestieri. Dei recenti rinnova- 
menti importanti tratteremo partitamente più avanti. 

La corona naturale della città è il quartiere Montecalvario con lo storico Castel 
Sant'Elmo e la bella chiesa di San Martino. Dietro ad esso ed a traverso il quartiere 
(\.q\V Avvocata le strade dirigonsi all'altura di Camaldoli e lungo l'incantevole corso 
Vittorio Emanuele. 

All'altura nord del quartiere della Stella col regio palazzo di Capodhnonte e le ville 
eleganti in alto precedono ancor nel cuore della città, il suo maggior tesoro, il Museo 
all'estremità di via Roma e a nord le silenziose Catacombe. Sono esse la severa intro- 
duzione ai Campi Santi nel quartiere San Carlo uW Arena all'est del quale stanno l'Orto 
Botanico e l'Osservatorio. 

Un avanzo del medioevo si addossa a sud-est nel quartiere della Vicaria, il colos- 
sale Tribunale, già antico castello dei Re, la marmorea porta Capuana e i residui 
dell'antica cinta. Lungo l'intiera lunghezza svolgesi la strada dei Tribunali, una delle 
più popolose di Napoli e particolarmente appropriata alla conoscenza della vita intima 
napoletana. 

A ovest il quartiere San Lorenzo rannodasi alla celebre cattedrale di San Gennaro 
la quale, circondata dalle chiese di San Filippo Neri, di San Lorenzo e di San Paolo, 
giace ora sulla nuova ampia arteria stradale che collega via Tribunali a piazza Cavour. 

Segue a sud-ovest il quartiere intermedio di San Giuseppe che va alla città Nuova 
per la gran via Roma, già Toledo, la più animata di Napoli. Le chiese di Santa Chiara, 
Incoronata, San Domenico, Montoliveto, Santa Maria Nuova, Santa Trinità e la cappella 
di San Severo, formano qui anche nell'arte un transito consimile. 



Napoli 



59 




Fig. 20. — Napoli : Panorama dal Molo (da fotografia Sommer). 



Vei'so il mare il quartiere del Porto rappiccasi al porto, all'Università e al teatro 
del Fondo. Segue a est il piccolo quartiere Pendino, uno dei pili popolati ed impor- 
tanti per la conoscenza dei costumi napoletani. Qui sorge, non lungi dall'Università, 
la chiesa di San Severino, coi celebri freschi giotteschi e i monumenti, l'antica Zecca, 
il maestoso palazzo del Prestito {Banco della Pietà) e la piazza degli Orefici. 

All'estremità sud-est di Napoli, nel quartiere del Mercato, si conserva ancora nella 
cappella della Croce al Mercato il ceppo su cui fu mozzo il capo all'infelice Corradino, 
l'ultimo degli Hohenstaufen, e nella chiesa del Carmine vedesi la sua statua, opera dello 
scultore Alberto Thorwaldsen. 

I tre ultimi quartieri, che nel 1884 furono il focolare principale dell'epidemia colerica, 
vennero trasformati, come or ora vedremo, e dal 1887 furono rifatti i quartieri di Are- 
nuccia Orientale, Sant'Efron Vecchio, Ottocalli, Miradois, Materdeì, Amedeo e Vomero. 
A quest'ultimo quartiere o rione di Napoli si va ora per la via nuova Torquato Tasso 
dal corso Vittorio Emanuele e dalla parte opposta alla via vecchia dell'Infrascata, sì 
che con le due funicolari nulla manca per agevolare le comunicazioni col Vomero che 
ha innanzi a sé un bell'avvenire. Con rapidità vertiginosa sorsero al Vomero, in pochi 
anni, vasti fabbricati, alti ed allineati. Vi è già un teatro £Jxcelsior, vi sono chiese, caffè 



LA PATRIA- Geografia dell' Italia -Voi. IV 



PIANO GENERALE 
DEGLI ACQUEDOTTI DELLE SORGENTI DEL SERINO 

Scala 1:180.000 

nulomeb'C 

Segni convenzionali 

— ■ — » — Acquee doHo S aivivvlvc o 
„ C\auà\m\o 

Ac<juedotto attuale per Napoli e dintorni =, 

AcqvArlotto Tourato iii ò-incecL %^^a 

• ..•••• „ ,j in, gaU/iiia, 

• ««««■• Ponti canali 

e Sifoni Tnjeianicv 



■i Serbatoi anàcTii 

□ „ attxwH per Hapoli, 

O Sprgentù del Serino 








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(Jilione Tip- E di tri e e Toi-inese 




l'oi-iiiii l.il Salussolie 



Napoli 



61 



procacciate comode, salubri ed eleganti dimore sul mare, sui colli e intorno la periferia 
della città, ma il popolo, l'immenso popolo di Napoli, struggevasi sempre e deperiva 
nei covi mefitici della Vicaria, di Mercato, di Pendino e di Porto. Bisognava vederli, 
anche alla sfuggita, quei fetidi labirinti di viuzze sepolte fra alti e mostruosi edifìzi, 
di trivii, quadrivi!, crocicchi contorti, in cui, priva d'aria e di luce, menava una misera 
vita la plebe innumerevole di Napoli, vale a dire quasi due terzi degli abitanti. 

Non ci voleva meno della strage colerica del 1884 — a mitigare la quale accorse 
con pietosa sollecitudine Umberto I, accompagnato dal suo primo ministro Depretis 
— per fare dar mano al risanamento dell'immensa città e per affrettarne il risorgimento 
igienico. Bisogna sventrar Napoli ! gridò con felice ispirazione ed espressione il Depretis, 
,6 fu questo l'inizio del grande sventramento e rinnovamento della città sempre in via 
d'esecuzione e di cui diremo per disteso più innanzi, premettendo qui un cenno su 
due opere grandiose: V Acquedotto del Serino e la Galleria Umberto 1, eseguiti prima 
che fosse dato mano ai lavori grandiosi dello sventramento. 

ACQtJEDOTTO DEL SBRINO 

I lavori, presi in appalto da una Società francese, con partecipazione del comm. Ste- 
fano Breda, furono inaugurati nel 1885 alla presenza del Re. È una costruzione che 
emula quella degli antichi acquedotti romani e che devesi particolarmente alla perizia 
tecnica dell'ingegnere Giacomo Profumo, autore del progetto a cui aveva consacrato 
l'ingegno grande e gli studi indefessi sin dal 1870, ma di cui non vide il compimento 
per esser rimasto vittima di uno scoppio di gas infiammabile in una delle gallerie della 
condotta detta galleria Ciardelli, il 9 maggio del 1870. 



Le acque delle sorgenti Orciiioli in quel di 
Serino, provincia di Avellino, si raccolgono in 
tre gallerie della complessiva lunghezza di 500 
metri. Situate alla profondità di circa 15 metri 
esse hanno un fondo naturale ed opportune feri- 
toie nelle pareti. Vennero scavate in trincea per 
poterle circondare lateralmente di un grande 
involucro di pietrame a secco e ricovrirle di strati 
d'argilla per impedire il passo alle acque pio- 
vane. I tre collettori fanno capo ad una gran 
vasca di forma circolare da cui ha principio 
l'acquedotto. Esso attraversa per disotto il fiume 
Sebeto e si svolge sulla riva sinistra passando 
inferiormente al villaggio di Cesinale fino a giun- 
gere ad Atripalda ove si ha una caduta d'acqua 
eli circa 4 metri. Qui si presentano i due gran- 
diosi e bellissimi ponti-canali , l'uno sulla via 
d'Atripalda e sul torrente Penlarola di circa GOO 
metri di lunghezza, e dopo 1700 metri l'altro 
di Montevergine, lungo 800 metri che cavalca 
il rio Vergine ed il rio Noce; seguono le due 
gallerie di Toppole, Funa di G05 e l'altra di 722 
metri; e da qui si svolge per la ripidissima e 
difficile mezza costa di Prata, con altri trafori e 
ponti-canali, sino a giungere alla città di Alta- 
villa-lrpina, che attraversa con una galleria sot- 
terranea di 1526 metri, abbandonando cosi la 
valle del Sebeto. Passa con sifoni in ghisa le due 
valli vicine dei Tronti (588 m.) e dei Gruidi 
(526 m.) e s'interna nei gran traforo di Ciardelli 
lungo 3161 metri (Vedi tavola: l'iuno generale 
degli Acquedolii). 



L'acquedotto, dopo Ciardelli, sbocca sull'alto- 
piano di Montesarchio che costeggia al sud, ai 
piedi dei monti d'Avella, e passando per Panna- 
rano, San Martino, valle Candina, Cervinara, 
Rotondi, Paolise, giunge ad Arpaia mercé note- 
voli opere d'arte fra cui son da citarsi i trafori 
di Pannarano di 836 metri, quello di Valle, lungo 
517 metri e l'altro di Arpaia di 675 metri. Da 
Arpaia — piccolo paese posto al sito famosissimo 
detto delle Forche Caudine, là ove dovettero pas- 
sare le legioni consolari romane battute dai San- 
niti nell'anno 321 av. Cristo — dopo una caduta 
di 36 metri il canale si addossa al versante nord 
dei monti d'Avola e giunge sulla collina di Can- 
cello ove tenv.ina nella camera di carica dei 
grandi sifoni, misurando dal punto di partenza 
la lunghezza di metri 551.75, dei quali circa 
14,500 in traforo e 1114 in sifoni. 

Dalla collina di Cancello cominciano i tre 
grandi sifoni paralleli di ghisa: uno lungo chi- 
lometri 22 fatto con tubi del diametro interno di 
0.700 e con una pressione massima di 18 atmo- 
sfere, termina al serbatoio dello Scudillo ed ali- 
menta il servizio dell'alta città; gli altri due 
luns;hi ognuno chilom. 20, del diametro interno 
di 0.800, lavorano sotto una pressione massima 
di 10 1/2 atmosfere. 

Il sistema dei tre sifoni taglia in linea retta 
la pianura di Napoli ; passa al nord di Acerra, 
ove presenta ai U. Lagni la massima depressione, 
poi tra i paesi d'AI'raiiola e di Casalnuovo, e tocca 
il villaggio di San Pietro a Patierno; ove i due 



G2 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



sifoni da 0.80 sboccano in un acquedotto in mu- 
ratura che dopo 2 cliilometri di percorso arriva 
al gran serbatoio di Capodimonte ; il terzo sifone 
continua fino a quello dello Scudillo. 

Tra i due serbatoi il più importante è quello 
destinato al servizio basso e medio della città, 
stabilito nella collina di Capodimonte. 

E formato da cinque grandi gallerie scavate 
parallelamente in direzione nord-ovest ad una 
media profondità sotto il suolo di m. 50; la se- 
zione ha la forma di un ovale a cinque centri 
alquanto ristretta alla sommità, conterminata 
alla base da una platea piana disposta a leggero 
compluvio lungo l'asse, e raccordata agli angoli 
da due archi di piccolo raggio, sezione di grande 
resistenza consigliata da studi istituiti sopra si- 
mili opere sotterranee scavate nel tufo ; le dimen- 
sioni sono m. 10.80 in altezza e m. 9.25 in 
larghezza massima, e la distanza fra asse ed asse 
delle gallerie è di ni. 18.50 dimodoché lo spessore 
del solido ad esse frapposto è ancora di m. 9.25. 

L'altezza d'acqua sul fondo, a serbatoio pieno, 
è fissata a m. 8, di maniera che la sezione ba- 
gnata presenta una superficie di circa 69 m. q., 
e la quota altimetrica rispetto al mare, alla quale 
cosi arriva il pelo d'acqua, è di m. 92.50. Delle 
cinque vasche ]m la prima colla seconda, e la 
quarta colla quinta sono in comunicazione tra 
loro con due braccia trasversali della stessa se- 
zione, cosicché propriamente si hanno tre ser- 
batoi bacini isolati e completamente indipen- 
denti, la cui capacità complessiva ascende a 80,000 
m. e, capacità invero enorme, e che ben pochi 
dei grandi serbatoi fino ad ora costruiti possono 
vantare. 

La sistemazione idraulica di questi serbatoi è 
stabilita in modo assai semplice col mezzo di tre 
gallerie scavate a differenti altezze, e presso a 
poco coi loro assi nello stesso piano verticale, le 
qnali, separate da un solido di conveniente spes- 
sore, corrono sulla fronte delle vasche rivolta a 
mezzogiorno, e in direzione a queste normale. 

Nella prima galleria superiore, o d'immissione, 
arriva l'acqua proveniente dalla condotta libera, 
nella quale, come abbiamo visto, sboccano i due 
sifoni da 800 mm. ed arriva entro una cunetta 
scoperta e solcata nella platea della galleria con 
sezione rettangolare di 1 m. di base per 2 d'al- 
tezza, cioè colle stesse dimensioni della condotta 
libera, e col fondo a m. 92.50 sul mare, altezza 
dello specchio d'acqua nei serbatoi. L'introdu- 
zione nei tre bacini ha luogo mediante tre dira- 
mazioni delle stesse dimensioni della cunetta, 
dalla quale si staccano, e l'acqua si versa nelle 
vasche rispettive per uno scivolone rivestito con 
buona muratura, e profilato verso il fondo a curva 
parabolica, per attenuare gli effetti della sua ca- 



duta sulla platea nei primi momenti del riempi- 
mento. Una paratoia, collocata in ciascuna dello 
tre diramazioni, regola l'immissione proporzio- 
natamente ai bisogni. 

La seconda galleria, che chiameremo di distri- 
buzione, e che trovasi in corrispondenza alla 
platea dei serbatoi, serve appunto alla presa del- 
l'acqua, che a mezzo della rete di canalizzazione 
viene quindi portata e diramata nella città ai di- 
versi punti di consumo. A questo scopo due con- 
dotte tubulari in ghisa, del diametro interno una 
di 800 mm. e l'altra di 600 mm., mettono capo 
e percorrono posate sul fondo tutta la galleria ; 
ognuna di queste è alimentata con tre tubi di 
corrispondente diametro innestati a T, i quali, 
penetrando attraverso il masso, sboccano all'al- 
tezza della platea nei tre serbatoi; altrettanto 
saracinesche, manovrabili nella galleria mede- 
sima, regolano la presa, che può per tale dispo- 
sizione essere fatta indipendentemente e separa- 
tamente in una o nell'altra condotta, e da ciascuno 
dei tre bacini. 

Nel caso, poco probabile invero, nel quale tutte 
le vasche si trovassero in istato di riparazione, e 
non fosse quindi possibile con esse alimentare le 
due condotte maestre, la presa s'effettuerà diret- 
tamente dalla cunetta d'arrivo mediante due tubi 
che, partendo dal fondo di essa, scendono verti- 
calmente attraverso il masso, ed entrati nella sot- 
toposta galleria di distribuzione s'innestano alle 
condotte rispettive, i quali tubi di speciale alimen- 
tazione nelle ordinarie circostanze dell'esercizio 
rimarranno liberi, e funzioneranno da sfiatatoi. 

L'ultima galleria, praticata ad un piano infe- 
riore a quello del fondo dei bacini, venne stabilita 
allo scopo di raccogliere e scaricare tutte le acque, 
che per qualsiasi ragione ed in modi differenti 
voglionsi mettere in rifiuto. 

Il serbatoio dell'alto servizio ha due sole gal- 
lerie : una superiore per l'immissione e una infe- 
riore per la distribuzione e lo scarico. La presa ha 
luogo colle stesse disposizioni del serbatoio prece- 
dente; le tre condotte principali da alimentarsi, 
munite di saracinesche, possono attingere indi- 
pendentemente l'una dall'altra da ciascuna vasca. 

La canalizzazione in città si compie mercé due 
reti di tubi al tutto indipendenti fra loro. Dal 
serbatoio alto, come si è detto sopra, partono tre 
condotte principali, e dal serbatoio inferiore ne 
partono due: a queste condotte, che formano 
l'ossatura di tutta la canalizzazione s'innestano 
e si diramano in tutti i sensi quelle secondarie, 
sviluppandosi per una lunghezza di 1 00 chilometri 
(Vedi tavola : Sevhaloio dell'alio, basso e medio 
servizio). 

L'opera intera è costata circa 30 milioni : IG 
per le tubature e 14 pel resto (1). 



(1) Vedi Illustrazione Italiana, 17 maggio 1885, e le Grandi Scoperte, voi. I, Architettura. 



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Napoli 63 



Napoli, che non aveva in addietro che acque salmastre e malsane, per mezzo delle 
condutture del Carmignano e della Bolla, è ora fornita d'acqua pura e salubre, uno dei 
primi, se non il primo addirittura elemento igienico. 

GALLERIA UMBERTO I 

È il principale fra i recenti abbellimenti di Napoli, innalzata sulle vie tortuose 
e sui luridi abituri che, a ridosso di San Carlo e di Santa Brigida, deturpavano l'ele- 
ganza della vicina via Roma o Toledo. 

La Galleria, crociforme, opera insigne dell'architetto E. De Mauro, fu ultimata ed 
inaugurata nel novembre del 1890. La bella situazione, la ricchezza del disegno, lo 
splendore degli ornati, la solida e massiccia struttura co' suoi svelti colonnini, le piccole 
balaustre, le finestre gotiche, ecc., le conferiscono il primato sulle gallerie consimili 
di Torino e Milano. È tutta napoletana, nell'ispirazione e nel disegno e riflette la 
dolcezza del clima. Non è né tutta classica né tutta moderna, né tutta italiana, né tutta 
orientale: è un quid medium, un che di mezzo fra il Romanesimo e il Rinascimento, fra 
il barocchismo orientale e l'architettura moderna (figg. 21-23). 

Tutti concordano nel giudicarla bellissima e monumentale per quel che si riferisce 
alla tecnica ed all'esecuzione architettonica, manchevole per la decorazione interna; 
ma havvi anche chi afferma il contrario. Quel ch'é certo si è che la galleria é degna 
di ammirazione per l'arditezza dell'immensa sua cupola, per la grandiosità della 
stupenda crociera, per la bella e fulgida luce che vi piove dalle grandi e innumerevoli 
aperture dall'alto. 

Certamente avrebbe la decorazione potuto esser più sobria e migliori i lavori in 
istucco, ma il maggior difetto è quello ([q\V ubicazione, come suol dirsi, o sito, che le 
due chiese di Santa Brigida e San Ferdinando impedirono l'intiera esecuzione del 
disegno perfetto in sé, il quale, se non fosse bisognato accorciarlo e ridurlo, avrebbe 
dato, non alla sola Napoli, ma all'intiera Italia uno dei più bei monumenti della moderna 
arte architettonica. Ciò non di manco la Galleria ha risanato il pessimo rione di 
Santa Brigida ed aperto alla città un ritrovo elegante ed animato che ancora le 
mancava. 

La Galleria costò 22 milioni di lire. È a tre piani ed ha una superficie di 14, 144.2 1 metri 
quadrati. La cupola dal pavimento alla palla é alta 60 metri. Le vòlte in cristallo dei 
quattro bracci della crociera hanno ciascuna la larghezza di 36 metri. 

La galleria Umberto I contiene ricchi ed eleganti negozi, caffè e ristoranti di lusso, 
fra cui splendidissimo il caffè Starace, l'elegantissimo salone Margherita per rappre- 
sentazione e concerti; locali spaziosi per esposizioni, circoli e uffizi di giornali. 

SVENTRAMENTO e RISANAMENTO DI NAPOLI 

Dal 9 settembre 1884, quando Re Umberto e il Depretis lo proposero, sino al 
15 giugno 1889, in cui fu inaugurato, molte vicissitudini ed ostacoli precorsero lo sven- 
tramento e il risanamento edilizio di Napoli. Troppo lungo sarebbe narrarli; ne basti 
il dire che la legge del Risanamento fu approvata dal Parlamento il 15 gennaio 1885, 
come fu approvato nel Consiglio di Napoli del successivo febbraio il Piano regolatore 
delle sezioni Mercato, Vicaria, Porto e Pendino, compilato dall'ufficio tecnico munici- 
pale. Se non che un R. Decreto del 25 luglio 1885, su parere del Consiglio superiore 
dei lavori pubblici, non approvò il progetto se non modificato secondo le esigenze del- 
l'igiene e nei limiti della spesa accordata dalla suddetta legge. Il progetto ripresen- 
tato fu approvato dal Consiglio comunale il quale respinse però, col suo voto del 
7 maggio 1887, il concetto della concessione unica al comm. Preda, presidente della 
Società Veneta di costruzione la quale presentava, con la partecipazione di altre Banche, 
una combinazione col Credito Mobiliare e la Banca Generale, ora liquidati, 



64 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Cd 



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Napoli 



65 




P'ig. 22. — Napoli : Interno della Galleria Umberto I. 



9 — La Patria, voi. IV. 



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Palle QuurUi — lluliii Moiitlionnle 




Vu 



PaiLitula,.! d^liiiiLeiao della bdlleiia 



Come Dio volle, il R. Governo, con 
suo decreto del 7 dicembre 1887, ap- 
provò il contratto accolto dal Consiglio 
comunale il 12 ottobre 1887 in cui pre- 
valse il concetto della concessione unica 
(contrariamente alle proposte conces- 
sioni a cottimo) ad una Società anonima, 
assuntrice dei lavori e composta dei 
signori Giacomelli, Bassi, Allievi e Mar- 
saglia i quali presentarono le loro ofterte 
il 15 maggio 1887, accettate in capo ad 
alcuni mesi, il 15 settembre del mede- 
simo anno. 

Di tal modo, dopo ben cinque anni 
di tentativi di progetti, controprogetti e 
contratti, il 15 giugno del 1889 fu posta 
finalmente la prima pietra inaugurale 
dal Re in persona, al cospetto di S. M. 
la regina Margherita, di S. A. R. il prin- 
cipe di Napoli, del cardinale Sanfelice, 
arcivescovo, e del senatore Amore che 
aveva firmato il contratto del Risana- 
mento e che poi, per la solita gratitudine 
popolare, non fu più eletto consigliere. 

Or qui giova premettere che, prima 
della grand'opera del risanamento ge- 
nerale, erasi già dato mano, come ab- 
biam visto, a bonilicare e ad abbellire 
la città con costruzioni parziah. Oltre 
l'acquedotto del Serino e la galleria 
Umberto I, era già sorto il poetico ed 
arioso rione del Vomere per opera della 
Società Tiberina, e già splendevano per 
palazzi eleganti, ville e parchi signorili 
i rioni Vasto, Orientale e Amedeo. Ma 
solo dal 15 giugno 1889 si diede mano 
ai piani regolatori per una generale e 
compiuta bonifica dei quartieri più in- 
salubri; solo da quel giorno ebbero prin- 
cipio i lavori per la fognatura generale 
della città, affidati all'impresa Minozzi 
e C. Quest'opera colossale comprende 
tre collettori, una rete di fogne, scari- 
catoi, una vasca a Piedigrotta, un emis- 
sario con foce a Cuma ed uno scaricatoio 
con foce a Coroglio. 

Negli ultimi sei anni decorsi le de- 
molizioni e le riedificazioni andarono 
di pari passo e la vecchia e lurida Na- 
poli già si presenta come ringiovanita. 
L'antico corso Garibaldi che dividevasi 



Napoli 67 



verso porta Capuana in due rami, muove ora dal mare diritto, spazioso, elegante 
fino al Reclusorio per altri due chilometri. La via Campo Vecchio è scomparsa nel 
prolungamento del corso che da Foria e dal mare fa confluire al centro le varie 
correnti del traffico. Con le recenti demolizioni e la costruzione di nuovi e splendidi 
edifìzi fu ampliata notevolmente l'antica cerchia della Stazione ferroviaria, donde un 
piazzone rettangolare in cui sboccheranno le seguenti arterie e vie rettilinee : il lun- 
ghissimo rettifilo che, traversando via Duomo, giungerà dopo due chilometri a piazza di 
Porto, ove s'incontreranno due rami stradali provenienti da piazza Municipio e da 
San Giuseppe; il suddetto corso Garibaldi che l'interseca in mezzo; e per ultimo due 
altre arterie, una congiungentesi qua a via Carbonara e l'altra attraversante gii angusti 
vicoletti della Duchesca. Immenso centro edilizio comunicante con molti e popolosi 
punti della città: piazza Municipio, San Giuseppe Toledo, Medina, Monteoliveto, 
Sant'Anna dei Lombai-di, via Molo, Duomo, San Giovanni a Carbonara, Cirillo, Reclu- 
sorio, Duchesca; e finalmente la Marinella, che prolungasi da un lato sino a San Gio- 
vanni a Teduccio ed incurvasi dall'altro sino airimmacolatella e all'Arsenale militare. 
La gran piazza con tanti sbocchi attirerà nel suo centro la sparsa vita commerciale 
come rimmenso rettifilo, principiante a piazza Porto; sarà l'arteria principale della 
città, con 27 metri di larghezza, vale a dire 3 metri pii;i di via Nazionale a Roma. 

Altro gran centro edilizio sarà l'ampia piazza del Reclusorio con forma poligonale, 
in cui, oltre a due minori, metteranno capo tre grandi arterie: la prima a est traversei'à, 
colrelativonuovorione, la lunga via Arenacela; la seconda s'incrocierà con quest'ultima 
a nord per risanare porzione della sezione Vicaria; e la terza è il precitato e già ultimato 
corso Garibaldi. 

È il vero che in alcune costruzioni del nuovo rione Vasto si andò troppo alla spiccia 
e niente affatto avvisati e guardinghi, sì che parecchi edifìzi non ebbero saldi fonda- 
menti ed alcuni rovinarono non senza vittime del lavoro; ma, dopo un'inchiesta del 
Comune, fu istituita una Commissione municipale di sorveglianza tecnica. 

Ma il rinnovamento edilizio di Napoli non ha fine in quel che slam venuti via via 
accennando; nuovi e vasti rioni già incorniciano, abbellendolo, l'immenso anfiteatro 
partenopeo: i già compiuti rioni Vasto e Orientale, inaugurati dai Sovrani sin dal 
maggio 1885; quello progettato di Santa Lucia, che trasporterà a più di 100 metri di 
distanza la magica situazione di quell'antica e storica contrada; il rione Amedeo fra il 
corso Vittorio Amedeo e la riviera di Ghiaia già sparso di bei villini e edifizi ; il precitato 
Vomere, illeggiadrito da splendide dimore e da più splendidi giardini, collegato alla 
città da due funicolari, quella di Montesanto e quella di Ghiaia; e finalmente i rioni 
Materdei, Miradois, Ponti Rossi, Sant'Efrem, Ottocalli, Regina Margherita, dei Granili, 
il parco Margherita, il parco Savoia, i quali tutti son come fregi intorno al letto in cui si 
adagia la bella Sirena davanti al suo magico Golfo. Soggiungeremo in fine che nel- 
l'agosto del 1894 scoppiò uno screzio fra il sindaco di Napoli e il prefetto, volendo il 
primo dare al rettifilo che va alla stazione il nome di Corso del Risanamento e il 
prefetto invece quello di Corso Re cV Balia. Ma il sindaco si ravvide, ritirò le dimissioni 
e rimase il secondo nome (1). 



(1) Sfortunatamente è soprag^nunta in questi ultimi tempi la crisi finanziaria e il ristagno, e 
noi porremo qui fine con le seguenti giudiziose osservazioni tolte da un articolo nella Easucgua 
Nazionale di Firenze sul libro Les Italiena d\iujoanVhul del francese Bazin : « 11 l'isanamento di 
Napoli è certamente un'opera che fa onore all'Italia; ma essa non va scevra d'inconvenienti. La 
speculazione, questa piaga del temjjo nostro, vi ha lasciato (jualche impronta ed ha tolto ad un 
lavoro di vera e grande utilità pubblica una parte almeno dei vantaggi, che poteva avere per il 
bene della città e della popolazione napoletana. Inoltre, a Napoli, come a Roma, si è lavorato m 
l'reita, non ai è studiato con ponderazione il problema, e sopralutto non Io si ò guardato sotto 



68 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 24. — Napoli (Catacombe di San Gennaro) : Cappella Cimiteriale (da fotografia). 



ANTICHITÀ 



Delle antiche costruzioni greche e romane poco o nulla rimane in Napoli. Le 
principali sono le seguenti: 



Avanzi deiranlica Napoli. — Scarseggiano in 
vicinanza immediata della città, quantunque i din- 
torni sieno coperti di rovine di tempii, di teatri, di 
ville e il Museo sia doviziosissimo di monnmenti 
dell'arte greca e romana. 

Frammenti del tempio di Castore e Polluce 
si conservano nella facciata della chiesa di 
San Paolo Maggiore, e consistono in due colonne, 
porzione di un architrave e due torsi. 



Degli altri tempii non rimangono che i nomi. 
L'area del tempio di Nettuno è occupata dalla cat- 
tedrale e l'antica basilica di Santa Restituta ere- 
desi sorga sulle fondazioni di un tempio di Apollo. 
Nel luogo del tempio di Cerere sta la chiesa di 
San Gregorio Armeno ; quello del tempio di 
Mercurio è occupato dalla chiesa dei Ss. Apo- 
stoli; quello del tempio di Vesta, dalla chiesa di 
Santa Maria Rotonda nel palazzo Casacalenda ; 



i molteplici e complessi suoi aspetti prima di cominciare a demolire e ricostruire. Ne è nato un 
doppio inconveniente; non si sono fatti bene i conti delle spese e non si è calcolato abbastanza 
il perturbamento inevitabile, che quel grande lavoro doveva recare nella privata proprietà; si 
sono fabbricati palazzi e case di speculazione, non atte a dar ricovero alla povera gente, che 
era male alloggiata fin che si vuole negli antichi e luridi fondacci, ma vi trovava un letto per 
avervi ricovero e non era costretta a pagare pigioni di gran lunga superiori ai proprii limitatis- 
simi mezzi finanziari. Tutta questa gente poi aveva mestieri ed arti che richiedevano la sua pre- 
senza in quella parte della città ove era alloggiata. Ora, col risanamento, la si è cacciata, per 
così dire, dagli antichi rioni e di piìi non si può darle che in lontanissime parti della metropoli 
un alloggio appena proporzionato alla sua miseria. Onde la crisi finanziaria, economica e sociale, 
che è venula ad intralciare l'opera del risanamento di Napoli ». 



Napoli 



69 




Fig. 25. — Napoli (Catacombe di San Gennaro) : Ambulacro massimo (da fotografia). 



e quello del tempio di Diana, dalla chiesa di 
San Marco Maggiore. 

Ponti Rossi è il nome moderno dato agli 
avanzi Aeìì'Aqua Julia, acquedotto lungo circa 
80 chilometri, costruito da Augusto per prov- 
veder d'acqua le squadre romane a Miseno. In- 
cominciava a Serino in provincia d'Avellino 
(donde appunto fu dedotto il già descritto re- 
cente acquedotto di Serino) ed era alimentato 
dalle acque del Sehcto. I residui visibili stanno 
in una cavità profonda sul pendio del poggio di 
Capodimonte e sono costruiti di solidi massi 
di tufo, orlati di mattoni rossi donde il nome di 
Ponti Rossi. Prima di giungere in questa cavità, 
valle che dir si voglia, l'acquedotto dividevasi 
in due rami. Uno proseguiva nel cuore della 
città recandole la principale provvista d'acqua 
sino al tempo di Belisario, il quale lo ruppe fa- 
cendovi passar le sue schiere. L'altro ramo at- 
traversava il Vomere, ove scorgonsi ancora i suoi 
residui. A questo punto l'acquedotto dividevasi 
di bel nuovo ed un ramo dirigevasi alle ville 
romane presso la punta di Posillipo e l'altro, per 
Monteoliveto, a Baia e a Miseno, ove terminava 
nel grande serbatoio della Piscina Mirahilis. Le 
rovine dei Ponti Rossi furono riattate nel 1813 
avendo cura di conservare l'antico loro carattere. 



h' Anticaglia, nella via omonima, è constituita 
da due arcate ed altri avanzi di un antico teatro : 
dai frammenti che restano si arguisce che doveva 
essere assai vasto. 

Nel muro esterno del monastero di Santa Maiia 
Egiziaca a Forcella è una lapide con suvvi una 
iscrizione greca che credesi del tempo di Domi- 
ziano e che riferiscesi ad una statua e ad alili 
onori decretati ad una Tettia Casta, sacerdotessa. 

Le Catacombe (figg. 24-25), o piuttosto quelle 
porzioni di esse dette le Catacombe di San Gen- 
naro. — Sono situate nei fianchi del poggio di 
Capodimonte. L'unico ingresso ora aperto è dalla 
chiesa di San Gennaro de' Poveri, in fondo al- 
l'Ospizio omonimo. 

La chiesa di San Gennaro fu eretta nel se- 
colo Vili sul luogo della cappelletta in cui fu 
deposto il corpo del Santo al tempo di Costan- 
tino, ma fu ammodernata. I freschi nel vestibolo 
del cortile interno si possono, al dire del Bur- 
ckhardt: « attribuire senza titubanza ad Andi'ca 
Sabini, e son forse il miglior portato posseduto 
da Napoli di uno de' suoi cittadini del periodo 
aureo. Sfortunatamente la storia di San Gennaro 
è assai guasta » {Uer Cicerone). 

ÌjC Catacombe sono scavale nel tufo vulcanico 
e l'ormano una lunga serie di corridoi e camere 



70^ 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



in tre piani comiinicnnti fra di loro per mezzo 
(li scale. In una parte, chinsa al principio del 
secolo nostro, è una cappella con tre archi sor- 
retta da colonne di tufo con un seggio episcopale 
e un battistero; in un'altra parlo è una fonte 
servita, probabilmente, pei riti battesimali. 

Lunghesso i muri dei corridoi e delle camere 
sono scavati molti loculi, o nicchie sepolcrali, in 
cui veggonsi ancor degli scheletri con rozzi di- 
segni del ramo d'ulivo, della colomba, del pesce 
e altri siffatti emblemi dei primitivi cristiani con, 
qua e là, un'iscrizione greca. Codeste nicchie 
erano chiuse da lastre marmoree di cui molti fram- 
menti con iscrizioni formarono il pavimento della 
chiesa di San Gennaro, ma che furon poi traspor- 
tate nella Collezione epigrafica del Museo. 

Gli archeologi napoletani fecero sfoggio di 
grande erudizione e di dottrina nel discutere in- 
torno all'origine di queste Catacombe. Alcuni le 
identificarono con le buie dimore dei Cimme- 
riani di Omero; altri le qualificarono Latomie 
(Luulomiae) o cave donde gli antichi cavavano i 
massi di tufo per gli edifizi; mentre altri ancora 
le dissero scavate dai cristiani primitivi come 
ricovero dalle persecuzioni e sepolcri. 



Passaggi e camere così vaste ed intricate mal 
poterono esser opera d'uomini che cercavano un 
nascondiglio pel loro culto perseguitato; e di 
presente la costruzione di queste Catacombe è 
attribuita generalmente ai coloni greci. 

Non v'ha però dubbio che tanto i Romani 
quanto i primi cristiani se le appropriarono in 
seguito — i cristiani pei loro riti religiosi del 
pari che per le loro sepolture. San Gennaro, 
San Gaudioso, Sant'Agrippine e altri martiri, 
canonizzati in seguito, furonvi seppelliti. Quindi 
le Catacombe furono particolarmente venerate 
nel medioevo e il clero della città doveva visi- 
tarle almeno una volta all'anno. Esse divennero 
il cimitero delle vittime della peste nel 165G; e 
l'abate Romanelli, che le esplorò nel 1841, vi 
rinvenne parecchi scheletri di quelle vittime tut- 
tora interi e con gli abiti che indossavano in vita. 
Le iscrizioni scoperte pare riferiscansi esclusiva- 
mente ai cristiani. 

Le Catacombe di Napoli voglionsi più vaste di 
quelle di Roma. Una porzione stendesi sotto la 
chiesa della Sanità in cui è la tomba di San Gau- 
dioso con suvvi un dipinto della Testa del Salua- 
tore, di un periodo antichissimo. 



CASTELLI 



Castel ^'uovo. — Ora caserma, antica impo- 
nente fortezza, con torri massiccie, detta la Ba- 
slìglia di Napoli, quantunque la sua prossimità 
al porto e il forte isolato che ne occupa il centro 
le dieno una rassomiglianza più generale alla 
torre di Londra. Fu mcominciata^nel 1283 da 
Carlo 1 su disegno di Giovanni da Pisa, nello 
stile fortificatorio cosi detto francese in contrap- 
posto al tedesco, che tanto dispiaceva, dicesi, a 
Carlo nel Castel Capuano. Ma Carlo non vide 
compiuto Castel Nuovo. I suoi successori ne fecero 
il loro palazzo come quello ch'era allora fuordella 
cinta della città e prossimo al mare. 

Alfonso I lo ampliò coll'aggiunta di un'altra 
cerchia di mura e torri protetta da un fosso pro- 
fondo e torri rotonde agli angoli. Questi bastioni 
circolari credonsi l'unica porzione superstite del- 
l'opera di Alfonso, essendo la più parte delle 
opere presenti alli'ibuita a Don I^edro de Toledo, 
il quale edificò i bastioni quadrati verso il 15-40. 

Nel 1862 furono demolile due delle torri come 
dirizzale contro la città. 

L'ingresso del castello è a noi'd venendo dalla 
piazza del Municipio. Si passa davanti la senti- 
nella, si piega a destra indi a sinistra e, dopo al- 
cune centinaia di passi dall'ingresso del forte 
propriamente dello, si arriva all'alio e magnifico 
Arco di Alfonso I {{ìg. 26), eretto fra due torri 
rotonde in memoria del suo ingresso (27 feb- 
braio 1443) da Pietro di Milano (1470) e da 
Giuliano da Maiano secondo il Vasari. Lavorarun 



più tardi alle scolture (probabilmente) il detto 
Giuliano da Majano, Isaia da Pisa, Andrea, al- 
lievo di Donatelio, e Silvestro d'Aquila. La ma- 
gnifica porta è in pari tempo, si può dire, quella 
della vittoria per la quale il Rinascimento fece 
il suo ingresso trionfale a Napoli. 

Si compone di un arco fiancheggiato di co- 
lonne corinzie, ora in parte murate, di un fregio 
e di un cornicione con sopra un attico. Bello il 
bassorilievo rappresentante l'Entrata di Alfonso I 
di Aragona in Napoli. Il tutto è coronato di 
statue mutilale rappresentanti San Michele, 
Sant'Antonio Abate e San Sebastiano, di Gio- 
vanni da Nola. Nelle nicchie sottostanti sono le 
statue delle quattro Virtù cardinali. 

Le celebri Porte di bronzo della piazza furono 
eseguile da Fra Guglielmo di Napoli che vi rap- 
presentò in vari compartimenti Vittorie di Fer- 
dinando I sul duca d'Ancjìò e t baroni ribelli. 
In una di codeste ]iorte è incastrata una palla di 
cannone sparala, al dire del Giovio, durante uno 
degli assalii tra Francesi e Spagnuoli al tempo di 
Consalvo di Cordova. Fu lanciata dall'interno del 
castello dai Francesi che avevano chiuso le porle 
al primo annunzio dell'arrivo degli Spagnuoli. 
La palla non penetrò intieramente nelle porle e 
rimase poi cosi incasti'ata nel metallo che non 
fu più possibile estrarla. Le porte furono restau- 
rate nel 1889. 

Dentro le porte e un ampio quadrangolo con 
m fondo la chiesa, la caserma ed un edifizio che 



Napoli 




Fig. 20. — Napoli (Castel Nuovo): Arco trionfale di Alfonso I d'Aragona. 



72 



Parie Quarta =- Italia Meridionale 




Fig. 27. — Napoli (Castel Nuovo): IngiesbO pimcipale della chiesa di Santa Baibara 

(da fotografìa Somiiek). 



vuoisi risaiga al tempo degli Angioini con una 
sala magnifica, Armeria principale, detta Sala 
di San Luigi o Sala d'anni. Servi in varii tempi 
di salone per le udienze regali, per le feste olli- 
ciali e musicali e per teatro di Corte. Entro le 
sue mura Celestino V rinunciò alla tiara e il 
conte di Sarno ed Antonello Petrucci furono ar- 
restati da Ferdinando I di Aragona. In un'altra 
stanza, convertita in cappella dedicata a San Fran- 
cesco di Paola, cpiesto santo ebbe il celebre ab- 
boccamento con Ferdinando I di Aragona di pas- 



saggio a Napoli ed avviato in Francia cbiamatovi 
da Luigi XI. Il dipinto del Santo è attribuito allo 
Spagnoletto. 

L'arcbitettura corinzia dell'ingresso principale 
della chiesa di Santa Barbara (fig. 27) è di Giu- 
liano da ftlajano, e nei particolari delle sue deco- 
razioni offre, secondo costumava a que' tempi, un 
misto incongruo di oggetti sacri e profani. Sopra 
la porta è un bel bassorilievo della Vernine col 
Putto che vuoisi anch'esso del Majano. Nel coro, 
dieli'o l'aitar maggiore, Y Adorazione dei Magi, 



Napoli 



73 







iBrnjSwiH iWmjHijHmsM™, 



'IfflwnfmmmnTnmoj 



Fig. 28. — Napoli : Piazza della Vittoria e Castel Sant'Elmo (da fotografia Brogi). 



clic diede luogo a molte controversie. 11 Vasari 
l'attribuisce a J. van Eyck e Io vuole uno dei 
suoi primi dipinti a olio dopo ch'ebbe scoperta 
riscoperta la pittura a olio. Aggiunge il Vasari 
che il quadro fu inviato da alcuni mercanti ita- 
liani nelle Fiandre in dono ad Alfonso I e che al 
suo arrivo a Napoli i pittori trassero tutti ad 
esaminarlo quale una curiosità. Altri invece lo 
vogliono dello Zingaro o del suo allievo il Don- 
zelli, per la ragione che le faccie dei tre Magi 
essendo ritratti di Alfonso I, di Ferdinando I e 
di un terzo real personaggio del tempo (forse 
Lucrezia d'Anagni), mal poteva van Eyck, ch'era 
in Fiandra, introdurvi il ritratto del recli'einon 
aveva mai veduto. Per combattere l'obbiezione 
fuvvi chi disse (quantunque senza prova storica) 
che le faccie dei Magi furono ritoccate e cambiate 
in ritratti dal suddetto Zingaro. 

Presso la sacrestia è una piccola Verfjine col 
Bambino in braccio, attribuita a Giuliano da 



Majano dal Cicognara che loda l'eleganza delle 
figure e la ricchezza del panneggiamento; e alla 
sinistra dell'aitar maggiore un bel ciborio con 
rilievi, probabilmente del medesimo scultore. 
Tutto rintcrno della chiesa fu rimodellalo nel 
gusto detestabile spagnuolo del secolo XVII 1, 
non rimanendovi traccia dell'originale architet- 
tura archiacuta salvo che la facciata e le sue 
torricelle spirali. 

Dietro il coro una scala a chiocciola di 150 gra- 
dini mette al sommo del campanile. Vudlsenc 
autore Giovanni da Pisa, ma è più probabilmente 
opera del secolo XV. 

Una galleria coperta fra Castel Nuovo e il pa- 
lazzo Regio porgeva una via di salvezza da questo 
a quello in caso d'insurrezione popolare. 

Castel Sant'Kliiio (fig. 28), detto nel secolo XIV 
Castel Sant'Erasmo da una cappella di questo 
santo che sorgeva aulicamente in velia al poi^'gio. 
— Fu fondato nel 1319 dal re Iloberto il Savio- 



io — I.a Patria, voi. IV. 



74 



Parie (Juarla — Italia Meridionale 




Fig. 29. — Napoli : Castel del Carmine (da fotografia). 



e costruito da Tino da Siena e da Atanasio Pri- 
mario di Napoli, li treniuoto del dicembre 1456 
lo distrusse quasi per intiero; nell'assedio del 
maresciallo Lautrec (1528) il poggio fu di bel 
nuovo fortificato e sotto il viceré Don Fedro di To- 
ledo fu riedificato il castello qual è ora (1535-38). 

Le sue mura enormi con la controscarpa, i 
fossi tagliati nel solido tufo e le gallerie sotter- 
ranee lo facevano credere inespugnabile in ad- 
dietro ; ma dopo la caduta dei Borboni fu disar- 
mato e serve ora di prigione militare. Sotto, nel 
tato, una grande cisterna. 

Panorama stupendo dal parapetto a sinistra, 
in alto, a cui si sale da una scala aperta. É lo 
stesso panorama che si gode dal Belvedere San 
Martino, ma ancor più pittoresco sulle isole e 
su Posillipo. In niun punto della città si presenta 
meglio allo sguardo estatico l'ingresso occiden- 
tale del golfo di Napoli con la sua decorazione 
veramente paradisiaca. 

Castel Capuano (più noto coH'odierno nome 
di Vicaria). — Fu fondato da Guglielmo 1 su 
disegno di Buono e compiuto nel 1231 da Fe- 
derico II su quello di Puccio. Fu il palazzo 
degli Svevi ed occasionalmente dei re Angioini. 
La notte del 25 agosto 1432 avvenne entro le 
sue mura l'assassinio di Sergianni Caracciolo, gran 
siniscalco e favorito di Giovanna li, per ordine di 
Covella Rufo, duchessa di Sessa, la quale usci 
dalla sala da ballo per contemplar la sua vittima 
di cui pestò co' piedi il cadavere sanguinante. 

Don Fedro di Toledo converti, nel 1540, il 



castello in palazzo e vi radunò tutti i tribunali 
sparsi per la città e che ancor vi si trovano. Con- 
tiene parecchie stanze a cui si accede da due 
saloni al primo piano il quale formicola sempre 
di avvocati, procuratori e litiganti, ed è bello 
studiarvi i vivaci caratteri napoletani. 

Dalla corte criminale una scala metteva alle 
sottostanti ampie prigioni che acquistarono una 
triste celebrità sotto gii ultimi Borboni. Le pri- 
gioni sono ora sgombrate e mutate in uffizi di 
cancelleria. 

Castel del Carmine (fig. 29). — Parte di esso 
serve a opificio militare, parte a carcere. É un 
edifizio massiccio, non lungi dal nuovo giardino 
pubblico, detto Villa del popolo, foniaio nel 1484 
da Ferdinando I quando estese le mura della città 
ed eresse la maggior parte delle porte ed am- 
pliato poi da Don Fedro di Toledo. Nel 1647, 
propugnacolo del popolo durante l'insurrezione 
di Masaniello e stanza del duca di Guisa, fu poi 
fortificato. 

Nelle persecuzioni politiche del 1796 la cru- 
dele regina Carolina e il suo degno accolito car- 
dinal Rufi"o fecero rinchiudere in questo castello 
i più stimabili patrioti. 

Castel deirOvo (fig. 30). — Così detto dalla 
sua forma ovale, sull'estremità meridionale di 
Pizzofalcone che prolungasi nel mare formando 
un'isoletta rocciosa, congiunta al continente da 
una diga e un ponte fortificato, e descritta da 
Plinio sotto il nome di Megaris. Nel quarto secolo 
quest'isoletta fu data dall'imperatore Costantino 



Napoli 



75 




Fig. 30. — Napoli : Castel delFOvo (da fotografia Sommeu). 



alla Chiesa e cliiamata Isola di San Salvatore al 
Mare. Al dir del Vasari il castello fu edificato 
nel 1154 sotto Guglielmo I su disegno di Maestro 
Buono e compiuto nel 1221, sotto l'imperatore 
Federico II, da Nicolò Pisano e Puccio. Carlo I 
lo accrebbe assai e ne fece occasionalmente la 
sua residenza. Roberto il Savio ne fece ornar da 
Giotto (1326) la cappella con freschi di cui non 
rimane più traccia. Roberto piaceasi conversare 



col sommo pittore che lo ricreava con le sue ar- 
guzie. Sotto Federico e gli Angioini il castello 
servi a custodire il tesoro. Nel 1495 fu assediato 
da Ferdinando II dopo ch'orasi arreso a Carlo Vili 
di Francia. I tumulti sotto la regina Giovanna II 
e più tardi (1503) una mina di 'Pietro Navarro 
lo distrussero in parte, ma fu restauralo da 
Pietro di Toledo (1532-53). Ora è caserma e 
carcere militare. 



PORTE 

Napoli era cinta anticamente di mura con torri e porte. Agli sbocchi delle vie 
principali presso le mura schiudevasi il passo alla circostante campagna. Verso la 
chiesa di San Giorgio era porta Nolana e al capo estremo ov'ò l'obelisco di San Dome- 
nico aprivasi porta Cumana. Prossimo ai gradini minori del Duomo sorgeva l'arco di 
porta Campana, e di rincontro, presso San Pietro a Maiella, doveva essere un'altra 
porta, che se non è forse la Pavezia, fu al fermo quella ch'ebbe in altri tempi il nome 
di Donnorso. 



^6 



Parie Quarta — Italia MeriJionalé 



Fra il Duomo e la chiesa di Donna Regina vuoisi porre altra porta detta di 
Santa Sofia, e in alto, dirimpetto ad essa, porta Montana. Dalla via di mare ricordasi 
porta Licinia presso l'ex-chiesa di San Gerolamo e porta Baiana o di Baia, da ultimo. 
Altre porte, parecchie segnatamente verso nord, aveva Napoli antica, ma non ce ne 
pervenne il nome primitivo. 

Ad eccezione di pochi frammenti di mura e fossi, Napoli poco serba delle sue forti- 
ficazioni medieviche oltre i suddescritti castelli e poche porte ammodernate le quali, 
per esser ora circondate da strade e case, trovansi dentro la città. Hanno ciascuna un 
busto di San Gaetano collocato sopra di esse per un voto del Municipio a questo santo 
durante la peste del 1656. 



Porla Capuana (fig. 31), su quella ch'era in 
addietro la strada maestra a Capua anzi che fosse 
aperta la nuova di Capodichino. — É decorata 
con lo stemma di Ferdinando I di Aragona che 
la costruì del pari che le mura della citt^i in quel 
quartiere. Fu restaurata ed ornata dal fiorentino 
Giulio da Majano nel 1495, ed aggiunte ulte- 
rioi'i vi furono fatte nel 1535, quando Carlo V 
fece il suo ingresso in Napoli. I bassorilievi e 
le statue di Sant'Agnello e San Gennaro furonvi 
allor collocate. Le due torri che fiancheggiano la 
porta sono del tempo di Ferdinando I ed addi- 
niandansi l'Onore e la Virtù come sta scritto sotto 
di esse. Nel 1658 le alterazioni fatte alla porta ne 
mutarono il carattere. Porta Capuana è forse la 
porta più bella del Rinascimento, coi suoi trofei, 
due Villoìie, due Angeli con grappoli e canestri 



di frutta, un alto fregio ed un attico e le due 
statue suddette. 

Porta Nolana. ■ — Situata all'estremità della 
Strada Egeziaca, schiudesi sul corso Garibaldi e 
sulla strada che va a Nola. Anch'essa e fiancheg- 
giata da due torri rotonde denominate Santa Fé 
e la Speranza, ed ha, sopra, un bassorilievo di 
Ferdinando I. Immediatamente dopo di essa è la 
via che conduce alla stazione ferroviaria centrale. 

Porta (lei Cannine. — Sorgeva presso la 
chiesa di Santa Maria del Carmine e fu rimossa 
per ampliare la strada alla suddetta stazione. 
Rimangono ai due lati le sue due torri massiccie 
coi nomi di Fedelissima e la Vittoria. Parecchi 
avanzi di torri rotonde fra questa porta e porta 
Capuana forraavan parte delle mura aragonesi 
nel lato est della città. 



Altre due porte di poco momento sono porta Alba, cosidetta dal viceré duca d'Alba; 
ma più nota generalmente sotto il nome Porta Sciuscella nel largo Spirito Santo, e 
porta San Gennaro presso piazza Cavour. 

Passati il Vomero e Antignano si esce dalla cinta daziaria per la porta di Arche- 
tiello per salire a destra alla porta Cangiani che dista un'ora e un quarto in vettura da 
villa Nazionale e un po' meno dal corso Vittorio Emanuele. 

Fra gli altri ingressi senza porte in città voglionsi mentovare la strada del Campo 
e la strada di Capodichino, le quali mettono ambedue al luogo detto il Campo ove dira- 
niansi le strade a Caserta e a Capua; la strada di Capodimonte, che conduce al palazzo 
omonimo, e di là alla strada a Capua per Aversa; e le strade di Posillipo e della grotta 
che vanno ambedue a Pozzuoli ed a Baia. 



PONTI 

Quantunque abbianvi in Napoli quattro cosidetti ponti, uno soltanto ha propriamente 

diritto a codesto nome, non essendo gli altri che viadotti sulle valli o depressioni nella 

città. Non havvi infatti che un fiumicello che richiegga un ponte, il classico Sebeto, di 

cui cantò Virgilio nel va dell'i^ne/c^e.- 

Né tu senza il tuo nome a questa impresa, 
Ebaio, te n'andrai, del gran Telone 
E de la bella Ninfa di Sebeto 
Figlio onorato. 



Ponte della Maddalena. — Fu costruito da 
Caiio IH nel luogo di un ponte più antico detto 
il Ponte di (hnscardo. Derivò il nome dalla vi- 
cina chiesa della Maddalena. 



Ponte di Cliiaia. — É un viadotto costruito 
nel 1634 per la comunicazione fra i colli di Pizzo- 
falcone e di Sant'Elmo e conduce a sinistra alla 
caserma di Pizzofalcone. Fu riedificato nella sua 



Napoli 



77 




Fii? ol. 



Napoli : Porla Capuana, 



forma odierna nel 1838 e sta lungo la grande 
strada di Ghiaia. 

Ponic della Sanila. — É un bel viadotto fab- 
bricalo nel 1809 dai Francesi come parte della 
nuova strada costruita da essi da via Toledo a 
Capodimonle. Deriva il suo nome dal suburbio 



della Sanità, uno fra 1 quartieri più salubri di 
Napoli. 

Poiilc (leiriininacolalclla.^ — Trovasi all'eslrc- 
milà della strada del l'iliero, presso il Molo Pic- 
colo; fu edificalo da Carlo 111 e riedilìcato da 
Ferdinando II. 



78 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



ACQUE POTABILI, SORaENTI, POZZI ARTESIANI, FONTANE 
ed ACQUE MINEBAXil 



Il recente, nuovo acquedotto del Serino, da noi descritto piiì sopra, ha ormai 
surrogato le antiche e poco salubri provviste d'acqua di Napoli. Giova tuttavia, per 
l'istoria della grande città, dirne qui qualche parola. 



Acque potabili. — L'acquedotto, detto Acqua 
di Carmignano, fu costruito da Alessandro Ci- 
minello e Cesare Carmignano (donde il nome) a 
proprie spese al principio del secolo XVII. Inco- 
mincia presso Sant'Agata de' Goti e porta in 
città le acque dell'Isclero per un circuito di circa 
48 chilometri. Fu cosi danneggiato dal tremuoto 
del 1631 che fu necessario andare in cerca di una 
nuova provvista d'acqua a Maddaloni donde è 
condotta nel canal primitivo a Licignano. Dalla 
sorgente a Licignano il canale è murato e da 
Licignano a Napoli è sotterraneo. Nel 1770 si 
ottenne una nuova provvista d'acqua dirigendo 
nel canale il soverchio dell'acquedotto di Caserta. 
La più parte delle fontane, e in addietro anche 
delle case, rifornisconsi d'acqua da questo ac- 
quedotto. 

L'Acqua della Bolla derivata da sorgenti e 
da un pozzo artesiano sul declivio del monte 
Somma, è condotta in città da un canale coperto 
lungo 8 chilometri e provvede i quartieri hassi. 
11 soverchio scaricasi nel Seheto. 

Sor()enli. — Sono quattro nei vari quartieri: 
i Tre Cannoli nella via omonima; l'Acqua Aquilia 
nella strada Conte Olivares; l'Acqua Dolce a 
Santa Lucia ; e l'Acqua del Leone a Mergellina, 
la quale è in fama della sorgente più pura. 

Pozzi Artesiani. — La povertà d'acqua, se- 
gnatamente nella parte superiore della città, in- 
àusse, non ha molti anni, il Municipio a stringere 
un contratto coH'ingegnere francese Degouséc 
per scavar due pozzi artesiani — uno presso il 
palazzo Reale, l'altro nel largo della Vittoria 
presso Chiaia. Il primo, dopo molti anni di la- 
voro e dopo raggiunta una grande profondità 
sotto il mare, ha trovato due sorgenti copiose 
che danno una massa d'acqua giornaliera di 
1296 metri cubi, ma di tale una qualità che la 
rende disadatta agli usi domestici. Il secondo 
pozzo artesiano nel largo della Vittoria ha rag- 
giunto una sorgente di acqua più pura 

Due altri pozzi artesiani furono scavali più di 
recente appiè di Poggio Reale e del Cimitero per 
dar moto a mulini e per l'irrigazione. 

Fontane. — Delle principali toccheremo più 
sotto trattando delle Piazze e dei Larghi. Fra le 
altre voglionsi citare la fontana del Gigante, al- 
l'estremità est di Santa Lucia; la fontana di Net- 
tuno, posta fino a pochi anni fa in piazza Medina; 
la fontana di Santa Cutenna Spìnacorona a Porlo ; 



la fontana del Ratto d'Europa nella Villa Nazio- 
nale, opera di Angelo de Vivo nel secolo scorso; 
la fontana accosto allo sbarcatoio dell'/mmacoZa- 
tella (fig. 32), adorna di statue e di cariatidi che 
sostengono un arco con trabeazione sotto il quale 
è una coppa, opera di Michelangelo Naccarini e 
Pietro Bernini; e la bellissima fontana in piazza 
della Stazione (fig. 33). 

Acque minerali. — Le acque minerali di Na- 
poli stanno alle falde di Pizzofalcone presso il 
lido del mare ov'è la strada di Santa Lucia e la 
villa reale di Chiatamone, a breve distanza dal 
ponte che unisce Castel dell'Ovo al continente. 

Le sorgenti più adoperate, in numero di quattro, 
son proprietà del Municipio, stanno a breve di- 
stanza le une dalle altre e son conosciute sotto 
i nomi di : Acqua sulfurea di Santa Lucia, Acqua 
ferrata di Pizzofalcone, Acqua del fontaniello 
e Acqua acidula di Santa Lucia. Solo le due 
prime son rinomate, epperciò ne diremo qui due 
parole. 

L'Acqua sulfurea di Santa Lucia, od Acqua 
sulfurea antica, come quella che è in uso già da 
gran tempo, sgorga sotto la piazza di Santa Lucia 
ed è versata da un condotto protetto dalle onde 
marine da un piccolo argine. E limpida, spu- 
mosa, coU'odore delle uova putrefatte e deposita 
zolfo al contatto dell'aria. Ha un'azione diuretica 
e leggiermente purgativa e diaforetica. I Napole- 
tani ne fanno un uso od abuso grandissimo dal 
giugno al settembre, recandosi la mattina a berla 
alla sorgente o comperandola dagli acquajuoli 
che la portano per tutta la città. Vuoisi che i 
suoi consumatori ascendano annualmente a circa 
10,000. Si amministra in bevanda da 1 sino a 
6 libbre nelle dispepsie, nell'itterizia, contro i 
calcoli biliari, nei catarri inveterati, nelle affe- 
zioni scrofolose e reumatiche e in molte dermatiti 
croniche della cute. E per uso esterno si ado- 
pera nella cura delle piaghe sordide inveterate. 

L'Acqua ferrala di Pizzofalcone, o del Chiata- 
mone, a circa cento passi dalla precedente, é lim- 
pida, frizzante, di sapore acido astringente ed è 
alquanto più pesante dell'acqua comune. Si usa 
in Napoli e nei dintorni dal giugno al settembre 
con un annuo concorso di circa 5000 persone e 
si trasporta in bombole di creta per tutta la città. 
Giova contro molte malattie del sistema dige- 
rente, contro le clorosi, le ostruzioni, le cachessie, 
la dismenorrea, ecc. 



Napoli 



79 




Fig. 32. — Napoli: Fontana dell'Imniacolalella (da fotografia Brogi). 



VIE PRINCIPALI 



Delle vie nuove e nuovissime di Napoli 
dello Soentramento e del Risanamento della 
fra grandi e piccole, fra circa 90,000 case, è 
delle principali: 

Strada o riviera di Ghiaia. — La grande 
strada Santa Caterina, donde parte a sinistra la 
nuova strada dei Mille, conduce verso nord alla 
strada di Ghiaia animatissinia e di cui si può 
dire formi una parte la Villa Nazionale. Fu inco- 
minciata dal conte d'Olivares e compiuta dal duca 
di Medina Celi, l'ultimo dei viceré spagnuoli. É 
il corso alia moda delle carrozze nel pomeriggio 
e sul far della sera e fra essa e la Villa è il corso 
dei Cavalcatori. Là dove incomincia a salire è 
attraversata dal già descritto ponte di Ghiaia, ove 
passa la strada Monte di Dio che conduce dal 
sobborgo di Pizzofalcone verso le allure sotto 
Sant'Elmo: nella strada di Ghiaia a destra v'ha 
una scala che vi mena. 



già abbiam trattato in principio parlando 
città; ma trattandosi di ben 1300 circa vie, 
naturale che noi non possiamo toccare che 

La strada di Ghiaia sbocca in faccia al teatro 
San Carlo, in piazza San Ferdinando, donde piglia 
le mosse la celebre 

Via di Toledo (ora via Roma). — Arteria princi- 
pale di Napoli, cosi detta perche fondata nel 1540 
dal viceré Don Fedro di Toledo sull'antico fosso 
occidentale della città vecchia. Stendesi a nord e 
a sud e separa la Napoli del medioevo, che sta 
fra essa e caste! del Carmine, dalla città moderna 
che svolgesi a ovest lungo i pendii meridionali 
di Sant'Elmo e Ghiaia. Attraversa la città ([uasi 
in linea retta da sud a nord, con una lunghezza di 
2 chilometri e 24-0 metri, ovverossia di 25 minuti 
da piazza del Plebiscito al Museo Nazionale, donde 
prolungasi per la strada nuova di Gapodimontc. 



80 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 33. — Napoli : Fontana in piazza della Stazione (da fotografia). 



E una delle strade più rinomate del mondo 
pel viavai incessante e il concorso straordinario 
della gente e pei magazzini e le botteghe princi- 
pali, ma non per gli edifizi la cui architettura 
nulla ha di notevole. Ai due lati incrociansi, in- 
tersecandosi, molte vie e viuzze che stendonsi a 
destra sino alla stazione centrale e sino al Porto, 
sede principale del commercio, e di cui molte a 
sinistra terminano con scale che conducono al 
corso Vittorio Emanuele. 

Via Santa Lucia. — Detta anche Quai, già via 
sporcissima, ampliata e risanata nel 1846 ed ora 
allargata assai verso il mare, a est di Pizzofal- 
cone. Là dove si biforca una scala che mena alla 
banchina sottostante è una fontana con statue e 
bassorilievi di Domenico d'Auria e Giovanni da 
Nola. Uno dei bassorilievi rappresenta NetUuio 
e^Am/ìirite e l'altro una Contesa di deità marine 
fel possesso di una ninfa. 

In questa strada la vita di famiglia del popolo 
napoletano si manifesta in tutta la sua originalità. 
Le donne lavorano, si acconciano, si pettinano e 
pettinano all'aperto i fanciulli, i quali nella bella 
stagione scorazzano seminudi. Verso la spiaggia 
gran vendita di ostriche, granchi, aliustc e di 
tutte quelle ghiottonerie note generalmente sotto 



il bel nome di frutti di mare, che compransi a 
buon mercato. Gran folla nelle belle sere estive, 
la domenica soprattutto. Là trovasi Vyicqua sul- 
furea di Santa Lucia, di cui abbiani già parlato 
e di là partono i vapori per l'isola di Capri. 

Dall'estremità nord di via Santa Lucia si sale a 
sinistra alla strada del Gigante, così detta da una 
statua colossale di Giove che vi sorgeva in ad- 
dietro. Scorgesi a destra il magazzino di carbone 
dell'Arsenale e in faccia Castel Sant'Elmo che 
signoreggia la città. 

"via Paì-teiiope. — Stendesi lungo il mare, con 
superba veduta dei monti, di Capri e della città: 
è parallela alla strada Chiatamone che contorna 
PizzofalconecontralTortedellacollina di Sant'Elmo 
e che va a raggiungere la via Santa Lucia. 

Strada del'biioiiio. — Dalla strada di Porto, 
sempre popolatissima, si prosegue per l'ampio 
Quai che piglia nome di Via Marina, senipre 
animatissima anch'essa. All'estremità a sinistra 
la nuova strada del Duomo, e a destra, lungo la 
spiaggia, un nuovo giardino pubblico, la villa del 
Popolo, con un heì^Ninfeo marmoreo ch'era in 
addietro all'Lumacolatella. Come a porta Capuana, 
nei dintorni della villa, veggonsi spesso nel po- 



ni e rin- 



vio dei lettori pubblici po] 



lolari. 



Napoli 



81 




Fig. 34. — Napoli (Piazza dei Martiri) : Colonna della Villoria, eretla nel 1804 

(da fotografia Brogi). 



Via Carbonara. — Dalla gi'andc strada I^i'ia, 
prolungamento a nord-est di piazza Cavour, stae- 
cansi, a destra, pi'iiua la suddetta strada del 
Duomo, die conduce in quattro minuti alla cat- 
tedrale; e quindi un'altra che mena a via San Gio- 
vanni a Carbonara e a porla Capuana. Più lungi 
è il nuovo corso Garibaldi che dirigcsi anche esso 
verso questa porta. 

Strada dell'Arenaccia. — Quest'ampia strada 
conduce dall'Albergo dei Poveri in cin((uc minuti 
al Cimitero dei Protestanti e da questo al Cam- 



posanto vecchio a sud del quale si apre la spa- 
ziosa strada Nuova di Poggio lieale che mena 
al Campos;into nuovo da porla Capuana. 

Strada di i'iodicjroKa. — È percorsa dalla 
Irainvia a vapore, colla quale si raggiunge in 
cinque minuti la piazzetta di Piedigrolla attra- 
versala dal corso Villorio Emanuele : vi è la chiesa 
di Santa Maria di Piedigrolla restaurala per l'ul- 
tima volta nel 1850 dopo il ritorno di Pio IX 
da Gaeta. 

Il prolungamento di questa strada è la Gi'olla 



11 



Eia Patria, vul. IV. 



M 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 35. — Napoli (Piazza del Plebiscito) : MonumenLo a Carlo 111 (da loLografiaJ. 



Nuova di Posillipo, galleria perforata dal 1882 al 
4885 nel proniontorio di Posillipo per surrogare 
l'antica ora cliiusa. É lunga 73-4 metri e sempre 
ilkitìflinala a gas. In certi giorni di marzo e di 
ottobre il sole al tramonto l'illumina magica- 
mente, e le carrozze e le tramvie che l'attraver- 
sano vi producono un fracasso incessante e as- 
sordante. 

All'uscita trovasi il villaggio di Fuorigrotta, 
con la stazione del tramvia a vapore e la chiesa 
di San Vitale, ov'é sepolto il poeta sovrano della 
disperazione, Giacomo Leopardi (1790-1837). 

Via Tasso. — Venne ultimala nel 1885 ; muove 
dal corso Vittorio Emanuele e sale lentamente a 
Posillipo offrendo allo sguardo le più belle vedute, 
il magnifico panorama del Vesuvio e del golfo 
coronato di palazzi e di giardini. A sinistra è 
l'Ospedale Internazionale e più lungi alcune 
nuove ville. 

Via Belvedere. — La via Tasso sbocca in via 
Belvedere, che sale al Vomere fra giardini, i cui 



muri intercettano la prospettiva ; continua a sud 
col nome di sli'uda Patrìzi, passa davanti Posil- 
lipo sopra le suddette grotte che stanno a 143 metri 
sotto la strada. Si volle fondare in questo luogo 
un nuovo quartiere detto Parco Savoia che ran- 
noderebbesi, per mezzo di un ascensore, all'in- 
gresso della Nuova Grotta. La strada conservala 
medesima direzione, lascia a destra il villaggio 
di Strato e raggiunge a un po' più di 5 chilometri 
da via Tasso la strada Nuova di Posillipo al suo 
punto culminante presso la villa Thalberg. 

Strada Mergellina. — Piglia le mosse a sud- 
ovest della lunga piazza della Torretta, che rap- 
piccasi a piazza Umberto all'estremità ovest della 
villa Nazionale e in cui sbocca, cinque minuti 
più lungi, il corso Vittorio Emanuele : conduce 
alla suddetta strada nuova di Posillipo, la quale 
incomincia a dieci minuti dalla Torretta di qua 
di un gomito. 

Le Funicolari. — Sono le due vie nuove di co- 
municazione le più comode fra la città bassa e il 



Napoli 



83 




Fig. 33. — Napoli : Piazza e Monumenlo Dante (da fotografia Brogi). 



nuovo qnnrticre Rione del Vomero incompiuto e 
poco abitalo in alto. La prima di queste Ferrovie 
ha la sua testa di linea a Monlesanto a ovest di 
via Toledo; la seconda muove dal /?/'o/ie /Ime^fco 
più vicino al quartiere dei Forestieri. Passano 



ambedue sotto il corso Vittorio Emanuele e la 
seconda vi fa una sosta presso Yllólel Brislul. 
Le estremità superiori sono a 7-8 minuti a nord- 
ovest e 12-15 a ovest dall'ingresso di castel 
Sant'Elmo che è dal lato nord-est. 



Queste le vie principali di Napoli, per integrare le quali rimandiamo il lettore alle 
nuove vie già descritte al principio nello Soenlramento e Risanamento della città. 



CORSI 



Corso Vittorio Emanuele. — In faccia all'an- 
golo nord-ovest del Museo Nazionale si trova la 
strada Salvator Rosa che serpeggia sotto le alture 
di Sant'Elmo, passando, in certi luoghi, su via- 
dotti e scende da ultimo lentamente per Santa 
Maria di Piedigrotta alla suddetta via Mergellina. 
Essa presenta nellissinii punti di vista sulla città, 
il golfo e il Vesuvio. 

Il corso Vittorio Emanuele, che è la continua- 



zione di via Salvator Rosa, fu incominciato sotto 
i Borboni ed ultimato soltanto nel 1875, ed é 
distante più di 4 chilometri da piazza Salvator 
l>osa a Santa Maria di Piedigrotta. Le piccole vie 
che scendono dal corso, alcune delle quali con 
scale, sboccano, quelle del primo terzo, in via 
Toledo e quelle dell'ultimo a Ghiaia. 

Persalirc dal corso, adestra, a rastel Sant'Elmo 
e a San Martino vi son duo strade mulattiere e 



^>. 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



in pniic con piccoli grndiiii: la prima Ma Pcda- 
ììu'iiiiiia di Sem Maiiino 'a dodici minuti da 
piazza Salvator Rosa oltre il viadotto e l'angolo 
die contorna la strada; si arriva di là in un 




Fiy. 37. — Napoli : Obelisco di San Domenico 
(da fotografia Mauui). 



quarto d'ora airingrcsso del castello. La seconda, 
detta la Salila del Petraio, è circa dieci minuti 
più lunga e assai più lunga e la strada per le 
vetture. Essa segue la via Salvator Uosa sino alla 
cappciletta Santa Maria Costantinopolitana e 
piega là a sinistra. 
Corso Principe Amedeo. — Da Ghiaia si sale 



al corso Vittorio Emanuele per l'altro nuovo e 
bel rione Principe Amedeo, che staccasi da Ghiaia 
presso la chiesa di Santa Maria in Portico. 
Corso <iiu-il)iil(li. — Dalla piazzetta Garibaldi, 
non lungi dalla chiesa del Car- 
mine, si va a sinistra, a quest'ampio 
Corso, che passa\a porta Nolana, 
alla stazione, a porla Capuana e 
sbocca da ultimo in via Feria. 

PIAZZE e MONUMENTI 

Piazza dei Marlin. — Movendo 
dal largo o piazza della Vittoria a 
est della Villa Nazionale si arriva 
per via Calabritto, ove sono bei 
magazzini, alla piazza dei Martiri, 
triangolare, con a sud via della 
Pace,'' il palazzo Nunziante con pic- 
colo giardino, i palazzi Partanna e 
Calabntto a nord-ovest e la mo- 
derna gotica chiesa scozzese. 

Dicesi piazza dei Martiri dalla 
Colonna dei Martiri eretta dopo il 
i864 in memoria dei pati'ioli libe- 
rali caduti nelle varie rivoluzioni 
sotto i Borboni. È un'alta colonna 
marmorea, con trofei ed incoronata 
da una Vittoria di bronzo. Alla base 
vi sono quattro enormi leoni, in 
varii atteo'ffiamenti simbolec-gianti 

■ • 1 • ^A T 1 • 

le quattro insurrezioni di Napoli 
del 1799, 1820, 1848 e IStiO. Il 
disegno del monumento è di Alvino 
e h')'ìttorìa del Caggiano (fig. 34). 

Piazza del PleliiscHo. — La più 
spaziosa e la più bella piazza di Na- 
poli, aperta nel 1810 sull'area di 
quattro conventi, con un grande e 
bel getto d'acqua e pubblici concerti 
serali nell'estate. A sinistra è l'ex- 
palazzo del principe di Salerno, ora 
sede del Comando in capo del Corpo 
d'esercito di Napoli; a destra, il 
palazzo Reale ; a nord l'ex-palazzo 
della Foresteria, ora Prefettura; a 
ovest, formante un emiciclo, la bella 
chiesa e il colonnato di San Fran- 
cesco da Paola. 

Davanti la chiesa sono le^statue 
equestri in bronzo di Carlo III (fi- 
gura 35), del Canova, e di Ferdi- 
nando 1 (il cavallo di Canova, la 
abbiaiiamento romano del Cali); eia- 



statua in 
scuna pesa 



27,(300 



chilogrammi 



e costarono 



1,827,500 lire. 

Dal lato nord del palazzo Reale, che rannodasi 
con un'ala al teatro San Carlo, in un piccolo 
giardino con cancellata fu civetta, nel 1804, una 
'Statua dltalia in memoria del plebiscito (donde 



Napoli 



85 



il nome della gran piazza) del 21 ottobre 1860 
ch'ebbe per conseguenza la riunione di Napoli al 
regno d'Italia. 

ì'iaxza San Ferdinando. — La piccola piazza 
che rannettesi a quella del Plebi- 
scito e piazza San Ferdinando, cosi 
detta dalia chiesa in faccia. É una 
delle stazioni principali delle tram- 
vie, degli omnibus e delle vetture 
da nolo. A sinistra sboccano le 
strade di Ghiaia e di Toledo. 

Vhun del Mercato (presso la 
chiesa del Carmine, molto popolata 
il lunedi e il venerdì soprattutto, 
giorni di mercato). — Forma un 
emiciclo, con tre fontane, una delle 
quali, la maggiore, ha nome Fon- 
lana di Masaniello. Qni caddero 
sotto la scure del carnefice le teste 
di Corradino e di Federico di Ea- 
den, il 29 agosto 1207, per ordine 
di Carlo I d'Angiò; e nel 164-7 
rappresentò una parie nell'insurre- 
zione di Masaniello, nato nel 1622 
nel vicino Vico Rotto. A nord sta 
la chiesa di Santa Croce al Mercato 
nella cui sacrestia vcdesi ancora il 
ceppo (con iscrizione in caratteri 
gotici) su cui fu decapitato Corra- 
dino e la colonna di porfido che 
sorgeva snl luogo del palco. 

ì*h\uA del Mnnicipio. — Lunga 
piazza col palazzo Municipale, mollo 
ampliata non ha gran tempo e nella 
quale sarà posto il monumento a 
Villorio Emanuele. Giardino con 
sedili. Nel lato ovest la nuova e 
già descritta galleria Umberto I in 
forma di croce. A nord imbocco a 
strada Santa Brigida e a est a via 
Roma Toledo. Nel lato sud la 
nuova Borsa e nell'angolo nord- 
ovest il palazzo del Municipio. 

VhiLii Dante (fìg. 36), già Largo 
del MercateUo. — Nel 1872 vi fu 
innalzato un monumento a Dante 
con statua in marmo di Tito Ange- 
lini da Napoli e di Solari. L'edifizio 
in emiciclo, con balaustrata e ven- 
tisei statue, fu costruito nel 1757 
dalla città di Napoli in onore di 
Carlo ni Borbone e le statue rap- 
presentano altrettante virtù di quel 
hionarca. Dal 1861 vi fu insediato 
il liceo Vittorio Emanuele. A sinistra di questa 
piazza è la porla Alba, innalzala nel 1032 ed or- 
nala di una statua in bronzo di San Gaetano. Pas- 
sata la porta si mette piede in via dei Ti'ibunali. 

Piazza Cavour. — Lunga piazza a est del 
Museo Nazionale, con alberi e, a sinistra, bello 



square con sedili. Il suo prolungamento a nord-est 
è strada Foria, donde partono a destra, in prima 
lavia del Duomo che mette in quattro minuti alla 
Cattedrale, e quindi la via Carbonara che va a 




Fiy;. 38. — Kapoli : Ohcliscu Ti-iiikii Muyyioie 
(da l'olografia Mauri). 



porta Capuana; più lungi il nuovo corso G;iii- 
baldi. 
Vhnn della Torretta e di Piedic) rolla. — A 

piazza Umberto I rappiccasi, all'estremità ovesl 
della Villa Nazionale, la lunga piazza della Tor- 
retta ove passano due linee di Innuvie e donile 



86 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



parte la tramvia a vapore di Pozzuoli per Fuori- 
grotta e Bagnoli. 

A sud-ovest della piazza è la via Mergellina e 
a ovest la strada di Piedigrotta con tramvia a 
vapore, la quale arriva in cinque minuti alla 
piccola piazza di Piedigrotta attraversata dal corso 
Vittorio Emanuele e in cui sorge la chiesa di 
Santa Maria di Piedigrotta. 



Vhiu Umberto 1. 



Trovasi all'estremità 



ovest della villa Nazionale, col magnifico Grand 
Hotel, edifizio grandioso, sul "cnere svizzero, con 
ascensore, in situazione libera e salubre, in riva 
al mare e con veduta magnifica. 



Piazza Montolivelo. — Col palazzo Gravina, 
ora occupato dalla Posta centrale e dal Telegrafo. 
La fontana fu innalzata nel 1668 dalla città sn 
disegno di Pier Antonio Caffaro, napoletano, il 
quale fuse eziandio la statua in bronzo di Carlo II 
che sorge in cima alla fontana. 

Piazza San riennaro. — Piccola piazza a cui 
vassi da via dei Tribunali; è ornata di una co- 
lonna eretta in memoria della tremenda eruzione 
del Vesuvio del 1631. In cima alla colonna sorge 
la statua di San Gennaro, del celebre scultore 
carrarese Carlo Finelli. morto nel 1853. Autore 
dell'obelisco fu Carlo Fansaffa. 



LARaHI e MONUMENTI 



Alcune delle piazze di Napoli portano 
i seguenti : 

Largo della Carità — In via Roma, già To- 
ledo, con statua di Carlo Poerio, il celebre pa- 
triota, nato nel 1803 a Napoli, ministro sotto il 
Borbonenel 1847, aspirantealla libertà nel 1848, 
condannato in prima a morte nel 1849, indi a 
24 anni di carcere duro, che scontò in parte a 
Nisida, Paia, Ischia, Sant'Elmo; fugo-ito con altri 
condannali alla deportazione in America, riparato 
nel 1858 a Torino e morto senatore, nel 1867, 
a Firenze. 

Laroo Medina. • — A nord di Castel Nuovo, 
ampio e rettangolare, il cui ingresso andava or- 
nato in addietro dalla più bella fontana di Napoli, 
Fontana Medina, che venne rimossa e che sarà 
collocata in una piazza del lìisanamenlo, al lìel- 
tìfilo. La fontana fu fatta costruire nel 1595 dal 
viceré Medina su disegno di Domem'co d'Auria 
e fu poi ampliata da Cosimo Fansaga. Consiste in 
una grande conchiglia sorretta da quattro satiri ; 
nel centro della conchiglia vi sono quattro cavalli 
marini con in mezzo Nettuno che schizza acqua 
dalle tre punte del suo tridente. Alla base quat- 
tro Tritoni seduti su cavalli marini con leoni ed 
altri animali che gettano acqua per le bocche. 

Largo San Domenico. — h\ strada Santa Tri- 
nità, con in mezzo una colonna barocca che reca 
in cima la statua in bronzo di San Domenico 
(fig. 37). del Fansaga, compiuta dal Varcare 
(1737). Il Largo è circondato da bei palazzi: a 
destra il palazzo imponente del Duca Casaca- 



ancora Fantico nome di Larghi e fra gli altri 



lenda con cortile dittico a colonnedel Vanvitelli; 
a est il bel palazzo Corigliano, costruito in con- 
correnza al palazzo Gravina dal napoletano Mor- 
mando; vicino, il palazzo Sansevero su disegno 
di Giovanni da Nola, ma molto modificato in 
seguito, con freschi del Corenzio. Dirimpetto, 
palazzo Alice, ora Cariati, bell'edifizio del ixina- 
scimcnto con cortile e loggia. 

Largo del (ìesii o Trinila Maggiore. — Sulla 
strada Sanla Trinità Maggiore, ha nel centro un 
obelisco di gusto barocco, alto 180 palmi da 
terra, con in cima la statua della Concezione 
(fig. 38). Lo fece innalzare, coll'obolo dei fedeli, 
il gesuita Pepe nel 1747 : lo lavorarono il Bot- 
tiglieri e il Pagano che vi collocarono pure i 
busti di Carlo HI e di Maria Amalia di Yal- 
ipurfjo, sua moglie. 

La statua colossale in bronzo di Filippo IV, 
di Lorenzo Varcare, che sorgeva in addietro in 
questo Largo, fu atterrata e distrulla dagli Au- 
striaci al principio del secolo scorso. 

Largo del Pendino o della Selleria. — Con- 
tiene la Fontana dell'Atlante, fatta costruire, nel 
1532, da Don Fedro di Toledo su disegno di 
Luigi Inopù. La statua di Atlante, di Giovanni 
da Nola, che diede il nome alla fontana, è scom- 
parsa; ma i delfini che vi rimasero son suoi. 

Largo (ìeroloniini. — Piccolo, in via dei Tri- 
bunali, cosi detto dalla chiesa di San Filippo Neri 
dei Gerolomini che ritroveremo fra le chiese. 



VILLA NAZIONALE 

Questa villa, detta anche Municipale, o semplicemente Villa, trovasi lungo la 
marina ed è uno dei più belli e frequentati passeggi pubblici di Napoli, lunga 1 125 metri, 
confinata dalla parte del mare dall'ampio e nuovo Quai, o via Caracciolo, e dall'altra 
parte, dal quartiere dei Forestieri alla Riviera di Ghiaia. 

È il vero corso di Napoli con superba prospettiva del golfo e delle isole. Poco 
frequentato durante il giorno, è percorso sul far della sera da un gran numero di car- 
rozze in più file, accompagnate da cavalieri eleganti, mentre una moltitudine di passeg- 
gianti vanno a zonzo sotto gli alberi e la vicina Ghiaia è solcata dagli omnibus, dalle 



Napoli 



87 




Fig. 39. — Napoli (Villa Nazionale) : Cassa armonica (da fotografia Sommer). 

tramvie e dalle vetture da nolo. La Villa fu ornata nel 1696, sotto il viceré Duca di 
Medina, di alberi e fontane; convertita nel 1780 in pubblico giardino, e molto ampliata 
fra il 1870 e il 1880. Cresconvi rigogliose ed ombrose le palme, le acacie, i roveri, i 
salici, ecc. 

Presso l'ingresso a est vedesi un grande bacino in granito, trasportato da Salerno 
e collocato nel 1825 nel luogo occupato sin allora dal Turo Farnese ora nel Museo. 
Pili lungi, a sinistra, il celebre Acquario di cui diremo qui sotto. 

In mezzo al passeggio, ove si concentra la gente e ove suona la banda (fig. 39), sono 
un calìe e un ristorante. Vi si vede altresì una statua in marmo del grande storico e 
filosofo Giambattista Vico (1668-1744) eretta non sono molti anni. Un po' più lungi, altra 
statua innalzata nel 1866aP/e/ro Co/Ze^to (1775-1831), generale, viceré di Sicilia nel 1820, 
poi ministro delia guerra nel 1821, quindi esiliato e stabilito dal 1823 in Firenze, ove 
scrisse la sua bella Storia del Reame di Napoli, riveduta da Pietro Giordani. Quindi un 
busto dell'architetto Errico Alvino, scultura del compianto G. B. Amendola. 

Seguono tempietti in onore di Virgilio, scultura dell'Angelini ; del Tasso, scultura 
del Solari, ed una statua del famoso pianista Sigismondo Tlialberg, morto a Napoli 
nel 1871, ove lasciò una villa. Dalla parte del mare due bei getti d'acqua rimpetto al bel 
palazzo dei Duchi di Bovino. Verso Mergellina una fila di nuovi edifizi. 



ACQUARIO e STAZIONE ZOOLOGICA 



Furono fondati, nel 1872-74, dal dott. Antonio Dolirn di Stettino, secondato dal 
Governo tedesco, da naturalisti inglesi e mediante trattati con parecchi Governi. 



88 



Parie Quaila — Ilalia Mtiidiuiiale 




Fig. 40. — Napoli : Porto Grande o Mercantile (da fotografia). 

Possiede due vapori proprii ed alcuni velieri per andare in cerca nel mare dei 
materiali di osservazione. 



Acquario. — Trovasi ncll'edifizio bianco, nel 
centro della Villa Nazionale. Non ha l'uguale per 
la dovizia e la bellezza degli animali marini che 
vi si veggono esposti e clii ha visitato stabili- 
menti consimili vi rimane maravigliato per la 
quantità enorme di animali che presenta la fauna 
marittima del Mezzogiorno al paragone di quella 
del Nord. 

Codesto acquario possiede spesso da sei ad otlo 
specie Ai polpi ad un tempo ed è assai divertente 
assistere ai pasti delle grandi pieuvres, messe 
alla moda da Viltor Hugo, e veder la sepia schizzar 
l'inchiostro. Vi si vede anche sempre la torpedine 
e la si può toccar con la mano per riceverne la 
scossa elettrica. 

Un gran numero di altri pesci del Mediterraneo 
dai colori svariati e smaglianti ; una collezione 
ragguardevole di co/'ff//i di diverse specie, grandi 
e piccole meduse, galere dalle tinte dell'iride, la 



bianca telide semi-trasparente, fjrunchi bizzarri, 
ascidie, terebratide, spirografi, le cui branchie 
rassomigliano a un palmizio, ecc. — questi e bea 
altri animali danno all'Acquario di Napoli un 
aspetto interessante. 

Stazione Zoologica. — Ha per fine l'agevolare 
ai naturalisti d'ogni nazione lo studio del mondo 
sottomarino. Al primo piano trovansi grandi la- 
boratorii e una biblioteca speciale. 

Come più sopra abbiam detto, il Governo te- 
desco contribui alla fondazione di questo stabili- 
mento scientifico con una cospicua sovvenzione e 
la più parte dei Governi europei hanno acqui- 
stato il diritto d'inviarvi a studio i loro natura- 
listi. Anche il nostro Governo elargì un sussidio 
per l'ampliamento dello stabilimento. 

La Stazione zoologica manda al palio annual- 
mente da A- a G volumi di pubblicazioni dispen- 
diose e somministra preparati ai laboralorii e ai 



Napoli 



89 




Fig. 41. — Napoli: Porto Militare (da fotografia). 



musei stranieri. E il centro degli studi degli ani- 
mali marini e servi di modello alle Stazioni con- 
simili fondate in varie parti del mondo — Trieste 
Villafranca, Celle, Marsiglia, Arcaclion, Roscoff,' 



Sebastopoli, ecc., in Olanda, in Inghilterra, in 
America, al Giappone, in Australia — mn l'Acrnia- 
rio e la Stazione zoologica di Napoli hanno su tutti 
il primato. 



PORTI 



Napoli ha tre porti: porto Piccolo, porto Grande e porto Militare. 



Porto Piccolo. — Nonostante il suo nome di 
piccolo, questo porto è storicamente importante 
come unico avanzo dell'antico porto di Palaepolis 
Città Vecchia. Stendevasi entro terra sino al 
luogo ora occupato dalla chiesa di San Pietro Mar- 
tire, quindi il nome di Quarliere di Porlo dato 
a questa sezione della città. Presso Sant'Onofrio 
de' Vecchi veggonsi le fondazioni di un antico 
faro Lanlerna, donde il nome di Lanlernu Vec- 
chia ad una piccola strada vicina. 

Il porto odierno — con da un lato la Dogana 
Nuova, maestoso edifizio d'ordine dorico di Ste- 
fano Gasse — è poco più di un bacino o dock ac- 

12 — La Patria, voi. IV. 



cessibile ai piccoli bastimenti e in quel punto del 
Molo piccolo che separa il porto Piccolo dal porlo 
Grande sia Y Immacolalella sopra una piccola 
inguadi terra, ove risiedono il Capitano di porlo 
a Deputazione di salute e la Polizia marittima' 
1 Iratto a sud-est del porlo Piccolo chiamasi Man- 
dracclm, sia da una parola fenicia che significa 
Vorlo sia (come par più probabile) dal radunarsi 
elle tacevano qui anticamente le mundre di vac- 
cine che dalle vicine città della costa giungevano 
a mercato di Napoli. É la dimora 'dcirinfima 
plebe, donde di uno screanzato suol dirsi erfwca/o 
al Mandmcchio. 



90 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Porlo Grande o Porlo Mercantile (fig. 40). — 
Fu fondato nel 1302 da Carlo li d'Angiò il quale 
costruì il Molo Grande, ampliato poi da Alfonso 
di Aragona. Alla sua estremità fu innalzata, sullo 
scorcio del secolo XV, una Lanterna che fu di- 
strutta da un fulmine, riedificata nel 1656 e ri- 
dotta nel 1843 alla sua forma presente. Si sale 
per una comoda scala marmorea di 142 gradini 
alla galleria in vetta con superba veduta dei 
porti, dei castelli e delle isole. Presso la Lan- 
terna, nuovo grandioso Entrcpót o deposito di 
mercanzie. 

Ma un porto mercantile assai più vasto e di 
cui pose la prima pietra, nel maggio del 1862, 
re Vittorio Emanuele, fu costruito di fresco al- 
l'estremità est della Marinella. La città chiede 
sempre e istantemente che vi sia aggiunto un 
bacino di carenaggio. 

11 Quai la banchina del porto Mercantile detto 
Strada del Pillerò, su cui corre la ferrovia del 



porto, termina a sinistra, alla Dogana Nuova e 
a destra al Molo piccolo ov'è la suddetta Iimna- 
colatella, ove sbarcano i viaggiatori che arrivano 
per via di mare a Napoli. 

Porto Militare (fig. 41). — Questo porto e 
l'Arsenale di Napoli hanno molto rimesso della 
loro primitiva importanza dopo i grandiosi lavori 
consimili in via di esecuzione a Taranto ove si 
vuol trasportare. Il porto Militare, chiuso da 
una cancellata dalla parte del Molo militare, 
lungo 390 metri, fu incominciato nel 1826 sotto 
Francesco I e molto ingrandito in seguito. 

La profondità del porto varia da 20 metri (nella 
punta del molo San Vincenzo) sino agli 8 ed ai 
6 metri nell'interno del porto Militare; e dai 
9 metri (nella punta del molo San Gennaro) sino 
ai 3 e 4 metri nell'interno del porto Mercantile. 

Nell'angolo sud-est trovansi la Darsena (l'antico 
porto Militare) e l'Arsenale di marina, costruito 
nel 1577 dal viceré Mendoza, con cantiere, ecc. (1). 



BEALE OSSERVATORIO ASTRONOMICO 

E a 152 metri dal livello del mare sul punto più eccelso di Capodimonte, collina 
ch'ebbe anche il nome di Miradois da una villa di un marchese spagnuolo di questo 
nome. Sta sotto 40° 51' 47" lat. boreale e 1° 48' 10'' long, est da Roma. Ne fu promotore 
Federico Zuccari che trovò disacconcia ai fini della scienza la specola della torre di 
San Gaudioso e il sito presso il Museo ove, sin dal 1791, erano state gittate le fonda-, 
menta di un altro osservatorio. Il cav. Stefano Gasse architettò nel 1819, su disegno 
dello Zuccari modificato dal padre Piazzi, l'edilizio, il quale stendasi in faccia a mezzo- 
giorno con nobili ed eleganti forme, rivestito esternamente di travertino di Gaeta 



(l) A cagione dell'importanza del Porlo di Napoli aggiungiamo qui i seguenti particolari 
desunti dalle Coste d'Italia, libro recentissimo di T. Rosati (Roma 1895): 

« Le maree sono poco sensibili ; le correnti della costa vanno in generale da ovest ad est 
con poca velocità ma sempre a seconda dei venti che spirano. I venti di traversìa del porlo sono 
quelli di est-sud-est ed ovest-nord-ovest. I fanali che trovansi nel porto di Napoli sono quattro. 
Il primo è posto sulla gran torre del molo Angioino, è a luce bianca fissa variata da splendori 
di 2' in 2', alto metri 48.40 sul livello del mare e della portata di miglia 19.2 per gli splendori 
e di 13.2 per la luce fissa. Il secondo trovasi sulla punta del molo San Vincenzo, elevato di 
metri 14.20 sul mare, a luce rossa fissa variala da lampi di 3' in 3'. La portata del fanale è di 
miglia 7.5, dei lampi 9.5. Sull'angolo poi della testata del molo San Gennaro sono situati due 
fanali accoppiati sulla slessa orizzontale a luce bianca e verde, elevati sul mare metri 11.20, 
visibili, il bianco, a tre miglia ed il verde ad un miglio. Esistono in ultimo due boe luminose 
(sistema Pintsch) l'una a luce rossa visibile a quattro miglia, l'altra a luce fissa verde visibile 
a tre, la prima posta davanti la scogliera del molo San Vincenzo; l'altra situata davanti la sco- 
gliera del molo a martello. Ha più frequenti rapporti commerciali nel regno coi porti di Genova, 
Livorno, Cagliari, Palermo, Messina, Catania, Siracusa; ed all'estero con quelli di Londra, Liverpool, 
Buenos-Ayres, Monlevideo ed altri scali del Piata e New York. Vi esiste un corpo di piloti com- 
posto di dieci persone compreso il capo. Appartengono al Comune di Napoli 104 bastimenti a 
vela di tonnellate 17,03i e 16 piroscafi di tonnellate 1310. La gente di mare iscritta nelle matri- 
cole del Compartimento somma a 2147 individui di prima categoria (naviganti) ed a 5120 di 
seconda. Il solo molo provvisto di grue è quello di San Gennaro, sul quale elevasi anche il fab- 
bricato ad uso punto franco. Ivi son piazzate quattro grue che appartengono per altro ai privati. 
Nell'arsenale della Regia Marina esiste un bacino da raddobbo. Le stallie vengono regolate dal 
contratto di noleggio, ed ove questo non provveda, è uso del porto che trattandosi di merci e 
partite alla rinfusa, si debbano sbarcare da 300 a 400 tonnellate al giorno », 



Napoli 



91 



con bozze ed ornato di un vestibolo dorico su cui sta scritto il nome del fondatore 
Ferdinando I. È provveduto di eccellenti apparecchi astronomici per cura del suo diret- 
tore, l'illustre astronomo e senatore Annibale de Gasparis, nato nel 1819 a Bagnara 
Calabra. Entrando si presenta una gran sala illuminata dall'alto con vòlta sorretta 
da colonne di marmo carrarese e decorata di stucchi e di un bassorilievo rappresen- 
tante Urania seguita da Cerere in atto d'incoronare il suddetto Be in lode del quale 
sono incisi i versi che vi si leggono. Questa sala contiene la biblioteca ricca di libri di 
astronomia, matematica, fisica, e in altre sale, torri, gallerie trovansi sparsi cannocchiali, 
telescopii, apparati magnetici, un equatoriale, teodoliti, orologi, ecc. ecc. 



CHIESE PRINCIPALI 

Le chiese di Napoli, in numero di oltre 340, compresi gli oratorii delle Confraternite, 
non attraggono, in tanta copia di bellezze naturali, l'attenzione che meritano. Molte di 
esse però, quantunque guaste dai tremuoti e dai restauri, segnatamente durante il 
dominio spagnuolo nei secoli XVII e XVIII, sono notevoli così per l'architettura come 
per le opere d'arte onde vanno ornate. Contengono, fra le altre cose, una collezione di 
tombe medieviche che non rinviensi in verun'altra città d'Italia e che non solo interes- 
sano per le loro associazioni storiche, ma giovano allo studio dell'arte e dei costumi 
contemporanei. 

Molti monasteri, con annesse le loro chiese, furon soppressi in questi ultimi tempi 
e i loro capi d'arte furono trasportati nel Museo ; molto rimane però sempre meritevole 
di attenzione come vedremo nella seguente rassegna. 



Cattedrale o Duomo di San Gennaro. — In 

via del Duomo, fra la via dei Tribunali e la via 
dell'Anticaglia; fu fondato nel 1272 da Carlo I 
d'Angiò, vincitore di re Manfredi e di Corra- 
dino (per esser l'antica basilica di Santa Resti- 
tuta divenuta angusta e rovinosa), nel luogo detto 
della Somma Piazza, ove ergevansi anticamente 
i due tempii di Apollo e di Nettuno. Carlo I non 
pose che le prime pietre; e suo figlio Carlo II 
continuò dal 1294 la costruzione mentre l'ar- 
civescovo Filippo Mi)iutolo invogliava il popolo 
napoletano alle spese necessarie che furono fatte : 
la chiesa fu ultimata da re Roberto nel 1314. 
Fece il disegno e diresse i lavori l'architetto 
napoletano Masuccio, e non Nicolò da Pisa, e 
il suo allievo Maglione, come afferma il Vasari, 
il quale Masuccio piantò l'cdifizio in mezzo a 
c[uattro piccole torri e gli diede le forme a sesto 
acuto dell'architettura gotica, che fu anche chia- 
mata architettura angioina dalla dinastia sotto 
la quale fu tanto in fiore. 

La chiesa ebbe forma di croce latina a tre 
navate e fu decorata dallo stesso architetto con 
ornati di sua invenzione e con belle scolturc di 
Pietro degli Stefani, napoletano; ma, crollata pei 
tremuoti del 1456, fu riedificata da Alfonso I di 
Aragona col concorso di vari nobili napoletani : del 
Balzo, Caracciolo, Pignatelli, Orsini, Zurlo, ecc. 
Gli arcivescovi in seguito l'arricchiroiio un dopo 
l'altro di pitturo, scolturc e dorature. Arrigo 
Minutolo allogò, nel 1407, le tre porte deila 
facciata allo scultore abate Antonio Baboccio di 
Pipenio. Decio Carata fece costruire il soffitto 



dorato, ornandolo di bei dipinti di Fabricio San- 
tafede, di Vincenzo Forlì e di Francesco Impa- 
rato, e il Fonte battesimale (fìg. 42), il cui pre- 
gevolissimo vaso di basalto egizio fregiato di 
maschere e tirsi, e già in Santa Restituta, aveva 
servito al culto pagano. Inigo Caracciolo fece 
imbiancar la chiesa, stuccar le colonne e dipinger 
la navata di mezzo e la crociera dal napoletano 
Luca Giordano soprannominato per la sua spe- 
ditezza Fa Presto. Ranuccio Farnese fece costruire 
l'organo a destra da un Fra Giustino parmigiano 
ed Ascanio Filomarino, quello a sinistra, da 
Pompeo Franco, napoletano. Sotto quest'organo 
è un seggio arcivescovile marmoreo di valente 
scultore del secolo XIV e sotto il primo organo 
un pulpito marmoreo di Annibale Caccavello, i 
cui sportelli, ora sulle due porte minori, furon 
dipinti dal Vasari e rappresentano uno h Natività 
e l'altro varii Santi pivlcllori di Napoli, nei cui 
volti ravvisansi i ritratti di papa Paolo III e dei 
cardinali Ascanio Sforza, Alessandro Farnese, 
Tiberio (ìrispo e Ranuccio Farnese, com'anco 
quelli di Pier Luigi Farnese e di suo figlio Ottavio. 
Su disegno di Paolo Posi, romano, Giuscp|io 
Spinelli ridusse, nel 1744, nello stalo odierno la 
tribuna, il coro e l'aitar maggiore con la gradi- 
nata marmorea. Grandi e belli miglioramcnli fu- 
rono introdotti da ultimo, e non lia gran tempo, 
nel Duomo dal cardinale arcivescovo Filippo Ca- 
racciolo del Giudice, il quale lo rifece con in- 
gente dispendio (piale oi'a si vede. Le finestre 
furono ridotte alla lor forma primitiva; le mura 
rivestite al basso di marmi colorati e in alto di 



92 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 42. — Napoli (Duomo) : Fonte battesimale (da fotografia Sommer). 



lucide stuccature colorate anch'esse a somiglianza 
de' marmi sottostanti : le colonne intonacate fu- 
rono ripulite e rese lucidissime ; arricchiti di or- 
nati e dorature gli archi e le cornici ; le pitture 
tutte spolverate e restaurate e rifatto per ultimo 
il vecchio soffitto. Tutti questi lavori di restauro, 
incominciati nel 1837, sotto la direzione dell'ar- 
chitetto napoletano Raffaele Cappelli, eran quasi 
ultimati nel 1843 quando mori il promotore, l'ar- 
civescovo Caracciolo. 

La facciata, tuttoché in istucco, corrispondeva 
in complesso alle tre porte del suddetto abate Ba- 
boccio. Queste porte sono ornate di varie sta- 



tuette e busti di Santi e quella di mezzo, fian- 
cheggiata da due antiche colonnette di porfido su 
due leoni con nelle zampe un montone, ha due 
gruppi : uno della Madonna seduta col Putto, ado- 
rata, come Mater Orbis, a sinistra, da San Pietro, 
santo protettore dei Minutolo e a destra da San 
Gennaro che le raccomanda Arrigo Minutolo ingi- 
nocchiato ; l'altro gruppo rappresenta l'Assunta 
incoronata da Cristo e circondata da un coro di 
angeli. Sulle tre gugliette, che ergonsi dalla lu- 
netta della stessa' porta, stanno tre statue rap- 
presentanti la Vergine Annunziata dall'Arcan- 
gelo ed in mezzo San Michele, che rammenta 



Napoli 



93 




Fig. 43. — Napoli : Interno del Duomo (da fotografia Sommer). 



Donatello. Tutte queste sculture allogate giudi- 
ziosamente fra ornati non meno svariati che 
bizzarri son dell'abate Baboccio. Ora la facciata 
SI rifa daccapo su disegno dell'Alvino. 

L'interno del Duom'o (fig. 43) è a tre navate 
divise e sorrette da diciotto pilastri, ciascuno 
dei quali con un busto di un santo vescovo napo- 
letano, con intorno colonne di granito orientale 
di marmo africano in tre ordini, sommanti iii 
totale a ben HO e tolte ai due antichi tempii 
pagani di Apollo e Nettuno prementovati Vi 
SI annov(3rano quindici cappelle £>-entilizie oltre 
quella del Tesoro, l'ipogeo di San Gennaro detto 
volgarmente il Soccorpo, e l'antica basilica di 
banta Restituta che descriveremo più qua e che 
hanno ingresso dal Duomo. 

Nell'interno, sopra la porta maggiore, veggonsi 
le tombe di Carlo 1 d'Aiuiiò, di Carlo Martello 
re di Ungheria, e di Clemenza d'Austria, sua 
moglie, innalzale dal viceré conte di Olivarcz 



nel 1599, quando le loro ceneri furono tolte dalla 
tribuna ampliata. Nella qual tribuna il quadro 
di San Gennaro e Sant'Agrippina che scacciano 
i Saraceni è del Pozzi e ì'altro di riinpetto con 
la Traslazione delle reliquie dei Ss. Eulichete 
ed Acazio, del Corrado, ambedue pittori romani. 
Le due colonne preziose di diaspro rosso, poste 
in luogo di candelabri davanti l'aitar maggiore, 
furono rinvenute nello scavare le fondamenìa della 
chiesa di San Gennaro all'Olmo e donate al car- 
dinal Canlelmo che le fece por qui nel 1705. 
Sotto l'aitar maggiore è il Soccorpo (fig. 44), 
Ipogeo di San Gennaro, piccola basilica sot- 
terranea, a tre navate di pari altezza, con solfitlo 
piatto, dieci colonne e sette altari (al maggiore le 
reliquie di San Gennaro) e rinomata decorazione 
marmorea nel migliore siile del riinascimcnlo 
(1497-1506), di Tommaso Malvilo, comasco. 
Si scende al 5occor/)o per due rampanti di scale 
rinnovati dal cardinale Spinelli. La cappella luì 



9^ 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 44. — Napoli (Duomo) : liileruo del Sacrario o Soccorpo di San Gennaro 

(da fotografia Mauri). 



un carattere solenne e grandioso : in mezzo la 
statua di Oliviero Carafa, l'amico di Gerolamo 
Savonarola, parla dell'arte del Rinascimento: 
essa è stata restituita ai primo posto, cioè dietro 
il piccolo altare maggiore tornato a luce recen- 
temente, sepolto prima e vestito da marmi 
barocchi. E proprietario della cappella Riccardo 
Carafa duca d'Andria, il quale ha provveduto 
a queste riparazioni e a nuovi kwori. Il suo 
antenato Oliviero Carafa decorò il soffitto della 
cappella con diciotto scompartimenti di marmo, 
in ognuno de' quali pose immagini della Vergine, 
degli Apostoli, dei patroni di Napoli. Tutto è la- 
voro del Malvito medesimo. Nel primo altare sono 
le reliquie del patrono di Cuma, San Massimo. 
Dopo la seconda cappella, a destra, si arriva alla 
cappella del Tesoro, o cappella di San Gennaro 
(fig. 45), superbo edifizio a cupola, votata, nel 
1527, dallacittcì a San Gennaro quando la liberò 
dalla peste ma incominciata soltanto nel 1G08, 
secondo il disegno del monaco teatino Francesco 
Negri, in forma di croce greca d'ordine corinzio, 
e terminata con una spesa di 4 milioni e mezzo 
di lire. L'iscrizione nella facciata marmorea della 
cappella suona : « A San Gennaro che per mezzo 
del suo sangue miracoloso salvò la città dalla 



fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del 
Vesuvio, Napoli consacra questa cappella ». 

Si entra per un cancello di bronzo (fig. 46) 
disegnato dal famoso Gian Giacomo Conforto e 
lavorato da Ignazio Scoppa sotto la direzione del 
Fansaga. L'ampio edifizio di stucco dorato ha qua- 
rantadue colonne di broccatello, diciannove sta- 
tue in bronzo di santi e sette altari riccamente 
decorati. 

Nelle pareti sono dipinti a olio sul rame 
inargentato: 1" Risurrezione di un fanciullo; 
2" Decollazione di San Gennaro (guasto) ; 3° Gua- 
rigione di ammalali mediante l'olio della lam- 
2)ada del sepolcro del Santo. Dirimpetto: 4f° Se- 
polcro di San Gennaro in Napoli : tutti quattro 
questi dipinti son del Domenichino ; 5° San Gen- 
naro esce incolume dalla fornace, del Ribera 
(dopo la morte del Domenichino); 6° Guarigione 
di un ossesso, di Stanzioni. 

L'aitar maggiore è di porfido con incrostazioni 
dorate, la croce di lapislazzuli, il tutto secondo 
il disegno del Solimene. Il paliotto di argento è 
del Vinaccia e rappresenta il Trasporlo di San, 
Gennaro da Monte Vergine a Napoli. Del Fan- 
saga è bella opera la balaustrata; le porticine di 
bronzo sono di Onofrio d'Alessio. 



Napoli 



95 




Fig. 45. — Napoli (Duomo) : Cappella del Tesoro di San Gennaro (da fotografia Sommer). 



Anche i freschi negli angoli della cupola son 
del Domenichino e rappresentano : la Madonna 
mediatrice fra Napoli e Cristo (sopra l'ingresso); 
il Popolo di Napoli che invoca la protezione di 
San Gennaro davanti la lava del Vesuvio (nella 
lunetta a sinistra dell'ingresso); San Gennaro 
che va almartirio (a sinistra dell'aitar maggiore); 
San Gennaro che guarisce un cieco (a d^tra 
dell'aitar maggiore) ; Flagellazione di San Gen- 
naro (nell'ovale sopra l'aitar maggiore a destra); 
San Gennaro esposto nell'anfiteatro alle bestie 
feroci (negli angoli della cupola) ; San Gennaro 
che prega per Napoli, e Apoteosi del Santo. 

La gelosia e le minaccie dello Spagnoletto e 
del Corcnzio obbligarono il Domenichino a lasciare 
a mezzo questi bei freschi della cupola, i quali 
furono dopo la sua morte ultimati dal Lanfranco. 



Dietro l'aitar maggiore della cappella del Te- 
soro, in un'urna preziosa con porte argentee, 
conservasi la Testa di San Gennaro montala, 
per ordine di Carlo II d'Angiò, nel 1305, in 
argento e oro dagli orefici '^Stefano GolTredo 
Guglielmo di Verdclay e Miletus de Ansuris; e 
tabernacolo d'argento col sangue miracoloso di 
San Gennaro in due ampolle. Questo sangue ha 
fama mondiale pel suo liquefarsi il 19 settembre, 
il 10 dicembre e il primo sabato di maggio. Se 
si liquefa rapidamente, ciò significa clie'iì Santo 
martire è in buona vena, per mo" di dire, di far 
grazie; se stenta a liquefarsi vuol dire che è in 
collera ; se poi non si liquefai è segno di qualche 
grande sciagura ed allora grande è la costerna- 
zione del popolo (1). 

La sacrestia della cappella del Tesoro, dipinta 



(1) ^Narra la leggenda che S. Gennaro era vescovo di Benevento, e nella decima persecuzione 
andò a Napoli con sei dei suoi compagni per incoraggiare e confortare i Cristiani. Furono presi e 



96 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig-. 46. — Napoli (Duomo) : Porta di bronzo della Cappella del Tesoro 
(da fotografia Mauri). 



dal Giordano e dal Farelli, conserva in armadi! 
quarantacinque busti dei santi protettori di Na- 
poli e tre statue : l'Immacolata, San Raffaele e 
San Michele, tutte in argento. Il busto di San Gen- 
naro, coperto di un piviale rosso ricamato, ha 
appesa al collo una gran collana da cui pendono 
i doni fatti in varie occasioni da sovrani. Per tal 
modo, vedesi in mezzo la croce con grossi bril- 
lanti, dono di Carlo III di Borbone (1734) da cui 
scende una seconda croce di sessantatrè brillanti, 
offerta dalla regina Maria Amalia(n38). A destra 



è appiccata alla collana un'altra croce di diamanti 
e di gemme, dono di Francesco I Borbone, a cui 
è sospesa una seconda, la più bella, composta di 
brillanti e zaffiri e donata dalla regina Maria Ca- 
rolina d'Austria (1775) ; a sinistra è legato un 
bel gioiello in brillanti offerto dalla regina Maria 
Cristina di Savoia e da esso pende una croce di 
diamanti e smeraldi, donodi Giuseppe Bonaparte. 
La mitra del Santo è di argento dorato, tempe- 
stata di oltre 3690 gemme fra diamanti, smeraldi 
e rubini vagamente disposti e legati dall'orefice 



condotti a Pozzuoli ed esposti nell'ampio teatro alle belve, le quali ricusarono di divorarli. Allora 
S. Gennaro fu gettato in una fornace, ma uscì fuori illeso. Finalmente fu decapitato alla Solfatara 
il 19 settembre 305. Il suo corpo fu trasportato dal vescovo S. Severo da Pozzuoli a Napoli sotto 
Costantino e fu allora che il suo sangue, raccolto in due ampolle da una matrona cristiana dopo il 
martirio, si squagliò improvvisamente nelle mani del vescovo. Da quel tempo incominciò la suddetta 
liquefazione annuale del sangue. Delle due ampolle la seconda fu trasportata da Carlo III a Madrid 
pve il miracolo avviene nell'istesso tempo che a Napoli, dicono. 



Napoli 



97 




Fig. 47. — Napoli (Duomo) : Cappella Minutolo (da fotografia Sommer). 



M.Mlteo Tregiia (1713) a spese della città e del 
popolo. 

Ferdinando I Borbone offri al Santo (nel 1701) 
un calice d'oro a masso, ornato di novo tondi nei 
qnali è delicatamente cesellala la Pasaione di 
Cristo. Ferdinando li offri nna pisside d'oro a 
masso con suvvi una crocellina in brillanti dei 
quali è anche fregiata la coppa. 

E per ultimo è bel dono della regina Maria 
Teresa d'Austria la bellissima sfera (li argento 
dorato con molte pietre preziose, un cerchio di 
brillanti e due spighe d'oro in cima, lavoro con- 

13 — lia Patria, voi. IV. 



dotto con buon gusto e molta diligenza e che onora 
1 orclicena napoletana. 

Altre moltissime suppellettili preziose e ricchi 
paramenti sacri d'ogni l'agioiic ammiransi in 
fjuesla sacrestia che ben a ragione addinuindasi 
del Tesoro. 

La città di Napoli ha il diritto di palroiialo 
sulla cappella del Tesoro a cui sborsa iOUO du- 
cati annui per voto fatto al Santo in }ierpetuu. 

Fd ora ripigliamo la nostra escursione pel 
Duomo. 



98 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



Nella quinta cappella, a destra, è il monumento 
del cardinal Carbone (morto nel 1405) lavorato 
con molta arte dal prefato Antonio Baboccio. 
Le quattro colonne del baldacchino posano su 
leoni che tengono nelle zampe figure umane e 
tre Virtù che reggono il sarcofago sul quale siede 




Fig. 48. — Napoli (Duomo): Sepolcro del Card. Ant. Sersale 
(da fotografia Mauri). 



il vescovo in trono, in ricco pallio dorato e con 
belle sembianze. A destra un paggio, con penna 
e calamaio ed accanto un ecclesiastico anch'esso 
con penna e scrittura e dietro paggi e nobili con 
a sinistra preti e monaci. Sul sarcofago statua 
giacente del defunto e al sommo la Madonna coti 
a sinistra San Giovanni Evangelista che le rac- 
comanda il cardinale. 

Nella crociera destra è la cappella Caracciolo 
con a sinisti'a il monumento dell'arcivescovo Ber- 
nardino (morto nel 1268) e sopra quello Un- 
nico Caracciolo, di Pietro Ghetto. 



All'estremità destra della crociera trovasi la 
celebre cappella Minutolo (fig. 47), ricco edifizio 
gotico nella maniera introdotta da Carlo I. Sei 
colonnini reggono la vòlta a croce a sesto acuto. 
Pavimento a mosaico rappresentante un cervo, 
un'aquila e altri uccelli con in mezzo il leone dei 
Minutolo ancora nell'antica ma- 
niera normanna. I freschi murali 
voglionsi di Tommaso degli Stefani 
(circa 1270) e furono rinnovati più 
volte si che non porgono più te- 
stimonianza del loro essere primi- 
tivo. Parecchie figure perù attestano 
un tipo anteriore a Giotto. A si- 
nistra, in allo, Legfienda della nioì'te 
dei Ss. Pietro e Paolo e a destra, 
iu allo, sei busti di Santi nella 
disposizione del secolo XIII. Nel 
nmro d'ingresso, a sinistra, in alto, 
San Francesco e Santa Chiara con 
volti assai graziosi nello spirito del 
secolo XV. Nel lato sinistro, altare 
con trittico (del 1412) rappresen- 
taule la Triade, a destra il Battista 
e San Gennaro; a sinistra Santa 
Caterina e San Nicolò Peregrino, 
accurati dipinti a tempera e a fondo 
d'oro ; la leggiadria delle forme 
ricorda la scuola senese e forse 
Audrea Vanni. Sotto, le figure in- 
ginocchiate dei MmH/o/o (1240-62) 
in ordine uniforme, dipinti tulli nel 
medesimo tempo posteriore e ridi- 
pinti poi malamente. Nelle due 
nicchie archiacute, scene della Pas- 
sione. — Monumento del cardinale 
Arrigo Minutolo (morto nel 1412), 
di Antonio Baboccio: la Mansuetu- 
dine e la Carità reggono il sarco- 
fago nel quale è rappresentata la 
Natività; nelle nicchie archiacute, 
a destra. Santa Anastasia e San 
Gerolamo che raccomanda il car- 
dinale; a sinistra, San Gennaro e 
San Pietro. Sul sarcofago il cardi- 
nale e sul coperchio acuminato in 
alto Ecce Homo con a sinistra San 
Giovanni e a destra la Madonna. 
Le quattro colonne inanellate del baldacchino 
sono basate su quattro leoni con agnelli nelle 
zampe. Nel comignolo acuto. Maria e Gesù; in 
vetta. San Pietro e, sulla torricella, VAnnun- 
ziazione. Ai lati, due antichi monumenti, a si- 
nistra dell'arcivescovo di Salerno Orso Miìiutolo 
(morto nel 1327) e a destra di Filippo Minutolo 
arcivescovo di Napoli (morto nel 1303) con mo- 
saico. A sinistra, nel muro presso la cappella, è 
il cenotafio di Giovanni Battista Minutolo con 
stallia ritta ed armata, di Girolamo d'Auria 
(1586). 



Napoli 



99 



Nella seguente gotica cappella Tocco, monu- 
mento di SanL'Aspreno, primo vescovo di Napoli 
e freschi murali con la loro leggenda attribuiti a 
Pippo Tesauro, di Napoli (1270), ridipinti quasi 
intieramente nel 1150 da Andreoli, allievo del 
Solimena. 

A sinistra dell'altare maggiore 
scorgesi la gotica cappella Gapece 
Galeota, o del Sacramento. Dietro, 
sotto la finestra, tavola antica attri- 
buita ad Agnolo Franco e rappre- 
sentante Crisfo adorato da San Gen- 
naro e da Sanf Anastasia e seduto 
sull'arcobaleno col piede sul globo 
terrestre con faccia umana; è un 
dipinto umbro-senese del scc. XV. 
A sinistra, monumento di Fabio 
Capece del Fansaga, e, a destra, di 
Giacomo Capece del Vaccaro. 

Nella crociera a sinistra, a nord, 
monumento di Papa Innocenzo IV 
(Sinibaldo Fiesco), morto a Napoli 
nel 1254. Questo monumento del 
gran nemico degli ÌTobenstaufen, 
che scomunicò Federico II nel Con- 
cilio di Lione ed a cui la Casa 
d'Angiò andò debitrice del reame 
di Napoli, fa eretto, nel 1318, dal- 
l'arcivescovo Umberto di Montoro. 
Fu attribuito a Masuccio Tea Pietro 
di Stefano, ma il primo mori tre- 
dici anni e il secondo otto prima 
della sua erezione ; ed è opera pro- 
babilmente di Masuccio II, figliuolo 
di Pietro, allievo e figlioccio di Ma- 
succio I. Il monumento era più 
alto in addietro: era ornato di mo- 
saici ed un arco con una lunetta 
rappresentava, al dir di Gregorovio, 
il Papa e l'arcivescovo Umberto in- 
flinoccliìati davanti la Madonna. 
Ora non è più che un sarcofago 
con la figura di Papa Innocenzo in 
tiara ed un'iscrizione che parla di 
Federico II come di una vipera: 
Stravit inimicumChristi,colubrum 
Federicum{i). Il rilievo sul monu- 
mento rappresentante Papa Inno- 
cenzo IV ed Umberto in adorazione davanti la 
Madonna, òdi Pietro di Stefano. Un'iscrizione 
attigua segna la tomba del re di Napoli, Andrea, 
figlio di Carlo Roberto re d'Ungheria, strango- 



lato (laqueo neeatus) a 19 anni, il 18 settem- 
bre 1315, per malvagità della moglie, Gio- 
vanna I di Napoli. Nel muro a sinistra è la 
tomba di Papa Innocenzo XII (Pignatclli di Na- 
poli), arcivescovo del Duomo (1668), eseguita 
in istile barocco (fig. 49). 




Fig. 49. 



- Napoli (Duomo) : Tomba di Innocenzo XII 
(da fotografìa Mauri). 

Nell'ultima cappella della navata laterale si- 
nistra, cappella Scripandi, Y Assunta, di l*ietro 
Perugino (1460); a sinistra. San Gennaro rac- 
comanda alla Madonna il cardinale Oliviero 



(1) Innocenzo IV morì padrone di Napoli, la città del suo grande avversario, nel palazzo di 
Pietro De Vinea, o Pier Della Vigna, di Capua, poeta, uomo di Stato e segretario, caduto in disgrazia, 
di Federico III. Gli storici dipingono questo papa genovese come ambizioso, orgoglioso, rapace, e 
come colui che introdusse nella Cliiesa il Nepolismo. Narrano che, scosso in fin di vita dal letargo, 
e visti 1 congiunti che si disperavano intorno al suo letto di morte, esclamasse corrucciato: 
Miserabili! perchè piangete ? Non vi ho io arricchiti tutti abbastanza ? 



^00 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



Carafa inginocchiato ; la parte inferiore delle 
ligure nel davanti fu rinnovata in un col paesaggio 
e il cielo. 

Nella seconda cappella, a sinistra, vedesi al- 
J'altare un rilievo della Sepoltura di Giovanni da 
Nola, e, sopra l'altare, San Tommaso, di IVIarco 




Fig. 50. — Napoli (Duomo): Tomba dell'arciv. Alfonso Gesualdi 
(da fotografia Mauri). 



da Siena (1573), di lucido ed armonico colorito. 
Da questa cappella si^ scende in Santa Uesti- 
tuta ; a destra dell'ingresso, tombe di G. D. Fi- 
lomarino, ch'ehbe un alto grado militare sotto 
Carlo V, del Finclli, e del cardinale Alfonso Ge- 
sualdi (Ì^Oo), di Naccarino (fiii-. 50). A sinistra 
dell'ingresso, monumenti di Tommaso Filoma- 



rino col suo busto, del Finelli, e del cardinale 
Alfonso Carafa (1565) (fig. 51). 

Santa KesliUita. — Questa basilica, aulica 
cattedrale di Napoli sino al 1299, fu eretta verso 
il 334- sotto il vescovo Zosimo, \uolsi per ordine 
col permesso di Costantino il Grande. Era l'an- 
tico vescovato napoletano di rito 
greco ed ebbe in prima il titolo di 
San Salvatore e in seguito anche 
quello di Santa lieslitula, quando 
vi fu trasferito dall'isola d'Ischia 
il corpo di questa Santa. Le statue 
della Fede e della Carità furono 
messe sulla porta dal cardinale 
Spinelli (1). 

Fu edificata nella Somma Piazza 
sui ruderi del tempio di Apollo con 
quelle forme di basilica latina che 
andavansi rapidamente adottando 
dopo la costruzione di San Giovanni 
Latcrano in Roma clic fu il primo 
modello di archilcttura basilicale a 
croce latina. Vi fu incorporato l'an- 
tico oratorio di Santa Riaria del 
Principio di cui rimane la sola 
abside e della primitiva struttura 
nulla più si vede a' di nostri a ca- 
gione di varii mutamenti in varii 
tempi. 

Nel 536 fu ornata di mosaici 
italo-bizantini e nel 596 collegala 
al battistero innalzato nel 556. Rin- 
novata in parte nel 795 dopo un 
incendio, divenne dopo l'SSO il 
sepolcreto dei vescovi, e fu arric- 
chita di cappelle laterali finché, 
nell'erezione del Duomo, nel 1299, 
per Carlo II d'Angiò, cambiò forma 
intieramente per essersene dovuto 
tagliar la crociera, la tribuna e 
l'aitar maggiore, il quale fu poi 
rizzato nel luogo dell'aulico in- 
gresso . 

I suddetti mosaici nell'arco mag- 
giore distrutti, rappresentanti il 
Salvatore in figura gigantesca a cui 
erano presentate corone da venti- 
quattro seniori dell'Apocalisse, fu- 
rono poi riprodotti sull'arco maggiore dell'arco 
moderno in un fresco mediocre di Nicolò Vac- 
caro e nell'abside da mano ignota che volle 
imitare lo stile bizantino. Gli ultimi restauri 
furono eseguiti sullo scorcio del secolo XVH 
sotto la direzione deirarchitetto Arcangelo Gu- 
dielmelli. Gli archi delle tre navate sono basati 



(1) Santa Reslituta era una vergine africana la quale, convertita al Crislìanesimo, fu esposta 
all'arbitrio dei venti in una vecchia barca dov'era un braciere ardente. Si spense il fuoco, e, illesa, 
ella giunse a Ischia di cui diventò cilladina. Una speciale devozione per questa Santa ebbe Goslanlino, 
che fomentò e fece crescere il cullo di lei. 



Napoli 



lOt 



su diciassette colonne d'ordine corinzio, tolte ad 
antichi tempii pagani, di cui sette di cipolazzo, 
otto di granito orientale e due di marmo bianco e 
scanalate, le quali fiancheggiano l'altarmaggiore, 
che ha sotto la mensa una pila antica fra due 
grifoni marmorei antichi anch'essi e di buona 
scoitura (fig. 52). 

Dietro l'altare una tavola stu- 
penda rappresentante la Vergine in 
trono col Putto, con ai lati San 
Michele e Santa Restituta e sotto 
episodii in piccole figure della vita 
di questa Santa. Sulla base del trono 
si legge : Silvestro Buono fece, 
1500"; ma l'iscrizione fu falsificata ; 
è un dipinto della scuola del Peru- 
gino ridipinto in parte. 

In mezzo al solTilto delia chiesa: 
Arrivo dall'isola d'Ischia del corpo 
di Santa Restituta trasportato dagli 
angeli sopra una barca e in alto 
la Vergine in gloria di cui San 
Gennaro implora la protezione per 
la città di Napoli raffigurata da 
nna sirena. Gli altri dipinti bislun- 
ghi della navata maggiore sono di 
mano di Santolo Cirillo e i tondi 
di Francesco La Mura. 

A sinistra dell'aitar maggiore è 
la cosidetta cappella del Principio, 
con un'abside semitonda, l'oratorio 
più antico di Napoli (donde il nome 
di Principio), fondato da Sant'A- 
sprcno, il primo vescovo. Qui egli, 
con Santa Candida e gli altri cri- 
stiani primilivi, ridiiccvasi a cele- 
brar di nascosto i riti della nuova 
esordienle religione. Nell'abside 
semitonda un gran mosaico rap- 
presentante la Madonna. Nel 1322, 
come leggesi nell'iscrizione sotto- 
stante, il clero di Napoli fece rifar 
questa immagine della Madonna a 
mosaico con la giunta ai lati di 
San Gennaro e di Santa Restituta, 
opera di un certo Lello ritoccata da 
RafTaele Predimonte (1309). 

Nelle pareti laterali due bassorilievi marmorei 
di stile barbaro, ciascuno in quindici quadretti. 
Nei primi soprastanti, a manritta, cinque episodii 
della Vita di San Gennaro ; in quei di mezzo la 
Storia di Sansone e negli ultimi la Leggenda di 
Sant'Eustachio. A sinistra Storia di Giacobbe. 
Questi due antichi bassorilievi, tanto importanti 
per l'istoria dell'arte e che sembran di diversa 
mano per esser quello a sinistra meno rozzo del- 
l'altro, fregiavano in origine due amboni, o pulpiti 
• — costruiti nel secolo Vili dal vescovo Stefanoll — • 
sui quali i diaconi leggevano il Vangelo conforme 
al rito greco. 



A destra dell'aitar maggiore una porta intro- 
duce nella cappella di San Giovanni in Fonie, 
antico battistero di forma ettagona irregolare, 
costruito nel 55t) dal vescovo Vincenzo. La cap- 
pella ha una cupoletta ornata di mosaici italo- 
bizantini, rappresentanti varii fatti della vita del 




Fiff. 51. 



Napoli (Duomo): Tomba del Card. Alfonso Carafa 
(da fotografia Mauri). 

Salvatore, le leste di Gesìi e della Vergine in 
ampie proporzioni, i simboli dei quattro Evan- 
gelisti negli angoli e la Croce di Costantino nel 
centro. Lo stile di questi mosaici ha del secolo XIII 
quando quest'arte fioriva in Italia, sognalanuMite 
in Venezia, ove i mosaicisti bizantini lavoravano 
in San Marco e donde recavansi in altre città ita- 
liane, lavorandovi e formandovi allievi. 

Nel muro dirimpetto all'altare è un quadro 
(che devo esser copia di un altro più antico) con 
San Silvestro papa e Costantino imperatore e 
sotto, in un pezzo di marmo, un'iscrizione in 
vernacolo la quale dice che la cappella fu edificala 



102 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 52. — Napoli : Interno dell'antico Duomo di Santa Reslituta (da fotografìa Sommer). 



da Costantino nel 343 e consacrala da papa 
Siivcsiro. Onesta tradizione, clie Icg-o-csi anclic 
nella Cronaca di Giovanni Villani, fn dimostrata 
falsa dal Mazzocchi e dall'Asseniani, avvalorali 
dall'antorità di Paolo Diacono. 

All'nscita della chiesa, nel muro dirimpetto 
all'aliar maggiore, vedesi il bnslo del suddetto 
erndito e filologo Alessio Simmaro Mazz-occhi, 
qui seppellito, scolpito al vivo dal Sammartino, 
con iscrizione dell'Ignarra. Ed ivi intorno son 
anche sepolti i dotti canonici Nicolò Ignarra, Carlo 
Maiello e Nicolò Ciampitti. 

Santi Apostoli. — Nel largo omonimo, non 
lungi dal Duomo, fondata, secondo Paolo Dia- 
cono ed Anastasio il Bibliotecario, ai tempi di 
Costantino sulle rovine di un tempio di Mercurio 
da cui fu tratto il bellissimo vaso di basalto 
egizio che serve ora di fonte battesimale in Duomo, 
come abbiam visto. Vuoisi che la chiesa, già 
parrocchiale, fosse cattedrale sullo scorcio del 
V secolo e sotto il vescovo Solerò. Ne avevano 
anticamente il patronato i Caracciolo dei marchesi 



di Vico e Colantonio Caracciolo la cede, nel 1570, 
ai Teatini il cui convento fu poi soppresso. 

Nel 1G2() fu abbattuta la chiesa antica per dar 
luogo alla moderna architettata dal P. Francesco 
Grimaldi teatino. Navata e croce latina con otto 
cappelle, oltre le due della crociera, ciascuna or- 
nata di un bel frontispizio con due colonne di 
marmo rosso e capitelli di marmo bianco. Le due 
ultime cappelle maggiori hanno forma e dimen- 
sione diverse e ciascuna è ornata di quattro co- 
lonne scanalate di marmo bianco. L'ordine è 
corinzio, ma non uniforme, e le vòlte hanno 
varie partizioni ornate di finti stucchi lumeggiati 
in oro che producono l'effetto del rilievo. 

Il gran fresco della Probatica Piscina è opera 
di Giovanni Lanfranco, il quale dipinse anche 
tutti i freschi della vòlta della navata e i quattro 
Evangelisti dei peducci della cupola, la cui grande 
composizione del Paradiso fu eseguita da G. B. 
Beinaschi, allievo del Lanfranco. Del quale son 
anco i cinque quadri del coro e del Giordano i 
due nei lati opposti dalla crociera. 



Napoli 



103 



Dinanzi alla tribuna è l'aitar maggiore, ov'era 
in prima il preziosissimo trasportato nella chiesa 
di San Francesco di Paola, il quale, lavorato su 
disegno del Fuga e col tabernacolo del padre 
Cangiano, costò più di 96,000 ducati. I cande- 
labri, coi simboli dei quattro Evangelisti, furono 
fusi in bronzo da Antonio Bartolino, laico tea- 
tino, sui disegni del Finelli. 

Ma quel che v'ha di più notevole nella chiesa 
dei Ss. Apostoli è la cappella dei Filomarino, 
tutta di finissimo marmo bianco, nel braccio si- 
nistro della crociera. Fu disegnata dal cav. Bor- 
romini ed eseguita, dopo 17 anni di lavoro, in 
Roma, a spese del prelato e in seguito cardinale 
Ascanio Filomarino. Il Mazzetta ne scanalò le 
colonne ; Giuliano Finelli scolpi i leoni che reggon 
la mensa dell'altare e il bassorilievo del Sacri- 
fizio di Abramo nel paliotto, ed Andrea Dolgi 
tutti gli altri ornati. 11 bel bassorilievo di vani 
Putti aggruppati leggiadramente fu scolpito dal 
celebre Francesco Duquesnoy, detto il Fiammingo. 
Alle scolture tennero dietro le pitture affidate al 
sommo Guido Reni, il quale rappresentò, nel 
quadro in mezzo, \ Annunziata e quattro Virtii 
in altrettanti spazi laterali. Questi dipinti pre- 
ziosi furono dallo stesso cardinal fondatore dati 
in dono al Re Cattolico, ma se ne serba memoria 
più duratura per la copia eseguita in mosaico da 
G. B. Calandra di Vercelli, il mosaicista più va- 
lente del secolo XVI. Lo stesso Calandra ripro- 
dusse in mosaico i ritratti in mezza figura del 
cardinale Ascanio Filomarino, dipinto da Pietro 
Cortonese e l'altro di Scipione Filomarino, fra- 
tello del cardinale, dipinto da Mosè Valentino. 
Tutti questi mosaici sono ben conservati. 

La cappella dirimpetto alla suddescritta fu 
fatta costruire dal cardinale Francesco Pignatelli 
ed e simile ad essa quanto al disegno, che fu del 
Sanfelice, ma grandemente inferiore nell'esecu- 
zione. Il quadro daìV Immacolata, di autore ignoto, 
ha ai lati le quattro Virtù, dipinte sul rame dal 
Solimene; il bassorilievo co' Putti fu imitato da 
Matteo Bottiglieri e gli ornati in rame dorato 
furono eseguiti da Bartolomeo Granucci. 

Nella seconda cappella, a destra, entrando, 
quella di Sant'Ivone, monumento di Vincenzo 
Ippolito, presidente del Collegio degli avvocati, 
del Sammartino; e nella quarta, a sinistra, ta- 
vola della Madonna co' Ss. Pietro e Paolo e San 
Michele che toglie le anime dal Purgatorio, di 
Marco da Siena. 

Altri dipinti a olio e a fresco che basterà qui 
ricordare di Giacomo del Po, del Farclli, del 
Beinasco, del Malinconico, del La Mura e del 
De Maio nelle altre cappelle. 

Sotto le orchestrine degli organi due aquile di 
basalto librate sulle ali come per sorreggerie in- 
sieme alle mensole. Sotto la chiesa un capace 
ipogeo, già dipinto a fresco dal Lanfranco, in cui 
giacciono, fra le altre, le spoglie del famoso poeta 



G. B. Marini (il cavalier Marini), autore del 
poema Adone, sul cui sepolcro leggonsi i due 
distici seguenti : 

tlic tumulus ìnagni brevìs haec est urna Marini 
lllius hoc tegitiir marmare fracta lyra. 

Clara mari traxit cognomina gurgitc pieno 
Carmina et argiclos qui dedit ore sales. 

Troveremo in San Domenico Maggiore il bel 
cenotafio del Marini. 

San Giacomo degli Spagnuoli. — A fianco del 
Municipio e formante con esso una facciata con- 
tinua, fondata nel 1540 dal viceré Pietro di To- 
ledo su disegno del Manlio e modificata in se- 
guito, si che andaron perduti i dipinti della vòlta. 
E a tre navate con quattordici cappelle: ai due 
lati della scala maggiore veggonsi due monu- 
menti marmorei: a sinistra;, quello di Porzia 
Coniha con statua giacente, sopravi la statua 
della Madonna col Putto; a destra, quello di 
Ferdinando Maiorca giacente anch'esso e sopra 
San Giacomo Apostolo, monumenti scolpiti am- 
bedue da Michelangelo Naccarino nel 1597 e 
1598. 

L'aitar maggiore di bei marmi è ornato sotto 
la mensa di tavola marmorea col Cristo e vai'ii 
Angeletli intorno, del Vaccaro. Nel coro inerita 
ammirazione il nobilissimo monumento marmoreo 
del viceré Pietro di Toledo (figg. 53-55), moi'to 
nel 1553: fu scolpito da Giovanni Meiiiano da 
Nola. Il monumento è quadrato e sugli angoli del 
basamento ornato di vaghissimi fregi, sorgono, 
su quattro piedestalli a foggia di capitelli corinzii, 
le quattro iirtii cardinali. Nei lati del poderoso 
sarcofago maestrevolmente scolpite in basso- 
rilievo son le gesta del valoroso viceré : la guerra 
contro i Turchi invasori di Otranto, la vittoria 
contro il corsaro Barbarossa nelle acque di Baia 
e le feste di Napoli al ritorno di Carlo V dal- 
l' impresa d'Africa. 

Sull'ultimo basamento si vedono le statue 
stupende del viceré e della moglie genuflessi 
sopra due inginocchiatoi. I bassorilievi si pos- 
sono qualificare come i migliori di quei tempi; 
basti il dire che vi studiarono intorno il Ribera, 
il Giordano, il Massimo, il Vaccaro; lo stesso 
Salvator Rosa non isdegnò di copiarli più volte. 
Il monumento di Don Pedro, fatto mentre egli 
ancor viveva, é per fortuna rimasto in Napoli. 
Don Pedro voleva fario trasportare in Casliglia, 
ma premorto a quel trasloco, il figlio di lui 
don Garzia lo fece porre in San Giacomo e vi 
chiuse le ceneri del padre, giunte da Firenze. 
Dietro a questo ricchissimo monumento, quello 
di Hans Walther von Iliernheim, consigliere 
e generale di Carlo V e di Filippo II, morto 
nel 1557, con iscrizione tedesca e latina. 

Non mancano nella chiesa i dipinti di molto 
pregio, fra gli altri, la bella e legittima Sacra 
Famiglia, di Andrea del Sarto, a dcsli'a dell'in- 
gresso pi'incipale ; ['Assunta con gli Apostoli 



i04 



Parte Quarta ■- Itala Meridionale 




Fig. 53. — Napoli (Chiesa di San Giacomo) : Tomba del Viceré Pietro di Toledo (da fotografìa Mauri). 




Fig. 54. — Bassorilievo della Tomba del Viceré Pietro di Toledo (da fotografia Mauri). 



Napoli 



105 



intofmo al suo sepolcro, di Angelo Criscuolo; la 
Vergine con varii Sanli che offre gli abiti sa- 
cerdotali a Sani' Idei fonso, opera bellissima di 
Bernardino Siciliano; San Giacomo, di Marco 
da Siena ; un Deposto di Croce, di Bernardo Lama 
ed un piccolo quadro del Croce- 
fisso, attribuito allo stesso. 

San Francesco di Paola. — Il più 
bell'ornamento della gran piazza 
del Plebiscito, dirimpetto al palazzo 
Reale, chiesa innalzata per voto 
fatto da Ferdinando I Borbone al 
ritorno ne' suoi Stati nel 1815, in- 
cominciata nel 1817 ed ultimata, 
su disegno di Pietro Bianchi da 
Lugano, nel 1832. 

11 pronao, a cui si sale per quin- 
dici gradini di bianco marmo cai- 
rarese, è formato da dieci colonne 
ioniche del medesimo marmo e di 
altrettanti pilastri che sorreggono 
il timpano con una statua colossale 
della Religione e due altre alle 
estremità più basse di San Fran- 
cesco di Paola e di San Ferdinando 
di Castiglia. Tutto il porticato è 
sorretto da quarantaquattro co- 
lonne doriche isolate di basalto di 
Pozzuoli. 

L'interno — imitato dal Panteon 
di Agrippa in Roma e dopo di esso 
il maggior di tal forma in Europa 
— è circolare con un diametro di 
36 metri e 53 metri di altezza. La 
cupola, per ampiézza e ardimento, 
è la terza in Europa, non la ce- 
dendo che a quelle di San Pietro 
di Roma e di Santa Maria del Fiore 
in Firenze. É sorrelta internamente 
da trentaquattro colonne e da altret- 
tanti pilastri di ordine corinzio e di 
marmo venata di Mondragone. Sui 
cornicioni sono gallerie con rin- 
ghiere di ferro pel pubblico più 
spettabile nelle funzioni solenni e 
fra un cornicione e l'altro vi sono 
sette tribune, di cui quella di mezzo, 
dirimpetto all'aitar maggiore, è per la famiglia 
reale. 

Notevole l'aitar maggiore a rovescio di quelli 
delle chiese moderne per concessione speciale di 
Gregorio XVI, che volle privilegiare la nuova 
chiesa a somiglianza delle settebasiliche di Roma 
ove i sacerdoti compiono i sacri riti col volto ri- 
volto al popolo. L'altare, sopra un ampio basa- 
mento rettangolare cinto da un'ampia fascia di 
porfido, è tutto in pietre dure e lapislazzuli che 
fregiavano l'altare della chiesa degli Apostoli e 
con una grande quantità di vaghissime agate e 
di diaspri di Sicilia. Alle due estremità, due rare 

14 — La Patria, voi. IV. 



colonne di breccia egizia (concrezione naturale 
di pietre preziose) già nella chiesa di San Seve- 
rino, e convertite in candelabri. 

Il tabernacolo sopra l'altare, bellissimo e ricco 
lavoro del secolo XVI, fu tolto anch'esso dalla 




Fig. 55. - 
statua 



- Napoli (Chiesa di San Giacomo): La Scienza, 
sopra la Tomba del Viceré Pietro di Toledo 
(da fotografia Mauri). 

suddetta chiesa degli Apostoli e quattro cariatidi 
colossali indorate reggono l'ampio baldacchino 
che lo copre. 

In fondo al coro è un bel quadro ad olio di Vin- 
cenzo Camuccini, romano (morto nel 1844), 
rappresentante San Francesco di Paola che ri- 
suscita un giovane, il quale presenta, in un con 
la madre, un aspetto pietoso e maravigliato. 

Ai due lati dell'aliar maggiore vi sono tre 
cappelle a destra e tre a sinistra e fra esse otto 
statue colossali in marmo dei quattro Evangelisti 
e quattro Dottori della Chiesa, tutte dei prin- 
cipali scultori moderni, fra cui cinque napo- 



106 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 56. — Napoli : Chiesa e Campanile di San Lorenzo Maggiore (da fotografia Mauri). 



letani. Principiando a sinistra dell'ingresso nella 
chiesa, il primo altare di San Giuseppe ha un 
quadro che ne rappresenta la Morte, di Camillo 
Guerra, napoletano. Nel successivo della Conce- 
zione è un'allegoria della Madonna che sorregge 
un fanciullo, il quale schiaccia la testa a un 
serpente, di Gaspare Landi, piacentino (morto 
nel 1830). Nel terzo quadro è figurato San Ni- 
cola da Longobardi in mezzo ad una gloria d'an- 
geli, con disegno e bella composizione, di Natale 
Carta, siciliano. 

Fra questi altari sono quattro statue. La prima 
dopo l'aitar maggiore, quella di San Giovanni 
Evangelista, è di Pietro Tenerani, carrarese 
(morto nel 1869); segue ì\ San Marco, del Fab- 
bris, veneziano e il Sant'Agostino, di Tommaso 
Arnaud, napoletano; ultimo, Sant'Atanasio con 
una mano alzata ed un libro nell'altra. 

Il primo altare, a destra del maggiore, sacro 
a Sant'Andrea Avellino, contiene il quadro della 
Morte del Santo, di Tommaso De Vivo e nel se- 
guente di San Ferdinando di Castiglia; Pietro 
Benvenuti, aretino (morto nel 1844), dipinse 
stupendamente la Morte del Santo re. Nel quadro 
finalmente dell'ultimo altare è dipinta un'Estasi 
di San Francesco il quale riceve dalla mano di 
un angelo lo stemma della carità imposto all'or- 



dine da lui fondato. La statua dopo l'aitar mag- 
giore da questo lato è San Matteo, di Carlo 
Finelli, carrarese (morto nel 1853); la seguente 
è San Luca, di Antonio Cali, napoletano; la 
terza Sant'Ambrogio che respinge dalla chiesa 
l'imperator Teodosio reo della strage di Tes- 
salonica, di Tito Angelini, napoletano (morto 
nel 1878); e la quarta, quella di San Giovanni 
Grisostomo, modellata stupendamente da Gennaro 
Cali (morto nel 1877). 

Una chiesa sotterranea risponde perfettamente 
alla soprastante. Ergesi all'altezza di 50 palmi, 
sorretta da una colonna nel centro, ed era de- 
stinata ad accogliere le ceneri dei già Reali di 
Napoli. 

Al posto ov' è ora la chiesa era anticamente 
(XIII secolo) una cappella dedicata a San Luigi 
di Francia degli Angioini. Dugento anni dopo 
Ferdinando d'Aragona concesse quel luogo a 
S. Francesco di Paola e vi sorse un convento 
di frati. Poi lo spiazzato divenne più grande, 
sorse la Reggia rimpetto e nel 1815 — come 
abbiamo detto — Ferdinando IV fece innalzare 
il nuovo tempio. 

San Lorenzo Maggiore (fig. 56). — Nel piccolo 
Largo omonimo in via dei Tribunali, occupa il 
luogo dell'antica basilica Augustalis, costruita 



Napoli 



107 



verso il 536, distrutta nel 1232 da un tremuoto, 
ceduta nel 1234 ai Minoriti e restaurata nel 1240 
daTommaso daTerracina, rifatta intieramente nel 
1280-1324. Carlo I d'Angiò, prima della famosa 
battaglia di Benevento contro re Manfredi (1265), 
aveva fatto voto a San Lorenzo d'innalzare una 
nuova chiesa su quella distrutta 
dal suddetto tremuoto del 1232 
ed un documento del 1284 la dice 
presso ad esser finita. 

Della costruzione longobarda 
rimangono ancora le porte. L'e- 
sterno é intieramente rinnovato in 
gran parte; la porta principale è 
ancora la gotica; il semplice cam- 
panile fu innalzato nel 1487 ; la 
facciata fu rifattasenza gusto, dopo 
un tremuoto nel 1732, da Ferdi- 
nando Sanfelice. 

La chiesa sorge maestosa in una 
sola, alta ed ampia navata tagliata 
all'estrcmitàda unacorta crociera. 
L'arco maggiore, mirabile per la 
lunghezza straordinaria della sua 
corda, è opera ardimentosa di Ma- 
siiccio IT, il quale compì ed ornò 
la chiesa che può dirsi architet- 
tata più da lui che da Maglione, 
allievo di Nicolò Pisano, chiamato 
(la Firenze da Carlo d'Angiò. 

Sulla porta principale vedesi 
una gran tavola (capolavoro di 
Vincenzo Corso, allievo di Pierin 
del Vaga) in cui é dipinto Gesù 
con la croce in ispalla e conducente 
per una funicella San Francesco 
anch'esso con la croce e sotto molti 
Santi che adorano l'Eucaristia. 
Dello stesso Corso è l'altra tavola 
(\e\\' Adorazione dei Magi, accanto 
alla prima. 

La chiesa contiene trentunacap- 
pelle comprese quelle della Tri- 
buna. Nel pavimento, a destra 
della prima cappella entrando, la- 
pide sepolcrale del celebre natu- 
ralista Giambattista della Porta 
(morto nel 1616) che suggerì il primo disegno 
di un'Enciclopedia. In essa prima cappella, a 
destra. Sacra Famiglia, di Giuseppe Marnili, al- 
lievo di Massimo Stanzioni, del quale è la Ma- 
donna del Rosario con varii santi, nella terza 
cappella. Nella quarta, altare del Rinascimento 
con begli ornali e Mat/oH/irt, di Luca della Robbia. 
Nella quinta, monumento di G. B. Manso, mar- 
chese di Villa, amico e biografo di Torquato 
Tasso; all'altare, con due colonne di verde di 
Calabria, testa del òV(/w(/o/'e, dipinta su muro da 
Colantonio del Fiore in una casa privata e qui 
collocata come in luogo più dicevole, dipinto che 



diede argomento alle tante contese sull'inven- 
zione della pittura a olio, contrastata fra Gio- 
vanni di Bruges, Antonello da Messina e Colan- 
tonio del Fiore. Nella sesta cappella. Madonna 
col Battista e Sant'Antonio di Padova, di Fran- 
cesco Curia. Nella settima cappella (del Balzo), 




Fig. 57. — Napoli (Chiesa di San Lorenzo) : Monumento 
a Caterina d'Austria (da fotografia Mauri). 



San Lodovico d'Angiò, arcivescovo di Tolosa, che 
incorona suo fratello Roberto re di Napoli, di 
Simone di Martino da Siena. La predella ha 
cinque scompartimenti, in cui son dipinti con 
semplicità insuperabile cinque fatti di San Lodo- 
vico e nell'orlo dell'arco sta scritto: Sytnon de 
Senis Vìe pin.vit (verso il 1320). 

Nella crociera destra, gran cappella con San 
l<'runcesco che distribuisce la regola dell'ordine 
da lui fondalo, attribuito allo Zingaro, ma ere- 
desi fiammingo della scuola di Van dcr Weydcn. 

Addossato ìli gran pilastro, a destra dell'arco 
massimo, è il pulpito marmoreo con baldacchino 



ms 



Parte Quarta — Il'alia Meridionale 




Fig. 58. — Napoli (Chiesa di S. Lorenzo): Monumento a Roberto d'Artois e Giovanna di Durazzo 

(da fotografia Mauri). 



ed una cappella con la Madonna adorata dai mar- 
tiri Stefano e Caterina, opera di Bernardo 
Lama. 

L'aitar maggiore fu costruito sotto l'arco delia 
tribuna a spese della famiglia Cicinello dei prin- 
cipi di Cursi e le statue nelle nicchie dei Ss. Fran- 
cesco, Lorenzo ed Antonio di Padova, sontntie 
opere pregevolissime di Giovanni da Nola. 

I rilievi dello stesso, rappresentanti un Mira- 
colo sotto ciascun santo, sono, dice uno scrit- 
tore, « quel che di più bello fecero a que' tempi 
gli artisti napoletani ». 

Nel coro, dietro l'aitar maggiore, sonvi quattro 
monumenti notabili. A destra quello di Caterina 
d'Austria morta nel 1323 (fig. 57), figlia di Al- 
berto I, moglie del Duca di Calabria, con ricchi 
ornati in mosaico. Il baldacchino è sorretto da 
quattro colonne spirali le quali hanno la base 
su leoni che dilaniano animali; la S/:>era/i;a (con 



fiori e corona) e la C«?'2Ìà portano il sarcofago 
in cui vedesi una Pietà; accanto busti di Maria 
e dei Ss. Giovanni Evanfielista, Francesco, 
Antonio di Padova e di Santa Chiara con a 
capo ed al piede i Ss. Pietro, Paolo, Caterina 
e Luigi. 

Vicino è il monumento di Roberto d'Artois e 
di sua moglie Giovanna di, Durazzo (fig. 58), 
figliuola di Filippo II di Taranto; morirono 
ambedue il 20 marzo del 1387, credesi di ve- 
leno, lor propinato per motivi politici dalla regina 
Margherita. Dirimpetto è il monumento di Maria 
di Durazzo (morta nel 1371), primogenita di 
Margherita e Carlo III Durazzo: la si vede in alto 
trasportata in cielo da due angeli. Dietro l'altare, 
monumento di Carlo I Durazzo, fatto ammaz- 
zare nel 1347 in Aversa da Lodovico d'Ungheria. 
Questo monumento, del pari che il primo, e la 
bella tomba della fanciulla Maria di Durazzo, 



Nàpoli 



m 



iuaasBusttEM 




Fig. 59. — Napoli (Chiesa di San Lorenzo) : Altare nella Cappella della Rocca 
- (da fotografia Mauri). 



figlia di Carlo II e di Margherita (morta nel 1374), 
che è l'ultimo intorno alla tribuna, sono opere di 
Masuccio II, valente scultore ed architetto. 

Oltre i monumenti veggonsi in varii punti 
della chiesa le tombe di parecchi Napoletani il- 
lustri per dottrina o per valor militare, fra le 
altre, quelle del filosofo e poeta Giuseppe Bailisla, 
di Aniello Arcamone, signor di Rorello, adope- 
rato in pubblici negozii (la Ferrante d'Aragona, 
di Giacomo Rocco, cheservi quattro sovrani arago- 
nesi, ecc. Nella grande cappella di Sant'Antonio, 
nella crociera sinistra, v'è il Sani' Antonio di Pa- 
dova con Angeli, attribuito a Simone Napolitano, 
ridipinto nel 14-38. 

Per la porlicella presso il pulpito si arriva al 
vicino ex-convento (ora caserma) ov'ò da vedere 
il monumento dell'ammiraglio Lodovico Alde- 
moreno, eseguito nel 4421 eia Antonio Baboccio 
a 70 anni e notevole per l'elaborato bassorilievo. 



Nel refettorio dell'ex-convento , già sala dell'an- 
tico Parlamento, il viceré Olivarez fece dipingere, 
da Luigi Uoderigo di Sicilia, le dodici Provincie 
che componevano il reame di qua del Faro. Il 
campanile quadrato di piperno a quattro piani 
divisi da cornicioni è assai bello e separato in- 
tieramente dalla chiesa. Nella quale il Boccaccio 
s'innamorò della bella Fiammetta, che credesi 
Maria, figliuola naturale del re Roberto. Nella 
sala del Capitolo Alfonso I tenne il parlamento 
in cui il suo figliuol naturale Ferdinando fu pro- 
clamato erede al trono col titolo di Duca di Ca- 
labria. Per ultimo Francesco Petrarca dimorò per 
qualche tempo nell'ex-convenlo e la notte del 
34 novembre 1343, spaventato da un cremila 
che predisse l'orribil tempesta da lui descritta in 
una lettera a Giovanni Colonna, discese dalla sua 
cella nella chiesa per unir le sue preci a quelle 
dei monaci. 



110 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 60. — Napoli : Chiesa di San Filippo Neri (da fotografia Mauri). 



San Filippo Aeri o Geroloniini (fig. 60). — É 
una delle più splendide chiese di Napoli, non 
lanini dal Duomo, in una piccola piazza omonima. 
Fu eretta a spese dei Padri dell'Oratorio dall'arci- 
■vescovo napoletano Annibale di Capua nel 1592 
su disegno di Dionisio di Bartolomeo, e nel se- 
colo scorso ne fu rifatta la facciata e rivestita 
tutta di marmo bianco e di bardiglio, con due 
campanili e quattro statue del Sammartino, sotto 
la direzione di Ferdinando Fuga e non senza di- 
fetti borromineschi. La prospettiva a tre porte è 
opera di Dionisio Lazzari, romano. 

La chiesa è in forma di basilica a tre navate 
di architettura corinzia, separate da dodici co- 
lonne di bellissimo granito bigio, estratte e la- 
vorate nell'isola del Giglio. La cupola del Lazzari 
fu rinnovata internamente nel 1850. Il soffitto in 
legno a cassettoni è ricco d'intagli dorati e pre- 
senta tre grandi bassorilievi in legno. Nell'in- 
sieme fa un bell'effetto ed. è, come dicemmo, una 
delle chiese più notevoli di Napoli per la sua ar- 



chitettura come per le pitture e le scolture che 
l'adornano. 

Ponendovi piede vedasi sopra l'ingresso prin- 
cipale Cristo che caccia i venditori dal tempio, 
grande e celebre fresco di Luca Giordano, con 
ai lati i freschi di Lodovico Mazzante, romano, 
rappresentanti Oza percosso davanti all'arca ed 
Eliodoi'o espulso dal tempio dagli angeli. Tutti 
i freschi nelle lunette della navata di mezzo son 
di G. B. Benasca, e del suddetto IMazzante gli 
Evangelisti nei peducci della cupola. Il gran di- 
pinto della tribuna, fra quattro colonne scana- 
late di rosso di Sicilia, è di Gio. Bernardino, si- 
ciliano e di Belisario Corenzio i laterali con la 
Cattura e la Crocifissione di Cristo. 

Quattordici cappelle veggonsi schierate sim- 
metricamente nella chiesa. Nella prima, Sant'A- 
lessio moribondo, di Pietro da Cortona, coi late- 
rali di Cristoforo Roncalli dalle Pomeranie ; nella 
seconda, la Natività dì Gesù,, di Fabrizio Santa- 
fede, coi laterali di Giacomo del Po; nella terza, 



Napoli 



111 




Fig. 61. 



Napoli (Chiesa di San Filippo Neri) : Interno del Iato dell'altare maggiore 
(da fotografia Mauri). 



San Gerolamo, di Francesco Gessi, allievo di 
Guido, con ai lati una copia del rinomato San Ge- 
rolamo del Correggio ed un San Gaetano della 
scuola di Vaccaro ; nella quarta, l'Adorazione dei 
Magi, del suddetto Corenzio, coi laterali del San- 
tafede; nella quinta. Santa Maria Maddalena 
de' Pazzi che inalbera la croce, di Luca Gior- 
dano e nell'ultima cappella da questo lato, Ylm- 
macolata, di Cesare Fracanzano, co' freschi di 
Giuseppe Simonelli, allievo del Giordano. 
^ L'aitar maggiore è un lavoro superbo in ala- 
bastro, portovenere, fior di persico e verde di 
Calabria (fig. 61) e il tabernacolo è ricco in dia- 
spro, agata ed ametista. A sinistra dell'aitar 
maggiore, nel lato opposto, è la cappella di 
San Filippo Neri con dieci colonne di marmo 
giallo, il Santo, del Sassoferrato e le Storie del 
Santo, del Solimena. Segue la cappella della nobil 
famiglia Ruffo Scilla di Calabria, edificata su 
disegno di Giovanni Lazzari, con dieci colonne 
di marmo carrarese e sei statue di Pietro Ber- 



nini, padre del celebre Lorenzo. Il bel quadro 
all'altare della Natività di Cristo è del Honcallo 
dalle Pomeranie e la piccola tavola soprastante, 
coW'Annunzio dei pastori, è di Fabrizio Santa- 
fede (fig. 62). 

La cappella successiva ha un quadro di Paolo 
de Matteis, coi laterali di Francesco la Mura e 
nell'altra ammirasi il pregiatissimo San Fran- 
cesco d'Assisi, dipinto per concorso da Guido 
Reni quando si trattò di dipingere il Tesoro di 
San Gennaro in Duomo. Viene'in seguito la cap- 
pella di Sant'Agnese col quadro derPomarancio 
e i laterali del Giordano. Ivi presso é sepolto 
Giovanni Battista Vico, illustre autore della 
Scienza Nuova, pensatore tedesco sotto il cielo 
di Napoli, misconosciuto in vita e lungo tempo 
dopo morto, il cui sistema filosofico, compreso 
da pochi, ebbe a' di nostri dotti e profondi inter- 
preti. 

La sacrestia contiene una collezione preziosa 
di dipinti, fra i quali citeremo i seguenti : un bel 



112 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 62. — Napoli (Chiesa di San Filippo Neri) : Cappella del Cardinale Ruffo 

(da fotografia Mauri). 



fresco di San Filippo Neri in gloria, di Luca 
Giordano ; all'altare il Battesimo di Gesù e sopra 
l'altare la Fiuja in Egitto, del Guido; la Madre 
di Zebedeo che conversa col Salvatore, del San- 
tafede ; un Ecce Homo e Sant' Andrea apostolo, 
dello Spagnoletto; la Crocifissione, di Marco da 
Siena; teste Aq^^W Apostoli, del Domenichino; 
San Francesco, del Tintoretto ; due dipinti di 
Cristo che porta la croce, del Rassano ; la Nati- 
vità e V Adorazione dei Magi, di Andrea da Sa- 
lerno; Giacobbe e l'Angelo, di Palma Vecchio ; 
San Sebastiano, del cav. Arpino, ecc. 

Nell'ampio ex-convento trovasi la biblioteca 
deiGerolomini, con 18,000 volumi e manoscritti, 
fra i quali il Seneca rinomato, con belle minia- 
ture del secolo XIV. La biblioteca è ora di 
proprietà dello Stato e aperta al publico. Biblio- 
tecario il reverendo padre Mandarini. 

L'Incoronata. —Nel lato occidentale del largo 
Medina, per memorie storiche e per opere d'arte 



fra le primarie di Napoli, rinnovata nell'interno 
quasi per intiero, sorge sul luogo di un palazzo 
di Giustizia innalzato da Carlo IL In memoria dei 
suoi sponsali, ivi celebrati nella Pentecoste del 
1352 col suo secondo marito Lodovico di Taranto, 
Giovanna I di Napoli fece costruir questa chiesa 
incorporandovi la cappella del suddetto palazzo 
di Giustizia, i cui freschi, secondo un passo nel- 
Vltinerarium Syriacum del Petrarca, furon cre- 
duti per lungo tempo di mano di Giotto, il quale 
morì però 11 anni prima dei suddetti sponsali. 
É ora dimostrato che la cappella Regia mento- 
vata dall'amante di Laura formava parte del Castel 
Nuovo e che la cappella di Giustizia era un altro 
edifizio. 

Ma se non di Giotto, i freschi son però sempre 
esemplari pregevoli della maniera giottesca della 
metà del secolo XIV e i signori Crowe e Caval- 
casene credono abbiansi ad attribuire ad uno 
degli allievi napoletani di Giotto, Roberto di 



Napoli 



113 




Fig. 63. - Napoli: Interno della chiesa di San Giovanni a Carbonaia (da iotogr. Mauri). 



Oderisio. Stanno sopra la galleria a ovest e per 
bene esaminarli bisogna salir sulla torre che vi 
conduce. Sono male illuminati e guasti, ma co- 
spicui per semplicità e leggiadria, ricca archi- 
tettura ed ottimo ordinamento. I quattro com- 
partimenti della vòlta gotica contengono due a 
due soggetti rappresentanti i Sette Sacramenti 
e il Tnoìifo della Chiesa. 

Il Battesimo è rappresentato da un bambino 
Carlo figliuolo del Duca di Calabria, tenuto al 
tonte battesimale nel centro di un tempio otta- 
gono aperto; molti degli altri particolari del di- 
pinto son cancellati. La Confermazione è espressa 
dalla cresima di tre figliuoli di Giovanna, due 
dei quali ridipinti. La Comunione è figurata da 
un gruppo di Cristiani inginocchiati, primo fra 
1 quali, Giovanna che riceve l'ostia consacrata 
L Ordinazione da papa Bonifacio Vili che con- 
sacra vescovo Luigi d'Angiò, dipinto cospicuo per 
vita e individualità. La Confessione o Penitenza 
è rappresentata da Giovanna che si confessa ad 
un sacerdote mentre tre uomini, volte le spalle, 

15 — l.a Fatria, voi. IV. 



SI flagellano e spiriti maligni in alto esprimono 
i peccati di cui si sono mondati. Nel Matrimonio 
veggonsi gli sponsali di Lodovico di Taranto con 
Giovanna I circondati da tutta la pompa e maestà 
di una Corte. Il principe mette l'anello nel dito 
della sposa mentre un sacerdote congiunge le 
loro mani; parecchi cavalieri stanno danzando 
con le loro dame, mentre sacerdoti, suonatori ed 
assistenti compiono i varii gruppi. NeW Estrema 
Unzione un moribondo (Filippo di Taranto) sor- 
retto dalla moglie, riceve l'ostia da un prete 
mentre un altro tiene in mano una candela: gli 
astanti piangono egli angeli cacciano i demonìi. 

E impossibile non rimaner colpiti dall'estrema 
bellezza delle teste donnesche e dalla grazia dei 
loro atteggiamenti. Nel Battesimo dueYigure, di 
CUI una incoronata di alloro, credono alcuni s'ien 
quelle del Petrarca e di madonna Laura, come 
nel Matrimonio v'ha chi pretende ravvisare il 
ritratto dell'Alighieri. 

I freschi giotteschi nella cappella de! Croce- 
fisso sono attribuiti a Gennaro di Cola, allievo di 



114 



Parie Quarta - Italia Muiidioiiale 




Fig. 64. — Napoli (Chiesa di San Giovanni a Carbonara) : Mausoleo di Re Ladislao 

(da fotografia Mauri). 



maestro Simone, napoletano, vissuto verso la fine 
del secolo XIV. Rappresentano, da un lato, la Re- 
(jina Giovanna I in atto di concedere il tempio 
ai Certosini e, sopra, la sua Incoronazione con 
Lodovico di Taranto e VIsfìtuz.ione dei cavalieri 
del Nodo e dall'altro lato una Battaglia e le due 
figure equestri dei Ss. Maiiino e Giorgio. Questi 
freschi hanno molto sofferto e furono restaurati 
in parte, mentre quelli nel nuiro dietro l'altare 
sono cancellati intieramente. Beile sculture in 
legno sono nella balaustra dell'organo. La chiesa 



prende nome d'Incoronala dall'incoronazione di 
Giovanna I. Tra le lapidi ve n'era una di un 
morto di tnorbo gallico, prima della scoverta 
dell'America. 

San Giovanni a Carbonara (fig. 63). — In luogo 
eminente a capo di via Carbonara, con ampia sca- 
linata di piperno dell'architetto Sanfelice; fu 
edificata nel 13-Ì3, con disegno e modello di 
Masuccio II, ampliata per ordine di re Ladislao 
(1386-1414) e contiene fra le altre cose alcune 
delle più belle opere del gotico decorativo. 



Napoli 



i15 




Fig. 65. — Napoli (Chiesa di San Giovanni a Carbonara) : Monumento a Galeazzo Caracciolo 

(da fotografìa Mauri). 



Nella cappella di Santa Monica, con bolla porta 
marmorea a sesto acuto, fregiata di statuette di 
santi, ergesi su lìasamento rettangolare il nobile 
sepolcro di P^erdinando Saiiseverino, principe di 
Bisignano, con quattro leggieri pilastri clie reg- 
gono l'arco a sesto acuto sotto cui sta l'arca sor- 
retta da tre Virlh, la quale lia in fronte un bas- 
sorilievo Acìh Madonna fra (jli anfieli, il Dallisla 
e tre Martiri. Sull'arca il defunto giacente mo- 
strato da due angeletti cbc scbiudono le cortine 
del baldaccbino su cui sta scritto: Opus Andrea 



de Florcnlia. A sinistra si entra nell'atrio della 
chiesa supcriore e si arriva alla poi'ta maiaiiorea 
e alla magnifica cappella dei IMii'oballo, d'ignoto 
artista del secolo XV, contenente il sepidcro ric- 
camente ornato di Trojano Miìvballo, favorito di 
Ferdinando I d'Aragona, il quale ha un certo clic 
dell'arco trionfale con pilastri basali su leoni co- 
ricati e sormontato da una statua di San Michele. 
Immediatamente dietro l'aitar maggiore innal- 
zasi grandioso il monumento di Re, fjidislao 
(fig. Gì), capolavoro di Andrea da Firenze, allo 



Ufi 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 66. — Napoli (Chiesa di San Giovanni a Carbonara): Monumento a Scipione Somma 

(da fotografia Mauri). 



qnnnto In cliicsn ed erctlo nel 1414 d'ordine di 
Giovanna IT. É a tre ordini, di cui l'inferiore, 
ora nascosto dall'altare, si compone di quattro 
statue colossali delle Virtù clie reggono il rima- 
nente del monumento. Nel centro del second'or- 
dine, in una nicchia tonda, son le figure inco- 
ronate di Ladislao e Giovanna seduti sui loro 
troni, con due Virtù sedute anch'esse vicino ad 
essi in nicchie laterali. Il sarcofago contenente 
la spoglia del re è al terz'ordine sopra il gruppo 
centrale e sul coperchio giace distesa la statua 



con un vescovo clie le prega eterno riposo e due 
angeli che per farla vedere aprono le cortine 
dei baldacchino. In cima al monumento è la 
statua equestre del re con la spada alzata come 
se procedesse vittorioso e sotto Divus Ladislaus. 
Nei due cornicioni, superiore ed inferiore, due 
iscrizioni in latino. 

Di Andrea Ciccione, nella cappella ettagona 
dei Caracciolo del Sole, è l'altro monumento di 
Sergianni Caracciolo, reso illustre dalla mise- 
randa sua fine. Siniscalco, favorito della regina 



Napoli 



117 




Fig'. 67. — Napoli : Interno della Chiesa di Santa Chiara (da fotografia Mauri). 



Giovanna li, suscitò l'invidia di Covella Ruffo, 
duchessa di Sessa, e nella notte del 25 agosto 
14-32 fu fatto pugnalare in Castel Capuano. Ser- 
gianni, col pugnale ritto nella destra in allusione 
all'assassinio, sta in piedi sul sarcofago sorretto 
agli angoli da quattro pilastri con statuette di 
santi martiri in sei nicchie. Statue di santi, prin- 
cipalmente militari, reggono, di sotto, il sarcofago 
in cui leggesi un epigramma latino del celebre 
Lorenzo Valla in un con un'iscrizione nella la- 
pide sottostante. La cappella è tutta ornata di 
freschi di Leonardo da Bisuccio, milanese, uno 
degli ultimi allievi di Giotto, il quale divise 
l'opera sua in varie composizioni di diversa forma 
e grandezza, notevole soprattutto sull'ingresso 
V Incoronazione della Venjine circondala da cori 
di cherubini, serafini, profeti, con intorno Storie 
della vita di lei. 

Uscendo da questa cappella s'incontra quella 
dei Caracciolo Rossi, fondata, nel ISltì, da Ga- 
leazzo Caracciolo e compiuta, nel 1557, da Co- 
laulonio suo figlio. È tutta incrostata di marmo 



bianco e ricca di opere pregievolissimc de' più 
valenti scultori del tempo i quali andarono a gara 
nel far meglio. Dirimpetto, all'ingresso, sull'al- 
tare, l'Adorazione dei Magi, scolpila a mezzo 
rilievo da Pietro della Piata, spagnuolo, il quale 
esegui anche il San Giorgio nella fascia inferioi'e 
e il Gesù morto nel pallioLto. I due Evangelisli 
e le vaghe statuette dei Ss. Giovanni e Sebastiano 
sul medesimo altare furono scolpite nella gara 
dal Santacroce. Fra i brevi spazii delle otto co- 
lonne d'ordine composito che reggono il corni- 
cione e in quattro nicchie, statue degli Apostoli: 
Pietro, del Mediano; Paolo, del Santacroce; 
Andrea, del Caccavello e Giacomo, del suddetto 
Piata. Le statue dei due avelli di Galeazzo 
(fig. G5) e di Colantonio Caracciolo son dello 
Scilla, milanese, e di Domenico d'Auria. 

Nella cappella di Gaetano Argento è la stalua 
di quest'illustre giurisperito gcnullessa sul mau- 
soleo; fu scolpila da Francesco Pagano. 

Nella sacrestia, già cappella Sonmia, è un 
piccolo dipinto del Bassano, un bassorilievo 



118 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 08. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Sepolcro di Filippo di Borbone, primogenito di Carlo III 

(da fotografia Mauri). 



all'altare attribuito al Caccavelle e quindici della 
serie dei Yentiquattro freschi che il Vasari fu 
chiamato a dipingere per questa chiesa nel 15-40. 
Rappresentano soggetti del Vecchio Testamento 
e della Vita del Battista, i paesaggi e la più 
parte delle figure son del Doceno che il Va- 
sari aveva indotto ad accompagnarlo a Napoli 
qual suo aiuto. Ammirasi inoltre il bel monu- 
mento di Scipione Somma (fig. 66). 

In San Giovanni a Carbonara sono anche sep- 
pelliti Nicolò Capasso, illustre giureconsulto e il 
non meno illustre medico Nicolò Cirillo. 

Uscendo di chiesa incontrasi, a destra, la cap- 
pella dei Seripandi, fondata dal chiaro Antonio 
Seripando che vi giace sepolto e che fece scolpir 
due lapidi accanto al proprio sepolcro per onorar 
la memoria di Giano Parrasio e Francesco Pucci. 
Sull'altare gran dipinto della Crocifissione, del 
Vasari . 

Appiè della gradinata di San Giovanni, a si- 
nistra. Santa Maria della Pietà (la Pietatella), 
in cui ammiravasi in addietro la celebre Purifi- 
catone di Francesco Curia (1578). 

Sulla piazza della chiesa era l'arena dei san- 
guinosi giuochi gladiatoni, a cui assistè con or- 
rore, al tempo delia regina Giovanna I e del re 



Andrea, Francesco Petrarca, il quale cosi ne 
scrisse nelle Epist. Fam. (v, 6) : « Tetrum atque 
tartai'eum spectaculum effugi; spectactorum sae- 
vitiam etlusorum infamiam identidem accusans ». 
Santa Chiara. — In via Trinitcà Maggiore; 
fondata nel 1310 da Roberto il Savio incitato 
dalla pia sua moglie Sancia d'Aragona, in onore 
del S. Corpo di (ìristo e coU'intenzione di farla 
regia cappella. Fu incominciata in istile gotico da 
un architetto napoletano, Gagliardo Primario, la 
cui tomba è nella chiesa medesima. Questa fu 
terminata nel 1328 e fu coverta di piombo, 
coni' è ricordato nell' iscrizione che è sul muro 
occidentale del campanile. Nel 1348 ne fu 
fatta la consacrazione. La chiesa, alta, impo- 
nente, misura 84 metri di lunghezza su 32 di 
larghezza e fu restaurata nel 1752 dall'architetto 
del Gaizo, in uno stile ricco ma di cattivo gusto 
e con la spesa dilOO,OOOducati. Venti anni prima 
il Barionuovo, spagnuolo, avea fatto imbiancare 
i famosi freschi di Giotto credendo di render così 
più luminoso il tempio. Vuoisi sapere che re 
Roberto, per consiglio del Boccaccio, chiamò 
Giotto da Firenze invitandolo ad ornar la chiesa 
di freschi, i cui soggetti eran desunti dal Vecchio 
e Nuovo Testamento e quelli tolti AsW Apocalisse 



Napoli 



119 



dicesi fossero trattati dal sommo pittore secondo 
i suggerimenti di Dante Alighieri. Il dipinto nel 
terzo pilastro, a sinistra, detto la Madonna delle 
Grazie, si crede un avanzo dei freschi di Giotto, 
ma secondo i signori Crowe e 
Cavalcasene, non è altro che 
uno spregievole esempio del- 
l'arte nel secolo XIV. 

Questa chiesa, la più grande 
e la più magnifica che si vide 
sorgere a quel tempo in Italia, 
fu costruita in vero stile gotico 
e fu di bel nuovo restaurata nel 
1 833 dall'architetto Nicolò Mon- 
tello, il quale si attenne al gusto 
della moderna architettura sa- 
cra, pur conservando quanto 
trovò di antico nella fabbrica. 

Ponendo piede nella chiesa si 
rimane compresi di ammira- 
zione alla magnificenza dell'u- 
nica navata alla cui ampiezza 
ed altezza poche d'altre chiese si 
possono paragonare in Europa, 
com'anco alla ricchezza dei di- 
pinti e degli ornati di legno e 
di stucco finamente dorati con 
oro di zecchini di Venezia (fi- 
gura 67). 

La gran vòlta, stuccata sul- 
l'ossatura in legno, ha ai lati 
sedici piccole lunette con tanti 
gruppi d'Angeli che laccano em- 
blemi delle virtù della Vergine, 
di Giovanni Pandozzi : nei tre 
grandi scompartimenti veggonsi 
la Regina Saba che visita Salo- 
mone, l'Arca con dinnanzi David 
danzante, di Sebastiano Conca 
e la Dedicazione del tempio di 
Salomone, di Giuseppe Bonito. 
Gli Evangelisti e i Profeti, con 
le piccole composizioni sopra i 
due grandi archi, sono di Paolo 
de Majo. 

Nella vòlta della breve cro- 
ciera è la Scodella a olio con 
una composizione piena di mo- 
vimento figurante Santa Chiara 
che pone in fuga con la pisside 
i Saraceni dal monastero di 
Assisi, opera di Francesco La 
Mura, il quale dipinse anche il 
gran quadro nel muro dell'altare maggiore con 
moltissimi Angeli e Santi dell'Ordine france- 
scano in adorazione del Sacramento, come anche 
l'altro sul muro dell'ingresso principale con He 
Salomone che assiste all'edificazione del tempio. 

La chiesa conta sedici cappelle e Ire altari. A 
sinistra entrando, è il monumento di Antonio di 



Penna, segretario e consigliere segreto, come ri- 
levasi dall'epitaffio, di Ladislao, opera di Antonio 
Baboccio (1414). Il sepolcro, che copre l'altare, è 
di forma gotica con baldacchino a sesto acuto 




Fig. 69. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Tomba antica 
degli Angioini (da fotografia Mauri). 



sorretto davanti da due colonnine circondate di 
tralci di vite co' grappoli scolpiti con gran di- 
ligenza sopra un fresco giottesco della Trinità 
con molli voti, di Francesco, figlio ed allievo di 
maestro Simone, che molto dipinse nella chiesa 
dopo Giotto. Sopra l'ingresso, nel fregio de! 
parapetto dell'organo, piccoli rilievi dalla Vita 



1-20 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 70. — Napoli (Chiesa di S. Cliiara): Tribuna col monumento a Roberto il Savio 

(da fotografia ÌVIauri). 



di Santa Caterina, di mano toscana del secolo XIV, 
e di una bellezza e semplicità niaravigliose. Nella 
prima cappella, a destra, sepolcro semi-diruto di 
Ciovan d'Ariano, primo segretario della regina 
Sancia con statua armata e supina, dirimpetto 
al monumento suddetto di Antonio di Penna. 
Nella seconda cappella due altri sepolcri con bei 
bassorilievi chiudono le ceneri dei marchesi Carlo 
e Teofilo Mauro. L'ultima cappella da questo 
lato chiamasi dei Rc(jii Depositi, come quella 
che contiene le spoglie dei Reali di Napoli: in 
essa, in corna evangelii, è la tomba di Filippo 
di Borbone (fig. 68), primogenito di Carlo III, 
opera del Sammartino, con breve epigrafe dell'il- 
lustre Tanucci. Sulla parete opposta le iscrizioni 
dettate in istile leggiadro dal Mazzocchi per le 
cinque fanciulle dello stesso monarca ivi sepolte. 
Ma l'attrattiva principale della chiesa di Santa 
Chiara sta nelletombedei principi di Casa d'Angiò, 
monumenti preziosi nell'istoria della scoltura me- 



dievica (fig. 69). Dietro l'aitar maggiore ergesi, 
all'altezza di 56 palmi, il monumento di re 
Roberto il Savio (fig. 70), fatto costruire dalla 
regina Giovanna I, dai fratelli Baccio e Giovanni 
di Firenze e non da Masuccio II, come affermano 
alcuni. Sorgono dal pavimento quattro colonne a 
sorreggere una vòlta a spigoli con archi a sesto 
acuto terminanti in punte triangolari molto acu- 
minate. Sotto, il sepolcro in tre ordini : nel primo 
l'arca contenente le spoglie regali, ornata nella 
fronte più lunga di un bassorilievo con figurine 
rappresentanti Roberto in trono corteggiato dalla 
famiglia reale. Sull'arca stessa giace disteso Ro- 
berto in abito di frate minore che volle indossare 
per divozione diciotto giorni prima della sua 
morte, avvenuta il 26 gennaio 1343. Le virtù 
onde andava ornato piangono personeggiate la 
morte di colui che fu, al dir del Giannone c( si- 
gnor savio ed espertissimo in pace ed in guerra 
e riputato un altro Salomone dell'età sua». Due 



Napoli 



121 



. angeli aprono uiia cortina come per ripetere ai 
riguardanti le parole che leggonsi scolpite e che 
credonsi di Francesco Petrarca : Cernile Roberlum 
Regem Virtute Refertum. Più in alto, sotto un 
baldacchino, di bel nuovo Roberto seduto con 
abiti regali e lo scettro, co' lineamenti pronun- 
xiati e il grosso naso ricurvo. Nel- 
l'ultimo ordine, la Madonna col 
Putto, seduta tra San Francesco e 
Santa Chiara, che le presentano la 
regal coppia inginocchiata. Sotto 
l'estrema punta. Cristo in gloria. 

A sinistra di questo gran mo- 
numento v'è quello gotico di Carlo 
l'Illustre (iig. 71), duca di Cala- 
bria, figlio primogenito di Roberto 
e padre di Giovanna I, morto nel 
1328. È di Masaccio II e sta sotto 
una tettoia a sesto acuto su quattro 
colonne. Vi si vede il defunto di- 
steso sull'avello in regio manto 
sparso di gigli d'oro ; nella parte 
anteriore è rappresentato seduto 
con a' fianchi i ministri e i baróni 
del regno ed a' piedi un vaso in cui 
bevono insieme un lupo e una pe- 
cora, simbolo della pace da lui 
mantenuta fra baroni e vassalli. 
Sotto è una lunga epigrafe in latino. 
Questo monumento fu riprodotto 
dai Cicognara nella sua Storia della 
scoltura come un bell'esempio della 
scoltura del secolo XIV. Segue il 
monumento di Maria dì Valois (fi- 
gura 72), seconda moglie del sud- 
detto Carlo l'Illustre, consistente 
anch'esso in un'elaborata tettoia 
gotica con sotto l'urna sepolcrale 
sorretta dalla Fortezza e dalla Man- 
suetudine. Nel davanti si vede la 
defunta con varie donne ragguar- 
devoli e in rima la Vergine ritta fra 
due sante. Questo monumento fu 
spesso descritto come quello della 
regina Giovanna I, sua figliuola; 
ma Giovanna, secondo i cronisti 
contemporanei, fu sepolta privata- 
mente in un angolo ora sconosciuto della chiesa: 
Ossa Neapolim reporlata nullo exequiarum neque 
SEPULCRi honore, in aede divae Clarae et ignoto 
LOCO sita sunt. 

Nel lato opposto dell'aitar maggiore altri mo- 
numenti: l" di Maria imperatrice di Costanti- 
nopoli e Duchessa di Durazzo, sorella di Gio- 
vanna I e moglie di tre mariti — Carlo I duca 
di Durazzo, Pioberto del Balzo, conte di Avellino 
e Filippo di Taranto, imperatore titolare di Co- 
stantinopoli. Maria è rappresentala con le sue 
vesti imperiali e la corona in capo. — 2» Monu- 
mento di Agnese e Clemenza (fig. 73), due delle 

16 — Lia Patrin. voi. IV. 



quattro figlie di Maria di Durazzo dal primo marito 
Carlo : Agnese, al par della madre, è ricordata 
nell'iscrizione quale imperatrice di Costantino- 
poli, avendo sposato, dopo la morte del primo 
marito (Can della Scala), Giacomo del Balzo, 
principe di Taranto, imperatore di Costantino- 




Fig. 71. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Monumento a Carlo 
l'Illustre, duca di Calabria (da fologr. Mauri). 



poli ; Clemenza mori nubile. — 3° Monumento 
di Maria (fig. 74), figlia del suddetto Carlo 
l'Illustre, moria nel 1344, con statua coricala. 

Presso la porla, nel lato sinistro della chiesa, 
piccolo ma elegante monumento di Antonia (lau- 
dino (fig. 75), scolpilo da Giovanni da Nola con 
un'iscrizione leggiadra del poeta Antonio Epi- 
curo (1530) che commemora la sua morie a 
14 anni, il di delle sue nozze. 

Nella seconda cappella, a sinistra, tomba di 
Raimondo Cubano, che da schiavo moio divenne 
gran siniscalco del Regno sotto Giovanna ! e fu 
attor principale nell'assassinio del costei marito. 



422 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



Citeremo ancora il monumento alla famiglia 
Sanfelice (fig. 76), quello della famiglia Del 
Balzo (fig. 77) e i monilnienti della famiglia 




Fig. 72. — Napoli (Chiesa di S. Chiara) : Monumento di Maria 
di Valois, creduto della regina Giovanna I (da fot. Mauri). 



Cito (figg. 78-79). Fra i recenti ricorderemo 
quello assai bello di Paolina Ranieri che assistè 
amorosamente 11 sommo Giacomo Leopardi. È 
ornato di statue del cav. Solari (1878). 

Ai due lati dell'aitar maggiore vi sono due 
belle colonne attorte clic servono per candelabri. 
li pulpito, sorretto da leoncelli, fra la settima 



e l'ottava cappella a sinistra, ha nel parapetto 
su fondo scuro, rilievi interessanti del secolo XIII 
in uno stile che si accosta a quello della scuola 
pisana, con ai lati i Martirii di 
Santa Caterina e di San Giovanni 
Evangelista. 

L'annesso immenso monastero 
albergava in addietro sin 400 mo- 
nache di Santa Chiara. In una 
vasta sala, che prima fu refettorio 
di monaci, è ora la stamperia del 
Corriere di Napoli. In questo sa- 
lone si vede ancora, ben conser- 
vato, un gran fresco siraboleg- 
giante col Miracolo dei pani e dei 
pesci le elemosine largite dai 
Francescani di Napoli. Occupa 
codesto fresco uno spazio quadrato 
circoscritto da un orlo con lo 
stemma di re Roberto e Sancia, 
e i signori Crowe e Cavalcasene 
non esitano nel descriverlo ad at- 
tribuirlo a Giotto dichiarandolo 
« una di quelle belle composizioni 
che formano il suo grande diritto 
all'ammirazione del mondo ». Ma 
non è evidentemente che una pit- 
tura giottesca, come nota il Friz- 
zoni in un suo più recente studio. 
Il campanile di Santa Chiara è 
una delle opere attribuite a Ma- 
succio II ; secondo altri è del suo 
allievo Giacomo de Sanctis, ed è 
annoverato fra i più bei modelli 
dell'architettura prima del Rina- 
scimento. Doveva consistere in 
origine di cinque ordini rappre- 
sentanti ciascuno i cinque ordini 
architettonici : toscano, dorico, 
jonico, corinzio e composito. La 
morte di re Roberto lo lasciò in- 
compiuto al secondo ordine, il 
quale fu aggiunto nel secolo XV 
e lo jonico al principio del XVII 
(nel 1647). Durante l'insurre- 
zione di Masaniello il campanile 
fu occupato e fortificato dagli Spa- 
gnuoli contro gli insorti che ave- 
vano da parte loro fortificato il 
palazzo Della Rocca, dirimpetto. 
San Domenico Maggiore. — 
Nella piazza o largo San Dome- 
nico ; è una chiesa gotica delle più 
grandiose ed imponenti di Napoli, fondatanel 1289 
da Carlo II su disegno di Masuccio I, il quale 
v'incorporò l'antica, consacrata nel 1255 da 
Alessandro IV. Dopo i due tremuoti del 1446 e 
1456 furon cambiati vòlta e pilastri ; nel 1605 
altro rinnovamento; nel 1850-53 e successiva- 
mente nuovi importanti restauri. 



Nàpoli 



m 



• Presentemente è una delle chiese più riccà- 
mente decorate a tre navate con ventisette cap- 
pelle e dodici altari, lunga 76 metri, larga 33 
ed alta 26.50. É sontuosa per la 
ricchezza dei marmi e delle dora- 
ture, per le colonne accoppiate, di 
rosso di Francia in gran parte, ma 
con un soffitto a cassettoni del se- 
colo XVII di poco buon gusto. Le 
famiglie più cospicue di Napoli vi 
hanno da secoli le loro cappelle con 
molti monumenti si che abbonda di 
scolture del Rinascimento come la 
chiesa di Santa Chiara di scolture 
gotiche. 

La porla maggiore è di marmo 
ornata di due fasce di mosaico con 
arco acuto fregiato di busti di Santi 
in bassorilievo. Gli archi e pilastri 
gotici furono stuccati e clorati ; 
sopra gli archi sonvi dipinti di Santi 
domenicani; crociere corte. La tri- 
buna, quantunque conservi il suo 
carattere gotico, fu danneggiata da 
un grand'organo dietro l'altare. 

La prima cappella, a destra, è 
formata da quattro archi uguali 
rivestiti di marmo con molti e va- 
riati bassorilievi di armadure, scudi 
e rabeschi ben lavorati. All'altare, 
quadro della Vergine coi Ss. Dome- 
nico e Martino e altre figure nei 
cui volti son ritratte le sembianze 
di varii personaggi della famiglia 
Carafa, che aveva diritto di patro- 
nato sulla cappella, la quale passò 
in seguito al ministro e generale 
Saluzzo (morto nel 1852). Questo 
quadro, di Andrea da Salerno, fu 
malamente restaurato sì che più 
non vi si ravvisa lo stile di quel- 
l'allievo prediletto di Raffaello. 

Tien dietro a questa la cappella 
Brancaccio con sull'altare la Ma- 
donna delle Grazie, affresco di 
Agnolo Franco ed ai lati due tavole 
con la Maddalena nell'una e San 
Domenico nell'altra in campo d'oro, 
attribuite allo Stefanone, ma del 
secolo XVI, secondo i signori Crowe 
e Cavalcasene. Sopra il muro del- 
l'Epistola, copia in piccolo e con 
molte varianti del Giudizio di Mi- 
chelangelo. Sotto è la tomba di Bartolomeo Bran- 
caccio, arcivescovo di Trani, morto nel 1341, di 
lavoro e composizione pregiati, sorretta da quattro 
Vittorie e, doxi davanti sette persone della famiglia 
in bassorilievo e sopra la statua del defunto. 

Nella ter/a cappella son pitture a fresco at- 
tribuite ad Agnolo Franco, ma molto ritoccate 



e che sembrano piuttosto di carattere umbro^ 
senese. Seguono le cappelle Capece e Dentice, 
quest'ultima col sepolcro di Dialta di Raone da 




Fig. 73. — Napoli (Gliiesa di S. Chiara) : Monumento ad Agnese 
e Clemenza D'Angiò (da fotogralìa Mauri). 



Cosenza, moglie di Lodovico Dentice, ivi sepolta 
nel 1338. 

Nella settima cappella, di patronato dei ('arafa, 
dedicata al Crocifisso e che potrcbbcsi piuttosto 
chiamare chiesetta, con tre cappelle e uu aitar 
maggiore, ornalo di mosaici fiorentini e costruito 
nel 1052 d;il Fausaga, venerasi un piccolo 



iU 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Crocefisso velato, quel desso che, al dir della 
leggenda, parlò a S. Tommaso d'Aquino dicen- 
dogli: Bene scripsisti de me, Thoma; qunmergo 
mercedem recipies? E Tommaso: Non aliam nisi 
Te (Hai scritto bene di me Tommaso: Qual ti 
darò mercede? — Ninn' altra che Te stesso). Ai 




Fig. 74. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Monumen 
figlia di Carlo l'Illustre (da fotografìa Mau 

fianchi del Crocefisso sono due dipinti pregevoli 
di Cristo die sale al Calvario e di Cristo deposto 
di croce, attribuiti dal De Dominici : il primo a 
Gian Vincenzo Corso e il secondo allo Zingaro. 
— Sull'altare, a destra. Risurrezione di Cristo, 
del fiammingo HcnzeI Cobergher e vicino il bel 
sepolcro di Mariano d' Alagni, conte di Bucchia- 
nico, a cui fu poi congiunta, nel 1447, la moglie 
Catarinella Ursino, con la statua di Mariano e 
un semi-rilievo della moglie, del valente Agnolo 
Agnello del Fiore. — Accanto, mausoleo di A^t- 
colò di Sangro, principe di Fondi, di Domenico 
d' Aurla, ed ai lati dell'aitar grande che segue, 



due bellissimi sepolcri nel recinto della balau- 
strata : il primo con le ceneri di Francesco Carafa 
(morto nel 1470) ricco di rabeschi, con quattro 
statuette delle Virtù su pilastri che reggono la 
vòlta e la statua del Carafa supina sull'avello, 
capolavoro del suddetto Agnolo Agnello del Fiore. 
L'altro sepolcro, simile per la 
forma, di Diomede Carafa, fu con- 
dotto in gran parte da Giovanni da 
Nola dopo la morte del Del Fiore 
che l'aveva incominciato. Nella se- 
conda cappella, a sinistra, sepolcro 
di Ettore Carafa (morto nel 13H) 
con rilievi mitologici scolpiti sulla 
cassa. La cappella seguente della 
famiglia Dèi Duca ha anch'essa due 
tombe marmoree e nell'ultima, dei 
Villani, quadro all'altare della Ver- 
gine col Bambino lattante e sotto 
San Domenico con in mano il ro- 
sario: è questa la Madonna della 
Rosa, creduta da alcuni di maestro 
Simone, napoletano, e da altri della 
scuola umbra; della quale scuola 
piuttostochè dello Zingaro vuoisi 
anche il dipinto sciupato del Beato 
Guido Marramaldo a cui raccoman- 
dasi Carlo della Gatta principe di 
Monasterace. 

Dopo la cappella del Crocefisso 
segue, all'estremità della navata 
laterale destra, la cappella Aquino, 
con sull'altare San Tommaso Che 
adora la Vergine, di Luca Giordano. 
Nel muro, a destra, sepolcro di 
Giovanna d'Aquino, contessa di Mi- 
leto e di Terranuova, morta nel 
1345. Giace sull'avello coperto da 
un baldacchino marmoreo a pira- 
mide, sotto cui vedesi la Madonna 
col Putto corteggiata dagli angeli, 
in campo d'oro, prima opera esposta 
di maestro Simone, napoletano, ma 
che altri dice umbra, della scuola 
di Gentile da Fabriano. Dirimpetto, 
altro bel sepolcro del figliuolo di 
lei, Cristoforo d'Aquino (morto nel 
1342) e del marito Tommaso (morto nel 1357) 
con arca sorretta da due Vittorie e molle altre 
statue. 

Da questo luogo si pon piede nella sacrestia 
la cui vòlta fu dipinta a fresco dal Solimene che 
vi effigiò in cima la Trinità a cui la_ Vergine 
presenta San Doìuenico e parecchi altri santi e 
sante del suo Ordine. All'altare VAnnunziazione, 
opera pregiata di Andrea da Salerno; i freschi 
del muro sono di Paolo del Po. 

La sacrestia di San Domenico Maggiore po- 
trebbesi anche chiamare il Sepolcreto dei Prin- 
cipi Aragonesi, dei quali veggonsi schierati in 



'o a Maria, 

RI). 



Napoli 



125 



giro dieci feretri o casse mortuarie coperte di 
velluto rosso o di altro drappo, con trentacinque 
di altri illustri personaggi. Qui riposano: Fer- 
dinando! (morto nel 1494); Ferdinando II (morto 
nel l-iOB); Isabella di Aragona, moglie di Gian 
Galeazzo Sforza il giovine, duca di Milano (morta 



busto, bandiera squarciat.i, spada corta e versi 
dell'Ariosto. 

Nel Tesoro, adiacente alla sacrestia, conser- 
vavasi, in un'urna argentea, il Cuore di Carlo II 
d^Angiò, il quale fu rapito nella soppressione del 
convento durante l'occupazione francese. 




Fig. 75. — Napoli (Chiesa rli S. Cliinrn) : Monumento ad Antonia Caudino 
(da fotografia Mauri). 



nel 1524.) ; Maria d'Aragona, marchesa del Vasto 
(morta nel 1568); Antonio d'Aragona, secondo 
duca di Montallo e i due suoi figli Giovanni e 
Ferrante; qui l'infelice Antonello Petrucci, se- 
gretario di Ferdinando I e qui finalmente il 
marchese di Pescara (morto nel 1525), l'eroe 
di Ravenna e di Pavia, marito della poetessa Vit- 
toria Colonna (1) l'amica di Michelangelo, con 



Nella croriera dcsira, antico monumento di 
Don Urso, con rilievo di San Gerolamo, di Gio- 
vanni da Nola e due statue sepolcrali giacenti. 
Indi nel pilastro, a sinistra della cappella se- 
guente, sepolcro di Galeazzo Pandono (morto nel 
1514), di Giovanni da Nola, con begli ornati, 
figure viventi in rilievo e una Vergine graziosa 
die offre al Bambino un inailo con frulla. 



(1) Nel dicembre 1894- il cav. Cumense, capo-sezione al Ministero dell'istruzione pubblica, scoprì 
nella chiesa di San Domenico la tomba e la salma di Villona Colonna presso quella del marito. 
Sono ancor conservati parecchi oggetti, fra i qiiali la cuffia, i gioielli e una ciocca di capelli. 



126 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Indi per nnn porta iii un recesso che formava 
parte della chiesa vecchia e qui a destra : Cir- 
concisione, di Marco da Siena (1574), a sinistra 
sepolcro di Cesare Galotii (morto nel 18G0). 
Vicino al muro d'in2,resso, sepolcri della famiglia 
Rota: a sinistra di 6. B. Rota (morto nel 1512), 
sopra di Giov. Francesco Rota (morto nel 1527) 
ed accanto monumento di Porzia Capece Rota 
(morta nel 1559), di Giovanni da Nola, con obe- 
lisco e medaglioni. 



Michele Riccio, celebre statista e scrittóre,' con< 
San Gerolamo davanti alla croce, che vuoisi di 
Agnello del Fiore ; sopra, V Anmmziazione ; sotto, 
nel sarcofago. Cristo nel sepolcro. Indi all'estre- 
mità della navata laterale sinistra, monumento 
di G. B. Marini, famoso autore del poema Adoìie. 
(morto nel 1025) con busto in bronzo, di Bar- 
tolomeo Viscontini. 

A sinistra della porta d'nscita, altare di Fabio 
^?'ce//rt (1536), con altorilievo della Madonna; 




Fig. 7G. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Monumento alla Famiglia Sanfelice 
(da fotografìa Mauri). 



Delle cappelle nel muro delle finestre la cap- 
pella Bonito è ornata di una tavola della Ma- 
donna col Battista, Sant'Antonio e sopra Dio 
Padre che vuoisi della prima maniera di Agnolo 
Franco, senese. Quindi nel pilastro fra le due 
cappelle, sepolcro di Nicolò Zingarelli, celebre 
maestro di musica (morto nel 1837) con meda- 
glione. A destra è la cappella Brancaccio già de- 
scritta. 

Nella seconda cappella, a sinistra della tribuna: 
a destra, sepolcro del cardinale SpineUì, di Gi- 
rolamo Santacroce (1530) e a sinistra del celebre 
capitano Carlo marchese d'Orsonuovo (1033), 
grandioso ma di poco valore artistico. Nel muro 
longitudinale sinistro della crociera, sepolcro di 



a sinistra il Battista; a destra San Matteo, di 
Giovanni da Nola. 

Nella settima cappella, all'altare. Martìrio di 
Santa Caterina, di Lionardo da Pistoja; sotto, a 
sinistra, sepolcro di Lionardo Tomacelli{ì^'ìL'è) e 
a destradi Nicolò Tomacelli (1-437) con tre rilievi. 

Nella sesta cappella è notevole l'antico sarco- 
fago di Letizia Caracciolo (13-40) con sei meda- 
glioni. Nella quinta, l'antico e buon dipinto di 
San Nicolò di Bari. Nella quarta, in una nicchia 
sull'altare, statua del Battista, di Giovanni da 
Nola ; a destra, sepolcro di Alfonso de /?o/a (1565), 
di Domenico d'Auria con vaghi ornati e a sinistra 
del poeta Bernardino Rota, a cui il Tevere (sim- 
boleggiante la lingua latin.a) e VArno (l'italiana) 



Napoli 



,427 



offrono ili figura di due vecchi la corona con sotto 
a destra e a sinistra la Natura e VArte, la rai- 
>glior opera di Domenico d'Auria (1575). Nella 
terza cappella, sempre a sinistra, pala d'altare 



- Segue la cappella De Franchis dei marchesi 
di Laviano più spaziosa e doviziosa di marmi delle 
altre e anche più frequentata pervedervisi esposta 
assai venerata della Madonna del 




Fig. 77. — Napoli (Chiesa di S. Cliiara): Monumento alla Famiglia Del Balzo 
(da fotografia Mauri). 



col Martirio dell'evangelista San Giovanni, di 
Scipione Gaetano, con sotto tre medaglioni in 
rilievo dei Ss. Giovanni, Domenico e Tommaso 
d'Aquino (XV secolo). A sinistra, monumento di 
Antonio Carafa, sopranominato Malizia (morto 
nel 1448), di un architetto napoletano sotto l'in- 
flusso di Donatello, in una disposizione grande- 
mente antiquata. Su basi ottagono le tre virtù 
della Tem'peranza, Prudenza e Fortezza reggono 
il sarcofago e tre medaglioni contengono la Ma- 
donna con due begli angeli malinconici, a sinistra 
Santa Caterina e Santa Maria 31addalena a 
destra ; sopra l'epitafio che scoprono due angeli 
alati sta scolpito il Malizia in completa armatura 
. e con le braccia incrociate. 



Rosario detta dal popolino la Madonna di zi-An- 
drea. Vi è seppellito Vincenzo De Franchis, dotto 
presidente del R. Consiglio. 

L'ultima cappella è dei Muscettola e contiene 
una tela di Gesù bambino in braccio alla madre 
in atto di porre in capo a San Giuseppe una ghir- 
landa di rose, di Luca Giordano. Allato al van- 
gelo, in piccola tavola, l'Epifania, della scuola 
di Alberto Durcr e, dirimpetto, copia della bel- 
lissima Sacra Famiglia, di Fra Bartolomeo, di 
cui fu portato via l'originale. Due quadretti so- 
prastanti della Madonna col Putto, di Andrea da 
Salerno e della testa del Salvatore, di scuola lom- 
barda. 

Nell'ampio annesso e soppresso convento, ora 



128 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



occupato dalla Corte d'Assise, vive ancor la me- 
moria del gran S. Tommaso d'Aquino, il Doctor 
Universalis, il quale v'insegnò dal 1224 al 1274 
con lo stipendio fissato dallo stesso Carlo d'Angiò 
in un'oncia d'oro al mese. La cella in cui il 
sommo scolastico compose parecchie delle sue 




Fìl;. 78. — Napoli (Chiesa di S. Chiara): Monumento a Bai 
dassarre Gito (da fotografia Mauri). 



opere fu convertita in cappella. La scuola serve 
ora alle adunanze dell'Accademia Pontaniana, 
fondata da Alfonso I e da Beccadelli Panormita 
promossa da Giovanni Fontano (donde il nome) 
segretario di Stato di Ferdinando I, decaduta in 
seguito e rinvigorita dal 1817, come attestano 
gli Atti che pubblica. 

Santa Maria La Nuova. — Nel Largo omo- 
nimo a cui si va dalla strada di Montoliveto, edi- 
ficata nel 1268 da Giovanni Pisano per invito di 
Carlo I d'Angiò, fu riedificata in forme più ampie 
sotto i re Filippo II e III austriaci verso il 1599 



dall'architetto Franco, napoletano, il quale la 
fece di una sola navata a croce latina con dodici 
cappelle e due nella crociera. Più tardi furono 
eretti i tredici altari addossati ai pilastri che reg- 
gono gli archi delle cappelle della navata. 
La facciata è di piperno e la porta d'ordine 
corinzio, di marmo con due belle 
colonne in granito e un medaglione 
sull'architrave. Il soffitto piatto è 
tutto ornato di dipinti a olio, se- 
parali da cornici di legno liscio in- 
doralo, di pittori napoletani (1600). 
Il primo verso il coro è di Francesco 
Curia, ['Assunta è di Francesco 
Imparalo e l'ultimo della Vergine 
incoronata dalla Triade con mol- 
tissimi angeli è lavoro stupendo di 
Fabrizio Santafede. I dodici freschi 
dei Simboli dellaFede desunti dalle 
Litanie, fra i fineslroni della na- 
vata, il Giudizio Universale nel 
coro, e i freschi delle due vòlte 
della crociera e della piccola cu- 
pola, coi quattro dottori francescani 
della Chiesa — San Bonaventura, 
Giovanni Scoto, Alessandro d'Ales- 
sandro e Nicolò di Lira — sono del 
greco Belisario Corenzio. Sopra gli 
archi delle cappelle, in fine, Nicolò 
Malinconico dipinseallegoricamente 
le Virtù di San Francesco. I freschi 
nella vòlta del coro sono di Simone 
Papa il giovane. 

Nella prima cappella, a destra, 
due sepolcri con statue giacenti 
della famiglia San Severino e fre- 
schi di G. B. Caracciolo. All'altare, 
fra due colonne di porlovenere, bel 
quadro ieW Arcangelo San Michele, 
creduto per lungo tempo di Miche- 
langelo ed attribuito in seguito ad 
Amato il Vecchio. L'altarino della 
famiglia Amedeo addossato al pila- 
stro di questa cappella, ha, fra due 
colonnini di verde antico, la Con- 
cezione dell'Imparalo. 

Nella terza cappella, Crocefisso 

con la Madonna, la Maddalena e 

San Giovanni, di Marco da Siena e sui muri 

laterali la Flagellazione e Incoronazione di spine, 

del succitato Corenzio. 

La quarta cappella contiene in sei nicchie statue 
ed intagli in legno dipinto e dorato in alcune 
parti, di Agnolo Agnello del Fiore (I486). Nella 
cappella di' San Bonaventura, quadro del Santo 
trasportato da molti angeli, di Santillo Sannini, 
allievo di Massimo Stanzioni ; e, nell'altra cap- 
pella, bel dipinto di San Francesco in mezzo a 
Sant'Agata e a Santa Lucia, di Pietro del Don- 
zello. Addossato al pilone dell'arco maggiore, 



Napoli 



T29 



sopra un altarino di marmo bianco con bei lavori 
variati, è un Ecce Homo scolpito in legno, di 
Giovanni da Nola, ma più volte mal ridipinto. 

Ponendo piede nella crociera vedesi nel muro 
a destra il bel monumento di Galeazzo Saìi Se- 
verino (1467) con la sua statua supina e grande 
ricchezza di bassorilievi, statuette 
e rilievi di assai buon gusto. La 
cappella ha un Crocefisso in legno 
che reputasi il più bel lavoro di 
tal genere di Giovanni da Nola. 

All'aitar maggiore, con balau- 
strata di marmi commessi ed or- 
nati del Fansaga, ammirasi fra 
due colonne l'eiììgie preziosa della 
Madonna, dipinta da Tommaso 
degli Stefani nell'antica chiesa di 
Santa Maria di Palazzo ch'era in 
Castel Nuovo e qui trasportata. Le 
due statue in legno colorito dei 
Ss. Francesco e Antonio ai due 
lati dell'altare, di Agostino Bor- 
glietti, furono cosi apprezzate dal 
suddetto Fansaga che non volle 
scolpirle in legno com'era stato 
richiesto, ma furono poi copiate 
in marmo da altro scultore. Nel 
muro, a sinistra, sepolcro dei Conti 
di Trivento di Casa d'Af/litto in 
cui vedesi ginocchioni Michele 
d'Afflitto molto ben voluto da Fer- 
rante di Aragona e, nelle due 
nicchie ai lati, Vincenzo e Ferdi- 
nando, suoi discendenti, ritti ed 
armati, scollurc tutte di buono 
scalpello. 

Nell'altra cappella della crociera 
vedesi l'immagine venerata della 
Madonna delle Grazie, ricchissima 
di voti e doni preziosi ; ne basti il 
dire che, mercè l'enorme quantità 
di doni dei Napoletani alla sacra 
immagine, dal 1596 in poi fu rie- 
dificala la chiesa (delta perciò 
Santa Maria la Nuova) e resa quale 
ora si vede. 

Meritevole di attenzione speciale 
è la cappella grande, che meglio 
avrebbesi a dir chiesetta, dedicata a San Giacomo 
della Marca, costruita a spese di Gonsalvo di Cor- 
dova il Gran Capitano. In una splendida arca sul- 
l'altar maggiore giace il corpo di San Giacomo ed 
ai lati sei cappelle variamente ornale e tutte con 
balaustrate di bei marmi commessi. Nella vòlta. 
Miracoli del Santo titolare e Processione del suo 
corpo nell'eruzione del Vesuvio del 1031, freschi 
di Massimo Stanzione. Accanto all'aliar maggiore 
due epigrafi sepolcrali di Carlo d'Austria (Amida, 
figlio del re di Tunisi) morto nel 1001 e di 
'Francesco di Cordova, ricevitore di Malta. 



Nei piloni dell'arco vi sono due tombe modeste 
scolpite da Giovanni da Nola per ordine di Fer- 
dinando di Cordova, nipote del suddetto Gran 
Capitano : quella dal corno dell'epistola del dotto 
capitano Pietro Navarro, il quale, abbandonato 
dal suo re, entrò al servizio dei Francesi e venne 




Vis. 79. 



Napoli (Cliiesa di S. Chiara): Monumento a Cilo 
(da fotografìa Mauri). 



con essi all'assedio di Napoli sotto il maresciallo 
Lautrcc, ma fatto prigioniero e rinchiuso in Castel 
Nuovo vi si strangolò nel 1528 per sottrarsi al 
supplizio a cui lo aveva condannato Carlo V. Dal 
lato opposto tomba del suddetto maresciallo Odetto 
di Foix signoi'e diLautrec, morto di peste in detto 
assedio. Ambedue le tombe vanno ornate da duo 
epigrafi in latino di monsignor Paolo Giovio. 

La prima cappella, dal lato dell'epistola, ha 
all'altare una Natività, di Leandro Cassano ed 
un Adorazione dei Magi, della scuola de' Donzelli, 
in cui ravvisasi il ritratto di Alfonso II d'Aragona. 



17 



La Patria, vul. IV. 



130 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Segue la cappella dei Torbolo con sull'altare 
le statue àcW Immacolata e dei Ss. Francesco 
d'Assisi e Bernardino, la prima di Michelangelo 
Naccarini e le seconde di Domenico d'Auria. Nel 
muro del vangelo è il bel mausoleo dei coniugi 
Bernardino Torbolo e Giovanni Rosa co' ritratti 
in due medaglioni sopra l'avello e in cima un ri- 
lievo della Risurrezione, del suddetto d'Auria. 
La vòlta della cappella è fregiata di bellissimi 
freschi di Silvestro il Bruno. 

Delle altre cappelle dal lato del vangelo quella 
degli Aquino ha una pala di altare attribuita al 
Ribera ; le statue nelle nicchie e le altre sui due 
sepolcri laterali sono di Cosimo Fansaga. Nella 
vòlta sono V Annunziata e il Sogno di San Giu- 
seppe, freschi di Giacinto de' Popoli (1660); gli 
altri dipinti sono dello Stanzione. Nella cappella 
accosto, statua del Battista, del Bernini, sotto 
una facciata sorretta da due colonne d'ordine 
composito di verde di Calabria. 

L'annesso ex-convento de' Frati Osservanti, 
ora Tribunale, ha due chiostri con portici a co- 
lonne marmoree, sui quali corrono spaziosi ter- 
razzi. Nel primo Simon Papa il giovine dipinse 
a fresco episodii, ora sformati al tutto dai re- 
stauri, della Vita di San Giacomo della Marca 
e nel secondo, composto di trentasei colonne di 
marmo, sono le scale che conducono ai dormi- • 
torii, capaci di albergare più di trecento frati. 

Nel refettorio ammiransi, in due grandi lu- 
nette, i dipinti pregievolissimi dei fratelli Pietro 
e Polito del Donzello rappresentanti Cristo che 
va al Calvario , VAnnunziazione, h Natività, ecc., 
dipinti ordinati dal re Ferrante L Soggiunge- 
remo che i signori Crowe e Cavalcasene credono 
gli ultimi di un pittore dell'Umbria e Cristo che 
sale al Calvario come attestante la maniera raf- 
faellesca di Andrea da Salerno o Lionardo da 
Pistoia. 

Santa Maria del Carmine (fig. 80). — In piazza 
del Mercato, va rinomata nell'istoria di Napoli e 
fu fondata da alcuni monaci i quali, reduci dal 
monte Carmelo con un quadro antichissimo e 
venerato di Santa Maria la Bruna, la collo- 
carono sopra un modesto altare in una cappella 
che Margherita d'Austria fece ampliare a sue 
spese componendovi le spoglie mortali del gio- 
vane Corradino e del duca d'Austria ai quali fu 
mozzo il capo, dopo la battaglia di Tagliacozzo, 
in piazza del Mercato. 

Quando il cardinale Filomarino fece spianare 
il terrazzo dietro l'aitar maggiore, fu scoperta la 
cassa di piombo di Corradino con le iniziali 
R. C. G. {Regis Corradini Corpus) contenente 
lo scheletro con la testa mozza sul petto ed allato 
una spada senza fodero. Massimiliano II di Ba- 
viera, quando era ancora principe ereditario, fece 
innalzare nel 1847 il monumento che sta davanti 
al pulpito, sulla tomba odierna di Corradino con 
la costui magnifica statua modellata da Thor- 



waldsen e scolpita da Schòepf di Monaco con ai 
piedi due rilievi; a sinistra: Commiato di Cor- 
radino dalla madre Elisabetta, a destra. Com- 
miato di Corradino dal suo compagno di supplizio 
Federico duca d'Ausli'ia. Davanti è l'iscrizione 
in tedesco che suona : « Massimiliano, principe 
ereditario di Baviera, eresse questo monumento 
ad un congiunto della sua Casa, il re Corradino, 
ultimo degli Hohenstaufen : nell'anno 1847, 
14 maggio ». 

La Madonna e un Crocefisso in legno sono i 
due cimelii della chiesa. La prima, la suddetta 
Maria la Bruna, suU'altar maggiore architettato 
da Cosmo, sta in una lunga cella ornata tutta di 
ori e argenti votivi ; il Crocefisso venerasi sul- 
l'architrave della tribuna in un tabernacolo fatto 
a spese di Alfonso I. Esso è velato per tutto 
l'anno e non si mostra che il di di San Silvestro 
con concorso infinito di popolo. 

L'interno della chiesa, di architettura archi- 
acuta in origine, fu alterato, come molti altri 
edifìzi in Napoli, durante il dominio spagnuolo ; 
rimangono però sempre alcune traccio dello stile 
gotico nella vòlta del coro e della crociera. I 
marmi vaiii e le dorature adornano riccamente 
la chiesa nelle cui molte cappelle son quadri di 
autori di minor grido. Essa va però rinomata 
nell'istoria pei fatti che vi accaddero dell'insur- 
rezione di Masaniello, il quale vi era sepolto e 
presso la porta maggiore son pur seppelliti i vi- 
ceré marchese del Carpio, il cardinal Grimani, 
il conte di Galles ed Aniello Falcone, pittore di 
battaglie. 

Allato alla chiesa ergesi il famoso campanile, 
architettato sino al terz'ordine dal Conforto ed 
innalzato arditamente sino alla croce da Frate 
Nuvolo. La sua altezza è tale che lo si scorge da 
lontano entrando nel golfo di Napoli. 

Santa Croce del Purgatorio. — Nel lato nord 
della piazza, detta anche il Purgatorio del Mer- 
cato. Nel passaggio di questa chiesa alla sacrestia 
si conserva la colonna in porfido rosso sormon- 
tata da una croce la quale segnava in addietro il 
luogo ove fu decapitato Corradino e che recava 
in caratteri longobardi l'iscrizione seguente : 

Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum, 
Uic deplumavit, acephalumqiic dcdit. 

Le quali parole si vuole che abbia dettate lo 
stesso Carlo. Nessuno ci ha detto finora, con 
certezza, chi ne sia l'autore. 

Alla base della colonna sta il ceppo marmoreo 
su cui dicesi fosse troncata la testa dell'infelice 
principe svevo. Sopra di esso è un'iscrizione con 
la data del 1317. 

Santa Maria degli Angeli. — Nel largo di 
Pizzofalcone, sorge sul luogo della chiesetta do- 
nata da Costanza Doria, principessa di Sulmona, 
ai Teatini, i quali, abbattuta la chiesetta, v'in- 
nalzarono, nel 1600, la chiesa else or vi si 
vede e che è una delle opere architettoniche più 



Napoli 



131 




Fig. 80. — Napoli : Chiesa di Santa Maria del Carmine (da fotografia Brogi). 



prcgicvoli del padre Francesco Grimaldi, come 
quella che offre belle e grandi masse, propor- 
zioni giuste e vaghe modanature. 

È a croce latina con tre navate separate da 
archi e pilastri ; nelle navate minori vi sono 
quattro cappelle a ciascun lato e due ai fianchi 
del presbiterio. Nelle vòlte tante cupolctte da- 
vanti le cappelle e nel centro della crociera una 
gran cupola, se non cosi grande, somigliante per 
la forma a quella che il medesimo iirchitetto in- 
nalzò sulla cappella del Tesoro di San Gennaro. 
La cupola coi suoi peducci fu dipinta da G. B.Be- 
nasca, il quale aiutò anche il Lanfranco nei 
freschi della vòlta della gran nave. Le grandi 
tele a olio nel coro, nella crociera e sulla porta 
maggiore furon dipinte dal veronese Francesco 
Caselli, laico teatino. Francesco Milizia, nella sua 
Yila dei più celebri architetli, considera codesta 
chiesa come la meglio proporzionata di quante ne 
ha Napoli. 

Nella prima cappella a destra, della famiglia 



Gerace, pala d'altare della Sacra Famiglia del 
cav. Natale Carta, con ai lati due bei monumenti 
ornati di bassorilievi di Tito Angelini, professore 
di scultura. Nell'ultima da questo Iato, Sacra Fa- 
miglia, lodata dal Lanzi, di Andrea Vaccaro, e, 
nell'altra allato al presbiterio, Y Annunziata che 
apparisce a Sant'Andrea Avellino, di Paolo Do 
Matteis. Nella navata a sinistra San Carlo Bor- 
romeo, di Bernardino Siciliano, il quale dipinse 
anche i freschi della cupoletla coi fatti della Vita 
del Santo. L' Immacolata è opera incompiuta dello 
Stanzione. 

Santa Maria del Parto o Chiesa del Sannazaro. 
— Sul promontorio all'estremità ovest di Mer- 
gellina, a cui si sale per una scalinata, fu fondata 
nel 1559 dai Frali Serviti nel luogo di una villa 
donata da Federigo di Aragona al Sannazaro. 
La distruzione di questa villa fatta da Filippo di 
Chàlons, principe d'Orange, contristò si fatta- 
mente il celebre poeta ch'ei si ritirò a Roma e 
fece dono del luogo ai suddetti Serviti. 



132 



'Parte Qunria -*- Italia Meridionale 



Deriva il nome del Parto dal poema De Partii 
Virginis del Sannazaro, al quale fu rizzato nel 
piccolo coro dietro l'aitar maggiore un monu- 
mento che eccita l'ammirazione di quanti trag- 
gono a vederlo. Il disegno e l'esecuzione di questo 
Bel monumento furono affidati dagli eredi a Gi- 
rolamo Santa Croce, ma una disputa fra essi e 
i Serviti che volevano uno dei loro, Fra Gio- 
vanni da Montorsoli, fatto venire a bella posta 
da Napoli, fece sì che ambedue questi artisti lavo- 
rarono al monumento. Il quale credesi disegnato 
dal Santacroce che lo lasciò incompiuto alla sua 
morte si che fu compiuto poi dal Montorsoli. 
Dalla base marmorea ergesi una tavola anche 
essa di marmo con un bassorilievo comprendente 
Nettuno, Pane, Satiri, Ninfe, Pastori in allu- 
sione alle poesie campestri e marinaresche, onde 
va meritamente si celebrato il poeta ieìV Arcadia. 
Sopra questo bassorilievo il sarcofago riccamente 
ornato del poeta con suvvi il suo busto al natu- 
rale coronato di alloro e col motto ActiusSincerus, 
suo nome arcadico. A ciascun lato un angelo, 
uno con un libro e l'altro con una ghirlanda di 
cipresso. Allato alle due basi due grandi statue 
sedute rimaste incompiute e terminate dal Pog- 
gibonsi, rappresentanti Apollo e Minerva in 
origine, ma trasformati in Davide e Giuditta dai 
frati per scrupolo religioso, o, come altri vuole, 
per salvarle dalla rapacità di un viceré spa- 
gnuolo. Nella base la bella iscrizione del car- 
dinale Bembo : 

Da sacro cineri flores: hic illc Marnili 
Sincerus, Musa proximus ui tumulo. 
VIX An. LXXIl. Obiit MDXXX. 

Davanti la prima cappella a destra lapide se- 
polcrale di Diomede Carafa, vescovo di Ariano, 
e sopra l'altare un dipinto curioso di Lionardo da 
Pistoja, rappresentante San Michele che conculca 
il Diavolo. Il santo vuoisi il ritratto del vescovo 
e il diavolo ha la testa di una bella donna, la 
quale dicesi tentasse il prelato prima che en- 
trasse negli ordini. Il popolino di Napoli chiama 
il quadro il Diavolo di Mergellina. 

Santa Maria dell'Annunziala (fig. 81). — In 
via dell'Annunziata, una delle chiese più maestose 
della città ; fu fondata dalla pia regina Sancia, 
moglie del re Roberto, ricostruita nel 1540 su 
disegno dei Manlio ed arricchita di bei dipinti del 
Santafede, del Corenzio, del Massimo, del Lan- 
franco, del Giordano e di scolture del Merliano e 
del Bernini. Incendiata l'S febbraio del 1757 e 
ridotta in cenere eccettuati la sacrestia e il Tesoro, 
le cui vòlte veggonsi ancora dipinte a fresco dal 
Corenzio, s'incominciò a riedificare finché fu ul- 
timata nel 1782 su disegno di Luigi Vanvitelli 
che la rese un modello di architettura classica. 
Quarantaquattro belle colonne marmoree d'or- 
dine corinzio reggono il gran cornicione che gira 
intorno, anch'esso di marmo, ed otto coppie di 
lolonne doriche sostengono la Confessione che 



si sprofonda sotto la crociera della chiesa in 
figura ellittica, tutta ornata di marmi. 

I dipinti suH'altar maggiore e nella crociera sono 
di Francesco La Mura, e del Fischietti i Profeti 
a chiaroscuro nei peducci della cupola. La cap- 
pella Carafa, a sinistra, è riccamente ma pesan- 
temente decorata e da essa vassi al Tesoro, 
ampia sala con un altare all'una estremità e la 
tomba d'Alfonso Sancio all'altra, la quale, in 
un col bassorilievo che l'adorna, é di Domenico 
d'Auria. Il bel Deposto di croce a semi-rilievo 
nel passaggio dalla chiesa al Tesoro è una delle 
opere più pregiate di Giovanni da Nola. In faccia 
all'aitar maggiore una lapide marmorea con 
un'iscrizione segna il sepolcro di Giovanna II e 
l'ultimo atto della tragedia Angioina. La chiesa 
dell'Annunziata è annessa all'ospedale di questo 
nome, uno dei principali istituti pii di Napoli. 

Santa Maria di Piedigrotta. — Presso l'in- 
gresso alla grotta di Posillipo, eretta secondo la 
tradizione locale, nel 1353, sul luogo di una 
cappella assai più antica in conseguenza di un 
sogno che addusse la scoperta di un'antica im- 
magine di una Madonna venerata con grande 
concorso di popolo nella famosa festa notturna 
(7-8 settembre) della Vergine di Piedigrotta. 
La chiesa fn più volte trasformata e restaurata 
ed ultimamente nel 1850, dopo il ritorno di 
Pio IX da Gaeta. 

Nella seconda cappella a destra, un'antica 
Madonna ed una curiosa Pietà nello stile fiam- 
mingo-napoletano con accessorii che rivelano 
l'influenza della scuola senese. La grande cap- 
pella a destra dell'aitar maggiore contiene le 
tombe dei Filangieri e una statua del celebre giu- 
reconsulto Gaetano Filangieri. 

Santa Maria Donna llegina. — Da via del 
Duomo per la prima strada a destra, così detta 
Donna Regina per essersi rinchiusa nell'annesso 
monastero a menar vita claustrale nella sua 
vedovanza la regina Maria, moglie di Carlo II. 
Verso il 1305 ella fece ricostruire col monastero 
la chiesa e morta che fu nel 1325 venne seppellita 
nel bel sepolcro marmoreo fattole innalzare da 
re Roberto suo figlio per opera di Masuccio II, 
che l'ornò di bassorilievi, statuette ed ornati e 
della statua supina. Altri dicono però, e par giu- 
stamente, che il monumento, il quale ammirasi 
presso l'aitar maggiore nel così detto Comuni- 
chino per le monache, fu lavorato da Tino di Ca- 
maino di Siena e dal Gallardo di Napoli (1326). 
Nel 1620 la chiesa nmtò forma con bel disegno 
del P. Guerini, teatino, e fu ridotta quale or si 
vede, ornata di marmi colorati e di dorature. 

Un'unica navata con tetto a vòlta, otto cap- 
pelle e aitar maggiore disegnato dal Solimene, 
dietro al quale è la gran tavola in campo d'oro e 
in undici compartimenti con la Vergine defunta 
e poi assunta e incoronata dalla Triade, di Gian 
Filippo Criscuolo. 



Napoli 



133 




Fig. 81. — Napoli : Interno della chiesa di S. Maria dell'Annunziala (da foloyr. Mauri). 



Nei muri laterali Luca Giordano dipinse, in 
due vaste composizioni. Gesù che predica nel de- 
serto e le Nozze di Cuna; sono anche suoi i 
freschi del coro piccolo sopra la porta e del Soli- 
mene quelli del coro grande. Nelle cappelle la 
Concezione e V Annunziata son di Carlo Mcllin lo- 
renese, San Francesco che rinunzia al sacerdozio 
del Solimene, e i Miracoli di Sant'Antonio di 
Padova di Antonio Guastaferri. La Madonna del 
Rosario con tre vescovi è pur della scuola di Fa- 
bricio Santafede, di cui è il quadro del Crocefisso 
nella sagrestia. 

Le cancellate in ferro e in bronzo che sepa- 
rano le cappelle dalla navata sono di assai buon 
gusto. 

Santa Maria delle firazie a Capo IN'apoli. — Nel 
largo omonimo, fondata nel 447, ampliata nel 
1500, rifatta internamente in buono stilcda Gio- 
vanni De Sanctis nel 1530, fu ridonata, nel 1831, 
da Ferdinando II ai frali eremitani di San Gero- 
lamo. Ha una sola navata a croce latina con do- 
dici cappello ai fianchi e quattro nella crociera e 



ai lati del presbiterio. Ai due lati dell'ingresso 
due tombe : quella a destra con statua genullcssa 
del giurista Fabrizio Brancaccio fu scolpita dal 
Caccavello, le statue di quella a sinistra sono di 
Giovanni da Nola. Vuoisi però avvertire che am- 
bedue formano un sol monumento ora diviso 
in due. 

Nella terza cappella, a destra, V Incoronazione 
di Maria di Andrea Vaccaro, e nei mui'i laterali 
bel bassorilievo della Conversione dì San Paolo 
di Domenico d'Aiìria e la tavola del JJallcsinio 
di Cesare Turco. Sul piccolo altare, nel braccio 
destro della crociera, è h\ Madonna con molli santi, 
del vecchio Criscuolo, ma rovinata dagli anni. 

Sopra le due piccole porle del coro, due statue 
di San Ceivlaiiio e del lì. Pietro da Pisa, fonda- 
tore degli Kremilani, di Lorenzo Vaccaro. La 
grande coui[i()SÌzioue a fresco nell'alìside, rappre- 
sentante la Madonna delle Grazie che proscioglie 
le anime dal Purgatorio e i freschi della Sacra 
Fa;«/'///?«, nella crociera, son di G. IL Benasca, 
il quale, fattosi frate, fu qui seppellito nel 1008. 



134 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Nella sagrestia è una statua rotonda della Ma- 
donna con le anime purganti di Giovanni da Nola, 
il quale condusse anche a gara col suo emulo 
Santacroce il bel bassorilievo di San Tommaso 
che tocca la piaga del costato del Salvatore nella 
cappella dei Senescalli, mentre in quella dei Giu- 
stiniani il detto Santacroce fece un Deposto di 
Croce, opere ambedue lodatissime. 

Sull'altare nel braccio sinistro della crociera, 
la Madonna coi Ss. Andrea e Matteo, con nella 
lunetta San Michele che uccide il dragone sono di 
Andrea da Salerno e non del suddetto Criscuolo a 
cui furono attribuite. E di Bernardo Lama, nella 
maniera del Polidoro, è la gran tavola del Croce- 
fìsso con molti Santi e la Rismrezione nella 
lunetta, nella seconda cappella dello stesso lato 
della chiesa. 

Santa Maria della Catena. — In via Santa 
Lucia, eretta nel 1576 dai pescatori; è memora- 
bile pel sepolcro dell'ammiraglio Francesco Ca- 
racciolo, appiccato ad un'antenna della fregata 
Minerva come ribelle e gettato in mare per 
ordine di Ferdinando IV e per istigazione invi- 
diosa dell'ammiraglio inglese Nelson, la cui 
memoria serba ancora questa macchia di sangue. 

(.( Al terzo giorno dopo l'arrivo, narra il Col- 
letta nella sua bella Stoiia del Reame di Napoli, 
Ferdinando scopri da lungi un viluppo che le 
onde spingevano verso il vascello, e fissando in 
esso, vide un cadavere, tutto il fianco fuori del- 
l'acqua ed a viso alzato, con chiome sparse e 
stillanti andare a lui quasi minaccioso e veloce, 
quindi, meglio intendendo lo sguardo, conosciute 
le misere spoglie, il re disse: CaracCTo/o .' E vol- 
gendosi inorridito chiese in confuso : Ma che 
vuole quel morto ? Al che, nell'universale sbalor- 
dimento e silenzio dei circostanti, il cappellano 
pietosamente rispose : Direi che viene a diman- 
dare cristiana sepoltura. — Se l'abbia! rispose 
il re, e andò solo e pensieroso nella sua stanza ». 
Il cadavere fa raccolto e sepolto nella piccola 
chiesa di Santa Maria della Catena a Santa Lucia. 

Santa Maria del IManto. — A mezzo il colle 
di Lautrec, con una delle più belle vedute di 
Napoli; fu fondata nel 1656 dal sacerdote Leo- 
nardo Spano dopo la famosa peste le cui vittime 
furono sotterrate nella caverna sottostante degli 
Spor tiglio ni. Abbandonata per lungo tempo. 

Sasso poi sotto la direzione della Congregazione 
i Santa Maria Vertecoeli che vi apri un gran 
cimitero. 

All'aitar maggiore è la Madonna che prega il 
suo Divin Figlio a favore dell'appestala città, di 
Andrea Vaccaro. Nelle due cappelle laterali due 
dipinti meravigliosi eseguili in due soli giorni da 
Luca Giordano, soprannominalo a buon diritto i 
Fa presto. Nell'uno si vede la Vergine e San \ 
Gennaro sopra un mucchio di cadaveri in atto di ! 
implorar da Gesù la cessazione della peste, e nel- ! 
l'altro il Croci/isso con alcuni Santi Pationi di | 



Napoli. Nelle pareti, lapidi marmoree e tombe 
di morti nell'invasione del colera. 

Santa Maria della Sanità. — A nord del Museo 
incomincia la salita della strada nuova di Capo- 
dimonte che attraversa la bella valle della Sanità 
con un alto e maestoso viadotto , detto Ponte 
della Sanità, e con bella veduta sulle colline 
verdeggianti dirimpetto e a destra del Vesuvio. 
Presso il viadotto a destra e al basso sorge la 
chiesa di Santa Maria della Sanità, meravigliosa 
costruzione ovale, edificata nel 1575 da un frate 
domenicano detto Nuvolo con sette navate disu- 
guali, otto cappellette, e, sotto la cupola di mezzo, 
un alto aitar maggiore, e sotto, un'altra chiesa 
sotterranea con dodici cappelle. Vi si veggono 
alcuni buoni dipinti di Luca Giordano, di Ber- 
nardino Siciliano, del Vaccaro e di altri pittori. 
Sotto e di là del viadotto v'è l'Ospizio di San 
Gennaro dei Poveri, fondato nel 1660 da Don 
Pietro d'Aragona il cui mezzo busto é, con una 
iscrizione, sulla facciata dell'ospizio stesso. L'ospi- 
zio raccoglie quasi 400 vecchi poveri dei due 
sessi, detti i Pezzenti di San Gennaro. 

San Giovanni Evangelista del Fontano. — 
Chiesetta notevole, detta anche Cappella Ponta- 
niana, fatta edificare dal celebre Giovanni Gio- 
viano Pontano, di cui giova premetter qui un 
cenno. Nato nel 1426 a Ponte (Cerreto di Spo- 
leto) e perseguitato in patria, riparò nel campo 
di Alfonso I e lo segui a Napoli, ove fu bene 
accolto e protetto dall'umanista Beccadelli detto 
il Panormita, di Palermo. Divenne poi ministro 
di Ferdinando I, di Alfonso II, di Ferdinando II, 
e alla venuta di Carlo VIII di Francia gli con- 
segnò le chiavi di Napoli, per cui al ritorno di 
Ferdinando II fu rimosso dalle sue cariche. Fu 
elegante scrittore in filosofia, poesia, storia 
{Historia Neapolitana) ; fu il vero ordinatore e 
presidente dell'Accademia Pontaniana instituita 
nel 1433 e mori a Napoli nel 1503. Il Pontano 
adunque fece costruire San Giovanni Evangelista 
nel 1492 per collocarvi un sepolcro per sé e pei 
suoi, giovandosi di un disegno semplice insieme 
ed elegante di Andrea Ciccione. 

Sorge la chiesetta in mezzo alla piazzetta della 
Pietra ^Santa in neri massi di lava, di forma qua- 
drata, con pilastri e cornicione di ordine compo- 
sito sormontato da un attico. Ha due porte, una 
a est, e l'altra a sud, ornate ambedue di marmo 
con lo stemma del Pontano inquartato a quello 
della moglie Arianna Sassona. Negli otto spazi 
fra le piccole finestre e i pilastri il Pontano fece 
porre altrettante tavolette marmoree con sentenze 
morali da lui composte e nel lato orientale altre 
quattro. Nell'interno, monumenti letterarii an- 
tichi, greci e latini, rinvenuti nello scavar le 
fondanienta ed illustrati dal Martorelli, e varie 
epigrafi in versi ed in prosa composte dal Pon- 
tano per le tombe della moglie e dei figliuoli 
morti tutti prima di lui. 



Napoli 



Nel 1 759 la chiesetta fu ripristinata da Carlo III 
nel primitivo splendore, ma rimase poi di bel 
nuovo negletta, finché fu concessa all'Accademia 
degli Aspiranti Naturalisti, fon- 
data da 0. G. Costa, la quale vi 
tenne le sue adunanze. 

San Giovanni de' Pappacoda. — 
Nel centro della città vecchia ac- 
canto alla chiesa di San Giovanni 
Maggiore; fu fondata nel 1415 da 
Antonio Pappacoda, consigliere e 
gran siniscalco di Ladislao, su 
àisegno dell'abate Antonio Ba- 
boccio. La facciata è priva di orna- 
menti architettonici, ma la porta 
è ricchissima di ornati in marmo 
(fig. 82) di quello stile a fiamma 
del suddetto Baboccio, il quale ne 
ha lasciato un grande esempio in 
questa e in una porta del Duomo. 

Nella lunetta a sesto acuto sta 
seduta la Vergine adorata dal Bat- 
tista e da San Giovanni Evange- 
lista con iscrizione sulla base. 
Nella piramide che ergesi dalla 
lunetta, Angeli che suonano e can- 
tano rivolti al Padre Eterno il 
quale siede in un cerchio con aperto 
il libro dei Comandamenti. Nel- 
l'angolo soprastante, Cristo col 
globo in mano. In cima, sopra una 
base formata dal Demonio sta ritto 
per conculcarlo l'arcangelo Mi- 
chele, con la spada minacciosa e 
su pilastri a fianchi, con sei sta- 
tuette di Apostoli sotto baldac- 
chini, gli altri due arcangeli Raf- 
faele e Gabriele, lavoro mirabile 
per invenzione ed esecuzione in- 
tricatissima. Il campanile è dello 
stesso periodo e mostra avanzi di 
belle decorazioni ; nonostante la 
rozzezza delle figure come opero 
d'arte, l'effetto dell'insieme e assai 
buono. 

L'interno della chiesa fu intie- 
ramente ammodernato e contiene 
due buoni monumenti sepolcrali 
del secolo XVI (1535) ad un car- 
dinale e ad un vescovo della fami- 
glia Pappacoda e quattro statue 
degli Evangelisti, probabilmente 
dellascuola del Merliano. L'esterno 
fu dipinto vandalicamente di giallo cosi che ne 
fu deturpato l'aspetto antico e danneggialo quello 
della magnifica porta suddescritta. 

San Giovanni Magjiiore. — Nella piazza omo- 
nima, ricostruita di fresco, una delle quattro an- 
tiche parrocchie maggiori di Napoli e poi insigne 
collegiata, ebbe molti restauri e prese la forma 



odierna nel 1685 su disegno bizzarro dell'ar- 
chitetto Dionisio Lazzari. Il rifacimento fu cosi 
radicale che non rimase più pietra dell'antica 




fiiniiiiiiiiiii ii i i i i ii i iii it ii i i iiiii m i imii i i ii iin i i iiii iiii ii m iiiiiiiiiiii i ii i iiii i iii ii iiiii i i iii i i ii iii iii ii iiiii i ii 

Fig. 82. — Napoli: Porta gotica della chiesa di S. Giovanni 
de' Pappacoda (da fotografia Brogi). 



costruzione. È a tre navate con tredici cappelle, 
nella quarta delle quali, a destra, sia \'Adi)ra:.ione 
dei Magi, della scuola di Andrea da Salerno. 
Un'altra cappella ha sull'altare un bassorilievo 
con la Decollazione di San Giovanni, allribuilo 
da alcuni a Giovanni da Nola e da altri ad Anni- 
bale Caccavello. In un'altra cappella anunirasi 



130 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



una delle più squisite scolture in rilievo del sud- 
detto Giovanni da Nola con nel mezzo Gesù che 
riceve il battesimo fra angeli in adorazione e lo 
Spirito Santo in alto; ai lati, in due nicchie: 
i Santi Francesco di Assisi e di Padova. Una 
terza cappella contiene, sull'altare, un dipinto 
quasi perduto e tutto annerito con un'antica im- 
magine del Battista, monumento pregevole del- 
l'arte bizantma che veneravasi in questa chiesa 
sin dai primi antichi tempi della sua fondazione 
e che fuvvi trasportato da Costantinopoli nella 
persecuzione degli Iconoclasti. 

San Giovanni dei Fiorentini. — Presso il teatro 
dei Fiorentini, chiesa fondata da Isabella di Ara- 
gona, moglie di Ferrante I, e concessa nel 1418 
ai Domenicani, fu da costoro ceduta, nel 1557, 
ai Fiorentini dimoranti in Napoli, i quali vi tra- 
sferirono la loro parrocchia che stava presso la 
porta del Caputo. Dopo varii restauri, l'ultimo e 
generale fu compiuto nel 1845 dall'architetto 
Gaetano Fazzini, il quale rifece il piccolo portico 
e la facciata. 

Il dipinto all'aitar maggiore del Battesimo di 
Gesù è di Marco da Siena, del quale son anche 
il Riposo in Egitto, VAnnunziata, la Chiamala 
all'apostolato di San Matteo e la Pietà. La Nati- 
vità, il Caloario e il San Carlo Borromeo furono 
dipinti da Giovanni Balducci, il quale condusse 
ancora i tre freschi nella vòlta con la Nascita, la 
predicazione e il martirio del Battista. Il Mar- 
tirio di San Bartolomeo è dovuto al pennello di 
Micco Spadaro e le statue degli Apostoli nelle 
nicchie furono scolpite da Michelangelo Naccarini. 

In San Giovanni dei Fiorentini giacciono le 
ossa del marchese Bernardo Tanucci da Pisa, 
primo segretario di Stato di Carlo III, morto 
nel 1783. 

Monloliveto o Sant'Anna dei Lombardi. — 
Nella piazza omonima, fu fondata nel 1411, con 
annesso un amplissimo monastero pei monaci 
Olivetani da Guerrello Origlia, gran protonotario 
del regno, sotto re Ladislao. La chiesa (dichia- 
rata ora monumento nazionale) è un edifizio del 
principio del Rinascimento in tufo, architettato 
da Andrea Ciccione con ordine corinzio a vòlta 
piatta con una sola navata senza crociera, con ai 
fianchi dieci cappelle corinzie e preceduto da un 
portico con arco a sesto depresso di lunga corda. 
In esso vedesi a destra il monumento del celebre 
Domenico Fontana, architetto favorito di Sisto V 
(morto nel 1607), e a sinistra quello del capi- 
tano Trivulzio, morto nel 1757 e grandemente 
onorato sotto Filippo V. 

La porta d'ingresso della chiesa — che potreb- 
besi definire un vero museo di scoltura — ha due 
battenti in legno che simula il bronzo, ricchi di 
ornati. A destra dell'ingresso, altare della fa- 
miglia Liguoro, patrona, con scolture di Gio- 
vanni da Nola, rappresentanti la Vergine col 
Putto in una nicchia; accanto un Fanciullo in 



atteggiamento supplichevole ed ai lati, fra i co- 
lonnini che reggono la cornice, Sant'Andrea apo- 
stolo e San Gerolamo in mezzo rilievo. Il basso- 
rilievo del palliotto rappresenta il Miracola di San 
Francesco da Paola, degli uomini tratti fuori inco- 
lumi dagli scoscendimenti di una rupe. A sinistra 
dell'ingresso, altare della famiglia Del Pezzo con 
iscolture di Gerolamo Santacroce (1524) rappre- 
sentanti la Madonna, con a destra San Pietro e a 
sinistra il Battista e, nel palliotto in rilievo, San 
Pietro che cammina sopra le acque. Rassomi- 
glianti nella disposizione e nell'ornato, questi due 
monumenti scultorii attestano l'influenza di 
Andrea Sansovino e voglionsi annoverare fra i 
più ricchi altari del Rinascimento in Napoli. 
Sopra di essi e sopra la porta, grand'organo fab- 
bricato nel 1497 dal celebre Cesare Catarinozzi 
da Subiaco. 

Nelle pareti della prima cappella, a destra, 
grande sepolcro di Marino Correale, conte di Ter- 
ranova, sorrentino, con epigramma fatto scolpire 
da Alfonso I, e sopra l'altare tavola stupenda 
scolpita in mezzo rilievo nel 1489 dal fiorentino 
Benedetto da Magliano, rappresentante VAnnim- 
ziata con ai fianchi i due San Giovanni, il Bat- 
tista e l'Evangelista, e sopra i busti di due Santi 
martiri. Nella parte sottostante vi sono sette ri- 
lievi dei fatti principali della Vita di Gesù. 

Nella terza cappella, a destra, statua di Sant'An- 
tonio da Padova con rilievo di Sant'Antonio che 
predica ai pesci nel palliotto, lavoro del suddetto 
Santacroce. 

Dopo le altre due cappelle seguenti un pas- 
saggio conduce a quella della famiglia Orefice in 
cui ergonsi due maestosi sarcofaghi con colonne 
di giallo e di verde antico di cui son anco quelle 
dell'altare ; i freschi furono dipinti da Luigi Ro- 
derigo. Per quest'istesso passaggio si pon piede 
nella grande cappella del fondatore della chiesa 
detta Cappella del Santo Sepolcro, in cui ammi- 
rasi un gruppo di otto figure di grandezza natu- 
rale in terracotta, rappresentanti il Cristo morto 
circondato dalla Madre che sviene per intenso 
dolore, dalle Marie, da San Giovanni, da Nico- 
demo e da Giuseppe diArimatea. Son tutte statue 
tonde e statue-ritratti : Nicodemo sul davanti a 
destra coi lineamenti del Pontano ; Giovanni con 
quelli di Alfonso II; nel lato sinistro Giuseppe di 
Arimatea con quelli del Sannazaro; Maria Mad- 
dalena con quelli di Lucrezia di Alagno, favorita 
di Alfonso, ecc. Codesto gruppo singolare e veri- 
stico, come oggi suol dirsi, fu eseguito verso il 
1510 da Guido Mazzoni di Modena, detto perciò 
il Modenino 

Nei muri laterali bassorilievo coX Seppellimento 
di Gesù, che credesi lavoro del Santacroce e se- 
polcro del cardinale Pompeo Colonna, viceré di 
Napoli, morto nel 1532. Nelle pareti più ampie 
freschi di Francesco Ruviales, detto il Polidorino, 
sciupati dagli anni, e per ultimo, all'ingresso 



Napoli 



137 




Fig. 83. 



Napoli (Chiesa di Monloliveto): Tomba di Maria d'Aragona, duchessa d'Amalfi 
(da fotografia Brogij. 



della cappella, bel raoiiumeiito eretto dal figlio 
a Giorgio Picord di Vienna e scolpito nel 1837 
dal napolitano Gennaro de Crescenzo. 

Nella sagrestia vecchia, a destra della tribuna, 
belle tarsie del primitivo Rinascimento (circa il 
l-iOO) di Fra Giovanni da Verona ; i freschi nella 
vòlta appartengono ai migliori lavori del Vasari. 

Nella tribuna vi sono monumenti del gran 
protettore dei monaci Olivetani Alfonso II e del 
fondatore della chiesa Querrello Origlia, di Gio- 
vanni da Nola. Nella quinta cappella a sinistra, 

18 — L.a rat ria. voi. IV. 



statua del Ballisla con rilievi naturali, primo 
lavoro di Giovanni da Nola ; sotto, Ci'islo nel se- 
polcro con le due Marie. Nella quarta cappella a 
sinistra, pala d'altare di Massimo Stanzione col 
suo ritratto barbuto rivolto al riguardante. Nella 
terza cappella, a sinistra, Flagellazione, rilievo 
di Giovanni da Nola. 

La seconda cappella a sinistra, dopo quella dei 
Cavaniglia, assai più lunga delle altre e in forma 
di chiesetta con cupola, ha all'altare uno dei mi- 
gliori dipinti di Fanrizio Saatafedc, maestro del 



138 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



suddetto Massimo Stanzionc, con la Madonna cir- 
condata dagli angeli, adorala da San Benedetto e 
da San Tommaso d'Aquino. Tutti i freschi furono 
dipinti da G. Antonio Arditi, trattone quelli delle 
due lunette e dei peducci di Francesco Sarnelli 
(1778). 

Finalmente la prima cappella a sinistra, che dai 
Piccoloraini passò ai Moschini, è un vero tesoro 
di scolture del Rinascimento. Dirimpetto, all'in- 
gresso, il Crocefisso, quasi in tutto rilievo, con 
Maria, Giovanni, Maria Maddalena che gli bagna 
i piedi con le sue lagrime, opera stupenda di 
Antonio RoscUino, fiorentino, sul fare di Dona- 
tello, del quale ammirasi nella stessa cappella 
una mirabile Natività in mezzo, rilievo a cui il 
Rosellino aggiunse un coro d'Angeli cantanti di 
magistero insuperabile. Dello stesso Rosellino è 
il bel monumento di Maria d'Aragona (fig. 83), 
figliuola naturale di Ferdinando I e moglie di 
Antonio Piccolomini, duca di Amalfi. 11 monu- 
mento rassomiglia a quello del cardinale di Por- 
togallo dello stesso artista in San Miniato di Fi- 
renze e tanto ammirato dal Piccolomini che invitò 
il Rosellino a scolpirne uno consimile per la sua 
duchessa, morta nel 14-70. Nelle nicchie, statue 
di San Giovanni e San Luca ; sopra, sui meda- 
glioni, San Matteo e San Marco; sul fregio, 
quattro Angeli con ghirlande di frutta, il tutto 
con moderna armonia pittorica. Sul muro a 
destra della cappella Piccolomini è ancor da ve- 
dere un trittico coW Ascensione di Cristo, nel 
mezzo e nei lati San Sebastiano e San Nicolò di 
Bari, capolavoro di Silvestro Buono. 

Nell'ampio convento di Montoliveto, ora occu- 
pato dagli uffici dell'amministrazione, il gran 
Torquato Tasso trovò un rifugio e compose parte 
della sua GerwsaZe/tt/«eZ/ièercia. Il 24 ottobre! 588 
egli scriveva di là di sentirsi afi"ranto di spirito 
e di corpo e di disperar della guarigione cosi 
dell'uno come dell'altro. 

Certosa e Chiesa di San Martino . — La Certosa 
sotto Castel Sant' Elmo, divenuta, dopo la sop- 
pressione dei conventi nel 1 866, possesso dema- 
niale sotto la direzione del Museo Nazionale, fu 
costruita nel 1325 da Tino da Siena, Francesco 
di Vico e Matteo de Balocco di Napoli, ma rifab- 
bricata nel secolo XVII sotto la direzione del 
Sriore Saverio Turboli. La Certosa sorge, come 
icevamo, appiè da Castello Sant'Elmo, edificato, 
nel 1535, da Don Pietro di Toledo, viceré per 
Carlo V. Una torre chiamata Belforte era in quel 
posto prima che vi sorgesse il castello : forse 
Carlo II d'Angiò, pigliando motivo dalla torre 
cominciò a far costruire il castello che poi fu 
tutto rifatto dal Toledo. Il disegno del castello è 
di Luigi Scriva, di Valenza. 

La Certosa fu fondata da Carlo l'Illustre duca 
di Calabria primogenito di re Roberto d'Angiò. 
L'opera fu terminata da Giovanna I. 

Ai 26 di febbraio del 1368 la chiesa fu con- 



sacrata alla Vergine e a S. Martino. Fu riedifi- 
cata nel XVII secolo da Carlo Faasaga. Il priore 
Turboli ne fece un vero Museo d'arte. Danneg- 
giata dai fati del 1799 fu soppressa nel 1800. 
Vi rientrarono i monaci nel 1804, ne uscirono 
ancora una volta nel 1807. Reintegrati nel 1831 
al 1866 furono soppressi con gli altri ordini reli- 
giosi. Il senatore Fiorelli ne la fece dichiarare 
monumento nazionale e fu aggregata al Museo. 

Si traversa una corte oblunga ov'è a sinistra 
l'ingresso principale della chiesa di San Martino 
sempre chiusa (che descriveremo più sotto) e si 
arriva in un cortile con sarcofaghi (dal XIII al 
XVII secolo), stemmi marmorei ed iscrizioni in 
parte delle antiche porte atterrate di Napoli, 
Porta Medina, Costantinopoli, Castelnuovo, ecc. 
Si entra poi per un corridoio in una sala con 
quadri che non poterono essere allogati nel Museo 
Nazionale, detta perciò Deposito del Museo Nazio- 
nale, quadri in gran parte di pittori napoletani 
dei secoli XVI e XVII con iscrizioni. 

In mezzo alla sala è la fiarca di gala (fig. 84) di 
Carlo III. Il Municipio di Napoli la fece costruire 
pel re poco dopo ch'egli avea preso possesso del 
regno. É magnificamente dorata e decorata ed 
ha 24 remi. A poppa è raffigurato il mare con 
allegoria di pesci : il timone è sormontato da una 
barbuta testa virile e quattro sirene, due a poppa, 
due a prua ornano la barca. Francesco De Mura 
dipinse nel soffitto del baldacchino reale a poppa 
e raffigurò la Dea dell'Abbondanza nel suo di- 
pinto. Nella sala attigua si vede la Carrozza di 
gala (fig. 85) dorata con dipinti del Solimene, in 
cui il sindaco e il Decurionato recavansi sotto i 
Borboni ad ossequiare a capo d'anno e in altre 
solennità il sovrano, ed in cui Vittorio Emanuele 
e Garibaldi fecero il loro ingresso in Napoli. La 
carrozza ha una rivestitura interna di seta cre- 
misi : gli sportelli e la cassa hanno quattro alle- 
gorie, una delle quali, la Giustizia, è notevole. 
Tutte queste decorazioni sono del Solimene. Il 
posto del cocchiere è sostenuto da angeietti, quello 
pei servi s'erge su di un corno d'abbondanza. 
Nella cimasa ricorrono tanti scudetti con tante C 
che voglion dire Città. Nella stessa sala sono le 
Gitine insegne dei quartieri di Napoli. Sono tutte 
di seta. 

Nella terza sala sono antiche vedute di Napoli 
di cui una rappresenta il Re che va nella carrozza 
di gala alla festa di Piedigrotta. Tornando nella 
corte a destra, lungo un angusto corridoio, sala 
(già Refettorio) con rilievi delle fortezze del 
regno delle Due Sicilie (Longone, Barletta, Si- 
racusa, Agosta, Sant'Elmo, Bari, Gaeta, Trani, 
Monopoli, Aquila). A destra grande e bel Pre- 
sepio, meritevolissimo di una visita, con figure 
vestite alla napolitana di Polidoro, Sani marti no e . 
altri valenti scultori dei secoli XVIÌ e XVIII. 
Questo Presepio è l'orgoglio e la gioia del popo- 
lino di Napoli. Fu donato al Museo di S. Martino 



Ndpoli 



139 



s*^&^\ 




Fig. Sn. — Napoli ((Certosa di San Martino) : Carrozza antica di gala. 



i40 



Parte Quarta :— Italia Meridionale 




Fig. 86. — Napoli (Certosa di San Martino) : Il Cliioslro, con colonne romano-doriche 

(da fotografia Brogi). 



dal commediografo Michele Cuciniello, che pre- 
senziò egli stesso alla collocazione e all'aggiusta- 
mento di tutta la scena. 

Dal corridoio si entra da ultimo nel Museo con 
Raccolte diverse della Certosa. Percorriamolo 
rapidamente. 

Nella prima sala: superbi vasi in argento e 
porcellana con raccolta preziosa di pietre dure 
(agata, diaspro, malachite, lapislazzuli) e frutta 
e fiori. — Nella seconda : bella collezione di majo- 
liche principalmente delle antiche fabbriche di 
Castelli nella provincia di Teramo (Abruzzo) 
(secoli XV e XVIII). — Nella terza: antichi la- 
vori veneziani in vetro; porcellane di Sèvres 
e Capodimonte; antichi antifonari con minia- 
ture e bei leggìi. — Nella quarta: seggio do- 
rato, mappamondo in avorio, antico specchio 
veneziano con figure incise. — Nella quinta: 
memorie di Carlo Poerio, il celebre patriota, e di 
suo fratello Alessandro, il poeta liberale, morto 



nell'assedio di Venezia per gli Austriaci del 1848; 
in mezzo, cappello del famigerato cardinale 
Ruffo che nel 1779 s'impadroni, con le sue 
masnade calabresi, di Napoli e vi spense la repub- 
blica nel sangue. — Nella sesta : copie in biscuit 
di antichi e moderni capolavori, ricami in seta 
con scene bibliche, superbo pavimento in majo- 
lica collo zodiaco ; a destra, in una nicchia, 
figura in cera dd padre Rocco, domenicano e pre- 
dicatore popolare, nato nel 1700 a Napoli. — 
Nella settima : ricca collezione di majoliche. 
— Nell'ottava : uniformi, dipinti dei tempi bor- 
bonici. — Nella nona e decima: dipinti, ricami 
in seta e quadri moderni. 

All'estremità dell'ala destra del chiostro con 
sessantotto colonne romano-doriche (fig. 86), su 
disegno di Cosimo Fansaga (1654), una porta a 
destra schiudesi nel corridoio che conduce al Rei- 
vedere esagono dal quale si gode una completa, 
magnifica veduta di Napoli. Dalla finestra a destra 



rN^poli 




Fig. 87. — Napoli (Museo di San Martino) : Ercole che ha ucciso il Centauro 
(da fotografìa Mauri). 



piena veduta di Capri, e, dalla sinistra, del Ve- 
suvio e dell'intiera città fino a Torre Annunziata ; 
in lontananza la bella pianura della Campagna 
Felice sino a Caserta, i monti Tifati e dietro ad essi 
la catena maestosa degli Apennini. Chi va a 
Napoli non dimentichi di salire al Belvedere. 

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*. 
* * 

I Tornando pel corridoio del chiostro si arriva, 
dopo saliti dodici, gradini, alla chiesa di San 
Martino (fig. 88), splendidamente rinnovata dal 
Fansaga. Si entra a destra nella sala del Colloquio, 
ove i Certosini adunavansi dopo il pranzo: essa 
ta freschi di Pierantonio Avanzini, piacentino; 
quindi nella sala del Capitolo (fig. 89), con pa- 
vimento marmoreo, sedili leggiadramente inta- 
gliati, statuette di legno nelle nicchie e cinque 
Scene bibliche nella vòlta di Belisario Corenzio. 
^emifigure di Certosini agli angoli e dieci lunette 
con Santi dell'Ordine, a olio, di Domenico Fi- 



noglio, imitatore del Ribera. Dipinti murali del 
Caracciolo (Adoi^azione dei Magi, Presentazione 
al Tempio, ecc.), di Francesco De Mura sopra la 
porta di uscita (Gesù e gli Scribi) e del Vouet 
(San Bruno che riceve le regole dell'Ordine Cer- 
tosino). I freschi nella cupola idi' Infanzia di 
Gesù, sono d'Ippolito Borghese. ■ l 

Si entra poi nel coro con dipinti nella vòlta 
del cav. d'Arpino, rappresentanti il Miracolo 
della Manna, h Moltiplicazione dei pani, ecc. ;< 
nella lunetta. Crocifissione con sessanta figure,, 
del Lanfranco. ,, 

Nella porta inferiore, del coro vi sono cinque 
grandi dipinti : la Natività in cui la luce emana 
dal Bambino, come nelle celebri Notti del Cor^, 
reggio, dipinto incompiuto di Guido Reni. Nella, 
parete sinistra del coro, sopra la porta della sa-, 
grestia, ComMuio/ie degli apostoli, uno dei mi- 
gliori dipinti del Ribera coll'iscrizione : Joseph^ 
de Ribera , kisiìanus Valentinus academicus, 



im 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 88. — Napoli: Interno della Chiesa di San Martino (da fotografia Brogi). 



ì'Oììianus, 1651. Kccaiììo Lavanda dei piedi, di 
G. B. Caracciolo (1650) nella maniera del Ca- 
ravaggio. Nella parete destra del coro : Ultiìna 
Cena, di Massimo Stanzione, edaccanto: Istitu- 
zione dell'Ultima Cena, con bella architettura, 
degli eredi di Paolo Veronese (//o'et/esPrtiJz C'a- 
liarii Veronensis). L'aitar maggiore del Solimene 
è circondato da una superba balaustrata mar- 
morea. 

Dal coro si va trasversalmente alla sagrestia 
con freschi nella vòlta {Allefjorie della Passione) 
del cav. d'Aroino e a olio dello stesso il Croce- 



fìsso con Maria, Giovanni e la Maddalena. Più 
oltre: Riniego di San Pietro, di Michelangelo da 
Caravaggio. Nelle dieci lunette a olio, Profeti, di 
Luca Cambiaso; sull'arco d'uscita, Pilato che 
mostra Cristo al popolo, di Massimo Stanzione. 
Le tarsie degli armadi a destra e a sinistra 
rappresentano : in alto, Scene del Vecchio Testa- 
mento e dell' Apocalisse di San Giovanni ; sotto, 
decorazioni architettoniche, prospettive con ru- 
scelli, boschetti, zampilli, paesaggi, ecc., il tutto 
d'Enrico d'Utrecht (1598). Nell'antico spazio 
della sagrestia, Scéne a tresco del Vecchio Testa- 



Napoli 



143 




Fig. 89. — Napoli (Ciiiesa di San Martino) : Sala del Capitolo (da fotografia Brogi). 



mento e della Passione, di Massimo Slanzione 
e nelle piccole pareti, Chiamata degli apostoli 
Andrea e Matteo, di Luca Giordar,o. 

Segue il Tesoro col Deposto di Croce, terribil- 
mente vero, del Ribera ; nella vòlta e fra le 
finestre: Storie del Testamento Vecchio dipinte 
da Luca Giordano in 48 ore e a 72 anni. 

Dal Tesoro tornando indietro si va nel coro 
e da questo nella superba navata con quattro 
cappelle a ciascun lato adorne di ricchissimi 
marmi. Gli altari hanno colore di verde antico, 
di broccatello, di verde di Calabria, ecc., e le 



balaustrate marmoree sono intarsiate di festoni 
e rabeschi. 

S'entra in prima nell'ultimo spazio della parte 
sinistra che serve di guardaroba degli arredi 
sacri, i freschi (guasti in parte) son del Corenzio 
e di Pacecco de Uosa l'immagine di San Nicola. 
Segue la quarta cappella a sinistra (la prima a 
destra entrando) con pala d'aliare idi' Assunta, 
dipinti a olio laterali, rappresentanti VAnniin- 
ziazione e la Visitazione, di La Mura, nove sceno 
a fresco della Vita di Maria del Caracciolo e duo 
statue del Saraniartino.. 



iU 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 90. — Napoli (Chiesa di S. Martino) : San Gennaro (da fotografia Mauri). 



La terza cappella è tutta di mano di Massimo 
Stanzlone, e bella principalmente è la pala di 
5an firwno all'altare (1631); i freschi rappre- 
sentano la Gloria e i miracoli di San Bruno e il 
suo incontro col conte Ruggero. 

Nella seconda cappella a sinistra, fra due co- 
lonne di verde antico, rilievo del Patrocinio di 
San Gennai'o (fig. 90), di Domenico Vaccaro che 
scolpì eziandio le statue della Fede e del Martirio. 
I freschi son del Cqrenzio ; i dipinti laterali, col 
Martirio e la decollazione di San Gennaro, del 
Caracciolo, é nella lunetta a destra vedesi la 
Processione nell'eruzione vesuviana del 1631. 

Nella prima cappella, a sinistrai: Sposalizio, 
Fuga in Egitto e Morte di San Giuseppe, di Paolo 
De Matteis. Nella prima, a destra : la Madonna 
del Rosario, San Domenico che dà il rosario ad 
una regina di Francia ed un Certosino in ora- 
zione, del Vaccaro ; il gran dipinto dirimpetto 
all'altare, con San Gennaro, San Martino e altri 
Vescovi, è del Caracciolo.. 



Nella seconda cappella, a destra, Massimo 
Stanzione dipinse la Madonna con due vescovi 
Certosini e Andrea Vaccaro le pitture laterali ; 
sotto, festoni con fiori e frutta di rara perfezione 
beccati da alcuni uccelli scolpiti in bianco marmo. 

Nella terza cappella, a destra. Battesimo di 
Cristo, di Carlo Maratta, dipinto nel 1710 in 
età di 85 anni, coll'iscrizionejE^wes Par. Marattì. 
I freschi e i dipinti nelle lunette son dello Stan- 
zione e di Lorenzo Vaccaro le due statue. Le pa- 
reti di questa cappella son decorate di vasi di 
fiori e di bellissimi arabeschi in marmo molti- 
colore. 

Nella quartai cappella, a destra, il San Martino 
(fig. 91) è del Caracciolo; le scolture son del 
Sammartino ; i freschi nella vòlta e le lunette di 
Domenico Finoglio e i due dipinti a olio laterali 
del Solimene. Segue il Coro dei Frati Laici con- 
bellissimo pavimento di pezzetti di marmo bianco 
e di basalto egizio e venticinque armadi in noce 
con tarsie. 1! Arcangelo iScwi i/ic/te/e all'altare è 



Napoli 



145 




Fig. 91. — Napoli (Chiesa di S. Martino): San Martino (da fotografia Mauri). 



del Vaccaro e l'altare è tutto incrostato di marmi 
preziosi a somiglianza di un tappeto. Di Micco 
Spadaro sono i freschi nella vòlta. 

La grande ed unica navata della chiesa di San 
Martino ha un pavimento di marmi preziosi su 
disegno del certosino Bonaventura Presti. Il pa- 
vimento del coro è del Fansaga, il quale scolpi 
anche le superbe dodici rose di bargiglio, o ba- 
salte egiziano. I freschi nella vòlta a sesto acuto 
della navata son del Lanfranco, com'anco i Do- 
dici Apostoli allato alle finestre. I Dodici Pa- 
triarchi e Pi'ofeti sull'ingresso principale e sopra 
le cappelle furon dipinti nel 1638 da Giuseppe 
Ribera soprannominato lo Spagnoletto, imitatore 
del Caravaggio. 



Sopra la porta occidentale è la Pietà, di Mas- 
simo Stanzione, « splendida sempre, dice il Bur- 
ckhardt, nonostante il guasto parziale, uguale 
ai dipinti più commoventi del Vandjck e, nello 
scorcio del Cristo morto, superiore a tutti i di- 
pinti dei pittori napoletani, non eccettuato lo 
Spagnoletto » (1). 

San Paolo Magfjiore. — Nel centro della città 
e nel luogo ove sorgeva anticamente un tempio 
di Castore e Polluce innalzato da Tiberio Giulio 
Tarso, liberto e procuratore di Augusto. Era un 
tempio ricco di bronzi e di marmi greci lavo- 
rati squisitamente. 11 pronao era composto di 
otto bellissime colonne scanalate ed altissime di 
ordine corinzio. Nel timpano Apollo, con ai lati 



(1) Narrasi che, essendo il colorito di questo stupendo dipinto un po' carico, Io Spagnolello 
invidioso inducesse i Certosini a lavarlo con un'acqua cli'ei diede loro, conlenente un corrosivo. 11 
dipinto naturalmente ne soffri, ed, invitato a restaurarlo, lo Stanzione ricusò, dicendo ch'esso dovea 
rimanere guasto com'era in testimonianza dell'invidia dello Spagnoletto. Tutto ciò è pura leggenda. 

19 — liU Pati-iH. voi. IV. 



440 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



la Terra ed un Fiume simbolcggianti la Cam- 
pania Felice e il Sebcto. Al sommo del trian- 
golo del timpano sorgeva la statua di Paiienope 
e negli angoli erano le statue di Castore e Pol- 
luce. L'epigrafe greca diceva : « Tiberio Giulio 
Tarso dedicò ai Dioscuri ed alla città di Parte- 
nope il tempio e le cose che sono nel tempio : 
Pelagone Uberto e procuratore di Augusto, com- 
pitolo a proprie spese, lo consacrò ». 

Sopraggiunto il Cristianesimo, il tempio pa- 
gano rimase abbandonato sino alla fine del se- 
colo Vili quando fu eretta sui suoi ruderi una 
chiesa di San Paolo in memoria di due vittorie 
dei Napoletani sui Vandali. L'antico pronao fu 
atterrato dal treniuoto del 444-6 e non rimasero 
ritte che due delle suddette colonne con un pezzo 
dell'architrave, ora nella facciata della chiesa. La 
quale fu innalzata nel 1590 dai Teatini su di- 
segno del padre Francesco Grimaldi, teatino e 
valente architetto. La chiesa è a tre navate sopra 
antiche sostruzioni con ampia scalinata che 
mette all'antico pronao con le due colonne sud- 
dette e i torsi con clamide dei Dioscuri in due 
nicchie. 

La chiesa è tutta ornata di bei dipinti a fresco 
e a olio. I freschi sulla porta maggiore e tutti i 
dipinti a olio della navata di mezzo dal corni- 
cione in giù sono di Santolo Cirillo. 

I bei freschi nella vòlta della suddetta navata 
rappresentanti la Vittoria dei Napolitani sui. 
Vandali; San Gaetano, Sant'Andrea Avellino e 
Paolo IV con vescovi e cardinali ; Arrivo di San 
Pietro nel tempio dei Dioscuri cli'ei fa rovesciare 
e sua predica ai Napolitani, ed ai lati i fatti 
principali della Vita dei Ss. Pietro e Paolo, son 
tutti lavori, in varii scompartimenti, di Massimo 
Stanzione. Gli otto quadri tra le finestre furono 
dipinti da Andrea di Leone, su macchiette del 
Vaccaro. Nella vòlta della crociera, tre grandi 
composizioni, rappresentanti la Separazione e il 
martirio dei due principi degli Apostoli ed ai 
lati altri fatti delle loro vite, lavoro pregiato del 
Corenzio, il quale dipinse anche i freschi della 
tribuna con la Triade, gli Apostoli e i Ss. Pro- 
tettori di Napoli,. 

La chiesa ha dodici cappelle e l'ipogeo di San 
Gaetano, fondatore dei chierici regolari con sta- 
tuetta del Santo di Andrea Falcone e nella cap- 
pella quattro bassorilievi del Vaccaro. 

Nella seconda cappella, a destra, è h Natività, 
di Marco da Siena; nella terza. San Gaetano, di 
Massimo Stanzione; nella quarta, tondo con la 
Vergine, di Errico Fiammingo. I quadri laterali 
dello stesso Stanzione e le quattro statue delle 
Virtù sono di Andrea Falcone. 

La sagi^estia è tutta ornata di freschi del Soli- 
mene e la Conversione di San Paolo con la Ca- 
duta di Simon Mago annoveransi fra le migliori 
sue opere. Nella stanza precedente alla sagrestia 
Deposto di Croce, del suddetto Marco da Siena 



ed una copia della famosa Madonna del Pesce, 
di Raffaello, di cui l'originale è a Madrid. 

L'aitar maggiore con pietre preziose fu costruito 
su disegno di Ferdinando Fuga e il tabernacolo 
su quello del chierico regolare P. Antonio Can- 
giane I due angeli che reggono le lampade son 
di Angelo Viva, allievo del Sammartino. 

Nella cappella seguente della famiglia Firrao 
sonvi tre statue di Giulio Margagli, carrarese. 
Nella quinta cappella di San Pietro e Paolo, a 
sinistra, reliquie numerose in armadi vetrati. 
Nella quarta cappella, a sinistra, monumento del 
cardinale Nicolò Capece- Zurlo (morto nel 1801) 
del suddetto Angelo Viva. Nella terza cappella, 
a sinistra, antica tavola fiorentina su fondo d'oro 
con la Madonna, Dio Padre, e i Due principi 
degli Apostoli . Nella seconda cappella a sinistra, 
monumento del ministro Z)ona?o Tommasi, mmia 
nel 1831, e nella cappella dell'Angelo quello del 
matematico Nicolò Pergola. 

La chiesa di San Paolo Maggiore fu restaurata 
nel 1835-36 dall'architetto Stefano De Gasse e 
le pitture furono ripulite da Giuseppe Camma- 
rano. Dietro la chiesa la Casa dei Chierici rego- 
lari occupa quasi per intero la pianta dell'antico 
teatro romano di cui veggonsi ancora alcuni 
pochi avanzi ed in cui Nerone cantò più volte 
con gli istrioni, di che si ebbe coniata una me- 
daglia che lo rappresenta in atto di suonar 
la lira. 

Ss. Sevcnno e Sosio. — Anch'essa una delle 
più antiche chiese di Napoli, in piazza Marcel- 
lina, dirimpetto all'altra chiesa di, San Marcel- 
lino, costruita nel 1626, con dipinti nella vòlta 
dello Stanzione e nella cupola del Corenzio. La 
chiesa di San Severino fu eretta nel 760 come 
Oratorio di San Sosio, rifabbricata neir847, ar- 
ricchita nel 910 con le ossa di San Severino, 
apostolo dei paesi danubiani, fornita di campa- 
nile nel 1337, intieramente ricostruita nel 1490 
dal Mormando che si ebbe per essa il posto di 
primo architetto di Ferdinando il Cattolico a 
Madrid; nel 1609 finalmente fu di bel nuovo 
ricostruita e decorata. La chiesa ha una sola na- 
vata con tetto a vòlta e brevissima crociera di 
architettura d'ordine composito ed è tutta dipinta 
da valenti artisti napoletani e stranieri ed or- 
nata di stupende scolture, intagli in legno e 
dorature. 

I freschi della vòlta della navata, del pari che 
quelli della crociera e di tutto il coro, furono di- 
pinti, pel prezzo di 3260 ducati, da P)elisario 
Corenzio, il quale, nel 1643 e in età di 85 anni, 
cadde dall'alto palco su cui stava dipingendo e, 
per questa caduta, morto, fu seppellito presso la 
porta che mette alla sagrestia. Il Corenzio, in 
queste sue opere più perfette, condusse in tre 
ordini un gran numero di figure che troppo 
lungo sarebbe descrivere e dipinse anche, come 
abbiam detto, la vòlta della navata ed il coro ; 



Napoli 



147 



ma il tremuoto del 1731 guastò le pitture che 
furon poi risarcite, non certo con pari perfe- 
zione, da Francesco la Mura nella navata e dal 
Melchiorri nel coro. 

La cupola e i quattro peducci coi Dollori della 
Chiesa furono eseguiti nel 1572 da Paolo Scheffer, 
fiammingo, su disegni di Sigismondo di Gio- 
vanni, architetto, allievo delMormando, e anche 
questi dipinti furono restaurati dopo il suddetto 
tremuoto e il San Gerolamo fu rifatto per in- 
tiero da Ferdinando De Caro. Le due statue dei 
Ss. Pietro e Paolo, ai lati della porta maggiore 
nell'interno, sono di Michelangelo Naccarini. Il 
pavimento, tutto in marmo divari! colori, è sparso 
di molte lapidi sepolcrali con molte imprese gen- 
tilizie in alto rilievo. 

La prima delle sette cappelle, a destra, ha una 
Natività della Madonna assai guasta e la "terza 
nn Assunta, ambedue di Marco da Siena, anche 
essa assai guasta. Nella seconda la Madonna 
delle Grazie fra il Battista e San Marco, scolpita 
dal Naccarini. L'Annunziata nella quinta cappella 
è del Criscuolo e i freschi delle pareti laterali del 
Corenzio. La sesta cappella della famiglia Cinii- 
tilc fu restaurata non ha gran tempo e l'Adora- 
zione dei Magi all'altare è di Marco da Siena. 

Oltre questa cappella un passaggio conduce 
alla sagrestia, ove ammirasi la tomba di Andrea 
Bonifacio che mori in tenera età. 11 fanciullo 
giace nell'urna funerea circondato da altri fan- 
ciulli piangenti, due dei quali sorreggono il 
coperchio dell'urna. In fronte è la statua di San- 
t'Andrea. Questa graziosa composizione è attri- 
buita dal de Dominici a Giovanni da Nola e da 
altri a Fedro della Piatta. Dirimpetto, la tomba 
di G. Battista Virerà, di Giovanni da Nola, con 
belle statue e rabeschi. Ambedue le tombe recano 
iscrizioni del Sannazzaro. 

Nella crociera, a' destra, Crocifissione con 
molte figure, di Marco da Siena e nel muro del 
grande pilastro che fa angolo con quest'altare 
bellissimo Deposto di Croce, di Andrea da Sa- 
lerno. I varii monumenti sepolcrali sotto la cu- 
pola appartengono a personaggi della famiglia 
Mormile, duca di Campochiaro, che contribuì 
largamente all'edificazione della chiesa. 

Alla sinistra, cappella rinomata dei Sanseve- 
rino, in cui stanno seduti su tre sepolcri mae- 
stosi e in atto di fervida preghiera Giacomo, Si- 
gismondo ed Ascanio Sanseverino, sventuratissimi 
fratelli avvelenati in un sol giorno del 1516 dal- 
l'iniquo loro zio Ascanio che ne volle carpir 
l'eredità. I tre fratelli siedono tutti vestiti da 
gueiTieri sui loro rispettivi sepolcri con sopra la 
Madonna, Dio Padre e Cristo e allato molte figure 
di Profeti, di Santi e di Sante. L'espressione 
di dolore che esprime la morte violenta dei tre 
miseri fratelli e la bellezza di tutte le altre figure 
porgono testimonianza del grande valore di Gio- 
vanni da Nola. Vicino ad ossi una tomba mo- 



desta con iscrizione latina contiene le ceneri 
della infelicissima madre, Ippolita dei Monti, 
morta di cordoglio. 

Vicino è l'aitar maggiore su disegno del Fan- 
saga, in marmi preziosi, con balaustrata ornata 
da due putti. Dietro l'altare é il coro spazioso di 
noce ricchissimo di begli intagli a figure e ad 
ornati incisi in quindici anni di lavoro dagli abi- 
lissimi Bartolomeo Chiarini e Benvenuto Tor- 
telli. L'organo sopra il coro è fiittura di Seba- 
stiano Solcito e di G. Domenico di Martino, 
celebri fabbricanti. Dall'altro lato dell'aitar mag- 
giore vedesi la cappella dei Gesualdi in cui Do- 
menico d'Auria mostrossi degno allievo di Gio- 
vanni da Nola nel gruppo pregevole della Pietà, 
abbozzato appena ed ultimo lavoro del maestro. 
Di Annibale Caccavelle è la statua in piedi sulla 
tomba di Gerolamo Gesualdo. Dalla parte sinistra 
della crociera sorge, in luogo dell'altare, un grande 
mausoleo di Vincenzo Carrara, priore d'Ungheria , 
con statua tonda in ginocchio, di Michelangelo 
Naccarini. 

Rientrando nella navata, sull'altare della prima 
cappella a destra si vede un quadro AxSant'Anna 
con altre figure, per colorito e per disegno uno 
dei migliori di Giuseppe Marulli (1633). Hreschi 
nella vòlta son del Corenzio e il quadro sul muro 
laterale con la Vergine e i Ss. Severino e Sosio, 
del Bramerio di Piacenza: si può qualificare una 
copia in dimensioni più ampie e con pochi mu- 
tamenti della Madonna di San Sisto, dell'Urbi- 
nate. Nel vano seguente, con la porta minore 
della chiesa, tre dipinti stupendi. Nel muro a 
destra una gran tavola con la Madonna fra (jlì 
Angeli, Santa Caterina e Santa Scolastica in 
adorazione; sotto, i due San Severini (il vescovo 
e il frate). San ò'osfo e'altro Santo benedettino e 
in mezzo le Anime purganti, capolavoro di Gero- 
lamo Imparato. Dirimpetto, altra tavola con gli 
Arcangeli, il miglior dipinto di G. A. D'Amalo 
il vecchio e sopra la porta, in mezzo, il Battesimo 
di Cristo, attribuito con poco fondamento al 
Perugino. 

La cappella seguente è tutta coperta di voti 
all'Immacolata, rafOgurata nel quadro all'altare 
da Antonio Stabile di Potenza (1582). Passala 
la cappella che tien dietro a questa ammirasi, 
nella successiva, la Sepoltura di Cristo con la 
madre e i discepoli, opera egregia di Bernardo 
Lama di Napoli (1508-79), che vi ritrasse se 
stesso in barba bianca, e il genero Pompeo Lan- 
dolfo, pittore anch'esso di molta vaglia. Nell'ul- 
tima cappella ÌSalività di Gesù, malconcia dal- 
l'umidore, di Marco da Siena. 

Prima di por piede nella sagrestia son da ve- 
dere ai due lati due grandi tavole del suddello 
Imparato e quindi la cappella de' Medici liilla 
stuccata in oro, con dipinti nella vòlta del Co- 
renzio, all'altare la Madonna adorata dai Santi 
Benedetto, Mauro e Placido, bellissimo quadro 



1//8 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 9:2. — Napoli (Chiesa di S. Severo) : Il Disinganno (da foloyraiia Mauki). 



eli Fabrizio Santafede. A destra, Lazzaro rìsuscì- 
i:lo, bassorilievo di Gerolamo d'Auria. La sa- 
grestia è tutta a freschi di Onofrio di Leone, al- 
lievo del Corenzio , trattane la Trinila di 
quest'ultimo. Sopra l'armadio dei sacri arredi 
è da vedere un Crocefisso di bosso, dono di 
S. Pio Y a Don Giovanni d'Austria, quando mosse, 
nel 1571, alla battaglia di Lepanto. 

Tornando dalla sagrestia nella cappella Medici 
scendesi a sinistra nel Soccorpo, o chiesetta sot- 
terranea, che vuoisi fosse in origine la dimora di 
San Severino, che fu nel 500 il settimo vescovo di 
Napoli, convertita in chiesa, ampliata e consacrata 
da papa San Silvestro e ammodernata nel secolo 
scorso. All'aitar maggiore ammirasi una gran 
tavola in campo d'oro in sei scompartimenti e 
con molti Santi, del napoletano Antonio Solario, 
detto lo Zingaro. Nell'ultima cappella a sinistra, 
bella tavola di Andrea da Salerno con la Madonna 
e il DainhiuG adorali dal Dallisla e da Santa 
Giuslina, e sotto {'Ultima Cena. In una cappella 



della parte opposta V Arcangelo Ra/fuele in campo 
d'oro, di Angiolillo Roccadirame, i cui dipinti 
sono rarissimi. Da tempi remoti i corpi dei 
Ss. Severino e Sosio conservavansi sotto l'aitar 
maggiore di questa chiesetta sotterranea e pri- 
mitiva, ma nel 1808, durante la signoria fran- 
cese, furono per ordine superiore trasportati a 
Fratta Maggiore nel circondario di Casoria. 

Uscendo dalla chiesa si entra nel vasto con- 
vento in cui contengonsi dal 1818 i grandi Ar- 
chivi! del Regno, dei più ricchi del mondo e di 
cui parleremo più avanti. Nella sala maggiore, 
l'antico refettorio dei monaci, vedonsi ancora i 
freschi grandiosi eseguiti, nel breve spazio di 
40 giorni, dal Gorenzio e rappresentanti, con ben 
117 figure al naturale, il ÈJiraeolo della molti- 
plicazione dei cinque pani e dei cinque pesci. 
Anche la sala, ch'era l'antico Capitolo, fu dipinta 
a fresco dal Gorenzio con alcuni Miracoli di Gesù 
e questi freschi furono restaurati nel 1844 da 
Nicolò la Volpe. 



Napoli 



149 




Fig. 1)3. — Napoli (Chiesa di S. Severo): La Pudicizia (da fotografia Mauui). 



11 convento ha quattro chiostri o porticati in- 
terni di cui il terzo d'ordine ionico, costruito da 
Andrea Ciccione, contiene i famosi venti freschi 
tratti dalla Yila di San Denedello. « Mai la vita 
di San Benedetto, dice il Burckhardt, fu meglio 
rappresentata, eccetto nei freschi del Signorelli 
a Monte Olivete ». Codesti freschi sono attrihuiti 
al precitato Zingaro, fondatore e decoro della 
scuola pittorica napoletana, ed ai suoi presunti 
allievi Donzelli e Simone Papa; ma, secondo i 
signori Crowe e Cavalcasene, 'giudici competenti, 
sarebbero piuttosto di un pittore formatosi nelle 
scuole dell'Umbria e di Firenze. Erano assai 
mal restaurati: oggi sono ripristinati con mira- 
bile lavoro dall'artista Conte. Il migliore è il primo 
con San Benedetto a cavallo, il quale accompa- 
gnato dal padre, da un servo e dalla nutrice Ci- 
rilla e scortato da varii fanti, si avvia a Uoma a 
studiare umane lettere. Y'è da studiare il costume 
del tempo e si suppone che in parecchie delle 
figure siano ritratte celebri persone dell'epoca. 



Nel luogo occupato ora" dai chiostri era anti- 
camente un boschetto di platani, dei quali l'unico 
superstite è quel che sorge in mezzo al chiostro, 
ove sono i freschi e che addimandasi perciò 
Chiostro del platano . Quest'albero, di non coumnc 
grandezza e sul quale crebbe un fico selvatico, 
vegeta da ben quattordici secoli. La sua storia e 
la storia miuuta di San Severino ha narralo in 
uno scritto pieno d'interesse l'aiTliivisla N. Fa- 
raglia, nel giornale Napoli Nobilissima del 1894'. 

San l'iclro a Maiella. — Nella strada omonima 
presso il largo del Mercatello or piazza Dante ; fu 
fondata da Giovanni Pipino di IJarletta, notaio, 
che nel 1300 vinse i Saraceni a Lucerà e per- 
venne sotto Carlo li ai primi onori del regno. La 
dedicò a S. Pietro Morone, il quale, assunto dal- 
l'eremo della Maiella (donde il nome) alla Santa 
Sede, depose la tiara per far ritorno alla solitu- 
dine del chiostro. È il celebre papa Celestino V 

Clic fece (icr vilUite il gran rifiuto 

come cantò l'Alishicri. 



150 



Parie Quarta — Italia Meriilionale 



La chiesa fu costruita nell'ultimo anno del 
secolo XIII nella forma solita delle basiliche di 
, tre navate a sesto acuto con tredici cappelle com- 
prese le quattro della crociera. Il campanile è di 
ìbrma leggiadra terminante a piramide, con sotto 
la porta piccola. Nel 1506 la chiesa fu restaurata 
da Cola Agnello Imparato Portolano di Barletta e 
nel 1600 Giovanna Zunica Pacecco, principessa 
di Conca, fece costruire la porta grande tutta di 
marmo. In seguito l'abate Campana, che fu ar- 
civescovo di Conza, fece fare il soffitto di legno 
con ornati dorati e con altri mutamenti danneg- 
giando l'architettura originale. Ciò fu nel 1717. 
Gli ultimi restauri furono eseguiti nel 1840. 

Nel soffitto della navata due grandi vani ro- 
tondi e due piccoli bislunghi con in mezzo uno 
ottagonale e in tutti, con effetto sorprendente di 
luce, sono raffigurati fatti mirabili del suddetto 
S. Pier Celestino, dipinti da Mattia Preti sopran- 
nominato il Cavaìier calabrese. Il quale dipinse 
ancora nel soffitto della crociera alcuni fatti del 
BJai'tirio di Santa Caterina di Alessandria. 

Nella terza cappella a sinistra è il quadro del- 
V Apparizione della Vergine a San Pier Celestino, 
dello Stanzione, ed in quella allato all'aitar mag- 
giore una bella statua tonda di San Sebastiano e 
una Deposizione in basso rilievo, opere pregiate 
di Giovanni da Nola. L'aitar maggiore e la ba- 
laustrata che lo circonda sono notevoli per ric- 
chezza e varietà di marmi. 

Dall'altro lato un altarino addossato al pilastro 
comune alle due cappelle e sopravi un'antica 
immagine della Madonna delle Grflz/e postavi, al 
ritorno dalla vittoria gloriosa di Lepanto, da 
Giovanni d'Austria, il quale vi aveva inoltre de- 
poste le sue armi ed alcune palle dei cannoni 
nemici, memorie tutte rimosse nel 1799. Nel 
muro ivi presso è la tomba del suddetto Giovan 
Pipino da Barletta, fondatore della chiesa, con 
epitaffio in versi leonini che dopo le lodi del de- 
funto, ne nota la morte nel 1316. I Francesi 
nel 1799 ne fecero un abbeveratoio di cavalli, 
dopo ch'erano entrati a bivaccare nella chiesa. 

Nell'ultima cappella, finalmente, sul sepolcro 
di Marino Spinello da Giovinazzo, è notevole 
un busto dell'imperatore Adriano. Dietro la 
chiesa è l'ex-convento dei Padri Celestini, ora 
Conservatorio di musica. 

San Pietro Martire. — Nella piazzetta omo- 
nima, all'estremità est della strada del Porto, 
fondata pei Domenicani da Carlo II d'Angiò. Dal 
1343, quando la chiesa e il convento furon quasi 
inghiottiti da un'alluvione spaventosa, sino alla 
seconda metà del secolo scorso, subì molti muta- 
menti, gli ultimi dei quali per opera dell'archi- 
tetto Giuseppe Astarita, il quale ridusse la chiesa 
com'è ora, rimovendo spietatamente ogni residuo 
dell'antica architettura. 

La facciata con bella porta marmorea aveva a 
sinistra un curioso bassorilievo in marmo in cui 



vedesi figurata la Morte con in capo una duplice 
corona e nella destra lo sparviere come per muo- 
vere a caccia di nuove vittime, mentre ai suoi 
piedi stanno ammucchiati re, papi e guerrieri 
morti. Le si fa incontro un mercante, il quale, 
volgendosi supplice alla terribile cacciatrice e 
versando da un sacco un torrente di monete, le 
dice nel volgare di que' tempi : 

Tutto ti voglio dare 
Se mi lasci scampare. 

A cui la Morte: 

Se mi potessi ilare 
Quanto se potè ailiJimandare 
Non te potè scampare la Morte 
Se ti viene la sorte. 

Questo curioso marmo è ora nel cortile del Museo 
di San Martino e forma, con parecchi altri, una 
interessante collezione di leggende ed epigrafi. 

La chiesa si compone di un'ampia e lunga na- 
vata a croce latina con alta cupola e quattordici 
cappelle, comprese le due maggiori della cro- 
ciera, dieci delle quali ornate di marmo e di 
colonne di rosso di Sicilia con capitelli parte co- 
rinzii e parte compositi. Nella prima a destra, 
fondata dai popolani di Porto nel 1356, vedesi 
una gran tavola antica di Silvestro Buono, rap- 
presentante il Transito della Vergine con intorno 
gli Apostoli, e un bassorilievo in marmo in cui 
la Vergine incoronata tien sospese due grandi 
corone sulle teste di molti divoti, guerrieri in 
gran parte, inginocchiati. 

Nella cappella del Rosario, con marmi lavo- 
rati su disegno di Bartolomeo Granucci, auimi- 
ransi due tele di Giacomo del Po. Il bellissimo 
Martirio di San Pietro da Verona nell'altare 
della cappella grande della crociera è di Francesco 
Imparato di cui son anche gli altri due quadri ai 
fianchi con soggetti dello stesso martire : tutti 
questi dipinti meritaronsi gli encomii speciali di 
Massimo Stanzione nelle sue memorie sugli ar- 
tisti napoletani. 

Nell'altra cappella grande della crociera am- 
mirasi il bellissimo quadro di San Domenico che 
dispensa il rosario a molte persone dei due sessi 
e di ogni condizione, di Bernardino Siciliano. 

Delle cappelle a sinistra quella che prima in- 
contrasi presso la porta minore ha un Crocefisso 
in legno con la Mater Dolorosa e San Giovanni, 
attribuito a Giovanni da Nola e la quarta un 
San Vincenzo Ferreri, dello Zingaro, secondo il 
De Dominici, ma non è certo. 

La tribuna è ornata di tre grandi quadri : in 
quel di mezzo, del Conca, Cristo che invita al 
martirio San Pietro domenicano e nei due ai lati 
Santa Caterina da Siena che perora pel ritorno 
della sede pontifìcia da Avignone a Roma e Tutte 
le religioni e le Accademie che hanno seguito la 
dottrina dell' Aquinate. Nella vòlta il Miracolo 
dell' immagine di San Domenico in Soriano. 
Tutti questi dipinti sono di Giacinto Diana. In 



Napoli 



451 



questa tribuna stanno i sepolcri di Isabella di 
Ckiaromonte, moglie di Ferrante I di Aragona e 
di Pietro d'Aragona, fratello di re Alfonso, morto 
all'assedio di Napoli del 1439. Qui giace anche 
Beatrice, figliuola di Ferrante I e di Isabella, 
vedova di Mattia, re d'Ungheria, e qui infine sta 
Cristoforo di Costanzo, gran siniscalco di Gio- 
vanna I, morto nel 1367. 

L'ampio convento è ora occupato dalla Regia 
Manifattura dei tabacchi e nella corte sgorga in 
quattro zampilli la rinomata acqua di San Pietro 
Martire. 

San Pietro ad Aram. — Nella strada omonima 
presso porta Nolana; credesi la culla del Cristia- 
nesimo in Napoli. Secondo una pia tradizione 
San Pietro, col suo discepolo San Marco, sarebbe 
qui giunto da Antiochia nove anni dopo l'ascen- 
sione di Cristo, vi avrebbe eretto il primo altare, 
celebrata, dopo il lungo viaggio, la prima messa 
e battezzati Santa Candida e Sant'Aspreno, il 
primo vescovo di Napoli. 

L'altare eretto dall'apostolo si ebbe per cosa 
sacra e la chiesa costruita poco appresso intorno 
ad esso fu chiamata da tempi lontanissimi San 
Pietro ad Aram in ricordanza di queiryl?'a, od 
aitar primitivo, sopra la quale celebrarono, in 
seguito, Sant'Aspreno e San Severo, vescovi di 
Napoli, e 1 pontefici San Silvestro e Clemente IV. 

L'edicola, ornata di marmi e sorretta da co- 
lonne nell'atrio della chiesa, custodisce quell'altar 
venerando che or più non si vede per la ragione 
che, al principio del secolo scorso, fu tutto co- 
perto di marmi su bel disegno dell'ingegnere 
Muzio Nauclerio. Nel paliotto un bassorilievo de- 
licato rappresenta San Pietro che cammina sul 
mare, e nei lati San Pietro che battezza San- 
t'Aspreno e lo consacra 'primo vescovo di Napoli. 
All'altare un fresco di valente pennello del se- 
colo XVI, or restaurato, ci mostra San Pietro che 
innalza l'ostia consacrata fra Sant'Aspreno e 
Santa Candida e in fondo Napoli come vista dal 
mare oltre il Carmine e in fondo a sinistra, 
nell'alto, il poggio di Sant'Elmo col castello. 

La chiesa, quale ora si vede, fu riedificata per 
cura dei canonici lateranensi su disegno degli 
architetti napoletani Pietro di Marino e Mozzetti. 
É di ordine corinzio, in forma di croce latina con 
otto cappelle nella navata, due nella crociera ed 
una accosto all'aitar maggiore. Nella prima cap- 
pella, a destra entrando, è da vedere un altori- 
lievo della Madonna delle Grazie con le anime 
purganti, di Giovanni da Nola e nel muro allato 
un quadro della Deposizione, di Bernardo Lama. 
Nella cappella dirimpetto, statua tonda di San 
Michele Arcangelo, del suddetto Giovanni da 
Nola; e nella cappella seguente bell'altorilievo 
con undici figure col Cristo morto e schiodato 
dalla Croce, che par opera di Gerolamo Santa- 
croce. Nelle altre cappelle, dipinti di Giacinto 
Diana, del SarncUi e di altri pittori del secolo 



scorso. Le pitture dei quattro pilastri che reg- 
gono la vòlta emisferica sono di Saverio Candido 
di Lecce. 

Accanto alla tribuna è la cappella di San Pa- 
cifico col deposito molto ornato del 1518 di un 
Baldassarre Ricca. Da questa cappella si può 
scendere nel sotterraneo che vuoisi fosse la casa, 
l'oratorio e anche il sepolcro di Santa Candida, 
e in cui è un pozzo la cui acqua credesi per il 
popolino giovevole alle partorienti. 

Nell'ampio convento soppresso a tre piani e 
con un gran numero di celle, è od era una Ma- 
donna col Putto seduto in trono entro un tem- 
pietto con quattro colonne ed altrettanti Angeli 
adoranti abbracciati ad esse. É opera unica in 
Napoli di un Protasio de' Crivelli, pittore valente 
e poco noto del 1497. 

Sant'Angelo a IVilo. — É in via S. Biagio dei 
Librai e fu fondato nel 1384 dal cardinale Rai- 
naldo Brancaccio, come juspatronato della fami- 
glia Brancaccio. Venne dedicata all'arcangelo 
S. Michele. Nel posto ove Rainaldo fondò la chiesa 
era, prima, uno spedale di poveri studenti. Egli 
si fece concedere dal Papa le case e le rendite 
che all'antico spedale erano addette e con altro 
denaro suo ne fondò un altro annesso alla chiesa. 

Mori Rainaldo in Firenze nel 1418 lasciando 
suo esecutore testamentario Cosimo dei Medici, 
che gli fece lavorar da Donatello un sepolcro di 
marmo, il quale si vede ora nella chiesa, dal lato 
dell'Epistola. Lo scultore Michelozzo lavorò as- 
sieme al Donatello. Egli cosi scrive in una 
lettera pubblicata dal Gaye nel Carteggio degli 
Artisti: « Abbiamo alle mani una tomba per 
Napoli destinata a messer Rinaldo, cardinale 
de' Brancacci. Riceveremo per questa tomba 
850 fiorini, ma dobbiam trasportarla a nostre 
spese a Napoli; ci si sta ora lavorando a Pisa ». 

Consiste il monumento in un sarcofago sor- 
retto a mo' di cariatidi da tre Virtù stupende 
cosi per l'atteggiamento come pel panneggia- 
mento, che credonsi di Michelozzo. Attribuisconsi 
al Donatello il bassorilievo deW Assunta, notevole 
per bellezza ed espressione, le due altre Virtù 
che tengono aperta la cortina che scende dal- 
l'arco contemplando mestamente il cardinale su- 
pino sul sarcofago e il bel bassorilievo in allo 
della Madonna col Putto fra l'Arcangelo Sun Mi- 
chele e il Battista. Nell'attico Dio Padre e due 
Angeli che suonano le trombe finali. 



Dal 



lato del Vangelo gli scultori Bartolomeo e 



Pietro Ghetti scolpirono fra molti trofei sacri 
Ictterarii e militari, il sepolcro piramidale dei 
cardinali Francesco e Stetano Brancaccio, co' ri- 
tratti in un medaglione in cima ed ai fianchi la 
Morte vittoriosa e la Fama che porge una corona, 
mentre la Storia, alla base della piramide, sta 
scrivendo gli elogi dei defunti. Questo monu- 
mento, nel pessimo stile d(d secolo XVIF, fa una 
triste figura in faccia al suddescritto ammirabile. 



152 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 94. — Napoli : Chiesa di Santa Trinità Maggiore. 



Nella Inneità sopra la porla principale della 
chiesa, fresco grottesco guasto, attribuito a Co- 
lantonio del Fiore e nella sacrestia in due tavole 
bislunghe e su fondo d'oro. San Michele Arcan- 
fjelo e Sant'Andrea Apostolo, che alcuni vogliono 
di Angiolillo Boccadirame ed altri del Buoni. 

La porla laterale che apresi in via San Biagio 
de' Librai è decorala di rabeschi in rilievo ed ha 
sopra una buona statua di San Michele. 

Sant'Agnello Maggiore. — Detta comunemenle 
Sant'Afinello a Capo-Napoli, perchè situata sopra 
una collinella che domina Napoli nel largo San- 
t'Agnello, non lungi dal Museo; fu fondata nel 
1519 sopra una chiesetta di Santa Maria Inter- 
cede del VI secolo da Gian Maria Poderico, 
arcivescovo di Taranto. Il quale sul sepolcro di 
Sant'Agnello fece innalzare il bellissimo aitar 
maggiore tutto in marmo, ricco di bassorilievi della 
Passione e dei fatti della Vita del Santo, con la 
Vergine a mezzorilievo adorata da Sant'Agnello 



e da Sant'Eusebio che le presenta l'arcivescovo 
Poderico ginocchioni, opera lodatissima di Gero- 
lamo Santacroce. La chiesa fu governata da un 
abaie con una canonica di preti, finché Leone X 
la diede ai canonici regolari del Salvatore, i quali 
la tennero sino al 1808. 

Nella navata grande sonvi otto cappelle ornate 
di pilastri e cornicioni marmorei, e nella seconda 
a destra è da vedere il San Carlo Borromeo, di 
Carlo Sellitto, pregevole per effetto della luce e 
sul muro allato la Vergine col Putto e \anì Santi, 
uno dei migliori dipinti di Pietro Negroni, cala- 
brese (1545). L'ultima cappella (Lettieri) a 
destra ha all'altare in mezzorilievo la Madonna 
delle Grazie con le Anime purganti, di Dome- 
nico d'Auria. La cappellelta dopo il monumento 
di Sant'Agnello merita particolare attenzione, 
cosi per l'arcliitetlura e la ricchezza dei marmi, 
come per la bella statua di Santa Dorotea, di Gio- 
vanni daNola. L'altare fu fatto costruire da due 



Napoli 



1 :>:i 



Ui 




Fig. 95. — Napoli : Chiesa di San Ferdinando (da fotografìa Brogi). 



canonici lateranensi in attestato di gratitudine a 
Dorotea Malatesta, nobil donna napoletana, la 
quale legò morendo, nei 1534, tutte le sue ric- 
chezze alla chiesa. Segue a destra la cappella di 
Santa Lucia dal quadro della Santa e Sant'An- 
tonio da Padova davanti alla Madonna del Car- 
mine, di Vincenzo Corso. Merita infine di esser 
veduta l'effigie antichissima della suddetta Santa 
Maria Intercede collocata sull'altare di una cap- 
pella con facciata d'ordine composito e di coi la 
testa soltanto è originale dipinta dall'antico artista 
napoletano Tauro nel VI secolo sul muro di una 
casa, tagliata poi e qui trasportala. È una bel- 
l'opera nella maniera dei maestri bizantini comune 
a que' tempi a tutti i pittori. 

Sulla porta della sacrestia merita attenzione la 
statuetta in mezzorilievo di San Gerolamo che si 
batte il petto con una pietra, opera accurata di 
Giovanni da Nola, del quale son anche le due 
tombe dei Poderico ai lati della grande entrata. 

20 — La Patria, voi. IV 



Gesù \uo\o. — Chiesa ampia e sontuosa nel 
largo Trinità Maggiore che, prima, nel 158-4, fu 
il palazzo di Roberto San Severino, principe di 
Salerno, su disegno del Sanlucano, a bugnato 
nella facciata severa. La chiesa, in cui fu poi 
mutato il palazzo, è a croce greca con tre navale 
ed aveva in addietro una cupola stupendamente 
dipinta dal Lanfranco, ma fu scrollata dal tic- 
muoto del 1088 e dei dipinti del Lanfranco non 
rimasero che i quattro Evangelisti, copiati, dice 
il Burckhardt, dal Domenichino. La cupola fu 
riedificala e dipinta dal De Matteis, ma fu poi 
necessario demolirla sostituendovi la lazza pre- 
sente con stuccature. 

Nella chiesa, ornata sino al cornicione di 
marmi a commesso, e con agli altari colonne di 
africano, di portovcncre e di rosso di Sicilia, è 
da ammirare sull'ingresso principale il gran 
fresco della Cacciala di Eliodoro dal Tempio, 
del Solimene. La cappella di Saiit'Anria ha alcuni 



15i 



Farle Quarla — Italia Meridionale 



freschi dello stesso pittore eseguiti quando non 
contava ancora che 18 anni. I freschi nella vòlta 
sopra l'aitar maggiore sono dello Stanzione. Nella 
cappella di Sant'Ignazio nella crociera sinistra, 
eretta da Carlo Gesualdo, principe di Venosa, e 
disegnata dal Fansaga, di cui son anche le statue 
di Geremia e di David, il dipinto del Santo è 
dell'Imparato, i tre freschi sopra di esso dello 
Spagnoletto e la vòlta del Corenzio. Nella cap- 
pella opposta di San Francesco Saverio son di 
Bernardino Siciliano e di Luca Giordano i tre 
dipinti soprastanti. 

L'aitar maggiore è un modello magnifico della 
moderna arte decorativa con tre grandi bassori- 
lievi in bronzo, fra cui quello ieW Ultima Cena nel 
centro, busti in altorilievo di sei Santi gesuiti 
in fronte ed uno splendido tabernacolo. 

La chiesa del Gesù Nuovo, coll'annesso con- 
vento, era, prima della loro espulsione nel 1860, 
il quartier generale dei Gesuiti nel Reame di 
Napoli. 

San Carlo all'Arena. — Nell'ampia strada 
Foria, una delle chiese più recenti di Napoli. 
Esisteva la chiesa antica sacra a San Carlo sin 



dal 1602 sotto i Cisterciensi di San Bernardo, i 
quali l'ingrandirono su disegno di Fra Giuseppe 
Nuvolo, facendo costruire anche il monastero an- 
nesso; ma, coH'andar degli anni, la chiesa fu 
chiusa e il monastero convertito in caserma, 
finché, scoppiato nel 1836 e 1837 con gran vio- 
lenza il colera, il municipio votava al Borromeo, 
per esserne liberato, la riapertura della chiesa al 
culto. Essa fu infatti ricostruita su disegno del- 
l'architetto Francesco de Cesare, arricchita d'ogni 
maniera di ornati, abbellita nella cupola elittica 
di dipinti a secco da Gennaro Maldarelli, rappre- 
sentanti i quattro Evangelisti e i quattro Profeti 
ei Angeli con tabelle su cui leggami alcuni versi. 
Le pale degli altari furono allogate : quella del 
Miracolo di San Gennaro a Michele Foggia, San 
Giovanni Calasanzio al precitato Maldarelli, San 
Carlo che comunica gli appestati a Giuseppe 
Mancinelli (morto nel 1875) e San Francesco di 
Paola a Michele De Napoli. All'aitar maggiore fu 
innalzato il celebre Crocefisso, scolpito al natu- 
rale da Michelangelo Naccarini e rinvenuto in un 
angolo recondito della chiesa dello Spirito Santo. 
Organo stupendo. 



Sono ancora in Napoli, oltre le suddescritte, parecchie altre chiese di minore impor- 
tanza. Non tralascieremo però di ricordare la chiesa di San Severo, ricca di opere 
d'arte, fra cui spicca il Disinganno (fìg. 9Ì) di Francesco Queiroli, la Pudicizia (fig. 93) 
del Corradini e la Soavità del Persico; la chiesa di Santa Trinità Maggiore (fig. 94) e 
quella di San Ferdinando (fig. 95). 



CAMPOSANTI 



Due sono i camposanti generali cattolici in Napoli: il Camposanto Vecchio e il 
Camposanto Nuovo, ai quali tien dietro il Cimitero dei Protestanti, i quali hanno anche 
le loro chiese in città. 



Camposanto Vecchio. ^ Si trova fra la strada 
di Poggio Reale e la strada del Campo, e non 
serve ora più che pei morti negli ospedali e negli 
istituti pubblici di beneficenza pei poveri. Edifi- 
cato nel 1762, giace sopra un'alta spianata a cui 
si sale per una strada rotabile fiancheggiata da 
cipressi. Ai lati del grande ingresso leggonsi due 
epigrafi in latino dettate dal dotto Mazzocchi, la 
prima delle quali, a destra, contiene l'istoria e 
la misura del Camposanto e l'altra, a sinistra, i 
nomi dei promotori e dell'architetto, con infine 
un invito a pregar pace ai sepolti. 

Il Camposanto forma un parallelogramma cinto 
ai tre lati da un alto muro e nel quarto da un 
ampio chiostro ad archi con tre grandi freschi di 
ignoto pennello, rappresentanti il Calvario con 
Cristo in croce, un Deposto di Croce ed una Ca- 
dutadi Cristo sotto lacroce. Nel vestibolo, a destra, 
una chiesuola con un quadro ad olio rappresen- 
tante la Eladonna delle Grazie e le Anime Pur- 
ganti, di Antonio Pellegrino, ed a sinistra le 
stanze del direttore. 



Il Camposanto Vecchio contiene 366 fosse 
profonde, alcune delle quali, sotto gli archi sud- 
delti, ma la più parte nell'area. Codeste fosse 
sono coperte con grandi pietre ed una fossa si 
apriva in addietro ogni sera e si vuotava per ri- 
porvi i morti della giornata trasportati dai loro 
congiunti o dai carri degli ospedali e dei pii 
istituti. 

La stessa strada del Camposanto Vecchio con- 
duce al Camposanto dei Colerosi a est. Due la- 
pidi marmoree in due pilastri di pietra vesuviana 
contengono due epigrafi italiane del cav. Qua- 
ranta, in una delle quali, si legge che ben 
18,000 morti di colèra dall'ottobre 1836 al set- 
tembre 1837 giacciono ivi sepolti. Un'alta pira- 
mide quadrangolare, con due ronche e due faci 
rovesciale, copre le ossa del celebre giureconsulto 
Domenico Cassini. 

Camposanto Nuovo (fig. 96). — A cui si arriva 
in circa un quarto d'ora in tram da porla Ca- 
puana, presso Poggio Reale e in fiiccia al grande 
Ammazzatoio, fu principiato dai Francesi, ultimato 



Napoli 



155 




Fig. 96. — Napoli : Camposanto Nuovo (da fotografia Sommer). 



nel 183G, ed è uno ilei più belli camposanti 
del mondo, si per la superba situazione e il 
panorama di Napoli e dintorni e sì per la serie di 
funebri tempietti clic, a guisa di colombarii e fra 
bei gruppi d'alberi, salgo'^rio sino in vetta. 

Ai due lati sono le sepolture delle famiglie 
cospicue e sul poggio orientale quelle degli Or- 
dini religiosi. In cima alla strada che mette alla 
chiesa schiudesi, (piai atrio di essa, una piazza qua- 
drangolare nei cullati ergonsi altre sepolture ar- 
chitettonicamente cospicue di famiglie napoletane. 
A destra: sepolcro in istilc gotico di Prospero 
Posiifjlione, abate e medico di Vitulo ; quindi 
quello in travertino di De Iloraliis, di Romano. 
Sepolcro Intontì, in istile romanesco, di Ercole 
Lauria, e, vicino, sepolcro Benucci, dell'Alvino. 
Allato, monumento di Giorgio Santoro con me- 
daglione, di Forte, indi quello di Pietro Pulii, 
anch'esso con medaglione, di Arnaud, e quello 
del chirurgo Leonardo Santoro, costruito da Vi- 
tulo scolpito da Persico. Dirimpetto in istile 



egizio, sepolcro Dorrelli, costruito dal Nardi e 
scolpito da Gennaro De Crescenzi. Seguono : nm- 
numento romanesco della famiglia Patriz.io di 
Parascandolo ; sepolcro Dalbuono, con cappella, 
di Ruggiero, ecc. 

In mezzo al vasto rettangolo dietro la chiesa è 
la statua colossale marmorea della Religione, di 
Tito Angelini (1836). La chiesa, a cui si ascende 
per una grande scalca, ha quattro altari mar- 
morei con cmattro grandi tele: Deposto di Croce, 
di Camillo Guerra ; la Wsurrezione, di Filippo 
Marsigli ; Cristo alla colonna, di Francesco Oliva, 
e il Calvario, di Vincenzo Morani. All'aliar mag- 
giore, gruppo in marmo della Pietà, di G. Cali. 

Nello spalto a ponente sonvi i morti benemeriti 
della cittcàe della patria e prima la piramide mar- 
morea col medaglione di Gerolamo liu/fo, del sud- 
detto Cali; indi i monumenti di Stefano Gasse, 
architetto ed ingegnere; del musicisla Gaetano 
Zincjarelli; del giurista Nicolini ; del chiruriio 
Pelrucci; del geografo Giuseppe Del Re; del 



156 



P.iite Qunila — Il alia MerMionale 





Fig. 97. — Napoli : Ruggero il Normanno 
(statua nel Palazzo Reale). 



Fig. 98. — Napoli : Federigo II Hohenstaufen 
(statua nel Palazzo Reale). 



etterato Raffaele Liberatore, del patriota Carlo 
Poerio, ecc. 

Fra le cappelle delle Confraternite notevoli 
sono le seguenti nello stile del Rinascimento: 
Sant'Anna dei Lombardi, Sant'Antonio di Pa- 
dova, San Fi'ancesco dei Cocchieri e in stile go- 
tico: Cappella delloStallone.Imitazionedel tempio 
d'Ercole a Cora è il monumento di Francesco 
Jaull e dei sepolcri pompeiani il monumento del 
Morhìlli. 

Annesso al Camposanto è un piccolo convento 
per dodici cappuccini a cui son commessi i funebri 
officii, e il cui oratorio privato merita di essere 
visitalo. E composto co' marmi di un'antica cap- 
pella già della famiglia Palo nel secondo chiostro 
di Mentoli veto. L'arco con graziosi rabeschi, i 
due quadretti laterali e la gran tavola sull'altare 
con Cristo che appaiisce ai due discepoli in Einaus, 
in altorilievo, sono lavori pregevolissimi di Gio- 
vanni da Nola. 

Cimitero della Pielà. — Dalla porta principale 
del suddescritto Camposanto Nuovo, disegnato e 
diretto dagli architetti Li]igi Malesci e Ciro Cu- 



ciniello, sì arriva alla strada che viene dal Reclu- 
sorio e ove trovasi alcuni passi più lungi il Cam- 
posanto dei poveri detto : Cimitero della Pielà, 
aperto nel 1888. Édiviso in terrazzi ed hal'aspetto 
di un vasto anfiteatro. In mezzo una Pietà mar- 
morea (donde il nome) e in alto una cappella. 

Ciinilero Protestante. • — A 7 minuti da porta 
Capuana sulla strada che conduce al precedente ; 
è ben tenuto, ma inferiore di molto a quelli di 
Roma e di Firenze per l'eleganza e il buon gusto 
dei monumenti. La maggior parte dei sepolti sono 
Inglesi, Tedeschi e Svizzeri, alcuni Russi e pochi 
Americani. Fra gli Inglesi primeggiano la niar- 
gravia d'Anspach, detta sul monumento Princi- 
pessa Rerkeley, col figliuolo Keppel Craven e il 
loro amico sir Guglielmo Geli, tutti nella mede- 
sima tomba. Dirimpetto è il sepolcrodella contessa 
di Coventry, Maria Sommerville, celebre e feconda 
scrittrice di opere rinomate di fisica e di astro- 
nomia, nata nel 1780 in Iscozìa e morta nel 187^2 
a Napoli in età di 92 anni e sepolta anch'essa in 
questo Camposanto, in un coll'inglese Matthias, 
autore di eleganti poesie italiane. 



Napoli 



157 




Fig. 99. — Napoli: Carlo I d'Angiò 
(statua nel Palazzo Reale). 




100. — Napoli : Alfonso I ài Aragona 
(statua nel Palazzo Reale). 



PALAZZI 



Palazzo Reale. — In piazza del Plebiscito, fu 
incominciato nel 1600 sotto il viceré Don Fer- 
rante Ruiz de Castro, contedi Lemos, su disegno 
del celebre architetto romano Domenico Fontana, 
autore del palazzo Laterano in Roma; il figlio 
del conte di Lemos, Don Francesco de Castro e 
d'Andrada, compi l'opera nel 1602. Un incendio 
lo distrusse in gran parte nel 1837 ; Ferdinando li 
di Borbone lo riedificò e lo ridusse come ora si 
vede. Le nicchie per le statue furono costruite 
dal Vanvitelli che riempi con esse e con mura il 
porticato a pianterreno, che prima era a giorno. 
La facciala, lunga 169 metri, ha tre ortlini di 
colonnati, dorico, ionio e composito. Le olio statue 
di marmo nelle nicchie della facciata (poste nel 
1888) rappresentano le dinastie che regnarono 
a Napoli negli otto secoli scorsi e sono, incomin- 
ciando a sinistra della piazza San Ferdinando : 
Rugcjcro il Normanno (fig. 97), di Emilio Fran- 
ceschi, toscano, morto pochi anni fa ; Federigo II 
Hohenstaufen (fig. 98), del Caggiano, napole- 
tano,; Carlo I d'Angiò ([io;. 99), del Solari, pure 
napoletano ; Alfonso I di Aragona (fig. 100), di 



Achille d'Orsi; Cai'lo V di Sfìagna (fig. 101), di 
Vincenzo Gemito; Carlo III di Borbone (fig. 102), 
di Raffaele Belliazzi; Gioacchino Marat (fig. 103), 
di Giambattista Amendola da Sarno, defunto ; 
Vittorio Emanuele II (fig. 104), di Francesco 
Jerace, calabrese. Le più belle son quelle del 
Franceschi e del Gemito. 

Verso sud il palazzo prospella il mare vicino 
ed ha sotto di se la Darsena con la quale comu- 
nica per un ponte coperto. All'ala settentrionale 
del palazzo rappiccasi il teatro San Carlo ed ima 
galleria coperta conduce dal palazzo al (Castel 
Nuovo. 

Si va in prima al Terrazzo del Giardino 
(fig. 105) che forma un agrumeto con in mezzo 
una gran tavola di marmo e una superba vedula 
sul porto, l'arsenale ed il golfo. L'ampio e ma- 
gnifico Scalone d'onore (fig. 106), quasi tutto in 
marmo bianco, con statue e bassorilievi, fu co- 
struito nel 1851. 

Diamo ora una rapida scorsa nelle varie parti 
del palazzo. 



VoS 



Parte Quarta — Italia Meridionale 





Fig. 101. — Napoli : Carlo V di Spagna 
(statua nel Palazzo Reale). 



Fig. 102. — Napoli : Carlo lU di Borbone 
(stai uà nel Palazzo Reale). 



Camera d'aspetto, con veduta dell'isola d'Ischia 
e degli Abruzzi. Gladiatore in bronzo dagli scavi 
di Ercolano. Anticamera. Belle sale di conversa- 
zione. Grandiosa sala da balio, lunga 21 metri e 
larga 47, con rilievi in stucco, di'^buon gusto, 
specchi e lampadarii. 

Sala del Buffet, con gli arazzi Gobelins di Ca- 
serta, rappresentanti Scene mitologiche, vasi di 
Sèvres e due superbi vasi di porceliana della fab- 
brica di Capodimonte. Per un passaggio vetrato 
si va poi alla cappella con ricco altare e colon- 
nato laterale, loggiato soprastante e vòlta rinno- 
vata e decorata con dipinto deW Assunta, di Do- 
menico Morelli nel 1876. Piccolo teatro di Corte 
con semplice decorazione. 

A traverso la bella sala di gala verso piazza 
del Plebiscito si va: 1. Alla sala da pranzo con 
begli arazzi Gobelins. — 2. Sala di aspetto, col 
Battista, di Guido Reni; Gesù fra (jli Scribi, del 
Caravaggio ; Sogno di Giuseppe, del Guercino ; 
Sant'Elisabetta, dello Schidone, ed arazzi Gobe- 
lins. — 3. Sala del Trono, sontuosamente deco- 
rata con arazzi Gobelins da Torino. — 4. Sala del 
Corpo diplomatico, con arazzi Gobelins rappre- 



sentanti, a destra, Enrico IV reduce dalla Caccia 
e a sinistra, Nettuno; sopra un tavolino, busti 
antichi in bronzo di Marco Aurelio, di Bacco e 
di Lucio Vero\ vasi di Sèvres. — 5. Oratorio, 
coU'Orfeo, del Caravaggio; Pier Luigi Earnese, 
del Tiziano (1547) e la Maddalena, dello stesso 
(copia). • — 6. Gabinetto del re, con tarsie pre- 
ziose di Sorrento. — 7. Gran sala dei corazzieri 
del re, con arazzi dei Gobelins da Caserta. — 
8. Sala di ricevimento, con San Girolamo, del 
Guercino; la Madonna, di Luca Giordano ; Y Ar- 
rivo dei tre Magi, fiammingo (da Santa Barbara). 
— 9. Salone, coi Cambiavalute, di Quintino 
Metzis; la Sacra Famiglia, dello Schidone; due 
superbi vasi di Sèvres e due altri giapponesi. — 
10. Salone, con Lionardo da Vinci che consegna 
la sua Cena, del Podesti ; la Morte del Tasso, di 
Mancinelli. — 11. Salone, con Monaca, di Ra- 
vestejin ; Giacobbe e Rachele, del Vaccaro ; Orfeo, 
di Holbein(?). — 12. Salone, con Ritratto fiam- 
mingo; bel Ritratto di donna; arazzi Gobelins 
con r Uccisione dell' ammiraglio Coligny. — 
13. Sala, con San Francesco, di Carlo Dolce e' 
l'Esposizione al Tempio, dello Schidone. 



Napoli 



159 





Fig. 103. — Napoli : Gioacchino Murat 
(statua nel Palazzo Reale). 



Fig. 104. — Napoli : Vittorio Emanuele II 
(statua nel Palazzo Reale). 



Nel lato nord del palazzo Reale, verso il largo 
San Ferdinando e in un giardinetto chiuso da 
cancellata, statua deWItalia, eretta nel 1864 in 
memoria del Plebiscito del 1860. 

Palazzo Reale di Capodiinonte (fig. 107). — Si- 
tuato sull'altura omonima a nord della città, 
fu incominciato nel 1738 da Carlo III Borbone e 
compiuto quasi un secol dopo, dal 1833 al 1839, 
sotto Ferdinando II. Ne diede il disegno, sotto 
Carlo III Giovanni Medrano, siciliano, architetto 
del teatro San Carlo, e sotto Ferdinando II vi 
lavorarono Tommaso e Gennaro Giordano , i 
quali fecero anche i recenti edifizi nel Bosco Reale 
di Capodimonte. 

Il palazzo è in una superba situazione e dalla 
parte di mezzogiorno lo sguardo spazia estasiato 
sull'intiero golfo e tutta quanta la città sotto- 
stante. É in forma di rettangolo, d'ordine dorico 
grave e pesante perchè destinato in origine a uso 
(li museo per le collezioni Farnesiane. Nel 1807 
fu aperta la prima strada al palazzo e sotto Fer- 
dinando II fu costruita la grande scalinata. 

Il grande appartamento reale si compone di 
55 stanze di non ordinarie dimensioni (delle 



quali una terza parte fu compiuta dal suddetto 
Ferdinando) ornate in gran parte di pitture e 
scolture moderne con sotto i nomi degli autori. 
Citeremo fra gli altri i seguenti : di Vincenzo 
Camuccini : Morie di Cesare, Morte di Virfiinio, 
Tolomeo Filadelfo che riceve i cimelii della Bi- 
blioteca A essandrina, Carlo Magno che accoglie 
i dotti italiani; del suo rivale (jaspare Laudi: 
Fidia che mostra i lavori del Partenone a Pericle 
e ad Aspasia, Arun al Raschid che riceve gli 
scritti degli antichi tradotti in arabo; di Ber- 
nardo Celentano (morto a 26 anni): Benvenuto 
Cellini al sacco di Roma; di Pietro Benvenuti: 
Giuditta; dcU'Hayez, milanese : Ulisse presso i 
Feaci; dcU'IIackert : Caccia; di Virginia Lchruii : 
La Duchessa di Parma e Maria Teresa; di An- 
gelica Kauffmann : Ferdinando 1 e Carolina 
d'Austria coi loro /inliuoli; di Camillo Guerra : 
Giulio Subino con Eponina; di Carta: Al/ieri; 
di Tommaso De Vivo: Ingresso degli Aragonesi, 
Diomede; di Domenico Morelli: Cristo, i iVeo- 
fiti, gli Iconoclasti; di Postiglione: un Bullo 
orientale G una ììehcccu; del Podesli : Orfeo; del 
De Angelis: la Morte di Fedra; del Carelli: 



'1UÒ 



Parie Quarla — Italia Meridionale 




Fig. 105. — Napoli (Palazzo Reale) : Cavalli di bronzo all'ingresso del Giardino (da fotografia Mauri). 



VAssalto di porta Pia m Roma il 20 set- 
tembre 1870, ecc. Scolture del Cltarelli, dell'An- 
gelini, del P)elliazzi, del Cali, ecc. 

11 palazzo di Capodimonte contiene inoltre un 
gabinetto di porcellane cinesi. Nella cosi detta 
Camera dei Discuils (o lavori in porcellana cotta 
due volte e lasciata nel suo bianco naturale senza 
pittura né vernice) oggetti della fabbrica di por- 
cellana di Capodimonte (dal 1743 al 1806). In 
mezzo il bel gruppo di Giove che fulmina i Titani. 
Collezione di statuette in creta di Polidoro, Sani- 
martino, ecc. Grandiosa sala da ballo e pranzo con 
pavimento tolto da una villa di Tiberio a Capri. 

Al primo piano ricca ^rmerk, già nel palazzo 
Reale. Fra gli oggetti più notevoli : scudo ed elmo 
del re normanno Ruggero, armadure del conte 
Ruggero, di Ferdinando! d'Aragona, di Alessandro 
Farnese, di Vittorio Amedeo ; armi da fuoco di 
varii tempi e nazioni; ricca collezione di armi 
orientali; la spada regalata da Ferdinando a 
Scanderbeg, eroe albanese; la spada data da 
Luigi XIV al suo nipote Filippo d'Angiò, primo 
dei Borboni di Spagna, ecc. 

L'ampio e bel parco di Capodimonte non solo 
contiene boscbi superbi e giardini ameni, ma offre 
anclie, come abbiam detto, vasti panorami. I colli 
fiU'intorno sono sparsi di ville, fra le altre a 



ovest: villa Ruffo, villa Gallo (1809, costruita 
dal duca Gallo e in sì bella situazione che di lassù 
si sogliono prendere le vedute di Napoli), villa 
Forquet, villa Meuricoffre, una delle residenze 
più amene di Napoli ; e a nord-ovest villa Avelli 
rinomata pe' suoi fiori ed alberi esotici. 

Oltre i palazzi Reale e Capodimonte in Napoli, 
la Casa Reale possiede i palazzi di Caserta, Quisi- 
sana, Astroni e Favorita che ritroveremo al loro 
luogo. 

Palazzo del Municipio (già dei Ministeri). — 
In piazza del IMunicipio, recentemente ampliata 
e abbellita, con la nuova crociforme galleria Um- 
berto I e la nuova Borsa, fu incominciato nel 1819 
sotto Ferdinando I Borbone — • che riunì il mo- 
nastero della Concezione, le carceri di S. Gia- 
como e il Banco onionimo in un solo edifizio — ■ 
ed ultimato nel 18^25 su disegno dell'architetto 
Stefano Gasse. La facciata principale verso Castel 
Nuovo è ornata di un grande ingresso nel mezzo 
e di due laterali. Tre sono i piani di questo lato 
senza contare il primo più basso interrotto dai 
tre ingressi e ciascuno ha 17 finestre nella sua 
lunghezza. Leggonsi nell'edifizio ben sette iscri- 
zioni del canonico Francesco Rossi , e i nomi 
dei Napolitani giustiziati sotto i Borboni come 
rei di ribellione. . . 



Napoli 



4G1 




Fig. lOG. — Napoli (Palazzo Reale): Scalone d'onore (da fotografia Brogi). 



Contiene nientemeno che G cortili, 8i0 stanze 
e 40 corridoi. In quattro pilastroni nel cortile 
principale e in quattro niccliie veggonsi le statue 
di Ruggero il Normanno, di Federico Svevo, di 
Ferdinando e Francesco Borbone, di Antonio 
Cali, i due ultimi quali fondatori del palazzo in- 
cominciato sotto il primo e terminato sotto il se- 
condo. La scala ha principio con due braccia 
parallele che raccolgonsi poi e dividonsi di bel 
nuovo più volte sino all'ultimo piano. 

Sotto la scala incomincia un andito coperto che 
da questa entrata maggiore giunge in linea retta 

21 — La i>utriu. voi. IV. 



sino all'opposta via Toledo ora via Homa. A mezzo 
quest'andito o passaggio coperto apresi a destra 
il grande salone della Borsa con pavimento mar- 
moreo, vòlta stuccata e sorretta da otto colonne 
di marmo anch'esse; in fondo statua di Flavio 
Gioia, amalfitano, inventore della bussola, di An- 
tonio Cali. 

Palazzo SantaiKjelo. — In via San Biagio dei 
Librai: fu fatto edificare da Diomede Carafa, 
primo conte di ftladdaloni, su disegno ili i\Ia- 
succio I; fu restaurato nel 1831-47 in islilc fio- 
rentino, e nel 1813 fu acquistato dal giureconsulto 



162 



Parie Quaiia — iLalia Meridionale 



e poeta Francesco Santangclo.É tulio composlodi 
massi di pipeniodi Sorrento tagliati a bugne e ter- 
mina con un bel cornicione a mensolette. Gli sti- 
pili e rarcliilrave della porta in marmo sono sor- 
montati da un festone su cui poggia la cornice con 
nel fregio lo stemma dei Carafa. Anche le finestre 
sono ornate di marmo e la facciata è nel tull'in- 
sieme semplice e monumentale. Notevole anche 
la porla in legno fregiata di begli intagli del 500 
con le armi dei Carafa e due grandi foglie di 
acanto. Nel cortile una colonna di Seravezza fu 
innalzata in memoria della cortesia di re Ferrante 
d'Aragona che vi aspettò a cavallo, mentre si ve- 
stiva, il suddetto Diomede per condurlo seco a 
caccia. 

Il palazzo Santangelo andava celebrato pel suo 
Museo, frutto di quasi 60 anni di cure e di grande 
dispendio, conlenente più di 350 quadri antichi 
e moderni, vasi dipinti etruschi ed italo-greci, 
terracotte greche e romane, vetri, bronzi, me- 
daglie, pietre incise, ecc. Il Museo trovasi ora 
nel Museo Nazionale (collezione Santangelo), ma 
i dipinti rimangono, fra i quali i seguenti : 

Nella seconda stanza : il Ratto di Diana, con 
gran forza di colorilo e maraviglioso effetto di 
luce, del Cavalier Calabrese ; la gran tavola della 
Vergine col Putto, Sant' Andrea e San Giovanni, 
una delle opere più lodale di Fabrizio Sanlafede 
e un San Gerolamo, dello Spagnoletto. 

Nella terza stanza : Cristo che scaccia i profa- 
natori del Tempio, una delle composizioni più 
belle e studiale di Andrea Schiavone ; San Seba- 
stiano, di Paolo Veronese ; la Trasfigurazione, 
di Andrea da Salerno, con sotto in piccola tela la 
Sepoltura di Cristo, del Bassano ; la Risurrezione 
e VAnnunziazione, abbozzi ultimali del Tinto- 
retto; due ritratti sul cuoio di Principi maomet- 
tani, di Gentile Bellino e la Salita al Calvario, 
di Francesco Salviati. In giro cinque paesaggi, 
di Salvator Rosa. 

Nella quarta stanza: bellissimo Crw/o ?nor/o 
con Angeli, di Antonio Van Dyck. Due bei paesi, 
una RaltagUa nel medioevo e un Episodio dell'in- 
surrezione di Masaniello, di Salvator Rosa che 
vi ritrasse se stesso. Più in allo. Cristo schernito 
dalla soldatesca, di Gherardo delle Notti. Un di- 
pinto bislungo, credesi di Andrea Mantegna. Il 
San Sebastiano in mezza figura, legato ad un 
albero, è un lavoro pregevolissimo dello Spagno- 
letto e le due belle Campagne sono di Gaspare 
Poussin. 

Nella stanza a destra vi sono i quadri più rari 
della galleria: la piccola Sacra Famiglia, di 
Vittore Carpaccio ; il San Benedetto, di Poli- 
doro da Caravaggio; un Ritratto di donna, del 
Tiziano; i ritratti di Rubens e di Van Dyck, di- 
pinti da quest'ultimo in una sola tela; una pic- 
cola ma leggiadra Sacra Famiglia, del Parmi- 
gianino; una bella Madonna a tempera, del 
Memmeling ed un quadrettino di Alberto Durer 



(col suo monogramma e l'anno 1508) rappre- 
sentante la sua molesta moglie seduta con accanto 
un gatto, in alto d'intesser una ghirlanda di fiori 
delti non ti scordar di me (vergissmeinnicht), 
come leggesi in un nastro. 

Segue una tavola della Sacra Famiglia attri- 
buita a Raffaello, ma che credesi da lui disegnala 
soltanto e colorita da un suo allievo. Ritratti 
di Francesco d'Avalos, marchese di Pescara e di 
Vittoria Colonna, di Sebastiano del Piombo « di 
facile ed abile esecuzione ma non cospicui per 
forza e sentimento » dicono a un dipressoi signori 
Crowe e Cavalcasene. Picciol Deposto di Croce 
sul rame e San Francesco d'Assisi in orazione, 
di Federico Barocci ; Erminia nel bosco che incide 
sulla corteccia di un albero il nome di Tancredi, 
di Salvator Rosa ; Giacobbe sgomento alla vista 
della tunica insanguinata di Giuseppe, del Guer- 
cino, e testa d'angelo, dipinta con impasto mira- 
bile di colore dal Correggio. 

Son da ammirare da ultimo i tre cimelii di 
questa ricca quadreria. Il primo è l'abbozzo ulti- 
mato del Giudizio Universale, di Michelangelo, 
dipinto sulla carta a olio a chiaroscuro, il quale 
presenta molte varianti nei gruppi delle figure 
quali si veggono nella Sistina, trovandosi in que- 
st'abbozzo in giunta anche il ritratto del Buonar- 
roti che vedesi in cima. Gli altri due dipinti sono 
una Sacra Famiglia con Santa Margherita, di 
Domenico del Ghirlandaio, ma che i predetti 
Crowe e Cavalcasene attribuiscono al Filippino; 
e la Morte della Vergine, di Michele Woldgemuth 
(1479), pittore bavarese, le cui opere sono assai 
rare e che fu dipinta per la famiglia Volkamérin 
come leggesi nella leggenda sottostante, fra due 
sposi di quella famiglia genuflessi. 

Palazzo Angri. — Questo palazzo in cui abitò 
Garibaldi durante la sua dittatura, forma la punta 
del grand'angolo descritto dalle strade di Toledo 
e di Monloliveto e fu fatto costruire dai principi 
d'Angri di casa Dona su disegno del Vanvitelli 
e con la cooperazione del figliuolo di lui (1775). 
La facciata è ornata di cornicioni e di colonne di 
bianco marmo in due ordini, il corinzio sul do- 
rico; due porte e loggie spaziose. Nell'apparta- 
mento principale è il salone eliltico dipinto nel 
1784 da Fedele Fischelli coi fatti dell'illustre 
prosapia dei Doria ; esso è tutto ornato di dorature 
e di specchi. 

La quadreria fu venduta. Contava parecchi 
dipinti preziosi, fra cui i seguenti: Gesù, alla 
colonna, di Tiziano ; Giobbe sul letamaio, dello 
Spagnoletto; Sant'Orsola, di Michelangelo da 
Caravaggio; San Sebastiano, dello Schidone; 
San Pìeìro, di Gherardo delle Notti; una Ma- 
donna col Putto, attribuita al Correggio; la Fla- 
gellazione, del Tintoretto ed un Gruppo di eavalli 
creduto di Lionardo da Vinci. 

Palazzo Fondi (già dei Genzano e poi del prin- 
cipe di Fondi). — In faccia alla chiesa della 



Wapoli 



103 







Fig. 107. — Napoli : Palazzo Reale di Capodimonte (da folografia Brogi). 




Incoronata e a Fontana Medina con, più in alto in 
un giardinetto sulla strada, la statua di Mena- 
dante (1870), fu edificato su disegno del Vanvi- 
telli e poi restaurato. Vi si ammirano molti dipinti 
di gran pregio, fra cui i seguenti : nella seconda 
sala, il Martirio di San Gennaro, una delle più 
belle opere del Cavalier Calabrese, e nella sala 
del bigliardo parecchi quadri delle scuole fiam- 
minga, veneziana e francese, fra i quali un Gruppo 
di zingari, del Caravaggio e il ritratto del Èla- 
rini, dello stesso ; Aw& Battaglie, del Borgognone; 
un Paesaggio, del Poussin, e una Presentazione 
al Tempio, che vuoisi di Giovanni Bellini. 

Nella stanza che precede "a gran sala di rice- 
vimento ammiransi i dipinti più preziosi della 



collezione. Citeremo fra gli altri 



a mezza figura 



della Madonna, opera preziosa di Lionardo da 
Vinci, a cui fa degna compagnia la Madonna del 
Cardellino, di Kaffaello, replica con alcune va- 
rianti della famosa in Parigi ed una testa di6'«« 
Bonaventura, dello slesso. Meritano anche atten- 
zione la Madonna col Bambino, dello Spagnoletto ; 
il Gesìi morto fra due angeli, del Procaccini; la 
testa di San Giuseppe, del Quercino; due Sacre 
Famiglie, una dello Schidonc e l'altra delBarocci; 
la Madonna delle Grazie, di Carlo Dolce ; la Pre- 
sentazione al Tempio, del Veronese; un ritratto 
di San Filippo Neri, del Uomenichiuo, ecc. 

Varcato il salone, trovansi in altra stanza due 
vedute A.&\\' Interno dell'Arsenale di Venezia, del 
Canaletto, e, in continuazione. Diana e Calisto, 



bella e ricca composizione del Rubens ; la Giu- 
ditta, di Andrea Mantegna ; quattro Paesi con 
figure, di Salvator Rosa e due del Poussin ; la 
Susanna, del cav. d'Arpino; il Ritratto di Rem- 
brandt, dipinto da lui stesso; al Piazza e il pa- 
laz:,o dell' Inquisizione a Madrid, con un gran 
numero di figure, di Diego Velasquez, ecc. 

Fra i tanti quadri della sala della Biblioteca, 
citeremo quattro tavolette di Luca d'Olanda ; la 
Giuditta, di Luca Cranack; un Fece Homo, di 
Martin de' Voss; un San Francesco, del Sasso- 
ferrato; una Sacra Famiglia, del Barocci; una 
gran tela coxi Apollo che scortica Marzio, di gran 
vigoria di colorito e di espressione, di Luca (j lor- 
dano, ecc. 

Fra gli altri quadri dell'ultima stanza sono 
degni principalmente di nota due del Van Dyck 
che voglionsi meritamente annoverare fra suoi 
migliori : uno rappresenta in figura intici'a un 
personaggio dell'antica nobil famiglia Marini, 
genovese, e l'altro, tre ritratti di giovinetta della 
medesima famiglia. Ai lati il Trionfo di Galatea, 
dell'Albani; Fece Homo, del Caravaggio; Diana 
al bagno, del cav. d'Arpino; il Battista, del.lor- 
dacns; la Vergine col Putto, di Carlo Maratli; 
Sant'Antonio abate, di l'*ictro Branglicl. NoU' 
mancano nel palazzo Fondi i quadri moderni fra 
cui due Vedute di Venezia, del Vervioct e dodici 
bei paesi con figure, dello Smargiassi, napo- 
letano. Tutto questo prezioso Museo 6 slato ulti- 
mamente posto all'incanto. 



m 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



Palazzo Gravina. — Il più bel pab7,zo di Napoli 
come opera d'arte, con gli uffizi postale e telegra- 
fico, in piazza Mentoli veto, con dirimpetto una fon- 
tana sormontata dalla statua in bronzo di Carlo li, 
del Cafaro (1668). É un maestoso edifizio del 
Rinascimento costruito (1480-1510) da Gabriele 
d'Angelo di Napoli per Ferdinando Orsini, duca 
di Gravina. I Gravina lo vendettero ai Ricciardi. 
L'architetto De Cesare lo adattò poi a usi pub- 
blici. I busti delia famiglia Gravina furono ven- 
duti ai rigatieri: nel 184-8 il palazzo fu canno- 
neggiato, poi il Governo lo comprò al principe di 
Cariati. Èra già stato alterato nelle sue belle pro- 
porzioni originali da un piano aggiunto barbara- 
mente sopra il vago cornicione antico e da cam- 
biamenti nel pianterreno fra cui il portone dorico 
in marmo. Fu anche rimossa l'iscrizione ospitale: 
sibi, suisque et amicis omnibus (per sé, pe' suoi 
e per tutti gli amici) fattavi apporre dal Gravina. 

Narrasi che il palazzo rimanesse incompiuto, 
perchè all'ingresso dell'imperator Carlo V, che 
ne ammirò l'architettura, il proprietario die pa- 
rola che, non si tosto ultimato, ne avrebbe fatto 
dono all'imperatore. Sopra il pianterreno in ru- 
stico poderoso ergesi un piano liscio di nobile 
semplicità con pilastri corinzii e medaglioni sopra 
le finestre. 

Palazzo Maddaioni. — Ora sede della Banca 
d'Italia, all'angolo formato da strada Quercia e 
strada Roma a Toledo, è uno dei palazzi princi- 
pali di Napoli fondato dal marchese del Vasto, ma 
che divenne in seguito proprietà dei duchi di 
Maddaioni dai quali ebbe il nome. Il portone e la 
scala dell'edifizio imponente son del Fansaga. Il 
salone di belle proporzioni ha nella vòlta un di- 
pinto a olio di Francesco di Mura, rappresentante 
l'Assedio di Napoli per Ferdinando I. 

Palazzo del Vasto d'Avalos. — Uno dei più 
grandi palazzi moderni di Napoli con bei giardini 
e cancellata, in piazza del Vasto dietro la riviera 
di Ghiaia. Conteneva in addietro molti oggetti 
d'arte rinomati, primi fra tutti i Cesari di Tiziano 
e sette arazzi regalati da Carlo V al marchese di 
Pescara in guiderdone dei suoi servigi alla bat- 
taglia di Pavia nel 1525. Questi ai\azzi rappre- 
sentano scene di quella celebre battaglia e le 
figure al naturale ritraggono i personaggi prin- 
cipali che vi si illustrarono. Furono eseguiti in 
Fiandra su disegni degli artisti principali d'Italia ; 
le figure furono disegnate da Tiziano e gli ornati 
dal Tintoretto. I suddetti Cesai-i di Tiziano (11 in 
numero, col 12° nella galleria di Firenze e sur- 
gato nella serie con una copia di Luca Giordano) 
con le altre collezioni di dipinti, oggetti d'arte e 
d'interesse storico che trovavansi in questo pa- 
lazzo furon legati nel settembre del 1862 dall'ul- 
timo discendente maschio dell'eroe di Pavia al 
Museo Nazionale; ma il legato fu impugnato. 

Palazzo Miranda (o palazzo Principessa Olta- 
jano, duchessa di Miranda). — Nella strada di 



Ghiaia a destra, presso il Caffè Benvenuto : ha 
una quadreria nel piano superiore coi seguenti 
dipinti : Prima sala, muro sinistro: una Pietà, 
del Ribera, o Spagnoletto, con un San Gerolamo, 
dello stesso e cinque piccoli paesaggi di Salvator 
Rosa. — Seconda sala, muro d'ingresso : Trittico 
fiammingo con gli Sponsali di Santa Caterina; 
a sinistra. Natività, fiammingo anch'esso; a 
destra. Cristo, di Pierin del Vaga; nel muro a 
destra. Sacra Famiglia, di Giovanni Bellini (?); 
Santa Maria Egiziaca, di Guido Reni. — Terza 
sala, a sinistra: Banchetto degli Dei; a destra, 
Trionfo della Bellezza, di Rubens. ■ — Quarta 
sala: Bitratto, di Van Dyck; Vedute di Venezia, 
del Canaletto ; Giuseppe e la moglie di Futi far, 
di Guido Reni ; all'estremità del muro, a destra. 
Artista che sta contemplando delle antichità, che 
vuoisi di Michelangelo Buonarroti. 

Palazzo Cuomo, con Museo Civico Filangieri. 
— In via del Duomo a destra; bel palazzo del 
principio del Rinascimento (fine del secolo XV) 
costruito probabilmente da maestri fiorentini per 
Angelo Como (o Cuomo), ricco mercante del se- 
colo XV, onorato dell'amicizia di Alfonso II di 
Aragona. Fu comprato nel 1587 dai Domenicani 
di Santa Caterina che vi rimasero fino al 1806. 
Crollato nel 1826 in gran parte, fu rifatto nel 
1827. Nel 1863 vi tornarono 1 monaci. Demolito 
per aprire la nuova strada , fu rifabbricato nel 1 887 
coi medesimi materiali da Gaetano Filangieri, 
principe di Satriano, per allogarvi le collezioni 
da lui donate alla città e che formano il Museo 
Civico Filangieri (fig. 108), il cui catalogo con- 
tiene anche una storia del palazzo e del museo. 

Il gran vestibolo del pianterreno decorato dal 
Salviati di mosaici nello stile del secolo XIV, 
contiene armi, alcune antichità, ecc., e una co- 
lubrina aragonese del secolo XV che caricasi dalla 
culatta. 

Il piano superiore fu trasformato in una bella 
sala d'esposizione coU'aggiunta di finestre nel 
tetto e di un'alta galleria. Vi si ammirano ricche 
armadure dei secoli XVI, XVII e XVIII, due casse 
tonde italiane del secolo XVI, oggetti preziosi, 
smalti e circa 60 quadri. Gli smalti principali 
(num. 1023 e 1025) nella vetrina 25 sono di 
Giovanni III Pénicaud di Limoges. 

Fra i quadri citeremo i seguenti : la Vergine 
e la donatrice, una Bentivogho, di Bernardino 
Luini(1489); la Fer^rnìe, di Bernardo Lanini (?); 
Deposto di Croce, del Pordenone; Santa Maria 
Egiziaca e Testa di San Giovanni Battista, dello 
Spagnoletto; Bitratto di un uomo, di Sandro 
Botticelli, e non del Ghirlandaio; alcuni quadri 
fiamminghi ed olandesi, fra i quali: la Vergine, 
di Van Eycli (?) ; Gesii in Croce, di Van Dyck, ecc. 
Nella galleria vi sono belle majoliche italiane, 
porcellane di Capodimonte, ecc., evasi d'argento. 

Palazzi Carata. — Uno venne fondato nel 1512 
in cima a Pizzofalcone da Andrea Carafa, conte 



Napoli 



165 




Fig. lOS. — Napoli : Esterno del Museo Civico Filangieri (da fotografia BIauri). 



(li Santa Severina, clie l'ornò di fontane e giar- 
dini. L'edifizio presente è occupato da un quar- 
tiere e dal R. Ulficio topografico. L'altro palazzo 
in via San Biagio de' Librai fu fondato da quel 
ramo della famiglia Carafa clie portava il titolo 
AìPrindpi di Monlorio.^ì nacquero papa Paolo IV 
e suo nipote il cardinale Carafa, che vi aggiunse 
la facciata e il cornicione. La parte bassa del 
palazzo fu convertita in botteghe, ma rimane 
sempre il bel cornicione. 

Palazzi Casacalenda, Corigllano, Sansevero ed 
Alice. — Tutti nel largo San Domenico con in 
mezzo una colonna barocca e la statua in bronzo 
di San Domenico, del Fansaga, compiuta dal Vac- 
caro nel 1737. A destra della piazza l'imponente 
palazzo del duca Casacalenda fu edificato nel 
17 70 su disegno del Vanvitelli. Le arcate el ittiche 
della corte sorrette da colonne e pilastri mar- 
morei, sono sempre ammirate e lodate dagli 
architetti. 

Il bel palazzo Corigiiano fu costruito verso il 
1500, su disegno del napoletano Mormando in 
concorrenza al suddescritto palazzo Gravina. Il 
Mormando adattò abilmente lo stile dorico ai fini 
dell'architettura moderna, come puossi vedere 
nella facciata del piano inferiore. L'interno è ric- 
camente decorato nello stile del secolo scorso. 



Il palazzo Sansevero, ne! lato est della piazza, 
fu edificato nel secolo XVI, su disegno di Gio- 
vanni da Nola e rimodellato da ultimo da Rai- 
mondo di Sangro che invitò il Corcnzio a deco- 
rare con freschi l'interno. 

Dirimpetto, il palazzo Alice, ora Cariati, bel- 
l'edifizio del Rinascimento con dietro cortile e 
loggia pittoreschi. 

Palazzo Monlicelli. — In istrada Banchi Nuovi, 
bel modello dell'architettura domestica del se- 
colo XV attribuito ad Antonio Baboccio. Il pian- 
terreno ha la facciata ornata sempre dei gigli di 
Casa d'Angiò e della penna piumata, stemma dei 
suoi fondatori, Antonio ed Onofrio di Penna, il 
primo consigliere segreto e il secondo segretario 
di re Ladislao. Un'iscrizione sopra la porta reca 
l'anno 140G come data della sua erezione. 

Questo palazzo fu abitato per lungo tempo dal 
celebre Teodoro Monticelli di Brindisi, natura- 
lista (nato nel 1759, morto nel 1845) che studiò 
particolarmente il Vesuvio: conteneva la sua 
ricca collezione vesuviana comprala dall'llnivcr- 
sità e dal Museo i'jrilannico di Londra. 

Palazzo l'iamira. — Nel vicolo de' Cinque 
Santi, presso la chiesa di San Paolo, fu edificato 
da Giulio de Scortiatis, favorito e consigliere di 
Ferdinando 1 di Aragona. Fu poi residenza del 



^166 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



detto di Santo Spirito che diede il nome ad una 
strada vicina. Il palazzo fu edificato su disegno 
e sotto la direzione dell'architetto Leopoldo Lape- 
ruta. Fu detto della Foresteria sotto i Borboni, 
perché appartenente ad essi e destinato ad alber- 
gare gli ospiti reali che giungevano a Napoli. 

Palazzo Galbiati. — In piazza San Domenico, 
fu residenza di Antonello Petrucci, segretario di 
Alfonso I di Aragona. Il suo bel portone marmoreo 
vuoisi costruito da Agnolo Aniello de! Fiore. 

Palazzo già del principe di Salerno (ora Co- 
mando in capo del Corpo d'esercito di Napoli). — • 
Nella gran piazza del Plebiscito, una delle più 
vaste e più belle piazze d'Italia, fu ridotto qual é 
ora nel 1815. 

Palazzo Giusso o Della Torre. — In piazza di 
San Giovanni Maggiore. La bella facciata con le 
sue colonne d'ordine composilo, fu costruita 
verso il 1650 dal cardinale Filomarino dei duchi 
della Torre. Pochi palazzi in Napoli son fabbri- 
cati con maggiore solidità. Uno dei proprietarii 
presente, conte Giusso, deputato e già sindaco 
di Napoli, vi ha 



ed un buon medagliere. 



una ricca collezione di disegni 



poeta G. B. Marini, autore MY Adone. Il sno 
portone marmoreo è ornato di trofei e foglie di 
acanto scolpite con diligenza e leggiadria. Nelle 
antiche porte in legno, rabeschi e figure in 
rilievo. 

Palazzo Roccella. — Nella via omonima dietro 
Ghiaia, ha sull'ingresso un'iscrizione che ram- 
menta la relazione dei Garafa, a cui apparteneva, 
con la famiglia degli Stuardi. Sotto i Borboni vi 
abitarono lord e lady Holland. 

Palazzo Sanfelicc. — In istrada della Sanità, 
costruito nel 1728 per propria dimora dall'archi- 
tetto Ferdinando Sanfelice, è notevole per la sua 
duplice scala geometrica. La cappella contiene 
quattro statue colossali marmoree delle Quattro 
stagioni, con alcuni bassirilievi della scuola del 
Sammartino. 

Palazzo Francavilla (già Gellamare). — Sulla 
strada di Ghiaia, restaurato nella sua odierna 
forma di castello al principio dello scorso secolo. 
Dal giardino bella veduta della città e del golfo. 

Palazzo della Foresteria (ora Prefetlurn). — 
Nel lato nord della piazza del Plebiscito. Fu edi- 
ficato nel 1815 dove sorgeva l'antico convento 

Sono ancora in Napoli altri palazzi notevoli, fra i quali l'Arcivescovile presso il 
Duomo, intieramente restaurato nel 16i7; il palazzo Nunziante, con giardino e la 
moderna chiesa gotica scozzese; il palazzo Calab ritto e il palazzo Partanna, tutti e tre 
in piazza dei Martiri. 

VILLE 

A tutti è noto quante e quali splendide ville gli antichi sibariti romani avessero 
a Baia, a Posillipo, a Stabia e in altre adiacenze di Napoli ; né mancarono le ville dei 
privati dopo il trasporto della Capitale a Napoli sotto il primo Angioino. I principi 
dominanti possedettero ville in varii luoghi dei dintorni: i D'Angiò sul confine di Mer- 
gellina e sul pendìo della montagna di Castellammare, dimora prediletta di Roberto, 
di Ladislao, di Giovanna, e il simigliante gli Aragonesi a Mergellina, a Poggioreale ed 
alle falde della collina di Capodimonte. 

Sul cadere del secolo scorso andarono celebrate lungo la spiaggia di Mergellina 
le ville dei Carafa, dei Colonna, dei Mirelli, dei Coppola; sui colli del Vomere e all'Are- 
iiella, quelle degli Spinelli, dei principi di Belvedere e, lungo la strada di Portici, quelle 
dei principi della Riccia e di Lauro, dei duchi di Campolieto e altre molte che troppo 
lungo sarebbe dinumerare. 

Poche soltanto serbano l'antico splendore, ma tutte gareggiano per bellezza ed 
amenità di situazione. Fra le ville antiche ne sorsero ultimamente altre recentissime 
ed altre ne sorgono sempre, le quali, se vantar non possono la grandiosità e l'opu- 
lenza delle prime, entrano loro innanzi per la perizia moderna nell'assetto e nella 
distribuzione dei viali, delle ajuole, dei fiori, delle piante, ecc. 

Di alcune pochissime terremo qui parola, registrando le altre soltanto per non 
oltrepassare i confini che ci sono imposti. 



Villa Gallo o Regina Isabella. — A Capodi- 
monte; appartenne sino al 1831 a Marzio Mastrilli 
duca di Gallo ed agli eredi; e il casino a cui si 
accede per ampio e lungo viale fu costruito nel 
1809, su disegno del Niccolini. Ne fece poi ac- 



quisto la vedova di Ferdinando IV Borbone, Isa- 
bella, la quale vi introdusse ogni maniei'a di 
abbellimenti. Fra le altre cose innanzi alla fac- 
ciata principale del casino fece piantare un ampio 
giardinetto dittico, abbattendo non pochi alberi 



Napoli 



1G7 



'che intercettavano la veduta della collina e della 
città sottostante, la quale si presenta dalla villa 
Gallo in uno degli aspetti più grandiosi insieme 
e più ridenti che si possano immaginare, si che 
■ non v'ha paesista e fotografo italiano e straniero 
che non pigli da quel punto la veduta di Napoli. 

Il casino sorge sopra archi e costruzioni' mas- 
siccie per le difficoltà del terreno e contiene un 
gran numero di oggetti d'arte antichi e moderni, 
nostrani e stranieri. 

Nel pianterreno un ricco museo, con gran nu- 
mero di vasi italo-greci e quindi una collezione 
preziosa di storia naturale in ciascuna delle sue 
parti, ma segnatamente in quella degli uccelli e 
degli insetti. Curiosa la collezione delle armi e 
degli utensili dei selvaggi dell'America, ed impor- 
tante quella delle antiche monete in oro, argento 
•e bronzo, parte delle quali di pregio rarissimo e 
di conservazione perfetta. Notevole principal- 
mente una tavola preziosa di bronzo con iscrizione 
latina, rinvenuta nel 1829 a Pesto. 

Fra i molti quadri meritano particolar men- 
zione i seguenti: una Saa-a Famiglia di Leo- 
nardo da Vinci, incompiuta, ma degna di quel- 
l'artista sovrano ed incisa più volte ; un'altra Sacra 
Famiglia di Andrea del Sarto, di composizione e 
colorito vaghissimi; e sopratutto una Cleopatra 
in mezza figura in atto di appressare al suo bel 
seno l'aspide velenoso, capolavoro mirabile del 
Correggio. 

Non mancano lavori squisiti in ogni genere, 
principalmente nelle suppellettili, fra cui alcuni 
intagli dorati della Cina, ed un armadio con ac- 
cordo armonioso di lavori in bronzo dorato e di 
finissimi smalti della rinomata fabbrica di Sèvres, 
dono di re Carlo X di Francia. Altri e varii doni 
di sovrani e di principi, fra i quali moltissimi 
ritratti di re, regine e principi reali congiunti 
per vincolo di sangue alla regina Isabella. La 
villa Gallo passò poi in possesso del conte del 
Balzo, il quale sposò Isabella rimasta vedova di 
Ferdinando IV. 

Fra le altre ville sparse per la collina di Ca- 
podimonte, non molto discoste dalla precedente 
e tutte belle per varietà di aspetti e di prospetti 
ricorderemo le già citate in addietro dei marchesi 
Ruffo, dei principi di Palliano, dei signori Meu- 
ricoffre ed altre molte, oltrepassato il già descritto 
palazzo Reale di Capodimonte, in quel lato della 
collina che scende ai Ponti Rossi; ove, per am- 
piezza e vedute, primeggia quella che fu già 
della famiglia Heigelin. 

Villa Kloridiana. — Lungo il pendio meridio- 
nale della collina del Vomere : appartenne al 
generale Saliceti ministro in Napoli durante l'ul- 
tima occupazione francese, il quale l'acquistò 
nel 1807. Passò in seguito al suo genero, il prin- 
cipe di Torcila. Nel 1816 fu comperata con altri 
\Tttigui poderi da Ferdinando! Borbone, il quale ne 
fece dono alla sua seconda moglie Lucia Migliaccio 



principessa di Partanna e duchessa di Floridia, 
donde il nome di Floridiana dato alla villa. Morta 
la duchessa, la villa fu divisa, nel 1827, in tre 
parti di cui la principale toccò alla figliuola, che 
la lasciò al marito Nicolò Serra conte di Monte- 
santangelo, il quale vi aggiunse per compera 
un'altra delle tre parti, rimanendo la terza al 
conte Luigi Grifeo de' principi di Partanna am- 
basciatore in Toscana sotto il governo borbonico. 

Il conte di Montesantangelo, ricco ed amante 
dell'eleganza e del buon gusto, nulla risparmiò 
per migliorare ed abbellire questa bellissima villa. 
Il grande e bel casino di forma rettangolare, fu 
costruito in diciolto mesi da Antonio Niccolini e 
nella facciata principale a sud ornato di due ma- 
gnifiche scale in marmo bianco, per le quali lungo 
il dorso del colle si scende dagli appartamenti ai 
sottostanti viali alberati ed ornati di piante rare, 
di fontane, vasche, loggie con prospettive va- 
rianti ed amene. 

Le decorazioni interne del casino rispondono 
alle esterne e fra gli arredi sontuosi veggonsi 
preziosissimi vasi della fabbrica imperiale della 
Cina, disegni, quadri ed oggetti cosidetti rococò. 
La villa è stata ultimamente comperata da un 
ricco inglese. 

Villa Lucia. — La suddetta terza parte della 
villa Floridiana che toccò al succitato conte Luigi 
Grifeo ebbe il nome di villa Lucia, dal nome di 
L«c?a duchessa di Floridia, seconda moglie, come 
abbiamo visto, di Ferdinando I. È anch'essa no- 
tevole per bella situazione e per le costruzioni di 
vario genere. Un ampio viale tortuoso e declive 
scende dall'ingresso della villa al piano del Ca- 
sino, varcando un bello e solido ponte costruito 
dall'architetto Niccolini per accavalciare il vallone 
che separava la villa Floridiana da un'altra pros- 
sima che il re Ferdinando volle congiungere. 

11 panorama di cui si gode dai balconi del ca- 
sino è uno dei più estesi e più belli in questo 
lato della collina. Il casino è ornato esterna- 
mente di bei fregi in istucco ed è fornito di am- 
pio bagno marmoreo, di un tepidario, di stufa e 
giardino di fiori sottostante e dominante tutta 
quella parte del golfo di Napoli. 

Per molte scalette tagliale nel tufo per grotte 
artificiali e per ampli viali rotabili si possono per- 
correre i varii piani di codesta villa, la cui va- 
rietà in un queto spazio non ha forse up,uale fra 
le ville napolitane. Un gran numero di bestie fe- 
roci era raccolto in serragli che ancor si vedono. 

Altre ville del Voincro e di Posillipo. — Già ne 
toccammo in principio nella descrizione di Posil- 
lipo e del Vomero. Su quest'ultima collina, ora 
nuovo rione o quartiere di Napoli a cui si ascende 
con le funicolari, come abbiamo visto, sono no- 
tevoli la villa già del famoso cardinale Ruffo, 
prossima alla suddetta villa Lucia a est, e, dal lato 
opposto, quella un tempo dei principi di Relvoderc, 
cospicua allora, si per la bellezza dei giardini o 



lOH 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



SÌ per 10 splendore del palazzo e la ricca colle- 
zione di quadri e statue, abitata a più riprese 
dai reali di Napoli, fra cui Francesco I e la fa- 
migerata Carolina. 

Sul dorso della stessa collina, là dove per la 
via dell'Infrascata incominciasi a scendere verso 
la città, giace la villa Maio prospiciente quella 
porzione del golfo che dilungasi verso Portici. E 
proseguendo di bel nuovo perla via di Belvedere, 
dopo lungo tratto e parecchie altre ville, si arriva 
all'amenissima già del ministro Ricciardi conte 
di Camaldoli, ricca di piante rare e celebrata in 
versi da Angela Maria Ricci e dalla Guacci. 

Seguono le ville Tricase e Patrizi in situazione 
incantevole e, lungo il pendio del colle, le ville 
Scaletta e della margravia d'Anspach. Prossime 
al mare le ville Gerace e Roccaromana, bellissima 
la prima per magniikenza di costruzione e buon 



gusto di suppellettili e l'altra per scelto museo 
zoologico, ricchezza della flora ed ampie grotte. 
Finalmente la villa Angri (principe Marcantonio 
Boria) innalzala quasi sulla vetta del monte. 

Tirando avanti, la via lascia quindi la spiaggia 
e sale facendo il giro del promontorio. A"^ si- 
nistra altre belle ville, fra cui villa Cottrau, che 
scende sino alla marina e villa Rendell, con una 
iscrizione all'ingresso in cui si legge che Gari- 
baldi vi passò l'ultimo inverno. La strada rotabile 
che scende a capo Posillipo passa dinnanzi alla 
villa De la Mante; più lungi sull'altura a destra, 
torreggia l'enorme mausoleo in isti le egizio del 
signor Schilizzi, greco. La chiesuola di Santa 
Maria del Faro in vicinanza, con un magnifico 
panorama di Napoli, occupa il luogo di un faro 
antico. In alto sono ancor due ville: di Thalberg, 
dal nome del grande pianista, e di Sans Souci. 



UNIVERSITÀ e BIBLIOTECHE 



R. Università degli Sludi. — Una delle più 
antiche d'Europa, in via dell'Università, nella se- 
conda via a destra del largo San Domenico. Occupa 
l'antico convento dei Gesuiti, detto il GesM Vecchio 
dalla chiesa di questo nome, bell'edifizio che con- 
siderasi la miglior opera di Marco di Pino. Il 
fabLriqato è assai semplice. Dopo un primo vesti- 
bolo si esce in un gran peristilio quadrilatero 
circondato da un porticato con pilastri, archi e 
cornice di travertino, capace di accogliere il gran 
numero di studenti che vi si adunano per passare 
alle varie cattedre all'ora delle lezioni. Nei came- 
roni in giro al porticato sono varii uffizi, e sopra 
di esso ergesi un second'ordine di pilastri ed 
archi con maestosa balaustrata anch'essa in tra- 
vertino e corridoio ai quattro lati, in tre dei quali 
stanno le cattedre. Nella corte le statue moderne 
di Pier delle Vigne, cancelliere di Federico II, 
di San Tommaso d'Aquino, di Giordano Bruno, 
di Giambattista Vico, erette nell 803, ed alcuni 
busti. 

L'Università di Napoli comprende cinque fa- 
coltà con un centinaio di cattedre e più di 5000 
studenti, quanti ne vantano poche soltanto delle 
Università europee. 

La Biblioteca fu fondata nel 1823 principal- 
mente con la Biblioteca municipale ch'era stata 
fondata nel convento soppresso di Montoliveto, con 
la libreria Taccone e quelle dei conventi sop- 
pressi. É aperta al pubblico nei giorni e nelle ore 
medesime della Biblioteca nazionale. In una sua 
relazione l'ora defunto cav. G. Minervini, che fu 
sino al 1886 direttore della Biblioteca, dice che 
il numero dei libri è cresciuto da 35,000 nel 
1860 a U0,000 nel 1875, mediante l'acquisto 
di opere nuove e l'aggiunta delle librerie dei 
conventi soppressi. Naturalmente dal 1873 al 
presente la quantità dei volumi è pur andata cre- 
gcendo ; certo adesso la Biblioteca ne novera 



oltre 180,000. Direttoredella Biblioteca è (1895) 
il chiaro dott. Giuseppe Fumagalli, bibliotecario 
aggiunto è il prof. Prudenzano. La Biblioteca ò 
frequentatissima: v'entrano oltre mille lettori al 
giorno. 

L'Università comprende: il Gabinetto di chi- 
mica filosofica, in tre stanze ; il Gabinetto di fisica 
applicata alle arti, in tre stanze con molte mac- 
chine ; il Gabinetto di fisica sperimentale, in 
quattro sale, oltre l'anfiteatro per le lezioni e le 
esperienze; il Gabinetto di materia medica, in tre 
saie contenenti le sostanze animali, minerali e 
vegetabili che servono agli usi medicali; il Museo 
mineralogico in una gran sala con due ordini di 
arraadii ; il Museo zoologico con una copiosa col- 
lezione di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, mol- 
luschi, zoofiti, ecc. ; il Gabinetto anatomico, con 
varie sezioni, ecc. 

All'Università sono poi annesse quattro Cliniche 
per l'esercizio medico-chirurgico che trovansi nel 
grande Ospedale degli Incurabili, vale a dire la 
Clinica medica, la chirurgica, l'ostetrica e l'oftal- 
mica. È degno di nota che quest'ultima è la 
più antica in Europa. Istituita nel 1815, ne fu 
primo professore il cav. G. B. Quadri; fu poi 
riordinata e migliorata nel 1816, e i suoi rego- 
lamenti furono richiesti da Vienna, ove nel 1819 
ne fu aperta una consimile, la quale diede origine 
e norma alla fondazione di quella di Berlino e di 
tutte le altre che trovansi in Allemagna e in 
Italia. 

Nonostante però la vastità dell'odierna Univer- 
sità non taceremo che trattasi di costruire un 
nuovo grandioso edifizio universitario nel nuovo 
quartiere del Risanamento, e proprio lungo il 
Rettifilo San Giuseppe. 

biblioteche. — E dacché abbiamo pariate della 
biblioteca dell'Università, diremo qui delle tante 
altre che trovansi in Napoli. 



Napoli 



109 




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Fig. 109. — Napoli : Interno del salone della Biblioleca Nazionale (da folografia Brogi). 



1. Biblioteca Nazionale. — La gran sala 
dirimpetto alla scala principale è la più vasta e 
la più bella del Museo, lunga 62 m., larga 21 m. 
ed alta 22 m., costruita da Giulio Cesare Fon- 
tana ed ornata di dipinti farnesiani dal Del Drago 
(fig. 109). Nella vòlta la pittura principale rap- 
presenta la Virtù che incorona Ferdinando I 
e la regina Maria Carolina, del Bardellini. Nel 
pavimento un eccellente meridiano della lunghezza 
di 28 m. del celebre astronomo Castelli (1701). 
Davanti due grandi globi, di Coronelli. Famosa 
l'eco che ripete dieci o dodici volte le parole. 

La Biblioteca Nazionale, fondata da Paolo III 
Farnese, possiede in quindici sale, più di 300,000 
libri stampati, circa 1500 incunabuli e 6000 ma- 
noscritti. I più notevoli sono: h Bibbia Alfonsina 
(in latino) su pergamena con note marginali di 
Alfonso I, che ne fece dono al convento di Mon- 
toliveto; le Lettere di San Girolamo, codice mem- 
branaceo del secolo VII in caratteri unciali ; la 
Grammatica di Flavio Sosipatro Carisio, altro 



codice membranaceo del secolo VIII ; il codice 
membranaceo farnesiano di Festo, mezzo bru- 
ciato; la Stoica naturale di Plinio; un uilìzio 
divino, detto Flora, con fiori dipinti stupenda- 
mente; un Messale del cardinal di Toledo ; un 
codice con ricchi ornati della scuola fiamminga 
del secolo XV; Breviario di Paolo III con minia- 
ture eleganti; libri corali Olivetani con preziosi 
ornati a penna dei secoli XV, XVI e XVII; tre 
codici della Divina Commedia con antiche minia- 
ture; l'Uffizio della D. Ver^i/ie con miniature del 
celebre Don Giulio Clovio di Grinzana in Croazia 
(1498-1578); un codice del XV secolo con ornati 
diligentissimi in fogli d'oro e fiorellini ; due Alti 
diplomatici; il Papiro gotico di Ravenna del 551 
ed un altro riguardante re Teodorico; frammenti 
di un'obbligazione di Odoacre; collezione com- 
piuta di tutte le opere intorno al Vesuvio ; primo 
edizioni Aldine, ediBoiJoni, Stefani, Elzcvir, ecc.; 
Esopo in latino e in italiano con incisioni in 
legno di lleissinger (1485), ecc.; autografi di 



22 



La Patria, voi. IV. 



170 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



S. Tommaso d'Aquino (Commentario a Dionisio 
Areopagita); il Miniurno (siilh Bellezza), il Cu- 
taneo (sull'Amore) e il Ficino (sull'Arte), dialoghi 
autografi di Torquato Tasso; Scientia nova di 
G. B. Vico; Bella Fisionomia naturale di G. B. 
Porta; ed altri autografi di Galilei, Muratori, Me- 
tastasio, Cristina di Svezia, ecc. 

Il prefetto della Biblioteca (1895) è l'abate Vito 
Fornari, bibliotecario è il cav. Alfonso Miola. 

2. Biblioteca Brancacciana. — Annessa 
alla chiesa di Sant'Angelo a Nilo (vico Donna 
Romita). Fu fondata nel 1675 dal cardinale Fran- 
cesco Maria Brancaccio, vescovo di Capaccio ed 
è la più antica di Napoli. Fu poi accresciuta con 
le librerie private Gizzi e Greco, con le soppresse 
librerie conventuali e col legato Santelli, cosi che 
essa contiene ora circa 70,000 libri stampati e 
7000 manoscritti, fra i quali quelli concernenti 
l'Istoria di Napoli, raccolti dal Tutini. Abbondano 
particolarmente i libri di giurisprudenza canonica 
e civile e non mancano le opere rare stampate 
nel secolo XV. — -Bibliotecario è il comm. Carlo 
Padiglione (1895). 

3. Biblioteca dei Gerolomini. — Nel largo 
dell'Arcivescovado è la biblioteca conventuale dei 
PP. dell'Oratorio di San Filippo Neri, detti Ge- 
rolomini, perchè istituiti nella chiesa di San Ge- 
rolamo della Carità in Roma. Ai Filippini di Na- 
poli venne in animo di acquistare, sul principio 
del secolo scorso, la rinomata biblioteca del giu- 
reconsulto Giuseppe Valletta della quale cosi 
scriveva, nel 17*26, G. B. Vico al padre Vitré: 
« Questi RR. PP. dell'Oratorio, con animo vera- 
niente regale e pieno di pietà inverso di questa 
patria, hanno comperato la celebre libreria del 
chiarissimo Giuseppe Valletta per la somma di 
14,000 scudi, la quale trent'anni addietro valeva 
due. 30,000. Ma io che fui adoperato ad esti- 
marla, dovetti tener conto dei libri, quanto essi 
vagliono in piazza, nella quale i greci e i latini, 
anche delle più belle e corrette edizioni primiere, 
sono scaduti più della metà del loro prezzo, ed il 
di lei maggior corpo sono i greci e i latini ». 

Secondo il catalogo a stampa, in due volumi, 
la biblioteca dei Gerolomini contiene 18,000 vo- 
lumi e 60 manoscritti, fra i quali quello di Seneca 
del secolo XIV con miniature attribuite allo Zin- 
garo e lodate dal Montfaucon. — Bibliotecario è 
il P. Mandarini (1895). 

3. Biblioteca di San Giacomo. — Nel 
palazzo Municipale, fu formata con libri tolti 
dalla biblioteca privata dell'ultimo re borbonico 



nel palazzo Reale e con quelle dei soppressi or- 
dini religiosi. Come la Brancacciana, è aperta 
la sera dalle ore 10 alle 21. Dipende dalla 
Nazionale di Napoli. 

4. Biblioteca Municipale. — Nel locale 
della Società di Storia Patria Napoletana, a piazza 
Dante. É ricca di opere napoletane, specie di 
storia e di letteratura. L'ereditò il Municipio dal- 
l'abate Vincenzo Cuorao. ^Bibliotecario (1895) 
è il conte Lodovico de la Ville sur Yllon. 

5. Biblioteche private. — Fra le biblio- 
teche private accessibili sono da ricordare le se- 
guenti : Biblioteca Filìoli, in istrada San Liborio, 
contenente una serie compiuta delle opere citate 
nel vocabolario della Crusca. — La biblioteca Fm- 
sco, nel vico Grotta della Marra, notevole per la 
sua collezione numismatica, comprendente una 
serie completa delle monete delle Due Sicilie da 
re Ruggero a Ferdinando II; una serie di tutte 
le monete dei ducati longobardi e delle repub- 
bliche medieviche dell'Italia meridionale; ed una 
collezione interessante di medaglie e stemmi del 
patriziato napoletano. ■ — ■ La biblioteca Policastro 
in istrada Ferrandina, con una collezione com- 
piuta di opere stampate a Napoli. — La biblioteca 
Santo Pio, nel vico della Pietra Santa, ricca di 
edizioni principe dei classici, di edizioni Aldine, 
di Bibbie primitive, di opere dei primi poeti ita- 
liani, fra le altre di un codice Dantesco del 1378 
e un Petrarca in pergamena impresso nel 1470 
in Venezia. 

* 

* * 

Citeremo ancora le biblioteche seguenti : Pro- 
vinciale, in via del Duomo; Ad Club Alpino, in 
piazza Dante a Caravaggio ; Militare, in piazza 
del Plebiscito; della Società di Storia patria, in 
piazza Dante; del Regio Istituto d'Incoraggia- 
mento; della Regia Scuola degli Ingegneri, in 
via del Salvatore; dell'Accademia Pontaniana, 
nell'ex-convento di San Domenico Maggiore ; 
della Società Reale, rampe Salvatore; dell'Or/o 
Botanico; dell'Osservatorio Ast7'onomico (specola 
di Capodimonte) ; dell'Osservatorio Vesuviano; 
dell' Archivio di Stato (San Severino e Sosio); 
del Collegio di Musica a San Pietro a Majella ; 
del Museo artistico industriale; della Società 
Africana, nel locale della Provinciale al Duomo; 
della Regia Marina, nell'Arsenale ; del Collegio 
Militare, alla Nunziatella ; della Scuola Asiatica, 
Collegio dei Cinesi ; del Collegio degli Ingegneri, 
San Liborio, ecc. 



ARCHIVI, ACCADEMIE, COLLEGI, ecc. 



Grande Archivio generale del Regno. — Nel- 
l'ex-convento di San Severino e Sosio, nel largo 
di S. Marcellino. É da annoverare fra gli Archivi 
più ricchi del mondo, come quello che contiene 
circa 40,000 documenti in pergamena, di cui i 



più antichi in lingua greca dal 703, e 378 vohimi 
composti di oltre 380,000 manoscritti solo dei 
tempi degli Angioini. 

La collezione è divisa in quattro sezioni : 
Storica e diplomatica, finanziaria, giudiziaria e 



Napoli 



471 



municipale. La prima, la più importante, con- 
tiensi nella Sala dei Documenti diploìuatici, 
e si compone di documenti dal principio del se- 
colo Vili alla fine del vicereame spagnuolo du- 
rante i periodi dei duchi di Napoli, Salerno ed 
Amalfi, dei duchi e re normanni, dei sovrani 
svevi, angioini, aragonesi, spagnuoli, ecc. 

Fra i documenti più notevoli voglionsi citare 
il Codice originale o le Costituzioni dell'impera- 
tore Federico II e porzione di un registro tenuto 
da esso su carta bambagina nel ISSQ-iO; gli Atti 
dei sovrani della Casa d'Angiò, in numero, come 
più sopra è detto, di 380,000, conservati in ad- 
dietro alla zecca e detti perciò Archivio della 
Zecca; l'atto con cui Ferdinando di Aragona cede 
al Sannazzaro una sua possessione, là dove ergesi 
ora la chiesa di Santa Maria del Porto a Mergel- 
lina; ed un gran numero finalmente di statuti e 
diplomi dei monasteri soppressi. 

Tanto i fascicoli degli Atti e Documenti quanto 
le pergamene dei monasteri soppressi, le bolle e 
le carte greche furono legate in magnifici volumi 
allogati nella suddetta sala dei Documenti diplo- 
matici, detto Archivio Diplomatico, la quale, in 
un con le altre due annesse della Cattedra di 
Paleografia e della Biblioteca, forma il più bello 
ornamento di questo grande Archivio. 

Soprintendente dell'Archivio è il chiarissimo 
comra. Bartolomeo Capasso (1895). 

Accademia Ercolanese. — Fu fondata nel 1756 
da Carlo III, per consiglio del marchese Tanucci 
suo ministro, e composta di quindici membri 
per illustrare le antichità disotterrate in Ercolano 
e Pompei, i papiri segnatamente. Questa ac- 
cademia pubblicò un'opera stupenda in foglio 
massimo e illustrata, la quale descrive le pitture 
antiche, i bronzi e le statue rinvenute in Erco- 
lano e manda fuori i suoi Atti in un coW Acca- 
demia delle Scienze, fondata nel 1780 da Ferdi- 
nando I, la quale esordi con la pubblicazione 
della Storia dei tremuoti di Calabria (il84f in 
foglio con 68 tavole), opera applaudita in Italia 
e fuori dai cultori delle scienze naturali. 

Accademia Pontaniana. — Risiede nell'ex-con- 
vento di San Domenico Maggiore. Fu fondata da 
Antonio Beccadelli, detto il Panormita, per es- 
sere nato in Palermo, e trasformata dal celebre 
letterato e ministro Giovanni Gioviano Pontano 
di Cerreto nell'Umbria, che ne scrisse gli statuti 
e da cui prese, dopo la sua morte nel' 1503, il 
nome di Accademia Pontaniana, su proposta di 
un altro illustre letterato, Vincenzo Cuoco, autore 
del Platone in Italia. Scopo di quest'Accademia, 
di cui è presidente il senatore Luigi Palmieri, 
sono le lettere e le scienze nella più grande esten- 
sione, edividesi in cinque classi: 1^ matematiche 
pure e applicate; 2<'>- scienze naturali ; 3^ scienze 
morali ed economiche; A'^ storia e letteratura 
antica; 5^1 storia e letteratura italiana e belle 
arti. 



Collegio Medico-Chirurgico. — Nel convento 
soppresso di San Gaudioso, è la scuola napole- 
tana di medicina e chirurgia con oltre 100 stu- 
denti. Vi si danno lezioni sui varii rami della 
scienza professionale, e gli studenti hanno a loro 
disposizione un museo patologico, ecc. L'anato- 
mia, la chirurgia e la pratica medica insegnansi 
all'Ospedale degli Incurabili, il quale comunica 
per un passaggio sotterraneo col collegio. 

Reale Collegio Asiatico. — Già Collegio dei 
Cinesi, situato in uno dei declivii superiori di 
Capodimonte presso il ponte della Sanità, fu fon- 
dato nel 1732 dal celebre padre Ripa, il quale 
visitò la Cina qual missionario di Propaganda 
Fide, dimorò per ben tredici anni a Pechino qual 
ritrattista di Corte e lasciò una narrazione inte- 
ressante della sua dimora nell'Impero Celeste. 
L'Istituto fu destinato all'educazione di giovani 
cinesi, i quali, istruiti che sieno, mandansi quali 
missionarii nella Cina. Vi si insegnano le lingue 
orientali e il metodo per educare ed ammaestrare 
gli Orientali. Due studenti cinesi di questo col- 
legio fecero parte in qualità d'interpreti della 
celebre ambasciata di lord Macartney in Cina. 
Nel refettorio veggonsi i ritratti del suddetto 
padre Ripa, di varii rettori e dei Cinesi chefuron 
membri del collegio. Annesso al Collegio piccolo 
Museo di curiosità cinesi. 

Conservatorio di Musica. — Presso San Pietro 
aMajella, dal 1826 nell'ex-convento dei Celestini, 
il primo conservatorio del mondo, fondato nel 
1637, e diretto da Alessandro Scarlatti di Trapani. 
Numerosi e quasi tutti chiarissimi allievi uscirono 
dalla sua scuola, fra gli altri Nicolò Porpora, a 
cui furon discepoli il Caffarelli, il Ferri, il cantor 
Farinelli e Leonardo Leo, che inventò le cosi dette' 
arie obbligate. Quel grande maestro di musica 
che fu Francesco Durante ebbe ad allievi i celeber- 
rimi Pietro Guglielmo, Domenico Cimarosa, Gio- 
vanni Paisiello, il violinista Antonio Sacchini e 
altri molti. Vi si educarono anche Nicolò Fornelli 
e quel G. B. Pergolesi, divoi'ato in fresca età dal 
suo genio, il cui Stabat è sempre una delle gemme 
più fulgide della corona musicale d'Italia. Il 
Conservatorio fu poi diretto per molti anni da 
Nicolò Zingarelli, a cui succedettero i suoi due 
sommi allievi Mercadante e Bellini. 

L'edifizio del Conservatorio, composto di due 
ordini di stanze e corridoi sopra arcbi saldissimi 
intorno ad un'ampia corte, è capace di 300 e più 
alunni, ha annesso un teatrino e possiede un ar- 
chivio musicale ordinato alfabeticamente e conte- 
nente più di 8000 volumi e 2500 composizioni 
originali musicali della classica scuola napoletana 
da' tempi più remoti sino ai presenti. 

Notevoli le cantate e le opere dello Scarlatti; 
le due messo funebri e molte composizioni sacro 
del Durante ; il Flaminio e il precitato Stabat del 
Pergolesi, con altre sue composizioni sacre ; le 
opere del Jommclli e circa cinquanta spartiti del 



^^2 



IParte Quarta — Italia Meridionale 



Piccinni ; tulli gli autografi del P;iisiello, com- 
prendenti più di cento composizioni teatrali per 
tacer delie sacre, di cui fece dono al Conserva- 
torio; una cantata originale a tre voci con cori 
del Cimarosa, con tutte le altre sue opere musi- 
cali ; e quelle finalmente del divino Vincenzo Bel- 
lini, il Cigno, di Catania, fra cui l'originale della 
sua opera il Pirata. 

Orlo botanico. — Presso l'Albergo dei Poveri, 
fu fondato nel 1809 e compiuto nel 1818. Lo 
costruì l'architetto Giuliano de Fazio e lo diresse 
il prof. Tenore. Occupa 26 moggia antiche di- 
stribuite come segue : Scuola Linneiana per 
l'istruzione primaria, scuola delle famiglie na- 
turali per lo studio generale della scienza. Viri- 
dario od Albereto, secondo le famiglie naturali. 
Frutteto distribuito nel medesimo modo. Varie 



culture di piante ornalizie. Due grandi serie a 
gradinale per le piante delicate e bulbose da col- 
tivare in vasi all'aperto. Altre consimili per quelle 
che ripongonsi nel verno al coperto. Recinto per 
le seminagioni annuali. Boschetti di grandi alberi 
esolici. Recinto speciale per la coltivazione di una 
serie di vitigni ed altro consimile per gli agrumi. 
Uno spazio è assegnato ai semenzai, ai piantonai, 
a depositi di piante molteplici ed alle colture or- 
tensi. Stufa per le piante tropicali; né manca la 
coltivazione delle acquatiche. 

Nella sala per le lezioni pubbliche furono col- 
locati, non ha gran tempo, gli armadii per allo- 
garvi il ricco erbario formato dai professori 
Tenore e Gussoni, per la biblioteca e per la col- 
lezione dei disegni dal vero delle piante nell'Orto 
Botanico. 



Napoli conta altresì 1 seguenti istituti educativi : R. Liceo ginnasiale Vittorio 
Emanuele, in piazza Dante; R. Liceo ginnasiale, Umberto I, in vico Santa Maria Appa- 
rente; R. Liceo Antonio Genovese nel Largo del Gesù Nuovo; Liceo Ginnasio Cirillo, 
in via Foria; Ginnasio e Convitto Giannone, in via Tribunali, ed un gran numero 
di licei, ginnasii, collegi e convitti privati: Convitto Nazionale Vittorio Emanuele; 
Convitto Caracciolo, nella salita Pontecorvo; R. Istituto Tecnico G. B. della Porta, con 
sezione di fisico-matematica industriale, di agrimensura, di commercio e ragioneria; 
Istituto Nautico, con sezioni dei capitani di lungo corso e gran cabotaggio, dei costrut- 
tori navali e dei macchinisti; Scuole Tecniche municipali; Scuola Normale maschile; 
Scuola Normale femminile. Sonvi inoltre tre educandati femminili: Educandato Regina 
Margherita, Regina Maria Pia e Principessa Maria Clotilde. 

ISTITTJn DI BENEFICENZA ed OSPEDALI 



Napoli vanta non meno di sessanta Istituti di carità e beneficenza riccamente dotati, 
compresi i seguenti ospedali: 



Santa Gasa degli Incurabili. 



Fondata nel 
1521 da Francesca Maria Longo ed arricchita 
posteriormenteda molti benefattori. Le sue larghe 
entrate sono amministrate da un presidente e da 
tre governatori di nomina governativa. É un vasto 
stabilimento aperto alle persone dei due sessi, 
d'ogni grado e condizione. Ila sale separate per 
le malattie particolari, fra le altre, la consunzione 
polmonare che credesi contagiosa. Vi si trovano 
alle volte non men di 2000 ammalati oltre quelli 
inviati nei varii stabilimenti pei convalescenti che 
l'Ospedale possiede nei suburbii. 

Ospedale di Gesù Maria. — Nuovo ospedale ed 
egregiamente amministrato presso il Museo Na- 
zionale. É la grande Scuola clinica di Napoli 
annessa all'Università sotto la direzione dei pro- 
fessori di clinica e chirurgia. 

Ospedale dei Pellegrini. — In via Porta Me- 
dina, annesso alla chiesa della Trinità dei Pel- 
legrini, è un ospedale per gli ammalati e i feriti 
di ogni classe e pei colpiti da ogni sorta di di- 
sgrazie. Hanno stabilimento pei convalescenti a 
Torre del Greco che li ricetta per otto giorni. 



Ospedale della Pace. — In via dei Tribunali, 
edificato là dove sorgeva il palazzo di Sergianni 
Caracciolo. Anch'esso è bene amministrato ed è 
destinato principalmente ai colpiti da malattie 
acute. 

Ospedale di Sant'Eligio. — Presso il largo del 
Mercato, è destinato alle donne ed ha annesso 
un Conservatorio in cui albergano le monache 
che assistono le ammalate. 

Ospedale della Facella. — In via dell'In- 
frascata, anch'esso per le donne inferme, fon- 
dato nel 1000 da Annibale Cesareo. 

Ospedale di Santa Blaria della Fede. — Nel 
largo omonimo, ospedale del Reclusorio. 

Ospedale del Borgo di Loreto. — Nella strada 
omonima, fondato sotto Ferdinando II. 

Ospedale di San Francesco. — Già convento 
nel largo di Sant'Anna: accoglie i giudicabili 
ammalati e anche i sani. 

Ospedale della Trinila. — Già splendido mo- 
nastero della chiesa della Trinità edificata dal 
Grimaldi, con vestibolo del Fansaga. Serve pei 
militari. 



Napoli 



173 




Fig. 110. — Napoli: Albergo dei Poveri, o Reclusorio (da fotografia IVIauri). 



Ospedale del Sacramento. — Nella strada del- 
rinfrascaln, altro ospedale militare g\k monastero 
Carmelitano ora usato per Padiglione militare. 

Ospedale dei Ciechi. — A Ghiaia, fondato nel 
1818 da Ferdinando I, riceve 200 cicchi per 
ammaestrarli nelle arti manuali e nella musica. 
Dipende dal R. Albergo dei Poveri. 

Ospedale Internazionale. — Aperto nel 1877 
nella villa Bentink, in via Tasso, destinato parti- 
colarmente ai forestieri ed in cui una stanza se- 
parata di 1^ classe si può avere per 10 lire al 
giorno, tutte le spese inclusive. 11 Comitato diret- 
tivo comprende i consoli delle nazioni estere. 

Ospedale Tedesco Evan(jelico. — In via Cap- 
pella Vecchia, con camere particolari: anch'esso 
per gli ammalati abbienti. 

Albergo del Poveri o Reclusorio (fig. HO). — 
Edifizio immenso in via Feria, non lungi dal 
Museo Nazionale e dall'Orto Botanico, fu fondato 



nel 1751 su 



disegno 



di Ferdinando Fusa, da 



Carlo III, per ricettarvi tutti i poveri del regno, 
come dice l'iscrizione: Renium lolius regni pau- 
perum hospilium. Non fu però compiuto da 
Carlo III, chiamato alla successione di Spagna, 
si dal figliuol suo Ferdinando I, il quale ne fece 
ultimare intieramente la facciata esterna e in 
gran parte i due lati di fianco, continuando i 



disegni del Fuga. Questa facciata esterna, la 
parte dell'edifizio compiuto sino al soifitto e pro- 
spiciente la strada, sporge in mezzo con sei or- 
dini di stanze più in fuori e là vedesi una scala 
a due braccia opposte di 18 gradini ciascuna, 
le quali rivolgendosi incontransi sul livello dei 
prim'ordine. I parapetti e le balaustrate sono 
in travertino e tutto l'edifizio è notevole per 
la sua solidità. Nell'ampio vestibolo due grandi 
porte, una dirimpetto all'altra, introducono, 
quella a sinistra, all'Ospizio delle donne e quella 
a destra, all'Ospizio degli uomini. Sopra la prima 
sta scritto sul marmo: Pro foeminis et puellis e 
sopra l'altra : Pro viris et pueris . 

Secondo il disegno del Fuga l'edifizio doveva 
comprendere ancora una chiesa e quattro ampii 
cortili con fontane, ma non più di tre quinti 
furon compiuti di esso; e, non bastando a dare 

I asilo a tutti i poveri che ne abbisognavano, fu- 
ronvi aggiunti in varii tempi altri ospizi sparsi 
per la città. 

I poveri ricoverati nell'Albergo attendono , 
secondo l'età, la disposizione fisica e l'indole 
propria, a varie occupazioni. Oltre le arti e i 

mestieri vi s'insegna la musica, il disegno, i 
lavori donneschi e v'ha persino una scuola pei 
sordonuiti. 



174 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



L'Albergo, con una rendita di 250,000 du- 
cati, contiene circa 5000 poveri dei due sessi. 

Casa dei Trovatelli. — Sorge allato alla chiesa 
dell'Annunziata, con a sinistra dell'ingresso l'an- 
tica buca, ora murata, per la quale si facevano 
passare nell'interno dell'ospizio i bambini abban- 
donali. Ora i genitori di quei bambini han l'obligo 



di dare il loro nome alla soprintendenza. I maschi 
vi rimangono per solito sino a sette anni e le 
femmine più a lungo, qualche volta per tutta la 
loro vita, dove non si maritino in qualità di ope- 
raie e inservienti. I redditi dello stabilimento 
ragguagliansi a 400,000 lire. Gran concorso del 
popolino il 24 e 25 aprile. 



Oltre i suddetti contansi in Napoli molti altri Ricoveri, Opere pie, Conservatorii, 
Ritiri, Monti elemosinieri. Asili infantili, ecc. 



TEATRI 



Teatro San Carlo (fig. IH). — Annesso al pa- 
lazzo Reale, uno de' più grandi e famosi teatri 
del mondo, fatto edificare^da Carlo III nel 1737 
su disegno di Giovanni Medrano, brigadiere del- 
l'esercito, dall'imprenditore Angelo Carasale, il 
quale lo edificò nel breve spazio di 270 giorni ! In 
capo a 40 anni l'architetto Ferdinando Fuga ne 
rinnovò con poco buon gusto l'interno, finché l'ar- 
chitetto toscano Antonio Niccolini fu chiamato a 
riformarlo aggiungendovi un atrio e una facciata 
come ora si vede. 

Un portico di cinque archi, de' quali i due 
estremi ed il medio rispondono alle magnifiche 
scale, forma la facciata dell'edifizio a bugne, le 
quali, più rozze al basso, divengono a grado a 
grado più levigate e leggiere in alto. Sopra cia- 
scuno degli archi il bugnato è interrotto da cinque 
bassorilievi, in cui sono figurati i Prodigii ope- 
rati dalle lire di Amfione e di Orfeo, nel medio, 
Apollo con le Muse, e negli altri le Apoteosi di 
Sofocle e di Euripide. Poggia sul portico una 
balaustrata di travertino e in- mezzo alla facciata 
quattordici colonne joniche di marmo bianco reg- 
gono il cornicione sottostante ad un frontone 
triangolare, il quale nell'acroterio di mezzo ha 
una Partenope in piedi che incorona i Genii della 
Tragedia e della Commedia, e due tripodi negli 
acroterii laterali. A questo frontone corrispondono 
di dietro le officine degli scenografi. 

Nel muro della facciata, allato alle colonne che 
reggono il frontone, sono incisi a grandi lettere 
i (lue triumvirati supremi del teatro italiano, da 
una parte quello del dramma con Alfieri, Me- 
tastasio e Goldoni, dall'altra quello della mu- 
sica con Pergolesi, Jommelli e Piccinni. Le sale 
di questo piano, già da giuoco, sono ora da ballo. 

Nel 1816 un incendio, cagionato da un lume, 
divorò il macchinario e distrusse tutto l'interno 
del teatro, lasciando intatto l'esterno. Ferdi- 
nando I, senza frapporre indugio, invitò di bel 
nuovo il Niccolini a por riparo al disastro, non 
la perdonando né a fatiche, né a spese, le quali 
ammontarono in complesso a 230,000 ducati. 
Il Niccolini ampliò il palcoscenico e fabbricò in 
cima le sale capaci per gli artefici, serbò l'an- 
tica, forma della platea ingrandendola anch'essa 
e contornandola di sei ordini di palchetti. 



ciascuno di trentadue con parapetti riccamente 
ornati e tutti con fregio particolare. Sopra la 
porta d'ingresso schiudesi splendidissimo il 
palchetto reale occupando lo spazio di due per 
ciascun ordine, basato sopra due grandi palme 
dorate ai lati dell'ingresso e coperto da un 
ricco panneggiamento purpureo cosparso di gigli 
d'oro, il quale, cadendo giù da una corona do- 
rata, è raccolto e sorretto ai due lati da due 
Vittorie. Né con minor ricchezza fu ornato il 
grand'arco del proscenio, sul quale veggonsi ef- 
figiate in bassorilievo le Arti della scena accosto 
al Tempo, il quale col dito in alto segna le ore 
scolpite sopra un disco che gli gira sopra la 
testa, mentre una Sirena tenta allettandolo di 
trattenerlo come per indurlo a non lasciar correre 
veloci le ore per gli spettatori. Degno del teatro 
è il soffitto in forma di un grande velario sorretto 
da aste dipinte anch'esse con in mezzo Afollo che 
conduce davanti a Minerva i poeti principali del 
mondo, da Omero ad Alfieri. 

Il Niccolini restaurò in sette mesi il San Carlo, 
come l'aveva costruito in otto, il Carasale; ma 
avendo il teatro, coll'andar degli anni, rimesso 
assai della leggiadria degli ornati fu rinnovato e 
ravvivato or fa circa quarant'anni tanto nella sala 
interna quanto nei vestiboli e nelle scale, tutti 
arricchiti di fregi vaghissimi, con una nuova en- 
trata da piazza San Ferdinando. Esso fu ridotto 
all'odierna sua forma nel breve spazio di tre mesi 
e sei giorni dal 28 giugno al 3 ottobre del 1844, 
e in cosi poco tempo la platea fu tutta sgombrata 
e rifatta in ferro fuso, rinnovati i dipinti del sof- 
fitto e le dorature di tutti i palchi, dipinto con 
circa ottanta figure l'immenso sipario per tacere 
delle opere def vestibolo, della scala e di tutti in 
una parola quei lavori che hanno, non solo resti- 
tuita, ma raddoppiata l'antica leggiadria onde an- 
dava celebrato questo tempio principale dell'arte 
musicale in Italia e in Europa. In esso infatti 
echeggiarono nel secolo scorso le note melodiose 
dell'Ànfossi, del Guglielmi, del Pergolesi, del 
Cimarosa, del Paisiello e di molti altri principi 
dell'armonia; enei secol nostro vi risuonarono 
le melodie di un Rossini, di un Bellini, di un 
Donizzetti, di un Mercadante, di un Verdi e di 
molti altri maestri famosi. La Donna del Lago, 



Napoli 



175 




Fig. 111. — Napoli: Teatro San Carlo (da fotografia Brogi). 



il Mosè, la Sonnambula, la Lucia, il Giuramento 
e molte altre opere in musica di cartello ebbero 
la loro prima rappresentazione, il battesimo, di- 
rem cosi, nel San Carlo. 

Teatro del Fondo (detto ora Teatro Merca- 
dante). — In faccia a Castel Nuovo, a nord 
della piazza ed allato al quale sboccherà un'ampia 
strada nuova, che parte dalla stazione ferroviaria. 
Ne fu posta la prima pietra nel 1778 e l'anno 
seguente fu ultimato ed aperto al pubblico col- 
l'opera in musica. Fu disegnato da Francesco 
Securo, architetto militare siciliano, in forma 
quadrata con vestibolo dorico, cinque ordini, di 
diciassette palchetti ciascuno e due assai ampli 
sul proscenio. Fu addetto in principio agli spet- 
tacoli eroici e coreografici, e quindi alla com- 
media giocosa ed ai balli grotteschi, quando il 
San Carlo divenne scena dell'opera. Adesso il 
teatro ò stato tutto rifatto di pianta dal Sonzogno. 
Vi sono tre file di palchi e un anfiteatro supe- 
riore. È usato per la musica e per la prosa. 



Teatro dei Fiorentini. — In via dei Fio- 
rentini, cosi chiamato dalla chiesa omonima in 
vicinanza. E il più antico di Napoli, fu fondato 
per la commedia spagnuola nella prima metà del 
secolo XVI sotto il viceré conte di Ognatte. Asse- 
gnato in seguito al melodramma, fu amplialo ed 
ornato nel 1773, su disegno dell'architetto Fran- 
cesco Scarola, del quale non rimane ora più che 
l'architettura, per esser la sala stata ridecorata 
da uno scenografo moderno. Oltre quelli del pro- 
scenio, cinque ordini di palchetti con diciasselte 
per ciascun ordine, ai quali si sale per doppia 
scala. Quindici file di scanni ampli e comodi in 
platea. Fu il teatro dell'opera bulla in cui colsero 
i maggiori allori gli antichi maestri napoletani. 
Vi recitò quindi in prosa la cosi delta Compagnia 
Lombarda, ed ora vi si rappresentano opercltc, 
commedie e drannni italiani o tradotti dal fran- 
cese ed è abbastanza frequentato. 

Teatro Nuovo. — A ovest di via Roma o 
Toledo, dirimpetto alla via dei Fiorentini, fu 



176 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



costruito nel 1724 su disegno di Angelo Carasale, 
ii costriiltor primitivo del San Carlo, là dov'era 
il giardincllo di Monlecalvario donde il nome di 
Teatio sollo Monlecalvario trasformalo in quello 
di Nuovo, quando si volle, dopo un restauro, 
renderlo rivale del teatro vecchio de' Fiorentini. 
Il canto vi si alternava con la prosa recitata dagli 
attori del San Carlino per ispasso della Corte. Fu 
poi ceduto alle suddette Compagnie Lombarde e 
l'opera in musica non vi fu introdotta se non 
quando esse ebbero posto ferma dimora al teatro 
suddetto dei Fiorentini. La sala, ornata con buon 
gusto e semplicità, è ristretta anzichenò e assai 
piccino il palcoscenico. Sonvi peraltro cinque or- 
dini di palchetti ed una platea con quindici file 
di sedili oltre l'orchestra. Vi si rappresentano 
principalmente opere semiserie e commedie in 
prosa e operette. 

Teatro della Fenice. — In piazza del Muni- 
cipio, costruito nel 1806 in un'ampia scuderia 
nelle case dei Duchi di Frisia. Come seguiva al 
San Carlino si scende per entrare in platea, e il 
primo dei tre ordini di palchi è al livello della 
strada. Vi si recita due volte al giorno con Pulci- 
nella, in dialetto napoletano, ed è un teatro pel 
popolino. 

Teatro Parlcnope. — In piazza Cavour, fu 



costruito nel primo quarto del sccol nostro in 
alcuni magazzini nel Largo delle Pigne, e l'ar- 
chitetto ne trasse si bene partito che riusci uno 
dei più graziosi per quanto piccoli teatri popo- 
lari di Napoli, con tre ordini di palchetti, una 
comoda platea ed ornati che imitano quelli del 
San Carlo. Recite due volte al giorno in prosa 
e in musica. 

Teatro Bellini. — Nuovo e bel teatro di stile 
barocco in via Bellini, presso e in vicinanza dei 
Museo Nazionale con ingresso da via Conte di 
Ruvo. Platea con sedili e palchetti; dramma, 
opera in musica e commedia napoletana con lo 
Scarpetta. 

Teatro Rossini. — Nella via fuori porta Me- 
dina, con operette e commedie. 

Teatro Sannazaro. — In via di Chiaia, fra due 
chiese e presso il palazzo Francavilla. È un teatro 
molto elegante, costruito nel 1875, con interno 
assai grazioso, preferito dall'aristocrazia. Vi si 
rappresentano drammi, commedie anche in dia- 
letto con buoni attori. 

l*oliteania. — In via Monte di Dio, circo anche 
con opera e ballo. 

Circo delle Varietà. — Gran teatro molto ele- 
gante in via Chiatamone, per l'operetta e il cafc 
chantant. 



Contansi ancora in Napoli alcuni teatrini di marionette, e nel sotterraneo della 
Galleria Umberto I è il Salone Margherita, specie di caifè-cantante, a cui si va dalle 
vie Roma e del Municipio. Ai cafés chanlants bisogna aggiungere \ Eldorado, a mare, 
sotto Castel dell'Ovo; V Esedra, in via Chiatamone; il Caffè Svizzero, al Chiatamone 
stesso; VEden, al Rettifilo San Giuseppe. 



MUSEO NAZIONALE 

È il primo Museo del mondo, particolarmente per le antichità e gli oggetti d'arte 
di Pompei e i bronzi d'Ercolano che non hanno uguali in verun luogo. Egli è perciò 
dover nostro soffermarci alquanto più dell'usato in questo tempio nazionale dell'Arte 
antica, descrivendone rapidamente il più che far si possa ed illustrandone i tesori 
innumerevoli. 



Storia. — Sorge il grandioso edilìzio (fig. 112) 
nell'alto della città, in piazza Cavour, all'angolo 
della Strada Nuova di Capodimonte e fu in ori- 
gine una cavallerizza fatta costruire dal vecchio 
duca d'Ossuna ed abbandonata poi per mancanza 
d'acqua. Il conte di Lemos la fece convertir dal 
Fontana in università la quale, comechè la spesa 
ascendesse a 200,000 ducati, rimase incompiuta, 
e, così com'era, fu schiusa il 14 giugno 1616 
alle nuove scuole col titolo di Reiji Studi. 

Dopo il tremuoto del 1688 il palazzo divenne 
sede dei Tribunali, quindi, nella rivoluzione di 
Macchia del 1701, quartier di soldati, e final- 
mente fu addetto di nuovo nel 1676 al pubblico 
insegnamento dopo di essere stato ampliato dal- 
l'arcliitetto Sanfelice. Ebbe in seguito nuove am- 
pliazioni dal Fuga e dallo Schiantarclli finché 



fu compiuto per intiero dagli architetti Francesco 
Moresca ed Antonio Bonneci. 

Nel 1780 divenne sede dell'Accademia delle 
Scienze e delle Belle Arti e nel 1790 vi furono 
trasportate le varie collezioni antiche e moderne 
dei Borboni di Napoli, la collezione Farnese, 
proveniente da Roma e da Parma, quelle dei pa- 
lazzi di Portici e Capodimonte, in un coi pro- 
dotti degli scavi di Ercolano, Pompei, Stabia ; 
il tutto sotto il titolo di Èhseo Reale Borbonico. 

Ma nel 1860 il generale Garibaldi, dittatore, 
proclamò il Museo e il territorio degli scavi pro- 
prietà della Nazione; e dopo l'annessione di Na- 
poli al Regno d'Italia, Vittorio Emanuele rior- 
ganizzò il Museo aggiungendovi le collezioni 
Cumana e Sanlanfjelo. 

La classificazione del Museo è opera del 



Napoli 



177 




Fig. 112. — Napoli: Palazzo degli Studi o Museo Nazionale (da fotografia Brogi). 



celebre arclieologo e senatore Giuseppe Fiorelli, 
l'illustratore di Pompei, che cede il posto di di- 
rettore del Museo al signor Giulio de Petra. Vi 
si effettuano cambiamenti incessanti, il che fa si 
che la descrizione seguente non è assolutamente 
esatta. Finora non v'ha che il catalogo delle me- 
daglie, delle armi e delle iscrizioni, ma vi ha la 
Guida generale del Museo Nazionale di Domenico 
Monaco, conservatore del Museo. 

I luoghi di provenienza dei varii oggetti sono 
segnati in lettere capitali come segue : B (colle- 
zione Borgia); G (Capua); G.A (Anfiteatro di 
Capila) ; Cu (Curaa) ; F (collezione Farnese) ; 
H (Herculanum) ; L (Luceria) ; M (Minturno) ; 
N(Napoli);P (Pompei); Pz(Pozzuoli); S(Stabia). 

Distribuzione del Musco (fig. H3). —L'in- 
gresso è nella strada che da via Roma conduce a 
piazza Cavour, in faccia alla galleria Principe di 
Napoli. Il Museo Nazionale è cosi distribuito: 

I. Vestibolo, con a sinistra il guardaroba 
e la cassa per l'ingresso a destra. 

23 — la Patria, voi. IV. 



II. Pianterreno. — Latodestro: i. Dipinti 
a fresco e musaici. — 2. Raccolta epigrafica; 
Ercole e Toro l'arnese. — 3. Raccolta egiziaca 
ed antiche iscrizioni cristiane; decorazioni mu- 
rali, ornamentali e pompeiane. — 4. Cortile con 
frammenti di scolture. 

Lato sinistro : 5. Statue di marmo. — 6. Statue 
di bronzo. 

III. Entresol Mezzanino. — A destra del 
pianerottolo della scala a sinistra : 7. Dipinti mu- 
rali pompeiani principalmente gli ultimi scoperti. 
— Oggetti del Rinascimento. — Vetri e terre- 
cotte da Pompei. 

A sinistra del primo pianerottolo della scala: 

8. Raccolta Cumana. 

IV. Piano Superiore. — Metà destra: 

9. Copie di dipinti pompeiani ; derrate pom- 
peiane. — ■ 10. Papiri crcolancnsi. — il. Pi- 
nacoteca in otto sale e raccolta delle Stampe. — 
12. Biblioteca Nazionale (già descritta). 

Metà sinistra : 13. Medagliere. — 14. Galleria 



178 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 113. 



Piano Superiore 
Napoli : Pianta topografica del Museo Nazionale. 



di quadri in sei sale. — 15. Museo Santaristclo, 
porzione del quale fu già descritta sotto palazzo 
Santangelo. — 40. Vasi italo-greci. — 17. Pic- 
coli bronzi. — 18. Oggetti preziosi. 

I. — Vestibolo. 

Dall'entrata maggiore nella bella e grandiosa 
facciata si pon piede nel vestibolo che divide 
l'edilizio in due parti uguali ed è a tre navate 
con cinque archi in lunghezza. Le sedici colonne 
di cipollino sono antiche ma su piedestalli mo- 
derni. Nel vestibolo sono due statue di Re bar- 
bari, quattro busti incogniti e altrettante statue 
colossali di Alessandro Severo, di Flora, del 
Genio di Roma e di Melpomene. Vi si veggono 
inoltre i modelli in gesso delle statue equestri di 



Carlo III e Ferdinando I che abbiamo veduto in 
bronzo davanti San Francesco di Paola. 

Schiudonsi in questo vestibolo quattro porte e 
due cancelli. Le prime mettono alla sala dei mo- 
numenti egizii, dei dipinti murali antichi, dei 
musaici, delle statue ed iscrizioni ; i cancelli a due 
giardinetti ove raccolgonsi frammenti di scolture. 

In fondo è la scala sorretta da quattro colonne 
ioniche ; sul suo primo pianerottolo veggonsi due 
statue dei fiumi Tigri ed Eufrate, con un lione 
antico di marmo lunense, indi la porta che intro- 
duce alla collezione dei vetri antichi ed alle opere 
del Cinquecento, e più innanzi due statue an- 
tiche credute Danzatrici dal Visconti e la statua 
di Ferdinando I del Canova. Seguono le altre 
porte che conducono ad altre sale. 



Napoli 



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Fig. 114. — Napoli (Museo Naz.) : Achille che consegna Briseide agli araldi di Agamennone, 
affresco di Puuijiei (da folugrafia Alinari). 



II. 



Pianterreno. 



Freschi pompeiani e musaici di Ercolano, 
Pompei, Slabia, ecc. — Sono distribuiti in gruppi 
in sette sale ed un corridoio. Codesti freschi, in 
un con quelli trovati a Roma, i vasi dipinti e i 
musaici son pressoché gli unici esemplari per- 
venutici dell'antica pittura, sono paesaggi, scene 
mitologiche, quadri di genere, dipinti architet- 
tonici, animali, frutta, ecc. Fra i dipinti decora- 
tivi veggonsi anche le provviste di cucina : carni, 
agnellini, porcellini, selvaggina, pesci, granchi, 
ostriche, polipi, funghi, ecc., in un con vasi, 
pignatte, guastade, ecc. Ma i dipinti più attraenti 
sono le figure libere e sciolte : Muse, Ore, Grazie, 
Ninfe, Danzatrici, Cavalieri, Satiri, Centauri, 
Nereidi, Tritoni, Baccanti, ecc. 

Tutti i dipinti pompeiani sono a fresco, mentre 
i loro prototipi greci erano a tempera o all'en- 
causto ; sono libere imitazioni delle pregiate 
creazioni dell'arte del tempo dei successori di 
Alessandro Magno e ci offrono perciò un saggio 
dello stile ellenico. 

Il Taine nel suo Voijage en Italie cosi ne vien 
discorrendo: « Non sono clic decorazioni di ap- 



partamento quasi sempre senza prospettiva, una 
due figure su fondo cupo, a volte animali, pae- 
saggetti, brani di architettura; pochissimo co- 
lore; toni a un dipresso indicati, o piuttosto 
smorzati, cancellati non solo dal tempo (ne ho 
veduto dei freschi) ma di proposilo deliberato. 
Nulla doveva attrarre lo sguardo in quelle stanze 
pompeiane un po' cupe ; ciò che piaceva a questo 
sguardo era una forma di corpo, un atteggia- 
mento; ciò tratteneva lo spirito in immagini poe- 
tiche e in scene della vita attiva e corporale. 
Queste mi hanno cagionato maggior piacere dei 
dipinti più celebrati, di quelli ìlei Rinascimento 
ad esempio. Esse sono più naturali e più viventi ». 
Ma entriamo nelle sale dei Freschi pompeiani 
e dei musaici, premettendo, per chi volesse par- 
ticolari più ampli, che i dipinti e le scolture nel 
Museo furono incisi e pubblicati nella grande 
opera in 10 volumi: Il Reale Museo Borbonico 
(Napoli 1821-57). I varii dipinti sono classificati 
in compartimenti con numeri romani e noi per 
istudio di brevità non verremo qui registrando 
che i principali : 

l'»' Sala. — Immedialamenie a destra, o 
dopo la prima porta, è un lungo corridoio con 



180 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 115 — Napoli (Museo Nazionale): Meixato degli Amorini, affresco di Pompei 

(da fotografia Mauri). 




Fig. 116. — Napoli (Museo Nazionale;: Le Tre Grazie con varie Ninfe, affresco di Ercolano 

(da fotografia Brogi). 



Napoli 



481 




Fig. 117. — Napoli (Museo Nazionale): Venere e Marte, affresco di Pompei 
(da fotografia Alinari). 



{grandi decorazioni archileltonidic, in gran parie 
dal tempio d'Iside in Pompei. 

2=^ S.VLA. — Animali, fruita, nature morte, 
attribuii di divinità, ecc. Per la prima sala si 
ritorna alla collezione principale. 

Le sale successive contengono soggetti mito- 
logici e pitture di genere. Pvechiamo qui le prin- 
cipali nella seguenza dei numeri romani della 
classificazione nell'alto dei muri. 

3^ S.\L.\. — XV. Giovinetto che sta cofjliendo 
fiori. Due leste di Medusa. — XVI-XVIII. Deità 
marine. In un angolo una Nereide sopra una 
pantera marittima. Ila rapito dalle ISinfe. Frisso 
ed Elle. Le Tre parti del mondo antico. Due ve- 
trine contenenti una ricca collezione di tutti i 
colori rinvenuti a Pompei. — XX. Offèrta afjli 
Dei Lari: in mozzo il Genio famigliare che offre 
un sacrifizio; uno Schiavo conduce il porco che 
deve essere immolato; a destra e a sinistra due 
Laìi : Scene bacchiche al basso. — XXI-XXIL 
Sacrifizio a Iside e rappresentazioni nel genere 
egiziano provenienti da Ercolano e dal tempio 
(l'Iside in Pompei. 

Nel passaggio che conduce alla sala seguente : 
XXIV. Ulisse che rapisce il palladio di Troia. 



Sacerdotessa in lotta con un (jucrricro. Scip'oie 
e Sofonisba moribonda. — XXVI (dalla Casa dei 
Dioscuri in Pompei): Medea con la spada; sotto, 
Medea in atto di uccìdere i suoi fifiliuoli che 
stanno giuocando aidadi, probabilmente dall'ori- 
ginale di Timoniaco. L'inconscia innocenza d: i 
fanciulli e la terribile intenzione della madre 
sono espresse stupendamente. 

4a Sal.\. — XXVIII (dalh Casa di Lu- 
crezio): Gran dipinto centrale con Ercole ub- 
briaco con la destra appoggiata a Priapo, a destra 
Cupido che gli sta sonando all'oreccliio e a sini- 
stra una Fanciulla che suona il timpano. A de- 
stra, Onifale con la pelle del leone e la clava 
d'Ercole. — XXIX (dalla Casa dei Dioscuri): 
Perseo che libera Andromaca. A destra, sotto la 
finestra, Cassandra che pì-ofelizza. — XXX. Er- 
cole ubbiiaco che dorme supino ed Ercole che 
vuol passare il fiume Eueno con Dejanira sopra 
un cocchio a due cavalli. — XXXI (da Ercolano): 
Ercole che scopre il figlio Telefo allattato da una 
cerva — XXXll. Ercole che strozza i leoni. Er- 
cole fanciullo che soffoca due serpenti e sua 
madre Alcmene che chiede aiuto. — XXXIII 
(quattro pitture di genere da Ercolano) : Coni- 



i82 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



mediante vincitore, concerto, abbigliamento di 
una sposa, una donna pittrice. — XX'XIV. Admeto 
col capo appoggiato ad Alceste che riceve l'ati- 
ntinzio di morte dell'Oracolo, con Genitori ed 
Apollo in alto. — XXXV. Scene di commedia. 
— XXXVI. Castigo di Dirce legata sul toro. 
Fedra ed Ippolito. Cimone allattato dalla figlia 
Perone. — XXXVII (da Ercolano) : Teseo dopo 
ucciso il Minotauro con intorno gli ostaggi attici: 
in questo dipinto maraviglioso imitato dal Canova, 



di Ifigenia che leva le braccia al cielo per implo- 
rare Diana visibile fra le nuvole mentre Agamen- 
none si copre il volto e Calcante stringe la spada 
pel sacrifizio, a sinistra Ninfe che traggono in- 
nanzi per vittima un cervo in luogo di Ifigenia: 
è un dipinto ben conservato, di buona esecuzione 
e elle attesta una grande finezza di osservazione. 
07-este e Pilade condotti al tempio di Diana nella 
Tauride per esservi immolati con Ifigenia sulla 
scala del tempio (dalla Casa del Citarista). 




Fig. 118. — Napoli (Museo Nazionale): Danzatrici, affreschi di Pompei (da fologr. Mauri). 



l'eroe è calmo, altiero e trionfante e gli ostaggi 
sono pieni di grazia e leggiadria. • — XXXVIII. 
Scene del Foro di Pompei, fra le altre, in mezzo : 
una Scuola col castigo di un alunno; la Bottega 
di un prestinaio; una Piccola caricatura di Enea; 
Anclìise ed Ascanio con teste di cane; Giovinetta 
meditabonda ; un Prestinaio di Pompei e sua mo- 
glie. — XXXIX (dalla Casa del Poeta) : Achille 
che consegna Biiseide agli araldi di Agamennone 
(fig. ll'i). Achille che inipara a suonare la lira 
dal centauro Chirone: stupendo il contrasto frali 
còrpo giovanile d'Achille ed il torso massiccio 
del centauro. Ulisse e Penelope prima di essersi 
riconosciuti. Achille riconosciuto nell'isola di 
Sciro. — XL (dalla Casa del Poeta) : Sacrifizio 



5^ Sala. — XLI. Satiri danzanti in vari! 
atteggiamenti, suonanti e mescenti (dalla cosi- 
detta Villa di Cicerone). — XLII. Baccanti dan- 
zanti e satiri in due bei gruppi. Centauri e Cen- 
tauro. — XLV. Celebre Mercato degli Amorini 
(fig. 115): una vecchia toglie dalla gabbia un 
Amorino e lo presenta ad una giovane la quale 
lo sta esaminando perplessa, mentre un altro 
Amorino le sta attorno per esser comprato. Tre 
Amorini che giuocano a mosca cieca. Un altro 
Amorino calzolaio, ecc. — XLVI. Gran dipinto 
centrale con Zefìi-o che scende sopra dori dor- 
mente, dietro ad essa Ipno e sopra di lui Venere 
su uno scoglio. — XLVII. Le Tre Grazie con 
varie Ninfe (fig. 116). — XLVllI. Selene e 



Napoli 



183 



Endimioue, i dipinlì più belli da Ercolano. — 
XLIX. Marie in manlo purpureo e Venere appog- 
giala a lui, che sia scherzando coi suoi capelli 
d'oro; un amorino s'impadronisce dell'elmo e 
un altro si cinge la sua spada. Co- 
lorito smagliante (fig. 117). — 
LI. Bacco che sia ammirando con 
passione Arianna addormentala, con 
a destra e a sinistra roccie poderose 
e il mare nello sfondo. — LII. Di 
bel nuovo Bacco che sta contem- 
plando con ammirazione appassio- 
nata Arianna addormentata. Un 
salirò che aiuta Sileno a salire un 
colle. — LUI. Le celebri Danza- 
trici (fig. 118) ed altre belle figure 
volanti. 

6a Sala (dipinti anticlii dai 
sepolcri di Capua, Pesto, Ruvo, 
Isernia, Gnatia). — LVIU. Mer- 
curio conduttore dei morti. Danza 
funebre. — LIX. Sanniti armali di 
tutto punto che tornano vincitori ed 
acclamati dalle donne di Pesto. 
Testa di Gorgone con iscrizione 
niessapica. — LX. Narciso sotto 
varie forme. — LXI-LXIII. Molti 
paesaggi di Pompei, Ercolano, Sta- 
bia, con edifizi e marine. — LXIV. 
/ Dioscuri con pileo bianco. Cerere 
con collana di spiqhe e collana di 
perle, ecc. — LXV-LXVIL Paesi, 
edifizi, marine. — LXVIIL Vulcano 
che mostra con compiacenza a Teli 
lo scudo d'Acliille fabbricato da lui: 
dipinto notevole per l'esattezza ed 
accuratezza dei particolari ed unico 
per questo rispetto nel suo genere. 
— LXIX. Apollo inghirlandato di 
alloro sta suonando inspirato la 
cetra a sei corde. — LXX. Giove in 
trono coU'aquila che lo sta guar- 
dando. — LXXL Io con le corna in 
fronte giunge in Egitto raffiguralo 
da Iside. Giove e Giunone sul monte 
Ida. Io custodita da Argo. Giove 
a cui Iside conduce innanzi la sposa Giunone 
e sotto Tre giovani con fiori primaverili, sim- 
boleggiami il risveglio della Natura : dipinto 
di serietà grandiosa dalla Casa del Poeta. — 
LXXn. Monocromo di Ercolano con contorni di 
cinabro su lastre marmoree (forse dipinti all'en- 
causto distrutti dal caler della lava). Ileaira ed 
Aglaio che giuocano ai dadi. Niobe e Febe, con 
in allo il nome dell'artista Alessandro di Atene. 
Anche dello stesso è probabilmente: Lolla di 
Teseo coi Centauri. Un guerriero (Anfiarao) 
sopra una quadriga (del fiorire dell'arie greca). 
Scena tragica daìì'Ippolito d'Euripide. Edipo con 
Antigone e Ismene. Lastra marmorea da Pompei. 



1^ Sala. — Co' musaici da Pompei, Erco- 
lano, Capua e Baia (dalla Casa del Fauno): 
Aerato, compagno di Bacco, sopra un leone. — - 
Gatto con starna. — Pesci, 




Fig. 119. 



— Napoli (Museo Nazionale) : Ercole Farnese 

(da fotofjralìa Brogi). 

fici. — Nella nicchia sono quattro colonne in 
nmsaici provenienti da Pompei. Più lungi un 
cane legato colla nota ammonizione Cave Lanem 
(dalla Casa del Poeta Tragico). — Una grande 
nicchia destinata forse ad una fontana con sopra 
Frisso ed Elle, a sinistra le Grazie e le Nozze 
di Nettuno e di Anfitrile, a destra Dissidio fra 
Achille ed Agamennone. — Due scene comiche 
col nome dell'artista Dioscoride di Samo, di grande 
finezza. — - Sotto la finestra : Paesaggio egiziano. 

— In mezzo del pavimento: medaglioni in mu- 
saico dei Leoni domati dall'amore (da Capua). 

Freschi ornaineulali. — Rimane ancora un 
corridoio contenente i suddetti freschi da Pompei 



184 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 120. — Napoli (Museo Nazionale) : Supplizio di Dirce, detto il Toro farnese 

(da fotografia Brogi). 



e da Ercolano : LXXIII-LXXXV. Sono decorazioni 
murali parte con ornati magnifici in stucco e 
bassorilievi. La finezza e la bellezza di queste 
decorazioni meritano un'attenzione particolare. 
— Nell'emiciclo: LXXXI. Ricca collezione di 
maschere decorative. — LXXXII. Dipinti della 
FuUonica o Casa di Fullone di Pompei relativi 
al mestiere che vi si esercitava : il gufo è il sim- 
bolo di Minerva patrona. — LXXXIV. Fram- 
menti di un muro di Ercolano. 

Galleria lapidaria. — Forma l'ala orientale 
del pianterreno e contiene una collezione cospicua 



di iscrizioni sul marmo, grafiti e dipinti mar- 
morei, divise in saci'e, onorarie e sepolcrali e ii- 
stribuite topograficamente in circoli e città se- 
condo il catalogo di Fiorelli. 

Prime le iscrizioni greche da Roma, Vicus 
Sabinorum, Vellelri, Sinuessa, Pozzuoli, Cuma, 
Eraclea, Miseno, Baja, Napoli, Pompei, Capri, 
Enoria, Locri, Petilia, Scillace, Reggio, Agri- 
gento, Melila, ecc. Quindi le iscrizioni italiche: 
a) Etnische (Ameria, Cusio, Perugia) ; b) Volscie 
(Veliterno); e) Sabelliche (Crecchie); d) Osche 
(Boviano a Fidena, Buca, Arx, Catene, Capua, 



Napoli 



ISj 



Cumn, Nola, Ercolano, Pompei, Sorrento, Bautìa). 
Le iscrizioni latine sono distribuite secondo le 
regioni a cui appartengono i luoghi in cui furon 
rinvenute. 

Ai lati dell'ingresso nella sala principale, 
statue colossali : a destra è quella di Atreo che 
porta il figlio di suo fratello Tiesìe 
per ucciderlo; a sinistra è l'altra di 
Tiberio. 

Nella sala principale vi sono le 
due lunghe celebri Tavole in bronzo 
di Eraclea, rinvenute, nel 1 732, 
nel golfo di Taranto (a Lecce) che 
recano in greco antico i particolari 
delle dipendenze di un tempio e 
dall'altro lato l'organizzazione delle 
città* d'Italia fatta da Cesare nel 
4() av. C, iscrizione per conse- 
guenza assai più recente della 
prima. 

All' estremità meridionale del- 
l'ala orientale sta il formosissimo 
Ercole Farnese (fig. 119), scol- 
pito, giusta l'iscrizione, da Glicone 
ateniese, rinvenuto nel 1540 nelle 
Terme di Caracalla in Roma, sotto 
il regno di Paolo IH. Mancavano 
però le gambe e il cardinale Ales- 
sandro Farnese, nipote del papa, 
invitò Michelangelo a farle e le fece 
infatti, ma le distrusse poi tosto 
dicendo che non toccava agli uomini 
compier l'opera degli Dei . Le gambe 
furono poi scolpite da Guglielmo 
della Porta, ma, scolpite che fu- 
rono, le originali primitive furono 
rinvenute in un pozzo dei Borghesi, 
cinque chilometri discosto dal luogo 
ove era stata scoperta la statua. Il 
principe Marcantonio Borghese le 
inviò a Ferdinando II. La statua è 
ora compiuta e sol furono restau- 
rate la punta del naso, metà del- 
l'avambraccio sinistro e la mano 
sinistra. La statua, di cui esistono 
parecchie copie antiche, si vede in- 
cisa sulle monete di Atene e sulle 
romane di Caracalla che la portò in Roma dalla 
Grecia. 

Di quest'opera divina cosi vien ragionando il 
tedesco Liibke nella sua dotta Geschichte der 
Plastik Storia della Plastica: 

a L'Ercole Farnese è lavoro dell'ateniese Gli- 
cone ed una copia dell' originale di Lisippo. 
L'eroe è rappresentato in atto di riposare da una 
delle sue Fatiche d'Ercole e sta in piedi appog- 
giato soltanto alla sua clava coperta dalla pelle di 
un leone. Nella destra tiene i pomi d'oro delle 
Esperidi. Il disegno è estremamente grandioso e 
la figura ha alcunché della forma ideale di un 

21 — l.a Patria, voi. IV. 



semidio, non solo per la statura colossale, ma pii\ 
ancora per la struttura poderosa delle membra. 
La picciolezza eccessiva della testa altresì, accop- 
piata alla larghezza esagerata delle spalle, del 
petto, e delle coscio, si può giustificare come ca- 
ratteristica del tipo erculeo. L'ostentazione dal- 




Fig. 1"21. — Napoli (Museo Nazionale): Livia in costume 
di sacerdotessa (Pompei). — Da folojjr. Brogi. 



l'altra parte con cui son trattali i muscoli espri- 
menti l'apparenza esterna piuttostochò la forza 
interna non si può attribuire certamente ad un 
originale di Lisippo, si soltanto allo stile esage- 
rato di Glicone ». 

All'estremità settentrionale della Galleria delle 
iscrizioni sorge un altro capolavoro dell'antica 
statuaria, il più celebre gruppo in marmo antico 
del Museo Nazionale di Napoli, vogliamo dire il 
Toro Farnese (fig. 120). Autori di quest'opera 
maravigliosa, trasportata da Rodi a Hnma al 
tempo d'Angusto, furono i fralclli Apollonio e 
Taurisco di Traile nella Caria, nel 3 av. C. 11 



180 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



gruppo ornava anticamente la galleria artistica di 
Asinio Pollione presso le Terme di Caracalla ove 
fu rinvenuto nel 1546 sotto Paolo III (Alessandro 
Farnese). Dal palazzo Farnese in Roma passò 
nel 1786, con l'eredità Farnese, al re di Napoli 
ed ornò per qualche tempo la Villa Nazionale 







Fig. 122. — Napoli (Museo Nazionale): Antonia, moglie 
di Druso (Farnese). — Da fotografia Brogi, 



finché fu trasportato nel Museo nel 1832. Solo 
una piccola porzione del gruppo appartiene 
all'opera originale che fu rinvenuta in pezzi e 
restaurata nel 1579 sotto la direzione di Miche- 
langelo da G. B. Bianchi (della Porta) che lavo- 
rava per casa Farnese. Le parli restaurate sono: 
la lesta del Toro, l'intiera Antiope meno i piedi, 
la parte superiore di Dirce e grandi porzioni dei 
corpi di Amfione e di Zelo. Un antico Carneo in 
Napoli con questo gruppo contiene alcune varianti 
di non poco rilievo. 

L'idea del gruppo è tolta prohabilmente da 
una scena della tragedia perduta (['Antiope di 



Euripide, di cui non ci pervennero che alcuni 
frammenti, ed il mito (variamente narralo) che 
la informava vicn cosi narrato da Igino : 

(( Antiope, figliuola di Nitteo, re di Tebe, 
andò rinomata per la sua bellezza in tutta la 
Grecia. Epopee, re di Sidone, la sposò dopo averla 
rapita, ma Nitteo gli mosse guerra 
e rimase ucciso non senza racco- 
mandare prima di morire di vendi- 
carlo, e di punire Antiope, al fra- 
tello Lieo il quale la ricondusse a 
Tebe nel qual viaggio partorì Zelo 
ed Anfione. Lieo mise Antiope alla 
discrezione di sua moglie Dirce la 
quale pel corso di molti anni la 
trattò con la maggior crudeltà, 
finche, essendo venuto fatto ad An- 
tiope di porsi in salvo con la fuga, 
andò in cerca dei figli già cresciuti 
i quali inipadronironsi di Tebe, uc- 
cisero Lieo e legarono sua moglie 
Dirce alle corna di un toro selvatico 
che ne fece strazio. Nel gruppo 
quest'ultimo fatto è rappresentalo 
dal Toìv Farnese. Secondo la tra- 
dizione il fatto avvenne sul Cite- 
rone indicato dal terreno roccioso 
e dalla figurina di un pastore che 
sta osservando dall'alto la scena. 
I due giovani e robusti fratelli Zelo 
ed Anfione stanno uno rimpetto 
all'altro sur una sporgenza della 
roccia sforzandosi a tener saldo il 
toro indomabile e a legare alle sue 
corna Dirce atterrita la quale im- 
plora indarno la loro pietà ». 

Il gruppo gareggia con quello 
del Laocoonte e lo supera per ardi- 
tezza di concetto. Quanto alla tec- 
nica, esso merita la più grande 
ammirazione come il gruppo mar- 
moreo più colossale dell'antichità. 
Antichità egizie ed antiche iscri- 
zioni cristiane. — In mezzo alla 
gran sala della Galleria delle lapidi 
una scala a chiocciola in legno 
conduce al basso in questa impor- 
tante collezione. 

la Sala. — Iscrizioni sepolcrali dalle cata- 
combe di Napoli, da Capua, Pozzuoli e Roma. 
2a Sala. — In mezzo, Iside, statuetta di 
marmo greco, con nella destra gli avanzi di un 
sistro, la chiave del Nilo nella sinistra e con 
traccio di pittura e di doratura (dal tempio d'Iside 
di Pompei). — Dietro, Serapide sul trono, in 
marmo greco, dal Serapeo di Pozzuoli; egli tiene 
la destra sul cane trifauce che ha il collo avvinto 
da un serpente. — Alle pareti vi sono quattro 
casse di mummie in legno di sicomoro. — Al- 
l'ingresso: Rana di bel nero antico d'Egitto. — 



Napoli 



187 



Dirimpetto': Ibis sacra (dal tempio d'Iside in 
Pompei). — Negli armadii : statuette di Deità e 
di animali sacri, in bronz.o, in lapislazzuli, ecc. 
— Sulla balaustrata e presso le porle: due busti 
di re in marino nero. 

3^ Sala. — Dirimpetto all'ingresso e sotto 
vetro : cinque casse di sicomoro 
con cinque mummie; la seconda 
da sinistra a destra (la meglio con- 
servata) con le braccia incrociate è 
di una donna nubin; le altre quattro 
sono di Tebe. — Mummia di un 
coccodrillo. — In mezzo: statua in 
ginocchio di Ra-nb-nnh (datore 
della vittoria), di basalto nero, il 
monumento più antico della. colle- 
zione. — Dietro, punta di un obe- 
lisco proveniente da Palestrina. — • 
Verso la finestra, a destra: sarco- 
fago in granito con ventiduc figure 
in rilievo di Sacerdoti d'Iside, di 
Aììimone e, sotto, Ramsele VI, coi 
loro nomi. — A destra dell'in- 
gresso, nel muro, la celebre cosi- 
detta Tavola d'Iside, in pietra cal- 
care, con quattordici figure incise 
e venti ieroglifici, tavola di ora- 
zioni sacerdotali (dal tempio d'Iside 
in Pozzuoli). — Nel muro della 
finestra, a sinistra, celebre Papiro 
in corsivo greco del II secolo del- 
l'era cristiana dall'antica Memfi 
(Cihiza). — In sei vetrine : sca- 
rabei che servivano di amuleti, col- 
lane, sandali, ecc. — Sulla balau- 
strata : statuette, busti, vasi con 
teste di animali. Le pareti delle due 
sale sono dipinte in istile egiziano. 

In alto e per la sala delle iscri- 
zioni si va nel cortile con una serie 
notevole di anlichi frammenli di 
architettura. Tornando nel vesti- 
bolo si entra nella metà sinistra del 
pianterreno e si trova, per prima 
cosa, la 

Raccolta di statue di marmo. — 
Anche questa è una delle principali 
e delle più ricche d'Italia, come quella che, per 
l'eredità Farnese, contiene.riuniti un gran numero 
di capolavori antichi provenienti da Pompei. 

1° Corridoio (portico degli Imperatori). — 
All'ingresso a sinistra: Giulio Cesare, busto co- 
lossale conforme in generale a quello delle me- 
daglie. — - Aufiusto, statua colossale, seduta in 
una nicchia, col piò sinistro eia testa rinnovati. — 
Im«, in coslumedi sacerdotessa (fig. 121), statua 
dall' Augusteo in Pompei. — Marcello, busto 
guasto dal restauro. — Tiberio, busto. — Drusa, 
fratello di Tiberio (dall'Augusteo in Pompei). — 
Agrippina, madre di Nerone, busto. — Cali(jola, 



statua corazzata con rilievi di un Combattimento 
di tori sulla corazza. 

A destra dell'ingresso, isolata : Cesare, statua 
con testa integratada Albaccini e collocata sopra 
una statua imperiale corazzata. — Livia, statua. 
— Augusto fanciullo, statua. — Tiberio, sta- 




Fig. 1^2:3. - 
un bel 



- Napoli (Museo Nazionale): Sibilla, statua- con 
panneggiato (Farnese). — Da fotogr. Brogi. 

Inetta. — - Tiberio giovane, busto. — ■ Tiberio 
inghiiiandalo, busto colossale. ■. — Tiberio gio- 
vane col cornucopia. — Agrippina Junior, busto. 
• — - Drusa, figlio di Tiberio, statua. — Claudio, 
seduto, con paludamento. — Antonia (fig. 122), 
moglie di Druse, statua. — Nerone, busto in- 
ghirlandato di quercia, su colonna. — Vilellio, 
con corazza a rilievi, testa moderna. — Calòa 
(piuttosto Claudio), busto inghirlandato, su co- 
lonna. — Ottone, busto. — Tito, lesta colossale. 
— Giulia, figliuola di Tito, busto. — Nerva, 
testa su colonna. — Britannica, statua. — ■ Bri- 
tannico, busto. — Adriana, busto. — Marco 



488 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 124. — Napoli (Museo Naz.) ; 



Statua equestre di Marco Nonio Balbo padre (Ercolano) 
(da fotografia Brogi). 



Aurelio C«n'no, figlio dell'imperatore Caro, busto 
da Capua. — Antonino Pio, busto su colonna. ■ — 
Tì-ajano, statua con corazza in rilievo e parazonio, 
spada in cintura, solo il torso antico. — 
— Trajano, statua. — Plotina, moglie di Tra- 
iano, busto. — Adriano, busto.- — Sabina, busto. 
■ — Domiziano, statua molto restaurata. - — An- 
tonino Pio, busto colossale con esecuzione som- 
mamente accurata e minuziosa. — Faustina, 
moglie di Marco Aurelio, busto d'alabastro orien- 
tale. — Marco Aurelio, busto. — Lucio Vero, 



statua coll'armadura bellissima, ma con testa 
estranea. ■ — Marco Annio Yero, busto. — Lu- 
cilla sua moglie, statua in figura di Giunone. — 
Commodo, busto. • — Manlia Scantilla, ganza di 
Commodo, busto. — Settimio Severo, busto. — 
Giulia Domna, sua seconda moglie, busto d'ala- 
bastro. — Caracalla, busto. — Plautilla, busto. 

— Eliogahalo, busto. — Piipiena, busto. — 
Probo, busto. — Marco Aurelio, quattro busti. 

— Lo stesso, statua corazzata. — Massimino, 
statua. — Giulia Domna, busto. 



Napoli 



189 




Fig. 1:25. — Napoli (Museo Naz.) : Nereide seduta sopra un mostro marino (Posillipo) 

(da fotografia Brogi). 



2» CoRRipoio (portico dei Balbi). — Con 
sculture di genere, statue e busti, ritratti greci 
e romani, figure panneggiate, ecc. 

A sinistra: Aleonio Rufo, tribuno militare e 
presidente della Colonia Pompeiana (da Pompei). 
■ — Esiodo, statua. — Caccialorc con lepre e due 
colombi (testa e braccia integrati). — Cosidetta 
Sibilla, figura con bel panneggiato (fig. 123). 
— Cosidetto Poplicolo, statua di un oratore con 
manto greco. — Sacerdotessa, figura ben pan- 



BusTi. — Serie supcriore da sinistra a destra: 
Zenone, Socrate, Lisia, Cameade, Licurgo, So- 
focle, Euripide ed Annibale. — Serie inlcriorc 
da sinistra a destra : Sofocle, Apollonio Tianco 
Aralo, Posidonio, Solone, Periandro, Erodoto, 
Lisia, Attilio Regolo, ecc. — In mezzo è la statua 
equestre del proconsole Marco Nonio Bulbo fujlio, 
rinvenuta nella basilica di Ercolano, con antica 
iscrizione nel piedestallo, l'unica statua conso- 
lare a cavallo conservata col cavaliere senza sella 
od una corazza cinta sopra la tunica ; la testa l'u 



100 



Parie Quarla — Italia Meridionale 



fatta a pezzi nel 1700 da una palla di cannone o 
restaurata dal Briincili. 

Altri busti. — Serie superiore da sinistra a 
destra : Alessandro Magno, Zenone Ciziaeo, Lìe- 
moslenc, Giuba, Arcliimede, Temistocle, Tolo- 
meo Solevo, Anlislene. — Serie inferiore: Eu- 
ripide, Anacreonte, Agalocle, Sesto Empirico. 



Più oltre fiiilie e fic 



della famiglia 



Balbo e 
sulla tavola di mezzo doppia erma del comico 
A^'illodnrn e del rninmedioo-rafo Terenzio. — 




Fig. 126. 

Napoli (Museo Nazionale): Torso di Venere 

(da fotografia Mauri). 

Statuetta seduta e piena di vita del commedio- 
grafo greco Moschione ed altra uguale di Simo- 
nide. — Doppia erma degli storici Erodoto e 
Tucidide (da originali greci). 

A sinistra è un recesso col musaico della Bat- 
taglia di Alessandro. — Nell'ingresso a sinistra, 
Euripide. — Erma di Socrate con iscrizione greca. 
— Teste di Doriforo ed Omero. — Davanti al- 
l'ingresso del recesso vi sono due Cariatidi con 
testa e mani di basalto e il corpo di pavonazzetto. 

Busti di Romani. — Serie superiore da sini- 
stra a destra: Cicerone, cosidetto, ma senza ras- 
somiglianza col creduto vero in Madrid. — Lusio 
Giiiiiio Bruto, 31ario, Marco Ario Secondo (?). 



Serie inferiore: Claudio Marcello, Seneca, 
Cleopatra (?), Vicyria Archas, madre dei tigli 
di Balbo ; tutte le statue-ritratti di questa nobil 
famiglia di Ercolano provengono dal teatro di 
quella città sepolta ove furono esposte per ordine 
dei Decurioni. — Cosidette statue di Cicerone, di 
Britannico e di Nerone con la bulla palricia. — 
In mezzo, statua equestre di Marco Nonio Balbo 
padre (fig. 124), dalla basilica di Ercolano, con 
atteggiamento e panneggiamento uguale alla 
precitata statua eque"stre di Balbo figlio e testa 
integrata: ambedue queste statue, per la loro 
semplicità e nobiltà, rammentano l'arte greca. 

Più oltre: Cosidetta Sacerdotessa, con vaso. 

— Eumachia, statua onorifica dei Eullones alla 
sacerdotessa in Pompei. ■ — Cosidetta Pudicizia, 
in tunica con manto cascante dal capo. — Statua 
consolare. — Cosidetta statua di Siila. — Duiio, 
dal Foro Trajano. — Cosidetto Be Dario, busto 
colossale. — Due statue per fontana. — Testa e 
braccio di Laocoonte. — Cane. — Figure di fon- 
tane. — Frigio in ginocchio. 

Busti. — Serie superiore: Vestale (la cosi- 
detta Zingarella). Cosidetto Siila e anche Celio 
Caldo. — Serie inferiore-?' 6'OT7ie/io Lentulo {"!), 
Postumio Albino (?), Terentio. 

3" CoRuiDOio (portico dei capolavori, con 
le statue più rinomate). — Davanti, in mezzo: 
Antinoo, statua del tempo di Adriano con braccia 
e gambe rinnovate. — Torso di Venere, magni- 
fico originale greco (fig. 126), scolpito poco 
dopo h\'Ven;re'di Gnido di Prassitele e sotto la 
costui influenza nel IV secolo av. C. — Psiche, 
frammento pieno di bellezza, di grazia e di sen- 
timento, proveniente dall'anfiteatro di Capua, 
attribuito in prima a Prassitele, ora riconosciuto 
una copia eccellentissima e probabilmente la più 
bella Psiche esistente. — Torso del Bacco, il 
celebre Bacco Farnesiano, lavoro greco originalo 
del IV secolo av. C. della scuola di Prassitele, il 
più bello dei Bacchi in tutte le gallerie italiane. 

— Statua seduta di Agrippina, madre di Nerone, 
la più nobile statua-ritratto seduta dell'arte an- 
tica. Winckelmann la giudicò più bella di quelle 
del Museo Capitolino e di villa Albani. E ben 
conservata, con alcuni restauri. Siede sopra una 
sedia con cuscino di forma semplice ma elegante ; 
il suo atteggiamento è grazioso insieme e digni- 
toso; ha le mani congiunte sul grembo; il pan- 
neggiamento è ben disposto e l'espressione com- 
plessiva è quella di una rassegnazione pensosa. 

— Nereide seduta sopra un mostro marino, bel 
lavoro di scultura greca (fig. 125), da Posillipo. 

— Giunone, statua, bell'opera romana. — Pal- 
lade, opera arcaica trovata a Velletri, con re- 
stauri. — Eschine, già creàuio Aristide, scoperto 
nella villa dei Papiri a Ercolano, con aspetto 
pacato e dignitoso, capelli inanellati e panneggia- 
mento squisito. Canova lo qualificò uno dei mo- 
numenti più maravigliosi dell'arte antica. — 



Napoli 



191 



Busto di Caracalla, esprimente le passioni feroci 
e la crudeltà abituale di quel tiranno. « Forse 
Lisippo, dice Winckelmann, non avrebbe potuto 
far meglio la testa » . — Faustina, 
busto. ^^H^o/iJHo Pio, busto, con 
capigliatura ben pettinata , da 
Cuma. — Giunone, busto colos- 
sale di marino greco, la celebre 
Giunone Farnesiana superiore alla 
Giunone Ludovisi in Roma: copia, 
secondo alcuni, della Giunone in 
bronzo di Policleto, ma che ras- 
sembra perfcltamcnle originale. 
Alcune minime parli furono re- 
staurate modernamente. — Fauno 
che porla Bacco sopra ìe spalle, 
copia eccellente (lìg. 127). — Vaso 
di porfido, grande, con quattro 
serpenti per manico, e alle pareti 
dieci torsi. — • Bruto, busto. — 
Pompeo, busto. — Omero, busto, 
il celebre Omero Farnese di bel- 
lissimo lavoro, copiato le tante 
volte in gesso ed inciso. 

In mezzo e Vtncre Callipicje, 
statua rinvenuta nel luogo della 
Casa Aurea di Nerone in Roma e 
creduta per lungo tempo una delle 
Veneri di Prassitele. È di una 
perfezione tecnica maravigliosa, 
ma poco decente e l'attitudine della 
Dea che sta guardando con com- 
piacenza il suo deretano dalla cui 
plasticità ebbe nome di Callipige. 
La testa, tutto il nudo sopra il 
panneggiamento, il braccio sini- 
stro, la gamba destra sotto il 
ginocchio furono restaurati da 
Albaccini. 

Seguono quattro figure : Amaz- 
zonemoribondaa cavallo{iig. Ì^S), 
Persiano moribondo, Gigante morto 
e Gallo ferito, già faciciiti parte di 
un ex-voto di Attalo I re di Per- 
gamo (269-197 av. C.) nell'Acro- 
poli di Atene e provenienti dai 
Farnesi a Napoli. In memoria della 
sua grande vittoria sui Galli che 
erano penetrati nella Misia, Attalo 
fece innalzare, nell'Acropoli di 
Atene, quattro gruppi di statue 
in marmo simboleggianti il trionfo 
della civiltà sulla barbarie per 
mezzo dei combattimenti degli Dei contro i Gi- 
ganti, degli Ateniesi contro le Amazzoni, degli 
Ateniesi contro i Persiani a Maratona, e di 
Attalo stesso contro i Celti. Pausania parla di 
questi gruppi come collocati a sud ncU'intcrno 
dell'Acropoli, e recentemente vi si rinvennero 
le traccie delle basi su cui stavano. I gruppi 



componevansi di statue indipendenti le une dalle 
altre. Codeste statue, disperse dopo la presa di 
Atene dai Crociati nell'anno 1204, vennero a 




Fig. 127. — 
sopra le 



Napoli (Museo Naz.).- Fauno che porla Bacco 
spalle (Agro Romano). — Da fotogr. Brogi. 

Roma e le quattro suddelle passarono dai Far- 
nesi a Napoli. 

Statua di Atleta (Doriforo), trovata in una 
palestra di Pompei, copia probabiliiieiitc del ce- 
lebre Doriforo di Policleto (circa 400 anni av. C.) 
a cui serviva, al dire di Plinio, di Canone o nm- 
dcllo del corpo umano. É una statua stupenda- 



102 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 128. — Napoli (Museo Nazionale) : Amazzone moribonda a cavallo (Farnese) 

(da fotografia Brogi). 



mente proporzioniita e notevole pel suo nobile e, 
neir islessu tempo, semplice e naturale atteg- 
giamento. — Statua di Atleta, preteso Prote- 
lììao (lig. 129). — ^do«e(rig. 130), bella statua 
greca della scuola di Prassitele, proveniente dal- 
l'anfiteatro di Capua; solo il torso giovenilmente 
apoUineo è antico. — Venere di Capua (fig. 131), 
trovata a Capua nella metà del secolo XVIII e 
assai rassomigliante alla Venere di Milo del 
Louvre. Il naso, le braccia e porzioni del manto 
sono moderni, del Brunelli. É una bella copia 
romana di uno stupendo originale greco, ma é 
inferiore alla suddetta Venere di Milo. — Ar- 
vwdio ed Aristojjitone , famosi martiri della 
libertà in Atene nel 514 av.C, copie marmoree 
degli antichi originali in bronzo nel mercato di 
Atene, eseguiti nel 510 av. C. da Antenore e 
trasportati nel 480 av. C. da Zezzc in Persia. 
Crixio e Nesiote condussero nel 478 av. C. due 
nuove statue in bronzo degli eroi popolari per 
l'Acropoli e quando tornò il gruppo antico am- 
bedue furono collocati accanto, quali li vide Pau- 
sania. Queste copie in marmo hanno molti restauri. 
— Artemide o Diana, statuetta interessante rin- 
venuta nel nOO in un tempietto di Pompei con 
vestigia di pittura e doratura, il che mostra che 



la non deve essere di una grande antichità. — 
Pallade (lìg. 133), statua arcaica da Ercolano, 
con capelli e peplo anticamente dorati ; la man- 
canza di rilievo e precisione nel panneggiamento 
rivela la copia. — Oreste ed Elettra, credesi una 
copia del medesimo originale che servì per la 
statila di Oreste nella villa Albani in Roma col 
nome di Siepkanos allievo di Prassitele. 

Gli oggetti d'arte nelle sette sale dietro il 
portico dei Balbo son classificati anch'essi per 
categorie. Vi si ammirano parecchie opere im- 
portanti fra molte mediocri. 

Sale con tipi di Deità e rilievi. 
1. Sal.\ di Apollo e Giove (anche Diana, 
Giunone, Cerere, Nettuno). — Apollo con la 
lira e il cigno. — Apollo seduto con la lira. — 
Apollo Musagete, in lunga veste con la lira di 
basalto. — Tre erme antiche di Apollo. — In 
mezzo, statua colossale di Apollo incoronato con 
la lira e l'archetto (fig. 134), di un sol pezzo di 
porfido con testa e lira di bianco marmo, del 
principio della decadenza sotto l'Impero. — Diana 
con foce. — Diana con cane. — Diana d'Efeso, 
in alabastro orientale con testa, mani e piedi di 
bronzo (fig. 136). Questo modello della scoltura 
romana è benissimo conservato anche nei parti- 



Napoli 



193 




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25 — E.a Patria, voi. IV. 



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Parte Quarta — Italia Meridionale 



colari più minuti. Gli emblemi caratteristici della 
Dea Matrix (donde l'epiteto di Multimammea) 
sono altresì ben preservati. La testa è sormon- 
tata da una specie di diadema circolare con otto 
chimere e sopra ciascun braccio son tre leoni, 
•^iil petto vari! se!?ni zodiacali con rinattro figure 




Fig. 131. — Napoli (Museo Nazionale): Venere di Gapua 
(da fotografia Mauri). 



donnesche alate che credonsi le quattro stagioni. 

— Apollo ennafìodilo. — Diana, su colonna 
aulica. — Statua di Giove, con la sinistra sul- 
l'anca, testa ardita, espressione truce. — Giove, 
busto colossale dal tempio di Giove in Pompei. 

— Giove, seniistatua con bocca schiusa e pen- 
soso. — Giunone, busto. — Giove Aminone, 
erma con espressione di oracolo. • — Cerere, sta- 
tua. — Bacco, erma barbuta. — Nettuno, statua 
con la mano sopra un delfino. — Bacco, erma. 

2. Sala di Marte (anche di Venere, Bacco, 
Minerva, Mercurio, Arianna). — In mezzo, a 
destra, Mui'le sedalo con lo scudo (fig. 135) : la 



testa, il braccio sinistro, lo scudo e la mano de- 
stra furono integrati. — Mercurio appoggiato 
ad un tronco d'albero. — Busto di Pallade. — 
Venere Anadiomène, nella maniera della Venere 
dei Medici. — Fenere come Faustina. — Venere 
che si adorna, con capelli e veste dipinti in rosso, 
su colonna. — Venere seduta 
con Cupido. — Venere, come 
Marciana, sorella di Trajanò. — 
Statuetta di Venere con pomo in 
mano, capelli e peplo gialli, da 
Pompei nel 1873. — tenere in 
iwm'cc rossa, da Pompei nel 1879. 

— Venere vittoriosa (fig. 132), 
trovata nell'anfiteatro di Capua 
verso la metà del secolo scorso. 

— Minerva, busto. — Seguono 
dodici rappresentazioni di Bacco: 

- Bacco con pantera , Bacco in- 
diano (erma). Bacco con iscri- 
zione (dal tempio d'Iside in Pom- 
pei), Antinoo in figura di Bacco, 
il cosidetto Bacco Farnese. — 
Busti di Minerva e di Arianna. 
3. Sala d'Atlante (anche 
Satiri, Ganimedi, Cupidi, Genii, 
Esculapii, Cibele, sacerdotesse 
d'Iside, Dei fluviali, ecc J. — 
Nel mezzo : Cupido che scherza 
con un delfino, gruppo maravi- 
glioso con testa e braccia mo- 
derne, provenienti probabilmente 
da qualche vasca antica. — Di- 
rimpetto, Atlante che regge il 
globo celeste (fig. 137), monu- 
mento interessante dell'antica 
astronomia. Delle quarantasette 
costellazioni note ai Romani, se 
ne conoscono quarantadue : le 
cinque mancanti sono l' Ursa 
major, ì'Ursa minor, il Sagit- 
tarius, ì'Equus e il Canis minor. 
La data di questa scoltura è an- 
teriore probabilmente al tempo 
di Adriano. — Bacco, erma sopra 
uno zoccolo. — Sacerdotessa 
d'Iside, in marmo bigio, le parti 
nude in bianco, il sistro nella destra e il prae- 
fericulum nella sinistra. — Cibele madre degli 
Dei in trono, statuetta con due pantere ai lati e 
dedica latina. — Altra Cibele, testa, ed altra 
Sacerdotessa d'Iside. — Cosidetta Cerere. — 
Quattro Detta fluviali colossali, due femminili. 
— Ninfa che si apparecchia al bagno, con testa 
ed estremità moderne. — • Flora, con testa gran- 
diosa. — Veneì'e (?), busto. — Esculapio, bella 
statua rinvenuta, dicesi, nell'Isola Tiberina in 
Roma, ove aveva un tempio. — Esculapio (?), 
busto. — Paride, statua con cane. — Ganimede 
e l'Aquila, statua piena di bellezza e di grazia, 



Napoli 



195 



ma col movimento della mano mal restaurato. 
— Ermafrodito, statua. — Cupido, dal cosidetto 
Eros di Prassitele. — Cupido addormentato. — 
Ganimede, non cosi bello come il suddetto, con 
testa 'e braccio sinistro moderni. 

Segue una serie di statuette per fontane senza 
grande valore artistico, quasi tutte 
àa Pompei. Satiro con grappolo, 
statua. — Sileno seduto con cor- 
nucopia. — Testa ridente di Sa- 
tiro. — ■ Pan che insegna a suonar 
la piva al giovine Bacco. — Busto 
di un Satiro rìdente. — Satiro 
con grappolo, di una leggerezza 
particblare. — Piccolo vecchio Si- 
leno,, statuetta per fontana. — 
Salirò con grappolo e pantera. — 
Erma di Bacco barbuto. 

4. Sala delle Muse (anche 
Eroi). — Dodici Muse, la più parte 
dal teatro di Ercolano : le migliori 
son quelle di Calliope (fig. 139), 
Mnemosine e Melpomene, ma tutte 
restaurate. — Amazzone caduta da 
cavallo. — Ercole ed Omfale, bel 
lavoroVomano sul motivo di Marte 
e Venere. — Guerriero a cavallo 
in atto di difesa (fig. 138): non 
v'ha di antico che il corpo del ca- 
vallo sino alla gamba del guerriero 
e porzione del dorso. — Meleagro, 
statuetta in rosso antico con gambe 
e braccio destro moderni, ripeti- 
zione diminutiva del Meleagro in 
Vaticano. — Erma di Ercole. — 
Nell'angolo, testa di Eroe (Ajace?), 
con fronte lisippiana. 

5. Sala di Flora. — Nel 
pavimento in mezzo, Musaico della 
battaglia di Alessandro sulVIsso, 
rinvenuto, nel 1831, nella casa 
del Fauno a Pompei. É il più 
grande dei musaici scoperti sinora, 
largo 5 m. ed alto 2 Va- Le figure 
così dei guerrieri come dei cavalli 
sono piene di vita e di azione. Tre 
figure principalmente attraggono 
l'attenzione: quella che credesi di Alessandro, 
il quale, con la testa nuda e nel fitto della 
mischia, ha trafitto con la lancia il generale 
persiano prima eh' ei possa inforcare un altro 
cavallo recato da un aiutante per surrogare il 
ferito sotto di lui ; mentre Dario è spinto sulla 
sua quadriga, i cui cavalli son lanciali dal coc- 
chiere in fuga precipitosa. Vi si vede un sol carro 
di guerra corrispondente alla relazione della 
battaglia per Quinto Curzio. Vivido il colorito, 
ma il merito principale di questo monumento 
prezioso dell'arte musaicista, unico nel suo ge- 
nere, non si ha a cercare nel disegno perfetto o 



nell'espressione delle singole figure, si piuttosto 
nella potenza onde una crisi suprema ci è posta 
innanzi coi minimi mezzi possibili. A destra 
sconfitta e costernazione dei vinti, a sinistra 
(sfortunatamente guasta) impeto e gioia nei vin- 
citori. Gli orli rappresentano un fiume con un 




Fig. 132. 



Napoli (Muf5eo Naz.): Venere Vittoriosa (Capua) 
(da fotografia BroGi). 

coccodrillo, ippopotamo, icneumone, ibis, ecc. 
Il musaico vuoisi riprodotto da un mirabile dipinto 
originale greco di un testimonio della battaglia. 
Flora Farnese, statua colossale (fig. l^O), che 
dà il nome alla sala, rinvenuta nelle terme di Ca- 
racalla in Roma, celebrala qual capolavoro del- 
l'antica statuaria romana ed una delle gemme del 
Museo. Quantunque alta più di m. 3 72> essa è 
cosi ben proporzionata e cosi graziosa che non si 
sente l'efletlo non naturale delle sue grandi di- 
mensioni. La testa, le braccia ed i piedi furono 
restaurati da Della Porta e Albaccini i quali senza 
alcuna autorità le diedero il nome di Flora. 11 



196 



Parte Quarta — Italia Meridionale 





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Parte Quarta -^ Italia Meridionale 




Fig. 137. — Napoli (Museo Nazionale): Atlante che regge il globo celeste (Farnese) 

(da fotografia Brogi). 



nostro Visconti opina clic essa rappresenti la 
Speranza; Winci^elmann la considerò nna delle 
Muse, ed altri la dissero una Venere od \ìnEbe. 
— Negli angoli della sala, quattro Gladiatori e 
il noto (jladialore ferito, conosciuto sotto il nome 
di Gladiatore Farnese (fig. 141). 

' 6. Sala dei rilievi. — In mezzo il magni- 
fico Cratere o Vaso di Gaeta, dell'ateniese Sai- 
pione della nuova scuola attica al principio del 
régno dei Cesari, con iscrizione e rilievi sfortuna- 
tamente guasti, rappresentanti la Nascita di 



Bacco. Vi si vede Mercurio che consegna il bam- 
bino alla ninfa Nisa fra baccanti e fauni che suo- 
nano strumenti musicali rallegrandosi della na- 
scita. Una ghirlanda graziosa di vite circonda 
l'orlo del vaso marmoreo e sopra il gruppo cen- 
trale sta scolpito il nome di Salpione. Quésto 
nobii portato dell'arte greca, descritto minuta- 
mente dal Montfaucon, dalk) Spon e da altri 
scrittori, fu rinvenuto nelle rovine. -dell'antica 
Formia nella baia di .(iaeta.. e: giacque lungo 
tempo sulla spiaggia ove servi per ammarrar le 



Napoli 



199 




Fig. 138. — Napoli (Museo Nazionale): Guerriero a cavallo in atto di difesa (Farnese) 

(da fotografia Brogi). 



barche dei pescatori si che vi si veggono ancor 
le traccie delle funi. Fu poi trasportato nella cat; 
tedrale di Gaeta ove servi di fonte battesimale. È 
circondato da qivMro puleali (parapetti del pozzo) 
con rilievi di Giove, Marie, Apollo, Esculapio, 
Bacco, Ercole e Mercurio. 

Verso la finestra: piano di tavola con giovane 
Centauro ed una bella Scilla. — Nel muro d'in- 
gresso, a destra, Oscilla, ossia dischi giranti di 
marmo per ornamento nei pcristilii e nei viridarii 
pendenti fra le colonne dagli architravi. — Ma- 



scheroni di fontane. — Gran rilievo di uno Spon- 
sale. — In un armadio vetrato : piccole ernie di 
Bacco e Satiri, slatiiette di Venere con orna- 
menti da Pompei ('1873) e un filosofo (Diogene?). 
— Antica lapide sepolcrale greca con la statua del 
defunto qual era in vita e il suo cane in rilievo, 
detta anche Ulisse col cane Argo. E un bel la- 
voro attico compiuto presso al tempo di Pericle 
(V secolo av. G.). 

7. Altka sala dei rilievi. — Nel mozzo: 
piedestallo di marmo greco eretto in onor di 



200 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Tiberio dalle (quattordici città dell'Asia Minore 
ch'egli fece riedificare dopo un tremuoto (Ta- 
cito, Ann., lì, 47). Ogni città è rappresentata da 
una figura simbolica in veste della sua nazione 



Fra le finestre : Rilievo tripartito con Gladiatori 
e una Caccia, dal sarcofago di Scauro a Pompei. 
— Sotto, sarcofago rappresentante Prometeo che 
forma l'uomo davanii alle Divinità (fig. 142). 




Fig. 139. — Napoli (Museo Nazionale) : Calliope, Musa della Poesia Eroica (Ercolano) 

(da fotografìa Mauri). 



e distinta dal nome sottostante. Fu trovato nel 
1693 nella piazza della Malva a Pozzuoli ed è 
una copia rimpicciolita del monumento innalzato 
in Roma. — Due grossi Candelabri con colonne 
a fogliami e frutta : uno con base di tre chimere 
e l'altro di tre sfingi. — Due bei Fasi Bacchici 
dei quali quello a sinistra con un'arcaica, giu- 
liva festa di vignaiuoli. — Rilievo greco della 
Seduzione di Elena per Paride con Afrodite e 
Cupido, del fiorire dell'arte greca, con iscrizione 
greca. — Sileno ubbriaco, piccolo rilievo ma 
molto espressivo. — Bel Baccanale. — Tavola 
votiva di Cassia Priscilla ed Ercole ed Omfale 
con iscrizione latina, in buono stile romano. — 
Cosidetto Apollo con le tre Grazie ed Alcibiade 
fra le Etère o coìtigiane, d'origine attica della 
fine del IV secolo av. C. — Perseo che libera 
Andromeda. — Tiberio eia sua ganza, ambidue 
sopra lo stesso cavallo, a Capri. — Donna che sia 
scherzando con una colomba. — Oreste a Delfo, 
opera romana da un eccellente originale greco. 



— Altro sarcofago con Pelope ed Oenomao. — 
"Base di un trofeo greco: è imitazione romana con 

iscrizione falsificata, — Banchetto d'Icario, 
egregio lavoro greco, con Bacco, Satiro e Sileni. 

— Ninfa che respinge un Satiro. — Bacco, Sa- 
tiro e Baccante con doppia piva. — Rilievo 
piatto con tre Grazie e tre Ninfe danzanti. — 
Orfeo ed Euridice nell'Eliso, con Mercurio duce 
delle anime, da un originale attico della scuola 
di Fidia, opera classica. — Tre grandi piede- 
stalli, ciascuno con la personificazione di una 
provincia romana in Asia. — Sarcofago con 
Giove, Giunone e Apollo, da Capua. — Sarco- 
fago rappresentante un Baccanale (fig. i43). 
Il vecchio Sileno briaco sta in un carro e Bacco 
ritto in un altro nel mezzo a molte figure. 

8. Sala con tavole marmoree, vasche di 
fontane, pilastri, candelabri, vasi, ornati M\'Eu- 
machia, o porta della Borsa, in Pompei, tre sfingi 
che reggono una vasca, un'ara con simboli bac- 
chici e un candelabro con animali per base. 



Napoli 



201 




Fig. 140. — Napoli (Museo Nazionale) : 
(da fotografia Brogi). 



Flora Farnese Fig. 141. — Napoli (Museo Naz.): Gladiatore 

Farnese (da fotografia Brogi). 



Tornando all'estremità sud del portico dei 
Balbi si pon piede nella 

fialleria dei bronzi. — Provengono la più 
parte da Ercolano ed alcuni da Pompei ; è facile 
riconoscere la provenienza dalla palina che ri- 
copre i bronzi e che varia per la differenza dei 
metodi in uso in ciascuna di queste due antiche 
città sepolte. 

I bronzi d'ErcoIano hanno un color cupo di 
un verde nerigno, laddove quelli di Pompei sono 
di un verde azzurrognolo e chiaro. Questa colle- 
zione, non che in Italia, è unica nel mondo tutto. 
Il numero e le dimensioni degli oggetti d'arte 
che contiene, la iinezza del lavoro corrispondente 
a quella della materia adoperata, l'abilità con 
cui furono superate tutte le difficoltà che pre- 
sentavano la fusione e la cesellatura attestano la 
perfezione raggiunta dagli antichi nell'arte di 
lavorare il bronzo. 

i^ Sala (Animali). — In mezzo, un Ca- 
vallo (fig. ÌU), uno dei quattro della quadriga 

26 — L.tt Patria, voi. IV. 



di Nerone, trovato nel 1739 ad Ercolano. — 
Testa colossale di cavallo, uno dei più bei mo- 
delli pervenutici dell'arte greca, proveniente dal- 
l'atrio del Tempio di Nettuno in Napoli ; in 
seguito contrassegno della città. L'imperatore 
Corrado IV, dopo la presa di Napoli, gli fece 
porre una briglia e scrivere sul piedcslallo : 
« ()uesto cavallo sinora indomito di Partcnope, 
ubbidisce ora alle redini dell'imperatore». I/ar- 
civescovodiNapolicardinal Carata fece, nel 1322, 
mettere in pezzi e fondere in campane il coi'po 
del cavallo e sol fu salvata questa testa maravi- 
gliosa dal congiunto del cardinale Diomede Ca- 
rafa conte di Maddaloni, il quale la fece porre 
nel suo palazzo ove rimase sino al 1809. il po- 
polino tenne anticamente il cavallo per un lavoro 
di Virgilio e gli attribuì il dono miracoloso di 
sanare le malattie cavalline; per toglier di mezzo 
questa superstizione il cardinale sopiacitalo aveva 
fatto fondere parte di quel bronzo. 
Negli angoli sono quattro busti in bronzo: 



202 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 14iJ. — Napoli (Museo Nazionale) : Sarcofago rappresentante Prometeo che forma l'uomo 
davanti alle Divinità (Pozzuoli). — Da fotografia Brogi. 



cosidetta statua di Saffo. — Diana che tende Varco, 
seniiiìgura trovata nel tempio di Apollo a Pompei, 
ed appartenente probabilmente ad un gruppo dei 
Niobidi. — • Cosidetta Livia, erma greca. — 
Altra erma greca coli' iscrizione dell'artefice 
Apollonio, figlio di Archia di Atene, imitazione 
della cosidetta Testa di Doriforo, probabilmente 
del tempo di Augusto. — Negli armadii sonvi 
piccoli animali da Pompei e Ercohuio. — Altri 
animali che ornavano una sola fontana. 

2a Sala (fig. 145). Statuette. — Su tronchi 
di colonna di giallo antico : Sileno che porta un 
vaso (fig. 146), maraviglioso per l'espressione 
dello sforzo di tutte le forze del corpo e l'atteg- 
giamento naturale di tutte le membra. — Dirim- 
petto, Narciso (fig. 147), superba opera originale 
greca rinvenuta nel 1865 in Pompei. Narciso è in 
atto di trattenere il passo, col capo piegato come 
per porgere ascolto ad im dolce suono in lonta- 
nanza. L'Overbeck, nell'opera su Pompei, leva 



a cielo questo gioiello. — Fauno danzante, tro- 
vato nel 1831, nella casa detta da esso del Fauno, 
statua mirabile di un vecchio satiro rigoglioso 
che balla al ritmo dello schioccar delle dita. — 
Lucio Cecilia Giocondo, erma con iscrizione di un 
banchiere di Pompei, rinvenuta nel 1876, nella 
casa delle Tavolette in via Stabiana, n. 26. — 
In mezzo, Fanciullo con Delfino. — Su tavola 
marmorea, Vittoria volante. — Venere che si 
racconcia i capelli dopo il bagno. — Alessandro 
a cavallo di Bucefalo, uno degli oggetti più inte- 
ressanti della galleria. Alessandro è una nobil 
figura con la testa senz'elmo, cinta soltanto dal 
diadema. Gli arnesi del cavallo, energico e vigo- 
roso come il cavaliere, sono intarsiati d'argento 
e lavorati con gran finitezza. — Statua equestre 
di \m Amazzone . — Bacco eiAmpelo, dalla casa 
di Pansa, gruppetto elegantissimo con occhi d'ar- 
gento sopra una base semicircolare con una ghir- 
ianda argentea di foglie d'ulivo. — Un Pescatore, 



Napoli 



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Fig. 143. — Napoli (Museo Nazionale): Saicofiigo rnppresenlanle un Baccanale (Farnese) 

(da fotografia Brogi). 



con nella mano sinistra un canestro pieno di 
pesci dalla casa della Fontana in musaico ove 
stava sull'orlo della fontana come vi stesse pe- 
scando. — Cupido con un'oca (fig. 149), sta- 
tuetta per fontana. 

Sonvi inoltre in questa sala molti armadii ve- 
trati con un gran numero di piccoli bronzi che 
troppo sarebbe lungo descrivere. 

3"' Sala (Salone). — Fauno dormiente col 
braccio destro sotto il capo (Hg. 151): la disposi- 
zione delle membra e le labbra semi-aperte sono 
di una perfetta naturalezza ed indicano il sonno 
profondo che tien dietro a lunghe fatiche. Fu 
rinvenuto nel 1756 nella casa dei Papiri in Erco- 
lano ed ebbe molti restauri. — Mercurio in ri- 
poso (fig. 148), originale greco dalla scuola di 
Lisippo. La figura è alquanto inclinala, le membra 
nel fiore del principio della virilità; le propor- 
zioni perfette e la dolce espressione vaghissima. 
Winckelmann dichiarò questa slalua la più, bella 



statua in bronzo del mondo. È preservala niira- 
bilmenle e nulla manca tranne il caduceo di cui 
vedesi un frammento nella mano deslra. — Duo 
Discoboli in allo di osservare la direz-ione del disco 
che hanno lancialo, due figure piene di leggiadria 
e naturalezza. — Fauno ubbriaco che riposa sulla 
pelle di un leone imitando con le dita il suono 
delle caslaijnelle (fig. 153), staluella mirabile 
che attesta la grande abilità. degli antichi artisti 
nell'idealizzare i subbielli più volgari. — Apollo 
col pletìv (fig. 155), l'unica statua in bronzo di 
grandezza naturale trovata lin ora negli ^cavi di 
Pompei (Casa del Citarista). — Busto di Livia, 
con pettinatura artistica {(julcrus) di gran magi- 
stero. — Statua eroica di Augusto deificato con 
lo scettro nella destra e il fulmine nella sinistra 
a somiglianza di Giove. — Statua eroica di 
Claudio Druso; l'anello al dito della mano sini- 
stra recali /i/u(«' distintivo della nobiltà romana. 
— Statua colossale di Nerone Uruso, in veste 



20/* 



Parte Quarta -> Italia Meridionale 








'nnmnnriin 



Fig. Ii4. — Napoli (Museo Nazionale): Cavallo di bronzo trovato nel 1739 ad Ercolano 

(da fotografia Brogi). 



sacrificatoria, notevole per la bellezza del pan- 
neggiamento, ecc., da Ercolano. ^ Tre Attrici 
Danzatrici, o NÌ7ife (fig. 154), secondo il 
Winckelniann rinvenute con altre tre nel pro- 
scenio del teatro di Ercolano. — Diana (fig. 152), 
semistatua che serviva per gli oracoli, trovata 
a Pompei. — Busto di Aìxhita, filosofo greco, con 
cinta la testa della benda nazionale di Taranto 
sua patria ; ritratto molto interessante da Erco- 
lano. — Statua colossale che vuoisi di Faustina 
mofflie di Marco Aurelio. — Cosidetta Antonia 



Livia, statua stupenda con testa parlante. — 
Busto di Berenice, uno dei più belli e dei più 
graziosi ritratti della galleria. Quando fu scavato 
nel 1756 in Ercolano gli occhi e le labbra erano 
incrostati di argento di cui veggonsi ancora le 
traccie. — Cosidetto Claudio Marcello, nipote di 
Augusto. — Testa barbuta di Bacco, cosidetto 
Platone, opera greca della metà del IV secolo 
av. C. nello stile di Scopa e Prassitele, una delle 
più. consumate opere d'arte del mondo, dice 
Winckelmann. Una certa rassomiglianza evidente 



Napoli 



205 




Fig. 145. — Napoli (Museo Nazionale) : Un angolo della seconda Sala dei Bronzi grandi 

(da fotografia Brogi). 



l'aveva fatto scambiare per Platone, ma questa 
opinione fu confutata dalla scoperta del vero ri- 
tratto del filosofo, ora a Berlino. — Sopra, 
busto di E. Lepido, pieno di vita individuale. • — • 
Ercole fanciuUo die strozza il serpente (fig. 150), 
lavoro del secolo XV. Intorno al plinto sono rap- 
presentate le Forze d'Ercole. — Per ultimo sono 
tre basti di Democrito, Siila e Tiberio. 

4:^ Sala (Sala delle armi). — Statua eque- 
stre di Nerone (fig. 156), dal Foro di Pompei, 
composta di frammenti raccozzati con cura. — 
Busto di Scipione Africano, dalla villa dei Papiri 
in Ercolano, vero tipo di un antico romano, con 
nel lato sinistro della testa le due cicatrici. — Di- 
rimpetto è il cosidetto Apollo (fig. 157). 

La Raccolta d'armi in questa sala contiensi in 
tre armadii con descrizione o catalogo appeso 
all'ingresso. Nel primo stanno le Armi greche 
comprendenti elmi in bronzo da Pesto e da ìluvo ; 
armadure daCanosa; arnesi per cavalli, ecc., da 
Ruvo; punte di lande da Pesto. — Nel secondo 
Armi italiche, fra cui un gallo stendardo sannita 
da Boviano onxPietr abbondante. — • Nel terzo Elmi 
ed armadure di gladiatori, riccamente ornate, da 
Pompei e Ercolano; un elmo con hPresa di Troia 
ed uno scudo con la testa di Medusa in rilievo. 



III. — Mezzanino (Enlresol). 

Salita la scala si pon piede a destra nella 
1" Sala (con gli ultimi freschi trovati a 
Pompei). — Cosidetto Giudizio di Salomone, 
probabilmente del re egiziano Boccori, con figu- 
relle di nani dalla testa grossa e gambe sottili. 
• — • Monarchi, da Pompei (1882). — Scene di 
osteria. — Ratto di Europa. — Cassandra 
che pì'edice a Priamo e ad Ettore la caduta di 
Troia. — Laocoonte (prova che il celebre gruppo 
esisteva prima di Tito). — Venere e Adone con 
in mano un nido ed un uovo da cui shucaron fuori 
Castore e Polluce. — Piramo e Tisbe. — Ifi- 
genia ed Oreste nella Tauride. — Polifemo e 
Ulisse, frammento. — Bacco e Sileno. — Fine 
dei Niobidi. — Medea. — Battaglia fra gli abi- 
tanti di Pompei e quelli di Nocera nell'anfiteatro 
di Poìnpei. — Marte e Venere. — Pigmei alle 
prese con belve egiziane. — Baccante barcollante 
sopra una cascata. — Ercole che libera Dejunii'a. 
— Pan con tre Ninfe che suonano. — Sopra, 
Teseo che abbandona Arianna. — Cimone e 
Pero. — Ercole e Augia. — In mezzo, lampade 
romane e varii altri oggetti di terra, fra cui vasi 
d'Arretium od Arezzo. 



20G 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



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"ig. 146. — Napoli (Museo Naz.): Sileno che 
;iorU un vaso (Pompei). — Da fot. Brogi. 



Fig. 147. — Napoli (iVIuseo Naz.): Narciso (Pompei) 
(da fotografìa Brogi). 



Terraglie ordinarie di 



2=^ Sala! — A sinistra, una Riconciliazione. 

— Achille e Troilo (?). — Giudizio di Paride. 

— Leda. — Banchetti, con iscrizioni. — Ca- 
vallo di Troia. 

lerrecoUe antiche. — Le terrecotte sono le 
meno artistiche ma di un materiale eccellente non 
men solide che leggiadre e di forme svariatissime. 

Dopo le sale dei dipinti : 
ì^ e 2a Sala. — 
casa da Pompei e nella seconda sala anche una 
statuetta seduta di Giovine barbuto dall'espres- 
sione tragica, da Pompei. — Piatto decorato con 
na Amazzone in quadì'iga ed Apollo fra due 
donne (fig. 159), da Pompei. — Nel passaggio 
dalla seconda alla terza sala: Diana Ol destra e 
Medusa a sinistra. 

3a Sala. — Parecchi sarcofaghi etruschi 
con figure sdraiate sui coperchi, da Vulci. — 
Molte lampe dalle terme e botteghe di Pompei. 



— Negli armadii, piccoli animali: cavalli, ma- 
iali, uccelli, poi mani ed ex-voti simili a qnelli 
delle chiese cattoliche. — In faccia alla finestra, 
a destra: una Giunone colossale, e a sinistra un 
6'io2;e,dalcosidettoTempiod'Esculapio in Pompei. 
Winckelmann li qualificò Esculapio ed Igiea. — 
In faccia all'ingresso, sopra tre statue in terra- 
cotta, celebri frammenti di un bassorilievo volscio 
rinvenuti a Velletri, con traccie di pittura e rap- 
presentanti Guerrieri a cavallo e su carri. 

4* Sala. — A destra dell'ingresso sono due 
mascheroni per l'acqua e due bassorilievi a sini- 
stra. — • Alla finestra, sotto vetro, statuetta don- 
nesca con vesti dipinte. — A sinistra, nello stesso 
lato, coppe; a destra, urne cinerarie etrusche e 
teste in alto. — In faccia all'ingresso, statuette e 
busti notevoli di Deità, ecc. — In faccia alla fine- 
stra, a sinistra: terraglie verniciate e altre scol- 
ture. — Sugli armadii, vasi con rilievi. 



Napoli 



207 




Fig. 148. — Napoli (Museo Nazionale): Mercurio in riposo (Ercolauo) 
(da fotografia BrogiJ. 



Collezione Cumana. — Nel mezzanino occiden- 
tale, fondata dal principe Leopoldo Borbone, 
conte di Siracusa che fece fare scavi a Cuma, ac- 
quistala dal Principe di Carignano e da lui rega- 
lata, nel 1861, alla città di Napoli. Contiene circa 
2000 oggetti, la più parte vasi, terrecotte, bronzi, 
oggetti in oro, vetri rinvenuti a Cuma. 

ì^ Stanza. — In mezzo: Busto del Prin- 
cipe di Cariyaano, di Angelini. — Alla finestra: 
bella Teletta quadrata in legno moderno copiata 
dall'originale con bei bassorilievi antichi in avorio; 
dentro uno specchio tondo inargentato, un anello, 
un paio di orecchini in oro, ecc. — Nell'angolo 
a destra : vaso di bronzo, entrovi ceneri d'ossa 
umane. — Vasi con figure. — Monete di 
bronzo, ecc. 

2^ Stanza. — In mezzo : maschera in cera 
da un sepolcro romano in cui erano ancor quattro 
scheletri senza testa. — In un armadio a destra: 



lavoruccio in oro, argento, bronzo e osso. — ' 
Vaso sotto vetro di superbo disegno con fulgido 
smallo nero e rilievi di stile attico rappresen- 
tanti un Combattimento dei Greci con le Amaz- 
zoni (flg. 158). — In un armadio vetrato, a si- 
nistra: balsamarii vaghissimi in varii colori. 

St.-vmpe. — Nella sala successiva: più di 
19,300 stampe in 227 volumi e alle pareli copie 
delle pitture di Pompei. 

Raccolta degli ojigelli del Cinquecento (che 
deve essere trasportata nel piano superiore). — 
Quattro grandi lampade egiziane in bronzo. — 
Aliare portatile di re Vladislao nelle sue spedi- 
zioni guerresche con rilievi della Passione in 
sette compartimenti, della scuola tedesca. — • 
Busto in bronzo di Ferdinando I d'Aragona, 
probabilmente di Mazzoni da Modena. — Statua 
in mATmo àdh Modestia velata, del Sammarlino. 
— Maschera di Medusa, dal Canova di Festa. — 



208 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



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210 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 153. — Napoli (Museo Nazionale): Fauno ubbriaco che riposa sulla pelle di un leone; 
capo d'opera in bronzo (Ercolano). — Da fotografia Brogi. 



NcU'ullinia sala, superbo busto in bronzo di 
Dante, che vuoisi ricavato dalla sua maschera 
mortuaria. 

IV. — Piano Superiore. 

La porta di mezzo mette alla Biblioteca che 
abbiam gicì descritto nelle Biblioteche ed alla 
quale rimandiamo il lettore. A sinistra della Bi- 
blioteca, si pon piede nell'ala orientale del piano 
superiore e subito dopo, l'ingresso a sinistra : 
i^ Sala. — Avanzi di commestibili e copie 
di dipinti di Pompei. — In mezzo : vaso di 
vetro pieno d'olio. — Altro vaso moderno in 
vetro con dentro una massa nera spugnosa, rin- 
venuta in un'anfora infranta, probabilmente vino 
misto ad altre sostanze; ulive, orzo, fichi, man- 
dorle, avanzi di carne, uva passa e acini d'uva. 

Nel muro a destra : lumache, gusci di tarta- 
ruga, conchiglie, asbesto, denti di cinghiale, 
bottoni, cestelli, granelli di senapa, tessuto di 
lana, di lino e seta carbonizzati, due borse con 
monete di Vespasiano, zucchero, reti, filo, su- 
ghero, ecc. — Nel muro a sinistra : uova, ossa 
di gallinacei, spine di pesci, aglio, cipolle, 
datteri, noci, carrube, lenticchie, fave, ecc. e 



quindici pani carbonizzati con lo stampo del for- 
naio Gelei', schiavo di Q. Cranio Vero. Qui ve- 
desi insomma schierata la vita domestica degli 
antichi Pompeiani. 

Nelle pareti di questa e della sala seguente : 
Copie di dipinti Pompeiani, molte delle quali 
(quella ad esempio dell'arena dell'anfiteatro) in 
originale ora assai sbiadito o divenuto irricono- 
scibile. — Dirimpetto: Sala dei modelli con 
nelle pareti la continuazione delle copie dei di- 
pinti murali di Pompei. Sulle tavole sono i mo- 
delli : dell'anfiteatro di Pompei, del tempio dei 
Dioscuri in Roma, del tempio di Pesto, del Co- 
losseo di Roma, della casa del Poeta tragico a 
Pompei, ecc. — Alla sala dei modelli tengono 
dietro due altre sale con la 

Diblioteca dei Papiri. — • Il papiro, com'è noto, 
è una pianta ciperacea a grossi steli, indigena 
dell'Africa (e anche delle sponde dell'Anapo nella 
provincia di Siracusa), il cui tessuto midolioso 
tagliavasi a striscio le quali, sovrapposte in croce, 
comprimevansi e adoperavansi poi nell'antichità 
come carta da scrivere. 

La scoverta dei papiri in una villa di Erco- 
lano merita speciale narrazione. Fu nel gennaio 



Napoli 



^11 




Fig. 154. — Napoli (Museo Nazionale) : Tre Attrici, statue in bronzo (Ercolano) 

(da fotografìa Mauri). 



del 1752 che la scoverta segui nella villa appar- 
tenuta a Lucio Calpurnio Pisene Cesonino, suo- 
cero di Giulio Cesare e avversario di Cicerone. 
É risaputo che Lucio Calpurnio ebbe per amico, 
nella sua gioventù, Filodenio, il quale, invitato 
a Ercolano, si recò nella villa di Pisene e se ne 
slette con lui parecchio tempo. Forse, si crede, 
per insegnar dottrina epicurea all'amico, forse 
soltanto per villeggiatura. Furono dunque rinve- 
nuti in questa villa, tra moltissimi e famosi og- 
getti d'arte, i papiri di cui parliamo. Si è potuto 
infine sapere, dopo lunghe investigazioni e studii 
non meno continui, che la. biblioteca rinvenuta 
era specialmente greca e filosofica, più partico- 
larmente epicurica. La maggior parte degli 
scritti era appunto dovuta al greco epicureo Filo- 
demo nativo di Gadora, che visse a Roma e fu 
contemporaneo di Cicerone. 

I papiri sono 1800; molti sono stati svolti, 
altri restano inediti. Gli svolti sono di sette au- 
tori: Epicuro, Demclrio, Polistrato, Filodemo, 
Colote, Crisippo, Carnisca: di Filodemo ve ne 
sono 43 e 11 di Epicuro. 

I trattati sono i seguenti: Filodemo, Della 
Musica; Dei vi zìi e delle virtù; Della Re lo- 



rica; Della Morte; Dei fenomeni ; Della libertà 
di parlare; Degli animali; Di quanto, nella 
dottrina di Omero, è buono e utile al popolo. 

— Epicuro, Della Natura. — Polistrato, Del- 
l'ingiusto disprezzo. — Crisippo, Della Provvi- 
denza, ecc., ecc. 

Nella biblioteca furono pure trovati dei calamai 
e degli stili che sono pure visibili nella slessa 
sala del Museo. Ctime, intanto, i papiri furono 
svolti? L'invenzione d'un instrunicnto per questa 
bisogna si deve al padre Antonio Piaggi, chie- 
rico regolare delle Scuole Pie, che riesci pel 
primo a trascrivere il contenuto di quei trattati. 

Nella collezione dei papiri trovansi anche circa 
300 tritici rinvenuti nel 1875 in una cassa carbo- 
nizzala a Pompei ; sono in gran parte quietanze di 
conti di L. Cecilio Giocondo banchiere. 

Pinacoteca. — Nella parie orientale del piano 
superiore trovasi la Pinacoteca, che andremo 
trascorrendo rapidamente : 

1^ Sala (Scuola Romana). — Veduta di 
Roma, di Giampaolo Pannini, piacentino (moi'lo 
nel 17()4) e della sua scuola. • — ij' Arranfielo 
Michele e Gloria d'angeli, del cav. d'Arpino. 

— Marine al tramonto, di Claudio Loiima. — ■ 



212 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Dipinti religiosi, del suddetto cav. d'Arpino. — 
Opifìcio della Sacra Famiglia con Gesù fanciullo 
che sta piallando, del Sassoferrato. — Pitture 
dal Nuovo Testamento, di Francesco Penni, detto 
il Fattore. — Sacra Famiglia, di Giovanni 
Spagna. — Salita di Gesù, al Golgota, e Ado- 




Fìg. 155. — Napoli (Museo Naz) : Apollo col pletro (Pompei) 
(da fotografia Brogi). 



razione dei Pastori, di Polidoro da Caravaggio. 
- — Sacra Famiglia, di Federigo Baroccio. — 
Adorazione dei Pastori, nella prima maniera di 
Sassoferrato. — Madonna delle Grazie, da un di- 
pinto di RafTacllo in Inghilterra (scuola di Raf- 
faello). — Madonna, del Sassoferrato. ■ — Gesù 
che cade sotto la Croce, con naturalismo notevole, 
di Polidoro da Caravaggio. — Ingresso in piazza 
San Pietro a Roma di Carlo IH Borbone, del 
Pannini. — ■ Sacra Famiglia, di Carlo Maratta. 
— Ritratto di Ferdinando IV dodicenne, di Raf- 
faele Mengs. 

2* Sala {Scuola Parmigiana e Genovese 



XVII secolo). — Ritratto di un Frate, di Ber- 
nardo Strozzi. — Giovane donna che scherza col 
figliuolo, di Castiglione. — Piccola Sacra Fa- 
miglia, di Francesco Mazzuoli, detto il Parmi- 
gianino (morto nel 1540). — Testa di frate, 
della scuola del Correggio. — Madonna, schizzo 
del Parraigianino, il quale vi ha 
inoltre due Teste ridenti di fan- 
ciulli, un Fanciullo che sta stu- 
diando, la Città di Parma in figura 
di Pallade che abbraccia il giovine 
Alessandro Farnese. — Carità e 
due Sacre Famiglie, di Bartolomeo 
Schidone, modenese. 

3» Sala (Scuola Parmigiana 
e Lombarda). — Ritratto del Cal- 
zolaio di papa Paolo IH, di Barto- 
lomeo Schidone, con altri molti 
dipinti religiosi dello stesso. — Il 
Battista, della scuola del Vinci. — 
Santa Chiara, del Parmigianino. 

— Adorazione dei Magi, con ricca 
architettura, di Cesare da Sesto 
(morto nel 1324). — Gesù Bam- 
bino e San Giovanni che si baciano 
e Madonna delle Rocce, della scuola 
del Vinci. — Ritratto del Sarto di 
Paolo III, di Bartolomeo Schidone. 

— Trittico notevole con la Visita- 
zione, la Natività e i Tre Magi, 
dell'antica scuola lombarda. — Ri- 
tratto di un Giovane principe, di 
Angelo Bronzino. — Ritratto del 
musicista Gauthier, dello Schidone. 

4* Sala (Scuola Veneziana). 

— Madonna in trono con S. Fran- 
cesco e San Bernardino, di Aloise 
Vivarini. — Madonna, San Nicolò, 
San Rocco e due Vescovi, di Bar- 
tolomeo Vivarini. — Ritratto pre- 
sunto del principe Antonello di 
Salerno, del Giorgione, o piuttosto 
di Della Vecchia. — Testa di gio- 
vine, di Sebastiano del Piombo. — ■ 
Molte Vedute di Venezia, di Ber- 
nardo Belletti più noto col nome 
di Canaletto. — Ritratto di una 

Dama, guasto dai ritocchi e dalla vernice, di 
Tiziano. — Ritratto di Papa Clemente VII 
(Medici), il migliore e il più rassomigliante, 
ma solo in parte compiuto, di Sebastiano del 
Piombo. — Alessandro Farnese, guasto nel 
colorito, di' Tiziano, del quale vuoisi anche il 
Paolo IH, che ha molto sofferto. — Papa 
Paolo III Farnese col cardinale Alessandro 
Farnese e il suo sparuto nipote Ottavio; davanti 
al papa ottuagenario si vede la clessidra e dietro 
il seggio il cardinale; a destra si avanza Ottavio 
con in mano il nero cappello piumato, anch'esso 
di Tiziano. Del Tiziano anche il Carlo V quello 



Napoli 



213 




Fig. 156. — Napoli (Museo Nazionale): Statua equestre di Nerone (Pompei) 
(da fotografia Brogi). 



forse ch'ei donò nel 1540 a Ferrante. — Cristo 
alla colonna, modellato con diligenza straordi- 
naria da Alessandro Bonvicino, detto il Morello. 
— Risurrezione, della scuola di Andrea Man- 
tegna. — Santa Eufemia, con panneggiamento 
classico e disegno magistrale, dipinta a 24 anni 
dallo stesso Andrea Mantegna. — Madonna con 
San Giovanni e San Pietro, di Lorenzo Lotto. 

5* Sala (Sala del Correggio con molti ca- 
polavori). — Gesù e i Dottori, di Salvator Rosa. 
■ — Madonna che scopre il Batnbino, di nobile 



composizione michelangiolesca, di Sebastiano del 
Piombo. — La celebre cosidetla Zingarella o 
Madonna del Coniglio, da un coniglio che vedcsi 
nello sfondo, con capelli legati alla zingaresca 
e in bianca veste. Rappresenta la Vergine che 
riposa durante il ritorno dall'Egitto, col Bambino 
che sta dormendo nel suo grembo ; sopra, an- 
geli fra le palme. Tutto è pace e riposo in questo 
dipinto maraviglioso, di una semplicità idillica, 
del Correggio. • — • Danae, dipinta a 68 anni nel 
1545 da Tiziano pel duca Ottavio Farnese. Danae 



2U 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



se ne sta sdraiata sur un lettuccio mentre una 
vecchia raccoglie in un piatto la pioggia d'oro 
metamorfosi di Giove innamorato. Sotto Titianus 
eques caesareus fecit. Manchevole forse nel di- 
segno, questo capolavoro è un miracolò di colo- 
rito, anche più ricco di quello della famosa Ve- 
nere nella galleria degli Uffìzii in Firenze. — 



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Fig. 157. — Napoli (Museo N.): Apollo (Pompei) 
(da fotografia Mauri). 

Sposalizio di Santa Caterina con Gesù Bambino, 
del Correggio (circa il 1518). Picciol dipinto, 
uno dei più felici esempli della grazia e dell'ar- 
monia del colorito per cui va tanto rinomato il 
Correggio. Il soggetto tolto dalle leggende di 
Santa Caterina di Alessandria rappresenta il suo 
fidanzamento con Gesù Bambino, il quale le pone 
in dito l'anello, mentre la Madonna, una delle 
più belle faccio che abbia mai dipinto il Cor- 
reggio, guida con un'espressione di tenerezza la 
sua manina. Il bambino che sta guardando la 
madre, come per chiederle la spiegazione di quella 
strana cerimonia, è pienamente correggiesco. Nel 
volto di Santa Caterina la bellezza e la dolcezza 
vanno accoppiate all'innocenza e alla grazia. Ella 
stringe nella destra la palma del martirio, mentre 
la spada giace sul ceppo su cui sta inginocchiata. 
— Papa Paolo IH in seggiolone, di Tiziano^ per 



la bella testa di pontefice e insieme di diploma- 
tico, per la finitezza delle mani e del panneggia- 
mento, per lo splendore e l'armonia dei colori é 
uno dei migliori capolavori del grande pittore. 
Il quadro perfettamente conservato è lodatissimo, 
come merita, dai signori Crowe e Cavalcasene 
giudici competenti. — Deposto di Croce e Ma- 
donna col Bambino in seno, attribuiti erronea- 
mente al Correggio. — Filippo 11 di Spagna, 
ritratto del Tiziano, dipinto nel 1550 per esser 
presentato a Maria Tudor, regina d'Inghilterra 
quando Filippo ne chiese la mano, ripetizione in- 
feriore appena del ritratto che ammirasi a Ma- 
drid, e con splendida armonia di colorito. — 
San Sebastiano e San Gerolamo che ode la tromba 
del Giudizio Universale, del grande pittore na- 
turalista Giuseppe Ribera, de[to lo Spagnoletto. 
— Santa Maria Maddalena in orazione, con gli 
occhi gonfi pel piangere, ma sempre bella e col- 
l'espressione della più profonda penitenza, del 
Guercino. — Testa di frate, di Rubens. 

6* Sala {Incisioni in rame), — Messa in- 
sieme a Milano dal conte Firmian, governatore 
austriaco della Lombardia, passò poi successiva- 
mente alla Corte di Vienna, da essa alla regina 
di Napoli e, nel 18G4, da Vittorio Emanuele am- 
pliata, al Museo. Contiene 20,000 incisioni, in 
227 volumi ; 208 incisioni particolari, 985 di- 
segni a mano di celebri maestri e le belle 50 
carte da giuoco del Mantegna. Busti di Papa 
Paolo IV. — Busto in bronzo di Dante del se- 
colo XV. • — Due busti medicei del Bernini. 

Sei Cartoni: 1. Frammento dai freschi della 
cappella Paolina in Roma, di Michelangiolo. — 

2. Madonna del Divino Amore, di Raffaello. — 

3. Fene?'e e ^Hiore, di Michelangelo. — 4. Mosè 
davanti il rovo ardente, di Raffaello. — 5. Il 
cardinal Bembo, di Tiziano. — 6. Alessandro 
Farnese, di Paolo Veronese. 

7* Dalla i:^ Sala si passa diritto alla Sala 
(o Salone dèlie Scuole diverse). — Madonna della 
Pietà, replica d'Annibale Carracci. — San Seba- 
stiano, schizzo dello Schidone. • — Bisiirrezione 
di Lazzaro, di Giacomo Bassano. — La Madonna 
della Gatta, copia della Sacra Famiglia detta la 
Perla di Raffaello a Madrid, uno dei più bei di- 
pinti di Giulio Romano. — Sacra Famiglia, del 
— Trasfigurazione, con magnifico 
Giovanni Bellini. — Copia del 



Parmigianino. 



paesaggio. 



di 



Giudizio di Michelangelo, con molte libertà di 
Marcello Venusti (Sebastiano del Piombo?). — 
Madonna sul colle delle Rose, di vaghissimo co- 
lorito, di Pietro Perugino. — Ritratto di Cle- 
mente VII, di Andrea del Sarto (?). — Madonna, 
di Bernardino Luini. — Ritratto d'uomo, di Gio- 
vanni Bellini. — Ritratto del cav. Tibaldeo, 
d'ignoto, attribuito erroneamente a Raffaello. 
— Celebre copia per Andrea del Sarto, di 
Leone X coi cardinali Giuliano de Medici (Cle- 
mente VII) e Luigi de Rossi, nella galleria di 



Napoli 



215 




Fig. 158. — Napoli (Museo Naz.): Rilievi d'un vaso in terracotta con un Combattimento 
dei Greci con le Amazzoni (Cuma). 



palazzo Pitti a Firenze, di Raffaello. Secondo 
narra il Vasari, Federico II duca di Mantova 
aveva chiesto l'originale al papa, il quale fece 
far questa copia da Andrea del Sarto e l'inviò a 
Mantova ove lo stesso Giulio Romano lo scambiò 
per l'originale. — Ritrattodel cardinal Passera», 
di Raffaello (?). — La Madonna del Divino Amore, 
dipinta per Lionello da Carpi signore di Meldola, 
da Ratfaello, del quale è la composizione bellis- 
sima e l'esecuzione in parte dei suoi allievi. La 
Madonna sta pregando con le mani giunte dietro 
il Bambino che benedice il giovine San Giovanni 
Battista. — La Trinità, di Pietro Novelli, detto 
il Monrealese, il quale vi ha anche un San Paolo, 
in mezza figura. — Deposto di Croce, del Garo- 
falo. — Sacra Famiglia, del Sogiiani. — La 
Vergine con San Girolamo, il Battista, Santa Ca- 
terina e due Donatori, in colorito chiaro accop- 
piato alia l'orza e alla ricchezza Tizianesca, di 
Palma Vecchio. — L'Angelo Custode che di- 
fende l'Innocenza da Satana, del Domenichino. 
— Paesaggio con figure del Lauri, di Ckiudio 
Lorena. — San Nicolò di Bari trasportato in 
cielo, del Calabrese. — Assunzione di Maria, 
nello stile primitivo del Perugino, del Pinturic- 
chio. — Maddalena piangente, guasta dal tempo 
e dai ritocchi, di Tiziano. — Morte di Lucrezia, 
del Parmigianino. — Dio Padre con Sera/ini, di 
Mazzolino. — Ottavio Farnese, di Leandro Bas- 
sano. — Ritratto di sua figlia, del Parmigia- 
nino. — San Benedetto fra San Placido e 
San Mauro e sotto i quattro Padri della Chiesa, 
di Andrea da Salerno. — Gara alla corsa di 



Atalanta con Ippomene, di Guido Reni. — Bat- 
taglia, del Borgognone. — Fénelon, di Pietro 
Mignard. — Bramante che mostra un disegno al 
Duca d'Urbino, un misto del Pontormo e del 
Bronzino. — Battaglia, di Salvator Rosa. — Ri- 
tratto di Papa Adriano YI, di Se])astiano del 
Piombo. — Ritratto di Don Giovanni d'Austria, 
del Tintoretto. — Sileno ubbriaco con Satiri, 
del Ribera. — Baccante che dà a bere ad un 
Satiro, di Annibale Carracci. — Assunta, con 
sedici figure al naturale, ritoccato, di Fra Barto- 
lomeo in parte. ■ 

8^ Sala (delle Veneri). — I Beoni, di Vc- 
lasquez. — • Le Quattro Stagioni, di Guido Reni. 
— Venere che toglie l'arco a Cupido alla presenza 
delle Grazie, del Tintoretto. — Cupido che bacia 
una Baccante, da un cartone di Michelangelo, del 
Bronzino. 

* 
* * 

La parte occidentale del primo piano ove si 
entra a destra dopo salilo lo scalone contiene i 
Vetri, il Medagliere, l'altra metàdclla Pinacoteca, 
ì Vasi Italo-Greci, i Piccoli bronzi, ì Cammei, le 
Gemme, gli Oggetti in oro e in argento, ecc. 

Vetri antichi. — La collezione più importante 
che esista al mondo, e contenente più di 4000 og- 
getti, la più parte da Pompei, Ercolano, Stabia 
e Nola. Essi porgono testimonianza della perizia 
tecnica e del buon gusto degli Antichi nell'arto 
vetraria e vi si ammirano lazze, lampe, vasi un- 
guentarli, caraffe, imbuti, rinfrescatoi, ampol- 
line da odori, amuleti, perline, vetri da fincslro 



216 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 159. — Napoli (Museo Nazionale): Piatto decorato con un'Amazzone in quadriga 
ed Apollo fra due donne (Pompei). — Da fotografia Brogi. 



dalla Villa di Diomede, dalle Terme di Pompei , ecc. 
Vi si ammirano, fra le altre cose, un'urna in 
vetro arrotato azzurro in forma d'anfora con piede 
moderno d'argento e rilievi in ismalto bianco, 
rinvenuta nel 1837, ancor piena di ceneri in un 
sepolcro a Pompei ; una lastra in vetro, con 
pezzetti di lapislazzuli da Ruvo, ed un'antica pa- 
tera azzurra con foglie in smalto bianco e in 
mezzo la testa di un Satiro. 

Raccolta pornografica. — Alla quale non sono 
ammessi che gli uomini. Nelle pareti, freschi la- 
scivi da Pompei e Ercolano, come son hiscivi ed 
osceni il musaico del pavimento, quelli dì Apollo 
e Dafne, ecc., i rilievi di Pan e ti mulo, il 
Fauno con la zampogna, ì piccoli bronzi, i Nani 
danzanti, le caricature, le erme di Priapo, le 
lampade, gli amuleti in avorio, i vasi, il sarco- 
fago con rilievi bacchici, il treppiede in bronzo 
con piedi di Satiro, il gruppo in marmo del Sa- 
tiro e della capra. 



Medagliere. — Ordinato con inlelligenza e 
buon gusto e di una grande ricchezza come 
quello che contiene più di 40,000 pezzi in sei 
sale con pavimenti antichi da Pompei e Ercolano 
e belle carte geografiche, fra le altre un esem- 
plare della celebre Tavola Peutingeriana. 

Nella 1^ sala le Monete greche, raccolte nella 
Magna Grecia e in Sicilia e ordinate alfabetica- 
mente secondo i nomi delle città, dei re, degli 
uomini celebri, ecc. Nella 2» e 3» le Monete 
romane. Nella i^ le Medieviehe. Nella 5* i conii 
delle Monete napoletane. Il superbo pavimento 
di questa sala fu tratto da un palazzo di Tiberio 
a Capri; negli angoli, busti dei Numismatici. 

Seconda parie della Pinacoteca. — In sei sale 
e due gabinetti, contenenti particolarmente opere 
di pittori napoletani dei secoli XVII e XVIII e di 
pittori stranieri. 

1* Sala. (Scuola Bolognese). — Sala dei 
Garracci : La Samaritana, di Lavinia Fontana. 



Napoli 



217 




Fig. 160. — Napoli (Museo Nazionale) : Cassetta Fainesiana, in argento cesellato con smalli 

(da fotografia Brogi). 



— La MadoiiìLa in (jloria, schizzo del Guerciao. 

— Gesù bambino adoralo da San Francesco e 
dairullra parte la Madonna sopra una lastra di 
alabastro, di Annibale Carracci. — Sogno di Gesù 
bambino, San Giovanni Evangelista, ed Ulisse e 
Nausicaa, tre quadri di Guido Reni. — Angelo 
con Satana incatenalo, di Lanfranco. — Caino 
che uccide Abele, in istile rozzo, di Lionello 
Spada. — Vendetta di Timoclea contro il Capo 
tracio dopo la presa di Tebe, di Elisabetta Si- 
rani. — San Gerolamo, del Guercino. — y\pollo, 
di Annibale Carracci. — Testa di San Gerolamo, 
di Agostino Carracci. — Sibilla, di Agostino 
Romanelli. — Sepoltura di Cristo, di Ludovico 
Carracci. — San Carlo che adora la Madonna 
sull'ardesia, di Simone da Pesaro. — Satira 
contro Michelangelo da Caravaggio, rappresen- 
talo quale un selvaggio fra le scimmie, di An- 
nibale Carracci. — Vanità e Modestia, di Guido 
Reni. — San Pietro pentito con fazzoletto da 

28 — La Patria, voi. IV. 



naso, del Guercino. — San Gerolamo che ode la 
tromba del Giudizio Finale, di Lanfranco. — 
Rinaldo ed Armida nel Giardino incantato, di 
Annibale Carracci. — San Giovanni Evangelista, 
del Guercino. — Giuditta ed Oloferne, del più 
crasso naturalismo, del Caravaggio. — La Ma- 
donna che dà il Bambino a San Pasquale. — 
San Eustachio davanti il Crocifisso, in un bel 
paesaggio, di Annibale Carracci. 

2^ Sala {Scuola Toscana). — Gesù al 
Tempio, di Lionardo da Pistoia. — ■ Sacra Fa- 
miglia, da Andrea del Sarto, dei Ponlormo. — 
Circoncisione, di Marco da Siena. — Sposalizio 
di Maria, dello Zaganelli di Parma. — Hisui-- 
rezione, che ha soltcrlo nel colorilo, di lìazzi 
(Soddonia). — Esposizione al Tempio, del Va- 
sari. — Madonna con figure laterali, di Marco 
da Siena. — La Vergine della Pietà, di Filippo 
Mazzola. — Adorazione di Cesa Bambino, di Lo- 
renzo di Credi (?). — La Strage degli Innocenti, 



218 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



di Matteo da Siena. — Madonna con due angeli 
che le porgono il Bambino, di Filippo Lippi. — 
Papa Liberio che fonda Santa Maria Maggiore in 
Roma, della scuola fiorentina. — Ritratto di 
Gian Bernardo da Castel Bolognese intagliatore 




Fig. 161. 

Napoli (Museo Naz.): Vaso ad incensiere. Bacco ed Arianna 

bojiru un triclinio (lluvo). — Uà fologr. Brogi. 



di gemme, di Baldassarre Peruzzi (?). — An- 
nunziazione, Sant' Andrea e San Giovanni, di 
Filippo Lippi. — Madonna col putto che dà le 
chiavi a San Pietro (1500), di Alfonso Franco 
da Messina. • — llitratto di un Giovane, del 
l'ronzino. — Adorazione dei Magi, di Marco da 
Siena. — llitratto di Donna, del Bronzino. — 
Marco con Gesù e San Giovanni, di Franco Gra- 
nacci. — In mezzo: Tabernacolo ottagono in 
bronzo, con rilievi della Passione, scuola di 
Michelangelo, fuso da Jac. Siciliano dalla Cer- 
tosa di llonia. 
Si entra ora nella 3" sala a cui vanno annessi 



a destra i due seguenti gabinetti: 1° Gabinetto. 
Contiene dipinti guasti e mal restaurati in gran 
parte, con qualificazioni arbitrarie, dei secoli XIV 
e XV, fra cui un trittico con la Madonna e quattro 
Santi, di Andrea da Velletri ; freschi dalle cata- 
combe di San Gennaro, ecc. — 
2" Gabinetto, anche esso con pit- 
ture guaste e in gran parte senza 
nomi di autori della cosidetta An- 
tica scuola napoletana (XIV e XV 
secolo). 

3^ Sala (Scuola Napoletana 
dei secoli XIII e XIV). — Crocifis- 
sione e San Martino che divide fra 
i poveri il suo mantello, di Pietro 
Donzelli, ma, secondo i signori 
Crowe e Cavalcasene, forse di un 
veneziano seguace del Mantegna e 
di Carpaccio. — Madonna coi Santi 
Pietro, Paolo, Sebastiano, Aspreno, 
Candido, attribuito ad Andrea So- 
lario, detto lo Zingaro, che i sud- 
detti critici chiamano spettro di un 
pittore, perchè la sua esistenza è 
accertata, ma è impossibile rico- 
noscer per suoi i varii dipinti attri- 
buitigli. La Madonna in questo 
quadro vuoisi sia il ritratto della 
regina Giovanna II. ■ — Crocifissione 
e Madonna, di Simone Papa seniore 
(piuttosto fiammingo). — Madonna 
fra i Ss. Sebastiano e Jacopo della 
Marca, con lunetta e predella, di 
Pietro ed Ippolito Donzelli, secondo 
i critici predetti pala di altare da 
San Domenico, nel rozzo stile del 
Cozzarelli, senese. — San Nicolò, 
danneggiato, di Andrea da Salerno. 
— San lilichele, San Giorgio e i due 
Ss. Giovanni in un paesaggio, di 
minutezza e finitezza fiamminghe, 
di Simone Papa, seniore. — Ma- 
donna che dà un frutto al Bam- 
bino, attribuito allo Zingaro sud- 
detto, ma piuttosto fiammingo. — 
Adorazione dei Magi, uno dei mi- 
gliori dipinti di Andrea da Salerno, 
il quale vi ha anche un San Benedetto che veste 
del suo abito San Mauro e San Placido, predelle. 
■ — Annunziazione, di Girolamo Imparato. 

-ia Sala (Scuola Napoletana dei secoli XVI, 
XVII e XVIII). — Quattro dipinti storici interes- 
santi, di Domenico Gargiuloo Micco Spadaro. Il 
primo rappresenta la Rivoluzione di Napoli nel 
1047 con iMasaniello a cavallo; il secondo, una 
Scena della peste del 1656 in piazza del Merca- 
tello (ora piazza Dante) con veduta del Vesuvio; 
il terzo, il Cortile della Certosa di San Martino 
durante la peste, con fra le figure lo stesso 
Micco Spadaro e Salvator Rosa, e San Martino 



Napoli 



^10 



che mette in fuga la peste in fujura di una brulla 
vecchia, e il quarto un Uomo che sta fuman'^o, 
che credcsi Masaniello. — Adorazione dei Magi , 
grande e bel dipinto di Criscuolo. — Sant'Ago- 
stino che disputa con gli Eretici, del Calabrese 
(1536). — Ingresso di Don Gio- 
vanni d'Austria nel Largo del Mer- 
cato (1648), con molti ritratti di 
Compagno. — San Bruno in ora- 
zione, Lucrezia, di Massimo Stan- 
zione, del quale è anche {'Adora- 
zione dei Magi. — Semiramide che 
difende Babilonia, e San Francesco 
Saverio che battezza i selvaggi, di 
Luca Giordano, del quale sono an- 
cora i seguenti altri quadri: Nozze 
,di Cuna, Madonna del Rosario, 
Schizzo della consecrazione della 
Chiesa di Montecussino per papa 
Alessandro II, e Cristo presentato 
al popolo od Ecce Homo (da Alberto 
Durer), assai lodato. — San Bruno 
che riceve dalla Madonna la Regola 
del suo Ordine, di Paolo Finoglia, 
allievo delio Stanzione. — Fanciullo 
con una colomba, mezza fioura del 
1 raversa. — Madonna delle Grazie, 
di Pacceco de Rosa. — San Ri-uno 
che adora il Bambino, del Ribera. 

— Madonna con gloria di angeli, 
di Massimo Stanzioni. — Giuditta 
ed Oloferne, di Pietro Novelli, detto 
il Monrealese. — Un Giovinastro 
con la pipa in bocca, di Micco Spa- 
daro. — Diana sopra un cervo con 
Cupido, ricco lavoro in argento 
dorato con meccanismo orologiesco. 

— Celebre Cassetta Famesiuna, in 
forma di tempio in wrme?7(iig. 160), 
di Giovanni de Bernardi di Castel 
Bolognese, oreiìce (morto nel 1555) 
con sei incisioni: Meleagro e Ala- 
lanta. Corteggio di Bacco Indiano, 
Gioco del Circo, Combattimento 
delle Amazzoni, Combattimento dei 
Centauri e dei Lupiti, Battaglia di 
Sai ami na. 

hi mezzo alla sala: grande armadio in noce, 
scolpito (nel secolo XVI) da un frate laico, dalla 
sagrestia di Sant'Agostino degli Scalzi con bas- 
sorilievi dalla vita di Sant'Agostino e ornali pre- 
ziosi in alto. L'armadio contiene un gran immero 
di oggetti d'arte del medioevo e del iìinascimenlo 
provenienti la più parte dai Farnesi: avorii e 
cristalli di rocca intagliati, la spada di Ales- 
sandro Farnese con elsa d'agata orientale e 
pietre preziose, il suo pugnale intarsiato d'oro, 
col motto virgiliano Duce Fidus Acates, ecc., ecc. 
Un altro armadio della medesima provenienza 
contiene maioliche di Urbino e di altre uarti, 



crocefissi, calici, arredi sacri del principio del 
medioevo. 

5-''' Sala (Scuola Tedesca e Fiamminga). 
— Uno dei tre Magi, appai'tenentc ad un (rittico 
di Niccolò Frumento, di Avignone, circa il 




Fife'. 162. 

Napoli (Museo Naz.): Vaso ad incensiere. Andromeda esposta 

al mostro marino (Ganosa). — Da fotogr. Buogi. 



Ii60 (?). — Adorazione dei Magi, dell'antica 
scuola tedesca e non di Luca di Leida. — Scene 
di mercato, di lìenkciaar (nato nel 1530 in An- 
versa). — Paesaggi, di llendrik Blas, dello (di- 
vetta. — Sacra Famiglia, di Gerolamo Bosch. 
— Adorazione dei pastori, di Jan Curnelis/.en 
Vermeycii e non Alberto Uiìrer. — L'Adultera 
davanti a Cristo, di Luca Cranach. — Il liei- 
fino (?) al tempo delle sue nozze con Maria di 
Scozia, d'Amberger e non Fran(;ois. — San Ge- 
rolamo che estrae la spina al leone, di Uberto 
van Eyck, ma probabilmente di un pittore napo- 
letano sotto rinllucnza llamminga. — L'Eresia e 



2-20 



Parie Quarta — Italia MjriJionale 




ltì3. — Napoli (Museo Nazionale): Tavola in bronzo, da piegarsi (da fotografia Brogi). 



la farahola dei selle ciechi, di Pietro Breugliel, 
seniore. — Un Cardinale, di Holbein (?). 

G'"^ Sala (Fianiìninghi). — Ritratto di un 
Vecchio in pelliccia, della scuola di Rembrandt. 
— Quattro selve dal mito di Dedalo ed Icaro, di 
Elsheiiiier. • — Deslriero, di Wouwermann. — 
Suonalor di violino, di Teniers il Giovane. ■ — 
Un Nobile, di Van Dyck (?). — Rilrallo di sé 
stesso, di Rembrandt. — Caccia, di Snyders. — 
Batlaglia, della scuola di Wouwermann. — Il 
Crocefisso, da Van Dick. — Santa Cecilia, di 
Paolo Brill, il quale vi ha anche il Ballesimo di 
Gesù,. — Ritratti in miniatura della famiglia 
Farnese. — Tramonto, con molle vacche, di 
Paolo Potter. — Un Giovine magi&lralo di An- 
versa, di Mierevelt. — Il pittore Slevens, di 
Ferdinando Bai. — Ritratto della Principessa 
d'Egmonl, di Van Dyck (?). — Un Magistrato 
sedalo, di Van Eeulen. — Villa Medici in Roma 
nel 1615, di Samuele Vambusson. 
Dalla 5* sala si entra a sinistra nella grande 



Raccolta dei vasi italo-greci. — Una delle più 
importanti d'Europa, ricca di grandi vasi di 
lusso rinvenuti nelle Due Sicilie e contenente 
circa 4000 vasi in gran parte dipinti, distri- 
buiti in sette sale. Sono particolarmente note- 
voli i vasi su colonnini. Provengono in gran 
parte dall'Apulia, daCeglie, Bari, Ruvo, Canosa, 
Pomarico in Lucania, Armento in Basilicata, 
Penne, Misanello, Castelluccio, Anzi, Pesto, 
Nocera dei Pagani nella Campania, Nola, Cuma, 
Acragas, o Girgenti, in Sicilia, ecc. 

Sono in prima vasi con figure nere a sinistra 
entrando e sino alla metà del muro di destra ; 
indi vasi greci con figure rosse e in ultimo vasi 
italici. L'arte di dipingere i vasi importata dalla 
Grecia nell'Etruria e sviluppata nello stile ita- 
lico fu grandemente sviluppata nell' Italia me- 
ridionale, nell'Apulia sopratutto per la vita son- 
tuosa che vi menavano gli abitanti. 

I vasi sono grandi e carichi spesso di figure, 
le quali non bastando più al gusto sibaritico, anche 



Napoli 



521 




Fig. 164. — Napoli (Museo Naz.): Candelabro in bronzo dalla Villa di Diomede in Pompei 

(da fotografia Brogi). 



i manichi e i colli furono decorali d'ornati in ri- 
lievo. I corpi delle figure hanno forme molli e i 
panneggiamenti a pieghettine, in generale sono 
eseguiti con la massima cura. I soggetti sono 
tratti la più parte dalle tragedie greche, ed 
alle volte sono italiani. Codesti vasi risalgono 
fjuasi tutti ad uii'epoca posteriore a quella di 
Alessandro Magno. 

I pavimenti delle sale sono coperti di mu- 
saici antichi , ma grandemente restaurati , da 
Pompei, Ercolano e Stabia. 

l'S' Sala {Rotonda). — Contiene in ve- 
trine parecchi dei più piccoli vasi dell' Italia 
meridionale, con fondo generalmente nero e i 
dipinti bianchi o colorali. I grandi vasi neri 
con dorature nel collo in forma di collana etrusca 
vengono da Cuma e rassomigliano molto a quelli 
della Cirenaica nel Museo Britannico a Londi'a. 
Nel centro della sala sopra un'antica tavola in 
musaico è un gran vaso trovato in Armento sul 



quale sono rappresentati gli Dei che presiedono 
alle feste Anibaruali. Tre vasi nello stile di 
quelli di Cervetri con rozze figure nere e rosse 
disposte in zone, ed uno con leoni, antilopi ed 
altri animali. Negli armadii parecchi vasi per uso 
domestico, rozzi, neri e simili a quelli rinvenuti 
a Cervetri, Chiusi, Sarteano, ecc., in Toscana. 
2* Sala. — Nel pavimento, superbo mu- 
saico dalla Villa di Diomede in l*ompei composto 
di marmi a colori rappresentanti iìori ed eni- 
blenii navali. Primo vaso in mezzo e sotto vetro 
Mursia condannato ad essere scorticato, da lluvo. 
Su tripodi presso la finestra : vaso con Coinbat- 
tiniento delle Ania:.:.oni, da un lato e Teseo ed 
Antiope, dall'altro, il più grande della collezione 
con 158 figure, da lluvo. Altro vaso con Orfeo, 
parimenti da Uuvo, e fia i due un Buìsamurio, o 
vaso pei balsami, coi seguenti rilievi: Mursia 
lefjato ad un abete; Apollo, le Muse ed altre 
Deità assistono allo scotennamenio (da Canosa). 



222 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



Dirimpetto alia finestra: altro Dalsamario con 
dipinti su fondo bianco. In mezzo, bei vasi sco- 
perti recentemente nelle Puglie con dipinti in 
rosso su fondo nero. 

3^ Sala. • — Primo vaso in mezzo sotto 
vetro : Sacrifìcio Bacchico e appresso vaso con 
Commedianti e maschere. — Vaso con Combat- 
timento di Amaiz-oni, da Canosa. — Vaso con 
la Caduta di Troia e dicianove figure {Priamo 
con Astianatte, Ratto di Cassandra, Ecuha addo- 
lorata, Fuga d'Enea) di grande bellezza di di- 
segno e di molto splendore. 

Presso la finestra : Vaso colossale con settan- 
tuna figura : a sinistra, Funerali di Archemoro, 
figliuolo di Licurgo re di Nemea in Tessaglia e 
di Euridice per la cui morte, cagionata da un ser- 
pente, furono istituiti i celebri Giuochi Nemei. Vi 
si veggono Euridice, Ipsipile, Anfiarao, Bacco, 
Giove, Nemea, Capaneo, ecc. Nel collo : Gara 
alla corsa di Pelope ed Enomao. Il vaso fu tro- 
vato a Nola. ■ — Vaso coi Funerali di Patroclo 
(Acbille, Briseide, Pallade, Pan, Agamemnone, 
Teti; sotto, la Morte d'Ettore; sopra, Edipo e 
la sfinge) da Canosa. 

^'^ Sala. — In mezzo, vaso con Medea 
sopra un carro tirato da due serpenti, tino dei 
suoi figli uccisi sul carro, l'altro per terra e 
Giasone che l'insegne; nel rovescio, in alto, Com- 
battimento di Amazzoni (da Canosa). In mezzo, 
verso l'uscita : Vaso con Licurgo figliuolo di Driade 
redi Tracia, che, acciecato da Bacco, brandisce la 
scure contro la moglie supplichevole. — Celebre 
vaso di Dario, con nel collo un Comballimenlo di 
Amazzoni, e nel ventre, Dario barbuto che sta 
meditando la conquista della Grecia, con sopra 
Giove e Pallade cbe promettono alla Grecia il 
loro aiuto ; sotto il Ministro di Dario seduto a 
una tavola che riceve i tributi di certe città te- 
nendo in mano una tavoletta su cui sta scritto 
in caratteri greci: olio talenti ; tutte le figure 
principali recano il loro nome in greco. Nel di 
dietro del vaso la Chimera vinta ùiBellero fonte. 
Eccellente il disegno di questo bel vaso prove- 
niente da Canosa. 

5^ Sala. — In mezzo: vaso con Oreste se- 
duto sopra un altare, con davanti Ifigenia; dietro, 
Oreste, Pilade ; sojira, Ifigenia, il tempio ed ac- 
canto Artemide e Apollo. — Sempre in mezzo, 
vaso con Andromeda legata ad un albero al co- 
spetto delpadì'e e della madre; nelle strisele me- 
diane, conchiglie e pesci nuotanti; sotto Perseo 
che combalte per liberare Andivmeda alla presenza 
di ben ornale Nereidi. Dirimpetto alla finestra, 
Apollo che insegue Ercole che ha rubato il trep- 
piede nel tempio di Delfo (da lluvo). Più oltre, a 
destra : vaso con Elettra ed Oreste alla tomba di 
Agamemnone ed accanto Pilade, Elena. Diomede 
e Ulisse. Nell'angolo destro : Mito di Cadmo con 
sopra, in una ghirlanda d'cUera, il nome dcll'ar- 
lisla Aatcas (da Bari), 



6^ Sala. — Presso la finestra : due piccoli 
Modelli di tombe che spiegano la scoperta dei 
vasi. Non solo deponevansi nei sepolcri orna- 
menti, armi, ecc., ma anche vasi destinati ad 
ornar le case e dei quali alcuni evidentemente 
allestiti con intento anticipato di allogarli nelle 
tombe. Questi due modelli provengono da San- 
t'Agata dei Goti e da Pesto. In mezzo, balsaraarii 
e corni per bere. 

7» Sala. — Vasi di tempi posteriori. 

Museo Santangelo. — Nella descrizione del 
palazzo Santangelo, sotto Palazzi, abbiam tocco 
dei capi d'arte che ancora lo adornano; ma la 
collezione di molti oggetti artistici in questo pa- 
lazzo fu acquistata, nel 1805, dalla città di Napoli 
e collocata, col titolo di Museo Santangelo, nel 
gran Museo Nazionale in tre sale con pavimenti 
in musaico e in marmo da Pompei. 

La collezione fu venduta alla città dai discen- 
denti ed eredi del conte di Sant'Angelo, uno dei 
ministri di Francesco I (1825), che l'aveva for- 
mata. Fu ordinata con molto buon gusto dal se- 
natore Fiorelli che ne ha pubblicato il catalogo, 
la Sala. — Bei vasi, la più parte dalla 
Bassa Italia. Nella vetrina di mezzo, davanti una 
coppa con un Corteo bacchico. In quella di sinistra 
nel centro una Rappresentazione bacchica con una 
Danzatrice armala. A destra, presso la finestra, 
un'altra vetrina con corni per bere {Ritoni). 

2a Sala. — Terrecotte e piccoli bronzi dai 
sepolcri ; presso la finestra vetri, urne cinerarie, 
lampe, ex-voti. A sinistra, nell'angolo, vaso col 
Ritorno di Efesto nell'Oliinpo (da Nola). 

3=^ Sala. — Collezione importante di mo- 
nete principalmente itaL antiche con catalogo, 
ossia 13,000 greche, 8000 italiche e 3000 sici- 
liane. In due leggìi vetrati: 1" medaglie di papi, 
sovrani, uomini illustri, inoro, argento e bronzo ; 
2" collezione delle più antiche monete romane 
{Aes grave) molto importanti perla numismatica 
della Bassa Italia. 

A sinistra all'ingresso : Vaso con Pelope ed 
Enomao. Nel mezzo, sopra una tavola tonda, in 
musaico da Pompei : Vaso con Orfeo all'inferno 
(da Ruvo). In faccia all'ingresso a destra : Mer- 
curio e la Speranza, due musaici-rilievi (da Meta- 
ponto) unici nel loro genere. Gran musaico con 
un Comballimenlo di galli (da Canosa). 

Uaccolla deiiiiceoli bronzi. — Unica al mondo, 
interessantissima per conoscere la vita privata 
degli antichi e contenente più di 18,000 oggetti 
da Pompei principalmente, ad esempio: utensili 
di casa d'ogni fatta, casseruole, padelle, setacci, 
imbuti, brocche, vasi per lavare, calamai, cande- 
labri, lampe, lanterne, scaldini, molle, pesi-mi- 
sure, maschei'c teatrali, campanelli, serrature 
con chiavi, fibbie, aghi, strumenti musicali e chi- 
rurgici, lettucci, ecc., ecc. 

1'' Sala. — In mezzo, presso la porta sopra 
una tavola marmorea, scaldavivande in forma di 



Napoli 



fortezza. — Triclinio, lettuccio per mangiare 
con cinque piedi. — Piede di tavola con una 
Vittoiia; sopra, una testa di Mercurio e in mezzo 
un phallus, o membro virile, contro il mal occhio. 
— Più lungi dalla parte delle finestre, sedile di 
apparato (bisellium) ornato di teste cavalline e 
di cigni, di due teste umane e di due meduse. 
Purificatorio (Aquaminarium) incrostato di ar- 
gento e mastice rosso. — Scaldavivande con 
gemme, meduse e teste di leone. — Altro Bi- 
sellium, sedile di gala con disegni in argento e 
in rame. — Tavola scompor^bile (fig. 163) con 
Satiri che tengono conigli. Sopra, una Tavola 
pompeiana, in musaico, e, sotto vetro. Treppiede 
sacri ficatorio (fig. 165) di grande eleganza e 
purezza di disegno con piedi di pantera e sopra 
Giove Ammone. — Ceppi con diciolto anelli per 
incatenare i gladiatori a Pompei. — Sedile con 
spalliera, unico di questa specie. 

Sopra una tavola pompeiana a musaico, ce- 
lebre candelabro dalla Villa di Diomede, uno dei 
più graziosi dell'antichità (fig. 164). Nei bracci 
di un pilastro corintio soavi quattro lampe con 
aquila, toro, elefante e delfino; sullo zoccolo 
quadrato, pampini argentei ed un piccolo Bacco 
con corno per bere sopra una pantera. 

Caldanim per uso nei pubblici bagni (dalle 
piccole Terme in Pompei). Dietro candelabri e 
altarini. In mezzo, dietro il Triclinio, \fi?rtcfe;'e 
cilindrico su piedi leonini con Apollo e due lot- 
tatori sul coperchio. 

Gli armadii lungo i muri sono numerati da 
destra a sinistra, incominciando dall'uscio a si- 
nistra : 1-14. Vasi di bronzo. — 15-16. Bocche 
di fontana, ecc. — 17. Strumenti di palestra, 
sopratutto strigilli per raschiar l'olio e la pol- 
vere dalla pelle. — 18-20. Guarnizioni, serrami 
e chiavi di porte, casse. — 21-23. Utensili in 
ferro. — 24-27. Lampe. In giro agli armadii, 
candelabri. — 28-30. Vetrine con guarnizioni 
diverse, piedi di tavole, impugnature. — 31. 
Statuette come manichi di vasi. 

2^ Sala. — Modello della città di Pompei. 
Pianta in rilievo delle rovine della città alla scala 
di Vioo. che offre con esattezza matematica lo 
slato degli scavi nel 1871. Alle pareti una quan- 
tità di campanelli antichi in forma di disco e un 
gran numero di vasi di bronzo e di candelabri. 

Seguono gli armadii numerati. A sinistra 32 
sino a 43: Vasi di bronzo, e nel 36 Eira che mostra 
al figlio Teseo la spada del padre (fig. 166). — 
44 e 45. Imbuti, cucchiaioni, apparato di cucina, 
fra gli altri un vaso per riscaldare le bevande. — 
46. Arnesi pei sacrifizi, fra cui quattro altari 
portatili a tre piedi con disco per raccogliere il 
sangue delle vittime; altarini per bruciar l'in- 
censo e cassettini per serbarlo ; sopra un tondo 
tavolino pompeiano a tre piedi, vaso su tre sfingi 
per apparecchiar l'acqua calda. — 47 sino a 4Ó. 
t'csi, bilancie e misure. — 40. Peso con la 



testa di Vespasiano e iscrizione del 77 di C. ; 
macchina ingegnosa per pesare i fluidi. — 50 
sino a 53. Arnesi di cucina. 

Vetrina 61 : Strumenti di tagliapietre e per 
pescatori. — 62. Strumenti musicali. — 63. 
Maschere teatrali; dadi. — 63 bis. Oggetti di 




Fig. 165. 

Napoli (Museo Naz.): Tripode per sacrifizi, stile 

greco (Pompei). — Da fologr. BuoGi. 

toeletta, braccialclli di bronzo in forma di ser- 
penti fra cui uno con medaglione argenteo; specchi 
metallici, bossoli per profumerie ; pettini d'avorio 
e di bronzo; ditali od anelli da cucire, bossoli 
per cosmetici ; fiaschelti per profumerie in ala- 
bastro e in avorio ; agorai. 

Vetrine 65 e 66 : Strumenti chirurgici. — 
67. Oggetti in avorio. — Armadio 56. Materiali 
pei' scrivere, fra 
le Selle Deità del ijiorno in argento 

Dietro un Triclinio ossia lettuccio da tavola 
{ledi Iriclinarcs) atre lati, ciascuno per tre per- 
sone: la tavolasi metteva in mezzo. Su ciascuno 
dei 9 posti slava un cuscino sul (jualc appoggia- 
vasi, mangiando, il braccio sinistro. 

Sotto velro, alla finestra, rilievo in cenere vul- 
canica vesuviana del seno e del cranio di una 
giovinetta dalla Villa di Diomede in Pompei. 



cui un calamaio otlagono con 



2^4 



Parie Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 166. — Napoli (Museo Naz.) : Cratere in bronzo. Etra mostra una spada a Teseo 

(da fotografia Brogi). 



Nella 3* ed ultiaia sala trovasi la 

Raccolta dei Cammei, delle Gemme e degli Or- 
namenti d'anjcuto e di oro. — La collezione dei 
Cammei (pietra dura a strati di più colori in cui 
sono inta2;liate figure di basso rilievo) e delle 
Gemme (pietre preziose con intagli concavi) ap- 
partenne un tempo al magnifico Lorenzo de' Me- 
dici, come attesta l'iscrizione Laur. Med. su 
molti cammei, solo il minor numero è antico ; i 
rimanenti sono lavori egregii del secolo XV, e 
persino ai conoscitori più esperti è spesso mala- 
gevole determinarne il tempo. 

Alla finestra : la celebre Tazza Farnese, il più 
gran vaso in onice rinvenuto sinora (otto pollici 
di diametro) in due piani: uno rosso e venato e 
l'altro bianco. Fuori, grande e superba testa di 
Medusa ; dentro, un gruppo di sette persone in 
un'inondazione del Nilo e in una festa primave- 
rile istituita da Alessandro Magno alla fondazione 
di Alessandria. 

Cammei. — Gli antichi intagliatori in pietre 
dure erano Greci in gran parte; alcuni cammei 
recano il nome dell'artista ma non è da fidarsene 
per le falsificazioni moderne. 1* Serie : Educa- 
zione di Bacco, in onice nera e bianca (Niccolò); 
Venere al bagno, con sei figure in sardonico; 
Venere sopra un leone guidato da Cupido ; Bacco 
e Arianna tirati da due Psiche. — 2=* Serie : 
Viliuria sulla biga in aria, in agata, col nome 



dell'artista Sostrato; Giove che fulmina i giganti, 
col nome dell'artista Atenione, probabilmente 
del tempo di Augusto, cammeo maraviglioso 
per invenzione ed esecuzione, unico nel suo ge- 
nere. — 3* Serie: Guerriero in riposo; Fram- 
mento di Onifale dormiente ; Testa di Giove Sera- 
pide, in agata; Testa di Medusa, in agata. — 
4^ Serie : Gladiatore ferito ; Testa d'Augusto, 
attribuita erroneamenteaDioscoride. — 6^ Serie : 
Frammento della Punizione di Dirce, il quale 
vuoisi servisse al restauro del Toro Farnese. — 
Nella 2^ Serie della seconda divisione sono note- 
voli: Testa d'Iside, su smeraldo; Testa di Ne- 
rone, su lapislazzuli, e Testa di Serapide, su 
smeraldo. 

GEMMe (intagliate in concavo, come già ab- 
biam detto e perciò trasparenti, adoperavansi per 
sigillo). — Prima divisione e 1^ Serie, da sini- 
stra a destra : Ratto di Cassandra, su corniola ; 
Apollo e Mursia, con Genio inginocchiato che im- 
plora misericordia dal primo, su corniola; Perseo 
con lo scudo della Gorgone, e col nome abbreviato 
di Dioscoride, uno dei quattro famosi incisori 
greci ranmientati da Plinio. — 2* Serie : Diana 
cacciatrice, in ametista, di un pollice e mezzo 
circa, opera egregia, nota col nome di Diana 
montana di Apollonio, imitata probabilmente da 
una Diana di Prassitele in Anticira. — G'* Serie: 
Marte seduto, con bel disegno, presso le sue 



Napoli 



225 



armi mentre una Viltorìa gli inghirlanda la 
fronte, in sardonica di quattro pollici. — Ritratto, 
col nome dell'artista bolonos, bella corniola in- 
diana. — Nella 2* Serie della seconda divisione: 
Baccante, in corniola ; e nella 3^ Serie : Sacrifizio 
con sette figure su diaspro. 

Lavori in oro e in argento. — Non men 
di 123 oggetti in oro, sia sotto campana di vetro, 
sia nei compartimenti piramidali fra i quali molti 
anelli ed orecchini. Notevoli tutti gli oggetti rin- 
venuti addosso ad uno scheletro nella casa di 
M. Arrio Diomede in Pompei, vale a dire una 
collana, un braccialetto e due orecchini. L'anello 
con due uomini che si stringono la mano fu tro- 
vato nell'isola di Ponza. L'anello-sigillo con la 
testa di Marco Bruto e il nome dell'artista Anas- 
silla fu rinvenuto in una tomba a Capua. Altro 
anello in filigrana con smeraldo che si schiude 
in alto per introdurvi veleno, da un sepolcro 
greco a Ruvo. Anello da Pompei che Carlo IH 
portava al dito. Fornimenti muliebri in oro di 
molte specie e foggie, smaniglie, armille, collane, 
spille, ecc. Bellissima cervetta d'oro massiccio 
sopra una base di anacardo. Un paio di braccia- 
letti, i più preziosi della collezione con 22 orna- 
menti semi-sferici, riuniti in H coppie da altret- 
tante catenelle ed alle estremità due pampini sui 
quali è incastrato l'anello per fermaglio. 



Negli armadii degli Argenti, la più parte da 
Pompei, contengonsi oltre a 230 oggetti : piatti, 
vasi, specchi, tondi, coppe, armille, statuette, 
tondi con rilievi (fra cui uno con la morte di 
Cleopatra), medaglioni con rilievi; due coppe 
con centauri, dalla casa di Meleagro; un oro- 
logio solare in forma di prosciutto il cui manico 



serve di gnomone 



anelli dalle tombe greche di 



Armento in Basilicata; uno spillone per capegli 
con Venere e Adone; il bel vaso d'Ercolano in 
forma di mortaio decorato di una Storia di 
Omero in stupendo bassorilievo; tre bei treppiedi 
per sacrifizi agli Dei con teste di caproni, frutta, 
fiori e teste di leoni da Roma, ecc. 

Ornamenti d'oro (da Pompei e Ercolano). 
— Bellissimi lavori greci fra i quali un diadema 
da una tomba in Tgnatia (Apulia) lavoro di grande 
accuratezza con un misto di foglie, fiori, farfalle, 
e piccole perle preziose. Sopra un tronco di co- 
lonna : due orecchini greci con teste di Medusa, 
da Taranto. Collana con teste di Sileno fra fiori 
di loto, da Venosa. Catena d'oro con smeraldi e 
fermagli da Pompei. Due armille con serpenti. 
Superbo braccialetto attorto del peso di 1 chi- 
logramma e 1/4- Collana con tre maschere di 
Sileni, ecc. Sopra un tronco di colonna e sotto 
campana di vetro: lampa d'oro del peso di circa 
800 grammi. 



AMMINISTRAZIONE MILITARE e MARITTIMA, SOCIETÀ, ecc. 

Napoli è sede del Comando del X Corpo d'esercito, della Divisione militare territo- 
riale, del Comando superiore dei distretti, della Legione carabinieri, del Comando 
territoriale di artiglieria, della Direzione di artiglieria, della Direzione della fonderia, 
della Direzione dell'arsenale di costruzione, del Comando territoriale del Genio, della 
Direzione territoriale del Genio, della Sezione territoriale di sanità, dell'Ospedale 
militare, della Direzione di commissariato, del Tribunale militare, del Collegio militare, 
della Biblioteca militare, del Corpo Invalidi e Veterani. 

È sede altresì del secondo Dipartimento marittimo, dell'Ufficio centrale del Genio 
marittimo, della Capitaneria e delle Delegazioni di porto, della Cassa Invalidi della 
Marina mercantile. 

Numerosissime sono in Napoli le Società di mutuo soccorso e cooperative, nonché 
le Associazioni politiche, di ricreazione, musicali, drammatiche, ecc. 



BILANCIO 



Il bilancio consuntivo del Comune di Napoli per l'anno 1891 olire le seguenti 
risultanze : 



Attivo 

Entrate effettive L. 16,010,871 

» straordinarie .... » 16,201,55.5 

Movimento di capitali . . . . » 

Partite di giro e contabilità speciali » 3,982,303 



Totale L. 36,194,729 



Passivo 

Spese effettive L. 14.,632,383 

» obbligatorie straordinarie . » 15,093,900 

» facoltative » 2,486,083 

Movimento di capitali . . . . > 

Partite di giro e conlabilità speciali » 3,982,303 



Totale L. 36,194,729 



29 — l.a Patria, voi. IV. 



226 Parte Quarta — Italia Meridionale 



DINTOENI DI NAPOLI 

1. Camaldoli. — C^est peut-ètre de là qu'on a le plus beau point de vue de tonte 
l'Italie, dicono le guide. Vi si va in carrozza partendo chW Infrascata ove si trovano 
gli asinelli che fanno tutto il giorno questo viaggio. Queste docili bestie si pagano 
pochi soldi ai loro conduttori : un posto è anche al principio della via Salvator Rosa 
che precede Vlnfrascata suddetta. Si può andare a' Camaldoli anche a piedi, dopo 
sahti sopra una delle funicolari, al Vomero e dopo attraversato Antignano sino alla 
Porta V Archetiello, ov'è l'uflSzio del dazio consumo. Lasciata addietro la fattoria Camal- 
dolilli e una trattoria di campagna, da cui si gode di una bella veduta di caste! S. Elmo, 
di Napoli e del Vesuvio, s'arriva finalmente al convento e alla chiesa di Camaldoli. 

Il vescovo B. Gaudioso di Salerno santificò questa cresta di monte fondandovi una 
chiesuola del Salvatore che fu chiamata Salvatore a prospetto dai pochi contadini 
che coltivavano gli attigui terreni, come quella ch'era situata sur una vetta donde 
lo sguardo spaziava sulle sottoposte regioni, sul mare, sui monti lontani. Morto il 
fondatore, la chiesetta rimase lungo tempo abbandonata e quasi diruta la vedeva 
perire ne' suoi poderi G. B. Crispo sul cadere del secolo XVI, finché nel 1585 i Benedet- 
tini, sovvenuti dalla pietà di Carlo Caracciolo, fondaronvi un cenobio ed ampliarono la 
chiesa col nuovo nome di Santa Maria Scala Coeli, ornandola di bei marmi e di 
pregiati dipinti, fra i quali una Cena, lavoro pregiatissimo dello Stanzioni, e una 
Santa Candida di Marco da Siena, nella sagrestia. 

Il Governo italiano soppresse nel 1863 il convento, il quale divenne nel 1885 pro- 
prietà particolare ed è ora abitato da dieci monaci camaldolesi. Il convento sorge sulla 
vetta orientale delle alture che circondano a nord gli antichi Campi Flegrei, a 458 metri 
dal livello del mare, l'altezza maggiore in vicinanza di Napoli. 

Un viale ombroso di lauri conduce al Belvedere da cui si gode il panorama inde- 
scrivibile di tutta la Campagna Felice e dove si dice che sia stato detto per la prima 
volta il celebre motto: Veder Napoli e poi morire. 

Verso nord, nello sfondo più lontano, son le montagne del Sannio e della Marsica 
sino ai monti Ausonii e al promontorio Circeo al nord-ovest. In faccia i golfi di Napoli, 
di Pozzuoli e di Gaeta, la città, nascosta in parte da Castel Sant'Elmo ; le sue adiacenze, 
il cratere di Agnano, quelli della Solfatara e di Astroni, i capi Posilhpo e Miseno, le 
isole di Nisida, Procida, Ischia, le campagne di Baia, di Cuma e di Literno. Verso sud 
lo sguardo si ferma sull'isola di Capri e la punta Campanella; si scopre Massalubrense, 
Sorrento, Castellammare, monte Sant'Angelo, la cima fumante del Vesuvio e Nola, 
Torre del Greco, Pompei sotto di esso. Verso ovest stendesi il mare con le isole 
Pontine: Ventotene, Santo Stefano, Ponza e la Botte. 

Scendendo per un sentiere si arriva, in capo ad 8 minuti, alla porta di un giar- 
dino su cui sta scritto: Veduta Pagliano. La prospettiva non v'è guari men bella che 
lassù dal Belvedere. 

2. Grotte di Posillipo e Sepolcro di Virgilio. — Di Posillipo e delle sue grotte già 
abbiam detto in principio (V. pag. 26). La Grotta Nuova di Posillipo, galleria perforata 
dal 1882 al 1885 per surrogare l'antica ora chiusa, è lunga 734 m., alta 12 e larga quasi 
altrettanto. È sempre illuminata a gas e all'uscita a ovest è il villaggio di Fuorigrotta, 
con la chiesetta di San Vitale, ov'è sepolto il poeta sovrano Giacomo Leopardi, e con 
una stazione del tramvia a vapore. 

La Grotta Vecchia, chiusa provvisoriamente, sta a 100 m. a sud dalla Nuova ed è 
nel suo genere un capolavoro fra le opere dell'antichità. Fu scavata probabilmente 
sotto Augusto, e Seneca e Petronio ne parlano come di un passaggio angusto e cupo. Fu 
ampliata e spianata nel 1442 da Alfonso I e un secolo appresso dal viceré Don Pedro 



Napoli 



227 




Fig. 167. — Pianta topografica dei Dinlorni di Napoli. 



di Toledo e per ultimo da Carlo III nel 1754^ Nel medioevo fu attribuita a Virgilio 
creduto un gran mago. 

Nelle vigne sopra la strada che va alla Grotta Vecchia sorge il famoso Sepolcro di 
Virgilio il quale consiste in un basamento quadrato con sopra un masso rotondo. 
L'interno, di opera reticolata, è un columhario probabilmente pei Liberti. Conteneva 
undici nicchie per le urne ed ha la larghezza di palmi 19 Va quadrati e l'altezza di 
palmi 17 V2. Lo descrive il Villani nella sua Cronica ed Alfonso d'Heredia, vescovo 
d'Ariano, vissuto nel 1500 ed appartenente ai canonici regolari della vicina chiesa di 
S. Maria a Piedigrotta, antichi proprietari del sepolcro e del podere, lasciò in memoria 
che il sepolcro di Virgilio era nel 1326 una costruzione in mattoni e con in mezzo nove 
colonne che reggevano l'urna marmorea col noto distico composto dal poeta stesso: 

Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc 
Parthenope : cecini pascua, rura, duces. 

Il distico scomparve e nel 1554 fu scritto in sua vece: 

Qui cineres? tumuli haec vestigia: conditur olim 
Ille hic qui cecinit pascua, rura, duces. 

Virgilio aveva fatto acquisto di una villa a Posillipo dirimpetto alle spiaggie pitto- 
resche e poetiche del Vesuvio, di Ercolano e di Sorrento, e in essa compose le sue 



228 Parie Quarta — Italia Meridionale 



egloghe più belle e l'elegante Georgica. Ideò anche in Napoli e compose V Eneide, ma 
prima di compierla volle visitare la Grecia. Era in Atene nell'anno 19 prima dell'era 
volgare, quando la sua salute cagionevole peggiorò sì fattamente che fu costretto a 
tornare in Italia alla sua diletta Napoli. 

I travagli del mare aggravarono il suo languore ed appena sbarcato a Brindisi fu 
sopraccolto dalla morte. Le sue spoglie mortali furono trasportate — come aveva rac- 
comandato egli stesso al suo amico Tucca e per ordine d'Augusto — a Napoli ove 
aveva fatto sì lunga e piace voi dimora. Ivi, a due miglia dalla città, gli fu eretta, sulla 
via di Pozzuoli, la suddescritta tomba a cui una tradizione costante attrasse senza 
interruzione gli omaggi del mondo còlto. 

II poeta Silio Italico recavasi a visitarla come il tempio di una divinità, e la sua 
indignazione fu sì grande quand'egli vide un abbietto bifolco rimanere unico custode 
del monumento che, per impedirne il deterioramento, già considerevole sin da quel 
tempo, comprò il podere in cui sorgeva, come aveva fatto per la tomba di Cicerone. 
Siho morì nella sua villa napoletana situata probabilmente in questo podere. 

P. Papinio Stazio, altro poeta napoletano, amico di Domiziano, soleva sedersi sui 
gradini del monumento accompagnando con la lira i versi ispiratigli dai Mani del suo 
grande maestro. Dante, Boccaccio, Petrarca si recarono anch'essi ad ispirarsi alla 
tomba del gran Mantovano e Koberto d'Angiò, re di Napoli, non solo vi accompagnò 
il Petrarca, ma accolse nella sua reggia di Castel Nuovo l'urna e le ceneri per sottrarle 
alle profanazioni dell'ignoranza e del fanatismo (l). 

Il Pontano, poeta, ministro ed ordinatore deirÀccademia Pontaniana fondata dal 
Panormita, onorò anche esso la memoria di Virgilio; e sullo scorcio del 1600 fu rinve- 
nuta presso la tomba, nello scavar che si faceva una fossa per piantarvi un albero, 
questa bella iscrizione: 

Siste viator quaeso, panca legito 
Hic Maro situs est. 

La Margravia di Bayreuth spiccò un ramo dell'alloro che vi aveva forse piantato il 
Petrarca e lo inviò al fratello Federigo II, re di Prussia, con alcuni versi del Voltaire 
esprimenti che quelle frondi gli si addicevano non solo per la guerresca, ma eziandio 
per la sua fama poetica. 

3. Bagnoli e i suoi Bagni. — Dal villaggio di Fuorigrotta si entra nella grande 
vallata de' Bagnoli, spesso inondata, ora rasciutta, e fertile sì che provvede Napoli delle 
primizie vegetali. A destra son Camaldoli, i Leucogei e l'Olibano, a sinistra i colli di 
Posillipo, dirimpetto è la spiaggia del mare a cui si arriva per un lungo ed ombroso 
viale. La strada magnifica, in mezzo a rigogliose e feraci campagne, fu fatta costruire 
nel 1568 dal viceré Parafan de Ribera che vi pose una doppia iscrizione nel punto o^'e 
staccasi dal sentiero che va al lago prosciugato d'Agnano e continua per Pozzuoli. 

Giunti alla spiaggia, una stupenda prospettiva parasi innanzi allo sguardo. A sud 
Nisida e il suo antico porto; a ovest i Campi Flegrei con Pozzuoli, Monte Nuovo, 
Baia, l'Averno, i Campi Elisi e capo Miseno. Viene in seguito l'Ohbano, o Montagna 
della Breccia, composto di smisura{e masse vulcaniche, arido e solcato, con cave di 
pietra e con lungo la strada le traccie degli acquedotti incavati nel vivo sasso con arte 



(1) « Quanto alle ceneri di Virgilio (scrive Fabio Colonna di Stigliano nella rivista Natura ed 
Arte, 15 giugno 1895) se esse furono veramente, nei primi secoli dopo la sua morte, deposte in 
quell'urna, vi furono levate di poi nel medioevo, non si può determinare in che epoca precisa, forse 
quando si temette, in seguito a qualche tentativo di furto, ch'esse non venissero trafugate. Traspor- 
tate in Castel dell'Ovo, e non in Castel Nuovo come spesso si trova scritto, esse andarono perdute 
o forse anche rubate ». — Lo stesso scrittore afferma che il pellegrinaggio alla tomba di Virgilio è 
assai diminuito da qualche anno a questa parte. 



Napoli 



229 




Fig. 168. — Napoli (Dinlorni) : Palazzo di Donn'Anna Carafa (da fotografia Brogi). 



prodigiosa dai Romani per condurre l'acqua dal fiume Sabato in queste aride plaghe 
alla distanza di 40 miglia. 

Sulla spiaggia prementovata, lungo la strada da Fuorigrotta a Pozzuoli e a circa 
cinque chilometri e mezzo da Napoli, scaturiscono, poco discoste Tuna dall'altra, due 
sorgenti minerali che hanno un'origine comune e furono notissime e molto adoperate 
dagli antichi sotto il nome di Aquae Balneolatiae, ma furono poi trascurate, finché le 
ricondusse ad uso pubblico Sebastiano Bartoli che ne trattò nella Thermoìogìa Ai-a- 
gonia (Napoli 1G67). Gli antichi hanno fatto i piìi grandi elogi deìV Acqua Balneolana, 
la quale è giovevole contro molte malattie ma principalmente contro le affezioni artri- 
tiche e reumatiche, le dermatiti croniche, le lente malattie nervose, gli imbarazzi 
gastrici, le malattie glandolari e scrofolose. Si usa principalmente per bagno e vi accor- 
rono circa 1800 infermi all'anno. Sorgono in prossimità due stabilimenti, uno a destra 
l'altro a sinistra della strada eli Pozzuoli; sono in questi stabilimenti trentotto vasello 
per bagni e dieci doccie. 

Alquanto più oltre verso Pozzuoli e alle falde del suddetto monte Olibano sono le 
Terme della Pietra, così dette dall'azione loro attribuita di contribuire alla guai-igioue 
del mal della pietra: Petram frangit, renes mnndat, educit arenulas, come scrisse 



230 Parte Quarta — Italia Meridionale 



l'Elisio {De Balneis, ecc., 209). Quest'acqua fu molto lodata anch'essa nell'antichità, ma 
cadde poi in dimenticanza e fu di bel nuovo messa in voga ai dì nostri dall'architetto 
Luigi Manzella, il quale edificò in luogo ameno e salubre uno stabilimento balneario 
atto a soddisfare qualsivoglia bisogno degli infermi, avendolo fornito anche di bagni 
dolci e di acqua di mare, di fanghi minerali, di bagni russi, ecc. È uno dei migliori 
bagni delle Provincie meridionali. D'ordinario l'acqua della Pietra si prescrive per uso 
esterno in forma di bagno, doccia o di vapore nelle affezioni linfatiche e scrofolose, 
erpetiche, artritiche e gottose, nelle dermatiti lente e in qualche caso di sifilide secon- 
daria e terziaria, ecc. 

4. Palazzo di Donn'Anna Garafa (fig. 168). — Procedendo lungo la strada nuova 
di Posillipo, con a sinistra la veduta superba della marina e a destra le ville sparse 
di Posillipo, fra cui in alto la villa Angri, si arriva alla villa o palazzo di Donn'Anna 
{Dognanna popolarmente), costruito nel secolo XVII da Donn'Anna Carafa. L'architet- 
tura del Fansaga è di buono stile, segnatamente nella facciata principale rivolta a est. 
Nei secoli scorsi l'edifizio chiamavasi La Sirena e Donn'Anna Carafa, giovane moglie 
ambiziosa del viceré duca di Medina de las Torres, volle ricondurlo a magnificenza 
meravigliosa. Stendevasi da un lato nel mare, dall'altro poggiava sulla collina sì che le 
vetture vi entravano dal secondo piano e dal sottostante si usciva in barca sul mare. 

Il viceré Medina, per la caduta del conte duca suo protettore, fu richiamato a Madrid 
e Donn'Anna, rimasta per poco a Napoli, non tardò guari ad ammalarsi : l'erede dei 
Gonzaga, la nipote di Paolo IV, la signora di tante terre e castella, la vice-regina sprez- 
zata da quelle dame che aveva nella sua prosperità oltraggiate, perì miseramente di 
morbo pedicolare in Resina. Il palazzo si rimase qual è ora e non fu più ultimato, pre- 
sentando da lontano una grandiosa rovina. Ora non è che la stanza dei marinai di 
Posillipo, mentre alberga pure nelle sue silenziose camere — ove è conservato qualche 
pavimento carafesco — degli artisti pittori o scultori. Tra coloro che vi abitarono e vi 
attesero, nel silenzio ispirativo del luogo, ad opere loro, fu il Padre Curci. 

Davanti alla villa, a sinistra sul mare, in magnifica situazione, è la Trattoria della 
Sirena; di là della villa, sempre a sinistra, discesa all'altra Trattoria dello Scoglio di 
Frisia, anch'essa assai frequentata. Presso di esse è un ospizio marittimo fondato, pei 
marinai vecchi, dal Padre Lodovico da Casoria. Sul fronte dell'ospizio è un gruppo dello 
scultore Lista, rappresentante Dante, Colombo e Giotto prostrati a San Francesco 
d'Assisi. Le barche conducono di là alla Villa Nazionale, ed a villa Canonica incomincia 
la tramvia che conduce in 35 minuti per la riviera di Chiaia, Santa Lucia e piazza 
Medina alla Posta. 

Più oltre, a sinistra, è la villa Rocca Romana con superbo giardino e palme dattili- 
fere; indi le ville Canonica, Traversi, Rocca Matilde e Thalberg. Di questi e di altri 
siti già abbiamo discorso sotto Posillipo descrivendo la provincia di Napoli. 



Di Ercolano, Pompei, Cuma, Baia, Nisida e altri luoghi famosi nei dintorni di Napoli 
tratteremo distesamente sotto i rispettivi circondari e mandamenti. 



CENNI STORICI 

\. Napoli nell'antichità. — NsaTO).!?, Napoli, ossia Città Nuova, una delle città 
più ragguardevoli della Campania, situata sulla spiaggia settentrionale del golfo detto 
Crater o Sinus Cumanus, ora baia o golfo di Napoli. 

Tutti gli antichi scrittori concordano nel qualificarla una città greca e una colonia 
della vicina Cuma; ma le circostanze della sua fondazione sono n.aÌTate molto oscura- 
mente. Scimno Chio ci dice che fu fondata per l'adempimento di un oracolo, e Strabene 



Napoli 231 



la dice una colonia Cumana, ma soggiunge ch'essa ricevè in seguito un corpo addizio- 
nale di coloni Calcidici ed Ateniesi con alcuni abitanti della vicina isola Pitecusa od 
Aenaria (Ischia) e fu per tal cagione chiamata Neapolis o Città Nuova (Strab., v, p. 246). 

Alla sua origine calcidica od eubea allude reiteratamente Stazio, ch'era natio della 
città, nelle sue Silvae; ma queste espressioni riferisconsi probabilmente all'essere una 
colonia della città calcidica di Cuma. Il nome stesso accenna sufficientemente al fatto 
che essa era uno stabilimento più recente di qualche altro esistente previamente nella 
medesima vicinanza; e che ciò non si riferisca meramente alla città madre di Cuma 
è provato dal fatto che noi troviamo menzione (quantunque soltanto in un periodo 
relativamente tardivo) di un luogo chiamato Paleopoli o Città Vecchia (Liv., vni, 22). 
Ma le relazioni fra i due luoghi sono oscurissime. Niun autore greco fa menzione di 
Paleopoli, di cui ignoreremmo l'esistenza se non fosse di Tito Livio, il quale ci dice che 
essa non era lontana dal luogo di Neapoli. Dal passo precitato di Strabene chiaro 
apparisce che questa era lo stabilimento originale dei coloni Cumani; e che il nome di 
Neapoli fu dato alla colonia posteriore di Calcidii e di altri che stabilironsi in un luogo 
non guari distante dal primo. 

Una versione diversa della sua storia, ma di autorità assai più dubbia, è citata da 
Filargirio dallo storico Lutazio, secondo la quale i Cumani abbandonarono la loro prima 
colonia per tema che ecclissasse la città madre, ma ebbero ordine da un oracolo di ripri- 
stinarla e diedero alla colonia ristabilita in tal modo il nome di Neapoli (Filarg., Ad 
Georg., iv, 504). Il nome originale di Paleopoli (che ovviamente non poteva essere così 
chiamata se non dopo la fondazione della Città Nuova) par fosse Partenope (Plin., ih, 
5, s. 9; Fjlarg., l. e), nome poetico dato a Neapoli dai poeti romani, Virgiho, Ovidio, ecc. 

Stefano Bizantino parla di Partenope come città dell'Opicia (nome antico della 
Campania); ma è assai singolare chetante egli quanto Strabene la chiamino una colonia 
dei Rodii senza far menzione né dei Calcidici né dei Cumani. Dall'altra parte, Licofrone 
{Alex., 717) allude al luogo ove fu gittata sulla spiaggia la sirena Partenope, denomi- 
nandolo Palerò; e Stefano Bizantino altresì dice che Falere era una città dell'Opicia, 
la stessa che fu poi chiamata Neapoli. Il nome di Falere (Falerum) ha un carattere 
tirrenico o pelasgico; e non è improbabile, come suggerisce il tedesco Abeken nella 
sua opera Mittel Italien (p. 110), che fosse là in origine uno stabilimento tirrenico. 

La connessione leggendaria della sirena Partenope col sito o la vicinanza di Neapoli 
era bene stabilita e ricevuta universalmente; quindi Dionisio Periegete, geografo greco, 
designa la città qual dimora di Partenope e Strabene soggiunge che la Sirena fu sep- 
pellita in Dicearchia (Puteoli o Pozzuoli), ove anche ai tempi suoi additavasi la sua 
tomba e celebravansi giuochi in onore di essa. 

Il luogo dello stabilimento primitivo di Paleopoli, o Città Vecchia, non è indicato 
in verun luogo, ma è probabile fosse sul colle di Posillipo che separa la baia di Pozzuoli 
da quella di Napoli. La Città Nuova al contrario, Neapoh, stava sul fiumicello Sebethus 
(Sebeto) e doveva perciò occupare il medesimo luogo dell'odierna Napoli (Abekkn, 
Mittel Italien, "f^. m; Niebuhr, voi. ni, p. 179). Quest'ultima città pare pervenisse rapi- 
damente ad un alto grado di prosperità ed offuscasse in gran parte lo stabilimento più 
antico di PaleopoH; ma è chiaro da Livio che Paleopoli continuò ad esistere accanto 
alla nuova colonia finché caddero ambedue sotto il dominio dei Sanniti. Non pare che 
la città vecchia o la nuova fossero sottomesse con la forza delle armi dai conquistatori 
Campani; sembra piuttosto stringessero con essi un compromesso ed ammettessero un 
corpo di Campani ai diritti di cittadinanza del pari che ad una partecipazione nel 
governo (Strab., v, p. 246). Ciò non di manco l'elemento greco prevaleva sempre gran- 
demente; ed ambedue Paleopoli e Neapoli erano, al dir di Tito Livio (vai, 22), intiera- 
mente città greche, quando vennero primamente a contatto con Roma, quasi un secolo 
dopo la conquista della Campania pei Sanniti. 



232 Parte Quarta — Italia Meridionale 



In quell'occasione i Paleopolitani, che avevano avuto la temerità di provocare le 
ostilità di Roma con assalti contro i vicini Campani, sgomenti alla dichiarazione di guerra 
che ne seguì nel 328 av. C, ammisero entro le loro mura una guarnigione di 2000 Nolani 
e 4000 Sanniti, e poterono così oppor resistenza alle armi del console Publilio Filone, 
il quale occupò un posto fra le due città sì da impedire ogni comunicazione fra esse, 
mentre poneva un assedio regolare a Paleopoli. 11 quale fu protratto sino all'anno 
seguente; ma i Paleopolitani stancaronsi da ultimo dei loro alleati Sanniti e la città fu 
data in mano ai Romani da Carilao e da Nimpio, due dei cittadini principali (Liv,, vii,- 
22, 23, 25 e 26). I Neapolitani pare imitassero il loro esempio senza oppor resistenza e 
questa circostanza può spiegare il fatto che mentre il suddetto console Publilio celebrò 
un trionfo sopra i Paleopolitani {Fast. Capii.), ai Neapolitani fu concessa la pace a 
condizioni vantaggiose e le loro libertà furono guarentite da un trattato (foedus 
NeapoUtanum, Liv., l. e). 

Da quel tempo ogni memoria di Paleopoli scomparisce dall'istoria: Livio soggiunge 
che l'autorità principale della quale par godesse in prima la città vecchia fu trasferita 
a Neapoli; ed è probabile che la prima cadesse a poco a poco nell'oblio, mentre i suoi 
abitanti (populus) accomunavansi a quelli della città nuova (duabus urbibus populus 
idem habitabat, Liv., vm, 22). Neapoli divenne infatti una mera dipendenza di Roma 
con tutto che conservasse il titolo onorifico di Stato alleato (foederata civitas) e godesse 
della protezione della potente Repubblica con poca partecipazione ai pesi addossati per 
solito agli alleati dipendenti. La condizione degli abitanti era così vantaggiosa sotto il 
loro trattato che in un periodo posteriore, quando tutte le città d'Italia ottennero la 
franchigia romana, essi, come quelli di Eraclea (Policoro), mal volentieri accettarono 
l'offerta (Cic, prò Balb., vni, 24). Non meraviglia perciò ch'essi continuassero a rimaner 
fedeli all'alleanza romana quantunque minacciati più di una volta da eserciti ostili. 

Nel 280 av. C. infatti Pirro si appressò alle mura di Napoli con intenzione d'impa- 
dronirsene, ma fu costretto a ritirarsi SQnza compiere il suo disegno (Zonar., vin, 4); 
e nella seconda Guerra Punica, Annibale, quantunque devastasse reiteratamente il suo 
territorio, fu trattenuto, dalle sue fortificazioni formidabili, dall'assalir la città (Liv., xxni, 
1, 14, 15, ecc.). A somiglianza degli altri alleati marittimi di Roma, i Neapolitani con- 
tinuarono a somministrare navi e marinari alle squadre romane in tutte le lunghe 
guerre della Repubblica (Liv., xxxv, 16; Pol., i, 20). 

Quantunque Neapoli passasse così a grado a grado alla condizione di una semplice 
città provinciale dello Stato Romano e divenisse, dopo la votazione della Lex Julia, una 
ordinaria città municipale (Cic, prò Balbo, 8; ad Fam., xni, 30), essa continuò ad essere 
una città florida e popolosa e conservò, più a lungo assai di qual si vogha altra città in 
quella parte d'Itaha, la sua cultura e le sue istituzioni greche, mentre la sua popola- 
zione mantenevasi sempre quasi esclusivamente greca. Per tal modo Strabone (v, p. 246) 
dice che a' tempi suoi gli abitanti, sebbene divenuti cittadini romani, conservavano 
sempre i loro ginnasii e giuochi quinquennali con gare musicali ed esercizi ginnastici 
alla maniera greca, e mantenevano la divisione in Fratrie, o tribù, circostanza attestata 
anche dalle iscrizioni tuttora esistenti. 

Prima della fine della Repubblica romana l'amore crescente dei costumi e della 
letteratura greca spinse molti dei maggiorenti romani a trasferirsi a Neapoli, mentre 
altri in numero assai maggiore vi si recavano a far dimora, allettati dal clima delizioso 
e dall'amenità dei luoghi. Eranvi anche acque termali simili a quelle di Baia, quan- 
tunque in minor numero ; e tutte queste cause concorrevano a render Neapoli una delle 
dimore predilette dell'aristocrazia romana. La sua prosperità ricevè però un'aspra 
scossa nell'anno 82 av. C. durante la guerra civile fra Mario e Siila, quando un corpo 
di fautori di quest'ultimo, ammesso per tradimento nella città, compì un eccidio generale 
degli abitanti (Appiano, B. C, i, 89) ; ma pare che la città si riavesse ben presto come 



Napoli 233 



quella che era al certo in fiore al tempo di Cicerone e tal rimase per tutto il periodo 
dell'Impero romano. 

Non è improbabile che Neapoli ricevesse un corpo di nuovi coloni sotto Siila, ma non 
assunse al certo il titolo di Colonia, dacché Cicerone ne parla reiteratamente quali- 
ficandola Municipio (Cic, ad Fam., xni, 30; ad Att., x, 13). Sotto l'Impero la troviamo 
nelle iscrizioni col titolo di Colonia (Gruter., Inscr., pag. 110, 8; pag. 373, 2); ma è 
assai dubbio quando la divenisse. Essa è però mentovata come tale da Petronio e 
pan-^bbe ricevesse primamente sotto Claudio una colonia a cui furon fatte aggiunte 
successive sotto Tito e gli Antonini (Lib. Colon., p. 235; Zumpt., De Colon. ,\)p. 259, 384). 

Oltre il suo territorio immediato, Neapoli possedeva in addietro le due isole impor- 
tanti di Caprette (Capri) e di Aenaria (Ischia) ; ma quest'ultima erale stata tolta con 
la forza dell'armi probabilmente nel periodo della sua prima guerra con Roma. Capri 
continuò a rimanerle soggetta senza interruzione sino al tempo d'Augusto, il quale, 
invaghitosene, l'annette al dominio imperiale, dando in cambio ai Napolitani, l'isola 
più ricca e più importante (['Aenaria od Ischia (Svet., Aug., 92; Dion. Cass., i, n, 43). 

Le stesse attrazioni che avevano reso Neapoli una residenza preferita dai ricchi 
Romani sotto la Repubblica continuarono vieppiù sempre a renderla tale sotto l'Impero. 

I suoi ginnasii e giuochi pubblici continuarono ad esser celebrati e gli stessi imperatori 
condiscesero a presiederli (Svet., Aug., 98; Ner., 40; Vell. Pat., n, 123, ecc.). 

La sua forte tintura di costumi ed usanze elleniche, che le procacciavano sì di 
frequente il nome di Città Greca, vi attrasse molti grammatici, cotalchè essa andò 
acquistando via via fama di dotta: Marziale e Columella la chiamano infatti docta 
Parlhenope. Intanto il suo clima dolcissimo la rese il soggiorno favorito degli indo- 
lenti e degli effeminati. Quindi Orazio {Epod., v, 43) la definisce otiosa Neapolis, ed 
Ovidio (Mei., XV, 711), con maggior forza, m otia natam Parthenopem. 

Le coste lungo i suoi due lati erano seminate di ville di cui la più rinomata era 
quella di Vedio PoUione sulle colline fra Napoli e Puteoli, o Pozzuoli, a cui aveva dato 
il nome di ITaLKJiXuTO?, o Posillipo, nome esteso poi a tutto il colle su cui sorgeva e che 
conserva tuttora (DroN. Cass., liv, 23; Plin., ix, 53, s. 78). 

Neapoli fu la residenza favorita dell'imperatore Nerone del pari che del suo prede- 
cessore Claudio ; e nel suo teatro Nerone fece la sua prima comparsa come istrione od 
attore prima di avventurarsi a farla in Roma (Tac, Ann., xiv, 10; xv, 33). È noto altresì 
che Neapoli fu per molto tempo la dimora di Virgilio, il quale vi compose, od almeno 
vi terminò la sua divina Geòrgica. Là fu poi anche sepolto secondo il suo desiderio e 
la sua tomba esisteva al tempo dei poeti Stazio e Silio Italico i quali avevano verso di 
essa una riverenza quasi superstiziosa. Silio Italico stesso morì a Napoli ove aveva una 
villa, sua dimora prediletta, com'anco di Stazio nativo della cittcà. Né vuoisi per ultimo 
dimenticar fra le antiche ville romane la famosa villa di Lucullo in cui morì Tiberio. 

È certo che Napoli antica non occupava la metcà dello spazio dell'odierna, la città 
più vasta e popolosa d'Italia. Era cinta di forti mura e di torri e divisa in quattro 
regioni: la Palatina a nord, la Ter mense od Ercolanense a est, la Montana a ovest e la 
Nilense a sud. Primeggiava su tutte la Palatina come quella che conteneva il superbo 
tempio dei Dioscuri, il palazzo civico o Basilica Augustale e il Foro, il quale credcsi si 
estendesse dal largo di San Lorenzo sino alla chiesa di San Gennaro all'Olmo. La regione 
Termense ebbe il nome dalle Terme di cui vedesi ancor qualche residuo. La regione 
Nilense fu così chiamata da un'antica statua del Nilo ivi scoperta, e in essa abitavano 
i mercanti Alessandrini con un tempio d'Iside. La regione Montana, o del Teatro, com- 
prendeva la collina che dal monastero della Sapienza va sino al vicolo dei Cinque Santi. 

II porto, riparato da tre erte rupi, e sicurissimo, slargavasi dal Molo Piccolo sino alla 
radice del colle di San Giovanni Maggiore. Sotto l'imperatore Tito la città fu quasi 
distrutta da un tremuoto, ma venne riedificata sul gusto romano. 

so — La Patria, voi. IV. 



234- Parte Quarta — Italia Meridionale 



2. Napoli nel medioevo e nei tempi moderni. — L'emigrazione o dispersione 
dei popoli e le guerre posero fine alla floridezza di Napoli sotto i Romani, la quale fu 
devastata nel 410 da Alarico e nel 456 dai Vandali. Quando nel 476 ebbe fine l'impero 
romano di Occidente, l'ultimo imperatore Romolo Augustolo in età di 7 anni ottenne in 
grazia da Odoacre per sua dimora l'isoletta scogliosa di Megaris, ora Castel dell'Ovo. 

Nel 536 Napoli, con la sua guarnigione, oppose eroica resistenza alla marcia di 
Belisario al quale, solo in capo a venti giorni, venne fatto di penetrare per un acquidotto 
nella città ch'ei punì col saccheggio e con la strage degli abitanti. 

Nel 543 i Goti, sotto il loro re Totila, riconquistarono Napoli ; ma Narsete vinse 
Totila, diede battaglia a Teia alle falde del Vesuvio, lo sconfisse, l'uccise e ricondusse, 
nel 555, Napoli sotto il dominio di Bisanzio, spegnendo con Teia, ultimo re, il dominio 
dei Goti ch'era durato 64 anni. Napoli divenne poi quasi intieramente indipendente e 
dal 568 al 1130 visse sotto il governo dei proprii Duchi non senza però collisioni 
frequenti col ducato longobardo di Benevento. Un'orda di Longobardi assalì Napoli 
furiosamente facendo strage degli abitanti, ma il vescovo Agnello, mal tollerando la 
discesa degli invasori, impugna la croce come stendardo e rincuora i Napoletani, i 
quali, sotto la guida del loro duca Scolastico, ricacciano i Longobardi, ottengono su 
di essi piena vittoria e piantano un chiodo ad eterna memoria nel luogo della città 
ov'era giunto l'invasore. 

Nel 1027 Rainolfo, duce dei Normanni, ottenne dal duca di Napoli i dintorni di 
Capua quale contea con Aversa per capitale; ma nel 1130 Napoli stessa cadde in 
poter dei Normanni. Essendo infatti nel 1127 Gughelmo duca d'Apuha morto senza 
figliuoli, il suo congiunto, il giovane, accorto ed ardito conte Ruggiero di Sicilia, si 
tenne erede dell' Apulia e colse il destro per riunire tutta l'Italia meridionale. Ei si 
impadronì di Salerno e di Amalfi e costrinse il papa ad infeudargli il ducato d'Apulia 
e di Calabria. L'antipapa Anacleto II vi aggiunse ancora la signoria di Capua e il 
ducato di Napoli e, nel Natale del 1130, incoronò Ruggiero I re delle Due Sicilie. 
Tal fu l'origine del Regno delle Due Sicilie che durò ben 730 anni resistendo alle più 
dure vicende. Ruggiero s'impadronì poi ancora delle città di Capua e di Napoli. 

La signoria normanna durò 64 anni, dal 1 130 al 1194 e dal 1194 il Regno passò dai 
principi normanni alla Casa sveva degli Hohenstaufen. L'imperatrice Costanza lasciò 
il grande imperatore Federico II, ch'era ancora fanciullo, sotto la tutela di papa Inno- 
cenzo III. La signoria degli Hohenstaufen durò dal 1194 al 1266. 

Nel 1 224, Federico, che dimorava spesso in Napoli con la sua corte, fondò l'Uni- 
versità di Napoli, gettando così il primo fondamento della capitale del regno, e non 
meno importante fu il trasferimento fatto da lui della gran Corte di Giustizia nella 
città; così Castel Capuano ebbe una nuova splendida forma e fu fondato Castel dell'Ovo. 

Federico lasciò tutti i suoi Stati al suo figliuolo Corrado, ma, trovandosi in Alleraagna, 
assunse il governo suo fratello Manfredi, bastardo di Federico, conforme alle prescri- 
zioni paterne. Papa Innocenzo IV, sempre avverso agli Svevi, scomunicò Corrado e 
gli diede un competitore all'impero. Alcune città del Napoletano, paventando i fulmini 
papali, non vollero ubbidire ad un principe scomunicato e che non aveva ricevuto la 
investitura dalla Santa Sede ; anche i Baroni si ribellarono, ma trovarono in Manfredi 
uno strenuo e zelante propugnatore dei diritti del fratello Corrado. 11 quale scese poi 
egli stesso, nel 1251, dall' Allemagna in Italia, sottomise le città ribelli, strinse Napoli 
d'assedio, ed impadronitosene nel 1253 la abbandonò al saccheggio delle bande tedesche 
e saracene, costringendo gli abitanti stessi ad abbattere le fortificazioni che avevano 
resistito alle sue armi. Egli morì a soli 26 anni nel 1254 a Lavello, lasciando la corona 
al figlio Corradino, bambino ancora e presso la madre in Allemagna. 

Morto Corrado, papa Innocenzo IV chiese, come feudatario, la consegna incon- 
dizionata del regno. Egli scomunicò Manfredi che aveva assunto la reggenza per 



Napoli 235 



Corradino, ma che, privo di mezzi, si vide costretto a stringere un trattato che lo nomi- 
nava vicario di una gran parte del continente napoletano al servizio della Santa Sede. 
Innocenzo IV fece il suo ingresso a Napoli il 27 ottobre 1254; ma Manfredi ruppe il 
patto umiliante, fuggì per le montagne dell' Apulia a Lucerla e, coU'aiuto della colonia 
di Saraceni, sconfisse i suoi nemici a Foggia. Innocenzo IV, già ammalato, morì a Napoli 
il 7 dicembre 1254. 

Nel 1258 Manfredi, usurpando i diritti del nipote Corradino si fece incoronare re 
delle Due Sicilie a Palermo; ma Urbano IV, papa francese, diede la corona a Carlo 
d'Angiò, fratello del re di Francia. Carlo erasi già segnalato qual prode guerriero in 
Asia ed era già, per parte della moglie, signore della Provenza, della Linguadoca e 
di gran parte del Piemonte. 

Sotto il nuovo papa Clemente IV Carlo comparve come senatore nella festa di Pente- 
coste del 1265 in Roma; egli era allora un uomo di 46 anni, di grande e rigogliosa 
corporatura, di portamento regale, di gran valore cavalleresco e di volontà indomabile, 
ma cupo, duro, cupido, ambiziosissimo. Il 28 luglio ebbe dal papa l'investitura del reame 
di Napoli e nel gennaio del 1266 mosse contro Manfredi, il quale, con 25,000 uomini, 
1200 cavalieri tedeschi, schiere di Saraceni e di vassalli, si avanzò da Capua a Bene- 
vento per tagliare a Carlo la via di Napoli e dargli battaglia. E fu una battagha dispe- 
rata da ambe le parti e che durò sol poche ore. Manfredi morì combattendo da eroe a 
soli 34 anni incompiuti e l'Alighieri lo immortalò in que' versi del iii del Purgatorio: 

Biondo era e bello e di gentile aspetto : 
Ma l'un de' cigli un colpo avea diviso. 

Il suo trono — una monarchia, ma non uno Stato nazionale — cadde in poter dei 
Francesi. Il vincitore era un disumano, un freddo e taciturno tiranno e la stirpe di 
Manfredi si spense in carcere. 

Nel marzo del 1266 Carlo d'Angiò fece il suo ingresso trionfale a Napoli qual con- 
quistatore e re. Incomincia con lui la dinastia degli Angioini ed incomincia con tristi 
eventi. Fu un grandinare incessante di balzelli insopportabili, una persecuzione con- 
tinua di coloro che avevano parteggiato per gli Svevi, un incalzar di ogni maniera di 
angherie e di prepotenze, finche un gran numero di baroni, stanchi della tirannide esosa, 
collegaronsi ai ghibellini di Toscana e Lombardia e fecero pratiche insieme per indur 
Corradino, allor quindicenne, a scender dall'Allemagna e a porsi in capo l'avita corona 
degli Hohenstaufen. 

Ammonito indarno dalla madre Elisabetta di Baviera, Corradino non diede ascolto 
che al proprio coraggio ed accettò. Egli si mise in marcia con un grosso di 5000 cavalieri 
ben armati, fu accolto, il 24 luglio del 1268, con gran festa a Roma ed acclamato impe- 
ratore in Campidoglio. Il 23 agosto ei stava a capo di 10,000 combattenti tedeschi, 
spagnuoli ed itahani sul fiume Salto contro Carlo d'Angiò accorso a marcie forzate con 
6000 uomini. Corradino stava a Scurcola e Carlo ad Albe e più che il valore vinse 
l'astuzia di quest'ultimo. Il quale lasciò che vincesse Corradino, ma mentre le sue 
schiere stavano riposando esultanti per la vittoria, una riserva di 800 cavalieri francesi, 
tenuta fresca e in serbo a disegno, piombò con la rapidità del fulmine addosso agli 
improvvidi e creduli vincitori, menandone strage. Più di 4000 cadaveri da ambo le 
parti coprirono il campo di battaglia di Tagliacozzo (28 agosto 1268). Corradino si pose 
in salvo co' suoi fidi travestiti da contadini, ma, presi da Giovanni Frangipani, signore 
di Astura, furono consegnati a Carlo d'Angiò. Il quale li fece giudicare da un tribunale 
composto di sue creature, di cui però un solo gridò Corradino traditore della Corona e 
nemico della Chiesa; gli altri tacquero. La sentenza fu letta ad alta voce da quel 
giudice; ma Roberto di Fiandra, genero di Carlo, preso da un impeto di nobile sdegno: 
< Fellone, gridò, non è dato a te condannare a morte un così illustre e magnanimo 



236 Parte Quarta — Italia Meridionale 



signore > e gl'immerse la spada in seno. Corradino salì sul palco eretto in Napoli nella 
piazza del Mercato il 26 ottobre 1269, vide mozzar la testa al suo giovane zio Federico 
d'Austria della casa di Baden, la tolse in mano e baciolla e pose la propria sul ceppo 
esclamando: Povera madre mia! Furon queste le sue ultime parole. Perirono anche 
con essi per mano del carnefice il conte Gherardo di Pisa, nove baroni del regno ed un 
nobile tedesco. I resti di Corradino e di Federico furono sepolti nella chiesa del Carmine. 

Carlo d'Angiò arricchì Napoli, come già abbiamo visto, di chiese sontuose e di 
monasteri, edificò San Lorenzo, ampliò il Duomo, fondò Castel Nuovo, favorì l'Università 
e trasferì la reggia da Palermo a Napoli. 

A Carlo I d'Angiò, morto nel 1285 a Foggia, succede il figliuolo, principe di Salerno, 
che viveva prigioniero in Ispagna e fu liberato per intercessione di papa Niccolò IV e 
del re d'Inghilterra. Regnò col nome di Carlo II e il suo regno giovò alquanto a risto- 
rare il reame dalle sventure che gli aveva tirato addosso il suo genitore. Gli succedette 
Roberto il Savio (1309-43), assunto al trono per volere di Clemente V, essendoché il 
trono spettasse a buon diritto a Caroberto, figliuolo del re degli Ungheri, Carlo Martello 
primogenito di Carlo IL II papa così volle per evitare che si avessero, quando che 
fosse, a congiungere le due corone d'Ungheria e di Napoli. Roberto fu un re giusto, 
clemente, religioso e liberale; protesse i begli studi e le istituzioni civili; fu mecenate 
del Petrarca che dimorò nella sua corte e a cui fé' dono del suo manto regale quando 
fu incoronato in Campidoglio. Amante della pace si tenne sempre parato alla guerra 
e seppe reprimere l'alterigia dei Baroni e l'ardimento di Arrigo VII, il quale, per far 
risorgere l'autorità imperiale in Occidente, era venuto a minacciar Roma e Napoh. E il 
simigliante fece contro Lodovico ilJBavaro che succedette ad Arrigo VII. 

Roberto aveva perduto in fresca età il figlio Carlo, detto Ylllustre, principe virtuo- 
sissimo e nella sua vecchiezza congiunse in matrimonio Giovanna, sua erede presunta, 
con Andrea, figliuolo del predetto Caroberto, figlio di Carlo Martello, re d'Ungheria, 
acciocché la corona tornasse a chi spettava senza toglierla ai suoi. A 16 anni Giovanna I 
fu acclamata regina (1343-81). Era, dicono gli storici, una principessa di grande cultura, 
ma agitata dalle più ardenti passioni ; ella pose in non cale il testamento di re Roberto, 
disprezzò il suo poco culto marito Andrea d'Ungheria, duca di Calabria, e la sua corte 
ungherese, accordò la sua confidenza a persone indegne e largì a larga mano favori 
ed onori ai suoi favoriti. 

Alla regina associaronsi due nipoti di Roberto: Carlo di Durazzo, che aveva rapito 
Maria sorella di Giovanna e l'aveva sposata contro l'ordine di Roberto, e Ludovico di 
Taranto, che aveva pretensioni al trono greco e la cui madre si faceva chiamare impe- 
ratrice. Quando Andrea doveva ricevere il titolo di re morì strozzato ad un balcone 
nel castello di Aversa; ma non fu chiarita la complicità della bella regina Giovanna 
nell'assassinio del marito. Però quando Giovanna diede la mano di sposa a Ludovico di 
Taranto, sotto condizione a dir vero che il regno passasse a suo tempo a Carlo Roberto 
figliuolo di Giovanna, allora la discordia scoppiò nella stessa famiglia Angioina. Carlo 
di Durazzo, sdegnato della preferenza data al cugino, si unì al partito ungherese, il 
quale nel 134S chiamò a Napoli Ludovico d'Ungheria. Giovanna fuggì in Provenza suo 
possedimento in Francia. 

Il re d'Ungheria diede in Aversa un gran banchetto a cui invitò tutti i nobili che 
non avevano preso parte all'assassinio del suo fratello. V'intervenne anche Carlo di 
Durazzo, ma, levate le mense, fu ucciso davanti agli occhi di Ludovico; il figliuoletto di 
Giovanna trovò in Ungheria una morte immatura. Appresso il re entrò in Napoli alla 
testa del suo esercito, ma tornò poi tosto al suo paese. Galee genovesi ricondussero 
Giovanna a Napoli dopo ch'ella ebbe venduto al papa Avignone. Fu riconquistato il 
reame travagliato, oltrecchè dai mali della guerra, dalla morte nera o peste (1348). 
Le belle contrade della Bassa Italia furono trasformate in deserti. 



Napoli 237 



Quando Giovanni d'Ungheria, accompagnato da Fra Moreale, priore dei Gioanniti, 
mosse di bel nuovo contro Napoli, Giovanna fuggì nella munita Gaeta e il suo ammi- 
raglio Rinaldo di Baux (Balzi) colse il destro dello scompiglio per costringere Maria 
sorella di Giovanna, vedova di Carlo di Durazzo e madre di Agnese e di Clemenza 
(monumento in Santa Chiara), a sposare il proprio figlio Roberto. Ma il marito di 
Giovanna uccise il padre di lui di propria mano e Maria fece assassinare davanti 
ai proprii occhi il marito impostole. Appresso diede la mano di sposa al duca Filippo 
di Taranto, fratello di Ludovico. Giovanna si riconciliò coll'Ungheria e rimase in pos- 
sesso di Napoli. Un legato papale incoronò nel 1352 Giovanna e Ludovico di Taranto 
e la successione al trono fu così stabilita che Margherita di Durazzo, figlia del primo 
letto di Maria, sorella di Giovanna, fu dichiarata erede del trono. 

Nel 1362 Ludovico di Taranto morì improvvisamente. Giovanna si rimaritò col re 
titolare Giacomo di Mallorca (Majorca), che rimase in posizione subordinata ed attese 
alle cose di guerra. Per sopire i dissidi nella Casa d'Angiò ella elesse a suo succes- 
sore Carlo il Piccolo di Durazzo, marito di Margherita. Nel 1372 morì il cognato di 
Giovanna, Filippo di Taranto, ultimo di questa Casa ed il suo titolo co' suoi averi 
furon ereditati da Jacopo de' Balzi, tìglio di sua sorella Margherita, i cui disegni ambi- 
ziosi furon frustrati da suo zio, il gran ciambellano Raimondo de' Balzi. 

Per opporsi alle pretensioni ungheresi Giovanna, rimasta vedova nel 1375, sposò 
per quarto marito il prode cavaliere Ottone di Brunswick ch'ebbe il ducato di Taranto. 
Giovanna, scomunicata da Urbano VI per aver riconosciuto l'antipapa francese, dichia- 
rata scaduta dal trono e minacciata da un esercito francese a cui si unì Carlo di Durazzo, 
chiese l'aiuto della Francia ed elesse erede al trono, invece del figlio, il duca Ludovico 
d'Angiò secondogenito di re Giovanni II di Francia. Ma Carlo mosse con un esercito 
ungherese contro Napoli. Già incoronato re a Roma, venne in San Germano alle prese 
con Ottone perito in guerra, ma che soggiacque per tradimento dei Napoletani. Carlo 
entrò in trionfo a Napoli e Giovanna fu costretta ad arrendersi. 

Carlo, con la moglie Margherita, fu incoronato re di Napoli, ma anche Carlo di 
Valois, adottato da Giovanna, fu incoronato dall'antipapa in Avignone. Quando il Valois 
si avanzò con un esercito, Carlo intimò a Giovanna di dichiararlo, in contrapposto a lui, 
successore legittimo al trono; ma, avendolo ingannato, fu imprigionata in Castel Muro, 
strozzata con una corda di seta da soldati ungheresi il 22 maggio 1382, e il suo cadavere 
esposto a mostra in Santa Chiara. 

Carlo di Durazzo fu riconosciuto da tutti re di Napoli e nel 1382, alla morte del 
re di Ungheria, gli fu offerta la corona ungherese; egli andò a Budapest e fu inco- 
ronato a Stuhlweissenborgo (Alba Greca) ; ma, mentre stava facendo una visita alla 
vedova regina Elisabetta, Niccolò di Goro entrò nella stanza e ferì il re che morì in 
carcere in capo a 17 giorni. 

Di tal modo la Casa d'Angiò andava distruggendo se stessa. Margherita si affrettò 
a far proclamar re di Napoli il giovane Ladislao, tìglio di lei e di Carlo di Durazzo, e 
governò qual sua tutrice; ma la lotta fra i Durazzeschi e gli Angioini sconvolse il 
reame. Luigi d'Angiò, a capo di questi ultimi, contese il trono a Ladislao il quale vinse 
però e fu incoronato nel 1390. Volse quindi le mire all'Italia, non curò l'anatema, si 
impadronì di Roma e fece anche conquiste in Italia. 

I papi legittimi, Alessandro V e Giovanni XXIII, tentarono indarno ricuperar Napoli 
per Luigi d'Angiò; nel 1413 Ladislao mosse di bel nuovo contro di Roma, il papa fuggì 
a Viterbo e Ladislao già era giunto a Perugia quando un medico perugino — dice 
Gaetano Nobile nella sua opera Un mese a Napoli — cui Ladislao aveva disonorata la 
figlia, gli propinò per le vie stesse del fallo commesso da costei un veleno i)otcnte, 
sacrificando così l'uno e l'altra nel medesimo tempo. Ei fu condotto ammalato a ('nstel 
Nuovo in Napoli, ove morì il 6 agosto 1414 e fu sepolto in San Giovanni a Carbonara. 



238 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Gli succede la celebre Griovanna II, sua sorella, vedova, senza figli, del duca 
Guglielmo d'Austria, la quale la diede pel mezzo ad ogni vizio. Fosse poi stanchezza 
di libertinaggio — prosegue il Nobile — inoltrar degli anni od effimero ravvedimento, 
volle sposare Giacomo di Borbone, il quale sterminò i suoi consiglieri ch'erano stati od 
erano ancora i suoi drudi. Né ristava un altro Luigi d'Angiò, figliuolo del competitore 
di Ladislao, da maneggi e macchinazioni per arrivare al trono. Giovanna gli oppose 
Alfonso di Aragona da lei adottato, ma che scese poi, ingrato, ad ingiuriarla sì che gli 
suscitò contro Renato figlio di Luigi d'Angiò ; e qui ebbe principio una guerra di parte 
che insanguinò per qualche tempo le contrade prossime a Napoli. 

La morte del duca d'Angiò addusse quella di Giovanna, la quale a 65 anni, dopo 
averne regnato venti senza fare alcun bene al suo popolo, e datasi, nuova Messalina, ai 
piaceri sensuali sino ad un'età che suole ordinariamente smorzarli, scese nel sepolcro 
non certo rimpianta. 

Fu l'ultima della dinastia Angioina, d'origine francese, la quale regnò 164 anni in 
Napoli, divisa in due rami: il primo che regnò 115 anni dal 1266 al 1381 fu detto sem- 
plicemente degli Angioini ed ebbe quattro re: Carlo I, Carlo II, Roberto e Giovanna I; 
l'altro ramo detto dei Durazzeschi, regnò 59 anni sino al 1440 ed annoverò altri quattro 
re che furono: Carlo III di Durazzo, Ladislao, Giovanna II e Renato. Quest'ultimo, 
Renato d'Angiò, fu sopratìatto da Alfonso di Aragona il quale, rinnovando dopo nove 
secoli lo stratagemma che già abbiamo narrato di Belisario, s'introdusse nel 1 142 per 
il cosidetto Pozzo di San Patrizio nella città conquistandola. Nulla valsero a Renato 
il coraggio cavalleresco, l'indole buona, l'amore delle lettere e delle belle arti, se gli 
fu avversa la sorte delle armi. La storia gli tolse il titolo di re, ma si ebbe quello di 
Renato il Buono. 

Alfonso I il Magnanimo (1442-96) fu il primo sovrano della Casa di Aragona e sotto 
di lui la Siciha e Napoli, separati dal Vespro Siciliano, furono di bel nuovo riuniti col 
titolo di Regno delle Due Sicilie con Napoli per capitale. La memoria del suo ingresso 
in Napoli (1443) sopra un cocchio dorato come un trionfatore romano a traverso una 
breccia nelle mura a Mercato fu eternata dal bell'arco trionfale a Castel Nuovo che già 
abbiam descritto. 

L'adozione di Giovanna, la conquista coll'armi e la discendenza sveva per Costanza 
figlia di Manfredi, non sarebbero stati titoli bastevoli a fargli dar l'investitura del regno 
da papa Eugenio IV se nel 1443 ei non avesse preso l'impegno, nel Congresso di Terra- 
cina, di sloggiare dalle Marche il condottiere Francesco Sforza. S'ebbe il titolo di 
Magnanimo per la sua liberalità illuminata, per aver posto un freno alle civili discordie, 
per aver protetto e favorito le scienze, le lettere e le belle arti del Rinascimento; basti 
il dire ch'ei tolse per stemma regale un libro aperto. Sol commise un errore nel suo 
regno, quello di accrescere anziché deprimere il feudahsmo. 

Alfonso I lasciò, morendo, Sicilia ed Aragona al fratello Giovanni e il reame di 
Napoli al suo figliuolo naturale Ferrante I (1458-94), il quale non tardò a cogliere il 
frutto della prepotenza baronale favorita improvvidamente dal padre suo. E celebre 
nell'istoria la Congiura dei Baroni (narrata da Camillo Porzio) di cui stavano a capo 
un conte di Sarno ed un Antoniello Petrucci, segretario del re; ma la sventò Ferrante 
e in una splendida festa nuziale, fatti circondare improvvisamente i congiurati, li 
mandò a morte sul palco in piazza di Castel Nuovo. Gli mossero guerra prima Giovanni 
suo zio e re di Sicilia e di Aragona, quindi l'altro Giovanni Angioino e figliuolo di Renato, 
ma fu protetto da Pio II il quale gli procacciò il soccorso del celebre Scanderbeg 
principe d'Albania che sconfisse da ultimo l'Angioino nelle pianure pugliesi. 

Ferrante introdusse in Napoli l'arte tipografica, migliorò la bachicoltura, protesse 
il commercio e i dotti Greci giunti nel reame. Morì a 71 anni disperando di poter con- 
tendere il regno a Carlo V di Francia a cui Renato d'Angiò aveva trasmesso i proprii 



Napoli 239 



diritti su Napoli e lasciò erede del trono Alfonso II (1494) il quale in un sol anno di 
regno immiserì il reame ed atterrito all'annunzio dell'arrivo di Carlo Vili di Francia, 
rinunciò la corona al figlio Ferdinando e fuggì a Messina ove vestì l'abito degli Olivetani 
e morì in capo a pochi mesi. 

Ferdinando II, disperando di poter oppor resistenza a Carlo Vili, sciolse i sudditi 
dal giuramento e riparò nell'isola d'Ischia, mentre Carlo faceva con 50,000 uomini il 
suo ingresso trionfale in Napoli. Ei non vi rimase però a lungo che Ferdinando il 
Cattolico, re di Spagna, mandò contro di lui il celebre capitano Consalvo di Cordova, il 
quale sconfisse Carlo Vili costringendolo a far ritorno in Francia e Ferdinando II risalì 
per poco sul trono ch'ei lasciò morendo nel 1496 a suo zio Federigo di Aragona. Ma 
Francia e Spagna agognavano ambedue al possesso di Napoli e Federico II, principe 
ornato d'ogni virtù civile, giusto, savio e clemente, fu costretto ad esulare in Francia 
ospitato e pensionato da Luigi XII, mentre il suo regno era lacerato dalle armi di 
Spagna e di Francia che se ne contendevano il dominio. Vinsero gli Spagnuoli e Ferdi- 
nando il Cattolico pose piede nel 1506 in Napoli che divenne una filiale della Spagna 
sotto i luogotenenti e i viceré. 

La dinastia Aragonese regnò in Napoli dal 1442 al 1496 e fu un periodo di splendore 
per le scienze, le lettere e le belle arti. Nella chiesa di San Domenico annoveransi ben 
dieci sarcofaghi dei principi di Aragona. 

Da Consalvo di Cordova, primo luogotenente nominato da Ferdinando il Cattolico, 
sino a Giulio Visconti, espulso dalle armi di Carlo Borbone, Napoli fu governata da 
quaranta viceré e venti luogotenenti inviati or da sovrani Austro-Spagnuoli, or da 
Spagnuoli ed ora da Austriaci. 

Consalvo, il conquistatore di Napoli, fu richiamato per sospetti in Ispagna, ove morì 
in disgrazia di Ferdinando il Cattolico, il quale inviò successivamente a viceré e luogo- 
tenenti in Napoli: Consalvo Fernando di Cordova duca di Tei-ranova (1502), Giovanni 
d'Aragona conte di Ripacorsa (1507), Antonio Giuvara (1508) e Raimondo di Gardena 
(1509). Sotto Carlo V, erede per Giovanna la Pazza del re Cattolico, fu viceré Ugo di 
Moncada (1527), assediato in Napoli pel re di Francia dal Lautrec che vi perì per la 
malaria insieme ad oltre 25,000 Francesi, sepolti in Santa Maria detta perciò del Pianto. 

Fu anche viceré di Napoli per Carlo V il celebre Pietro di Toledo, marchese di 
Villafranca (1432-53) castigliano, benemeritissimo della città. Egli edificò la nuova 
Vicaria per tutti i tribunali, ristabilì l'esercizio imparziale della giustizia, assicurò le 
coste contro gli assalti dei Turchi e del corsaro Barbarossa, accrebbe le feste popolari, 
introdusse il combattimento dei tori e i grandi tornei e fece molte altre cose per l'ab- 
bellimento della città. La principale e la piìi popolosa arteria di Napoli, via Toledo (ora 
via Roma), fu opera sua; ei fece rettilineare le vie tortuose e paludose, ampliare le mura, 
migliorare le fogne, abbellir case e palazzi, rendere inespugnabile Castel Sant'Elmo, 
allargare della metà l'arsenale, ornare di pubbliche marmoree fontane le piazze, 
costruire la chiesa e l'ospedale di San Giacomo, passare i tribunali nel Castel Capuano 
e scolpire, mentre era ancora in vita, il proprio monumento da Giovanni da Nola. 

Per l'abdicazione di Carlo V, il reame passò a Filippo II di Spagna e sotto di lui 
tennero il potere in Napoli i seguenti viceré: Ferrante Alvarez di Toledo, duca d'Alba 
( 1555), il cardinal della Cueva (1558), Parafan de Rivera, duca d'Alcala (1569), Inigo 
de Mendoza (1565), il cardinal Granvela (1571), il principe di Miranda (1579), il duca 
d'Ossuna (1582) e Gusman d'Ohvares (1585), oltre vari luogotenenti. 

A Filippo II tenne dietro Filippo III sotto il cui regno sette viceré cercarono, qual 
pili qual meno, di ampliare le civili istituzioni del regno. Filippo IV smunse avida- 
mente l'erario napoletano finché, nel 1647, le enormità insopportabili dei balzelli e 
delle estorsioni scatenarono la memoranda, pericolosa insurrezione di Masaniello, pesca- 
tore nato in Napoli, in piazza del Carmine, il quale, acclamato capitano generale, tenne 



240 Parte Quarta — Italia Meridionale 



in rispetto il viceré duca d'Arcos e fu per una settimana il dittatore di Napoli. Ebbro 
quindi del potere o consunto ed eccitato da un veleno esilarante propinatogli, fece uno 
sconcio, sconclusionato discorso nella chiesa del Carmine nel cui convento fu assassinato 
da tre sgherri del Maddaloni. 

Seguì la romanzesca spedizione del duca di Guisa che assunse il titolo di doge della 
Repubblica partenopea secondato da un rozzo popolano Gennaro Annose, il quale finì 
per tradirlo e lo costrinse a rendersi prigioniero dopo molte e inutili prove di valore 
cavalleresco. Don Giovanni d'Austria spense l'effimera repubblica approfittando del 
tradimento dell'Annose che mandò al patibolo. Al flagello della guerra civile tenne 
dietro quello della peste, recata da una nave dalla Sardegna. La mortalità fu così 
enorme che, al dir degli storici contemporanei, perirono non men di 400,000 persone, 
essendovi de' giorni in cui la peste ne mieteva meglio di 15,000. 

Dieci furono i viceré inviati a Napoli da Filippo IV il quale morì nel 1665 lasciando 
il trono a Carlo II di Spagna in età di 4 anni. Fiacco di mente e di corpo, questo 
sovrano lasciò opprimere Napoli e la Sicilia da' suoi viceré, fra i quali l'avarissimo e 
cupidissimo Pietro Antonio di Aragona (1671). Provvido fu per contro il governo del 
marchese Del Carpio (1687) e quello del suo successore Benavides conte di Santo Ste- 
fano (1693), sotto il quale Napoli fu devastata da un orrendo tremuoto. Benemerito 
della città fu Luigi de Zerda duca di Medina Coeli (1695), il quale l'abbellì della villa di 
questo nome, della sontuosa fontana Medina, ecc. Incominciò allora la famosa guerra di 
successione di Spagna per avere il suddetto Carlo II, privo di eredi, legato le corone 
che aveva nei due mondi a Filippo V d'Angiò nipote di Luigi XIV re di Francia. Filippo 
venne in persona a Napoli e si mostrò sì buon principe che il popolo gli decretò un dono 
di 300,000 ducati ed una statua in bronzo nella piazza maggiore della città. Vi lasciò 
un solo viceré, il duca d'Ascalona. 

Frattanto gli Imperiali, dai loro trionfi nell'Italia settentrionale, precipitaronsi nella 
meridionale. Il conte Dawn, generale dell'imperatore Giuseppe d'Austria, piombò su 
Napoli con 10,000 Austriaci (1707), strinse d'assedio Gaeta ov'erasi rinchiuso il viceré, 
lo fece prigioniero e pigliò possesso di Napoli in nome dell'arciduca Carlo. La pace di 
Rastadt gli confermò il possesso e Carlo d'Austria prese il nome di Carlo VI ed inviò 
successivamente a Napoli dieci viceré, ultimo dei quali fu Giulio Visconti conte della 
Pieve (1734). 

Approfittando della guerra scoppiata nel 1733 fra l'Austria e la Spagna a cagione 
della successione al trono della Polonia, l'infante Carlo Borbone di Spagna entrò nel 
1734 in Napoli e il 5 luglio del 1735 fu incoronato a Palermo Re delle Due Sicilie. E di 
tal modo la Casa ispano-borbonica salì sul trono di Napoli (ove regnò dal 1734 al 1860). 
E già cominciava il nuovo re ad abbellire in mille modi la sua nuova capitale ed a ripa- 
rare i danni del lungo regime vicereale, quando gli Austriaci, ritentando la conquista 
di Napoli, si avanzarono arditamente sino agli Abruzzi. Carlo III raccozzò in fretta e 
furia un esercito, mosse loro incontro e li sconfisse con suo grave rischio a Velletri, 
costringendoli, in quella memorabile giornata del 1744, a rivalicare i confini e a far 
ritorno alle loro nebbiose regioni. 

Il governo di Carlo III auspicavasi felicissimo così pel re come pei sudditi quando, 
nel 1759, ei fu chiamato al trono di Spagna per la morte del fratello Ferdinando VI 
senza discendenti. Ei lasciò la corona delle Due Sicilie al suo terzogenito Ferdinando IV, 
che aveva soli 8 anni, con un consiglio di reggenza presieduto dal celebre marchese 
Tanucci. Ma la prima Repubblica francese, inondando con le sue schiere vittoriose 
l'Italia, tolse a trasformarne gli Stati fra i quali anche quello di Napoli, che divenne per 
poco Repubblica Partenopea. 

Il 14 febbraio del 1806 i Francesi entrarono in Napoli sotto Massena, Napoleone I 
àiede in prima il regno al fratello Giuseppe e, nel 1808, al cognato Gioacchino Murat, 



Napoli 



24.1 



il quale ottenne al principio il pubblico favore col fasto, la repressione del brigantaggio 
e la diminuzione del debito pubblico mercè l'incameramento dei beni ecclesiastici; ma 
le imposte, la coscrizione e il blocco inglese scemarongli in breve l'affetto dei sudditi. 
La sua condotta irrisoluta nel 1814 cagionò la sua rovina. Indarno ei tentò dalla Corsica 
ritogliere ai Borboni restaurati il suo effimero regno perduto. L'8 ottobre del 1815 
l'infelice, sbattuto dalla tempesta, sbarcò con soli trenta compagni a Pizzo in Calabria, 
fu arrestato e fucilato il 17 ottobre in capo a 7 giorni. 

Nel congresso di Vienna (1814-15), dopo la caduta di Napoleone I, Ferdinando IV 
fu rimesso sul trono col nuovo titolo di Ferdinando I. Nel 1816 i tesori inestimabili 
dell'arte dei Farnesi in Eoma arricchirono per eredità il gran Museo Nazionale ove li 
abbiamo descritti. Gli ultimi giorni di questo monarca furon turbati dalla rivoluzione 
del 1820 la quale ebbe fine dopo 9 mesi per l'intervento delle truppe austriache inviate 
dall'imperatore Francesco d'Austria. 

Nel 1825 a Ferdinando I successe Francesco I secondo la costituzione di Carlo ITI 
rinvigorita dal testamento del re defunto. Il nuovo monarca non fu lieto di lunga vita 
e nel 1830 gli succedette il figliuolo Ferdinando II, il cui governo fu, com'è noto, quali- 
ficato dal Gladstonè la negazione di Dio. Nel 1818, visti i tempi grossi e la marea 
liberale che saliva minacciosa, giurò una costituzione che spergiurò poco appresso, 
imprigionando, esiliando gli uomini più cospicui del regno, finché morì detestato a 
Caserta nel maggio del 1859, lasciando il trono crollante al suo figliuolo Francesco II, 
nato a Napoli il 16 gennaio 1836. Anch'egli, atterrito per le vittorie strepitose di Gari- 
baldi in Sicilia, ristabilì, il 25 giugno del 1860, la costituzione; ma poco gli valse, che il 
7 settembre del medesimo anno Garibaldi entrava in Napoli trionfante e il plebiscito 
del 21 ottobre dichiarava decadutala dinastia borbonica e il reame di Napoli unito al 
nuovo Regno d'Italia sotto Vittorio Emanuele II, il quale fece il 7 novembre il suo 
ingresso in Napoli a fianco di Garibaldi. Ben avevano i Borbonici opposto sulla linea 
del Volturno una seria resistenza ai 25,000 volontari Garibaldini; ma sopraggiun- 
sero in buon punto le truppe regie in loro aiuto ed espugnata dal Cialdini, nel 
febbraio del 1861, Gaeta, ov'erasi ricoverato Francesco II con la moglie Maria duchessa 
di Baviera, la dinastia Borbonica esulò da Napoli e dall'Italia. 



Cronologia dei Re delle Due Sicilie. 



I Normanni (1042-1194). 
Conti d'ApuUa. 
1042. Guglielmo Braccio di Ferro, figlio di 
Tancredi di Hauteville, proclamato Comes 
Apuliae dai Normanni adunati a Matera. 

1057. Roberto Guiscardo, primogenito di Tan- 
credi di Hauteville dalla seconda moglie 
e fratellastro di Guglielmo , Drogone ed 
Umfredo. 

Duchi d'Apulia e Calabria. 

4059. Roberto Guiscardo, conquistala la Ca- 
labria, assume il titolo di Dux Apuliae et 
Calabriae. 

1085. Ruggiero Bursa, secondogenito di Ro- 
berto per la seconda moglie Sigclgaita. 

1111. Guglielmo, primogenito di Ruggiero 
Bursa. 



1127. Ruggiero, secondogenito di Ruggiero, il 
Gran Conte di Sicilia e nipote di Roberto 
Guiscardo. 

Re di Napoli e Sicilia. 

1130. Ruggiero, dopo conquistate Amalfi e Na- 
poli, è proclamato re. 

1154. Guglielmo I (il Malvagio), unico figlio 
sopravvivente di Ruggiero. 

1166. Guglielmo li (il Buono), figlio di Gu- 
glielmo 1. 

1190. Tancredi, conte di Lecce, figlio naturalo 
di Ruggiero, figlio di re Ruggiero. 

1194. Guglielmo 111, primogenito di Tancredi. 

Gli Svevi (1194-1266). 

Casa d'Hohenslaufen. 
1194. Enrico I di Napoli e VI imperatore di 
AUeniagna, unico figlio di Federico Baiiia- 
rossa, succede al trono delle Duo Sicilie in 



31 



La Patria> voi. IV. 



242 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



virtù del suo maritaggio con Costanza figlia 
di re Ruggiero. 

4197. Costanza sola in nome del sno unico figlio 
. Federico. 

H98. Federico II, imperatore d'AUemagna , 
unico figlio di Enrico VI e di Costanza. 

1250. Corrado, secondogenito di Federico II. 

ISS^. Manfredo, principe di Taranto, figlio na- 
turale di Federico II, prima come tutore di 
Corradino, unico figlio di Corrado e poi re 
al falso annunzio della morte di Corradino ; 
deposto da Urbano IV ; ucciso nella battaglia 
di Benevento nel 1266. 

1266. Corradino, ultimo degli Svevi, sconfitto 
nel 1268 nella battaglia di Tagliacozzo dal- 
l'usurpatore Carlo d'Angiò ed ucciso bar- 
baramente, per suo ordine, a Napoli. 

Gli Angioini (1266-1442) 

[Reame di Napoli). 

1266. Carlo I d'Angiò conte di Provenza, set- 
timo figlio di Luigi VlIIdi Francia e di Bianca 
di Castiglia, e fratello di Luigi IX (S. Luigi), 
in virtù dell'investitura di Clemente IV. Nel 
1282 ei perde la Sicilia, come vedremo più 
in qua. 

1285. Carlo II, il Zoppo, figlio di Cario I. 

1309. Roberto il Savio, terzogenito di Carlo II. 

434-3. Giovanna I, figlia di Carlo duca di Cala- 
bria, unico figlio di Roberto il Savio che 
gli sopravvisse. Sposò il suo cugino in se- 
condo grado, Andrea, figlio di Carlo re di 
Ungheria, il quale fu assassinato in Aversa 
nel 1345. 

4381. Carlo III di Durazzo, detto anche Carlo 
della Pace, figlio di Luigi conte di Gravina, 
nipote di Carlo II e cugino in secondo grado 
di Giovanna I. Sposò Margherita, sua cu- 
gina in primo grado, figlia di Carlo di Du- 
razzo, giustiziato per l'assassinio di Andrea 
e nipote di Carlo II. 

4386. Ladislao, figliuolo di Carlo III. 

4414. Giovanna II, sorella di Ladislao. La linea 
dei Durazzo ebbe fine con la morte di lei. 

4435. Renato d'Angiò, duca di Lorena, succede 
quale erede di Giovanna II in forza del costei 
testamento, in opposizione alla sua previa 
adozione di Alfonso d'Aragona. 

Gli Aragonesi. 

I re di Sicilia (Ì^82-U%). 

4282. Pietro I, re di Aragona, succede al trono 
qual marito di Costanza, figlia di Manfredi 
ed unica erede degli Hohensfanfen. 

1285. Giacomo I, il Giusto, figlio di Pietro III, 
abdicò nel 1291 in favore del fratello nel- 
l'assumer la corona di Aragona col titolo di 
Giaime, o Giacomo II. 



1291. Interregno. 

1296. Federico II, fratello di Giacomo il Giusto, 
morì nel 1337 presso Palermo. 

1337. Pietro II, primogenito di Federico II, che 
dal 1321 era stato associato al governo dal 
padre. 

1342. Luigi, figlio di Pietro FV. 

1355. Federico III, fratello minore di Luigi. 

1377. Maria, figlia di Federico III e Martino di 
Aragona suo marito, figlio di Martino I re 
di Aragona. 

1402. Martino I, marito di Maria, le succede 
alla morte senza discenaenti. 

1409. Martino Seniore (Martino I d'Aragona, 
II di Sicilia), padre dell'ultimo re, per guisa 
che la Sicilia fu di bel nuovo unita alla co- 
rona di Aragona. 

1412. Ferdinando il Giusto, re di Aragona e di 
Sicilia, secondogenito di Eleonora d'Ara- 
gona, e di Giovanni I re di Castiglia e fra- 
tello di Enrico III, re di Castiglia. 

1416. Alfonso V, il Magnanimo, re di Aragona 
e di Sicilia, figlio di Ferdinando il Giusto, il 
quale, conquistata Napoli, divenne: 

Re di Napoli e Sicilia. 
1442. Alfonso I, già re soltanto di Sicilia, sopra- 
nominato il Magnanimo ; erede di Gio- 
vanna II per la sua prima adozione, ed 
erede degli Hohenstaufen per linea femmi- 
nile e per essa dei re Normanni. Entrò in 
Napoli il 2 giugno 1442 ed espulse Renato 
d'Angiò dal regno. Alla sua morte Napoli e 
la Sicilia furono nuovamente separate. 

Re di Sicilia. 
1458. Giovanni II, re di Aragona e di Navarra, 

secondo fratello di Alfonso. 
4479. Ferdinando II (Ferdinando il Cattolico), 

figlio di Giovanni II. 

Re di Napoli. 
4458. Ferdinando, o Ferrante I, figlio naturale 
di Alfonso I, legittimato dal papa nel 4444. 

4494. Alfonso II, duca di Calabria, primogenito 
di Ferdinando I. 

4495. Ferdinando II, duca di Calabria, primo- 
genito di Alfonso II, rinunciò al trono in 
favore di lui. 

4496. Federico, principe d'Altamura, secondo- 
genito di Ferdinando I, fratello di Alfonso II 
e zio dell'ultimo re, spogliato del suo regno 
da Luigi XII di Francia e da Ferdinando 
il Cattolico, mori nel 4554 a Tours; con 
lui ebbe fine la dinastia aragonese. 

Partizione del Regno (4500-1504). 
In forza del trattato di Granata dell'I 1 no- 
vembre 1500 confermato da papa Alessandro VI 
e dal Conclave dei Cardinali nell'anno successivo, 
Ferdinando il Cattolico ài Spagna e Luigi XII dì 



Napoli 



243 



Francia spartironsi il reame di Napoli. Il trattato 
statuiva che il re di Francia possedesse la città 
di Napoli, Terra di Lavoro, i tre Abruzzi e metà 
del reddito del Tavoliere di Puglia, con la con- 
ferma del titolo di re di Napoli e Gerusalemme 
assunto in addietro. 

Il re di Spagna, ch'era stato per molti anni re 
di Sicilia, doveva aver la Calabria e la Puglia e 
la metà rimanente del Tavoliere col titolo di duca 
di Calabria e di Puglia. Ma il possesso delle 
Provincie non mentovate nel trattato addusse tosto 
una guerra fra le parti contraenti. Le ostilità 
scoppiarono nel giugno del 1502 e in poco più di 
diciotto mesi i Francesi rimasero sconfitti in 
quattro battaglie e, mercè il genio militare di 
Gonsalvo di Cordova, il Gran Capitano, tutto il 
reame divenne, come la Sicilia, un possesso 
spagnuolo. 

Viceré. 

1502. Gonsalvo di Cordova per Ferdinando il 
Cattolico. 

— Duca di Nemours per Luigi XII. 

Dominazione Spagnuola (1504-1707). 
Reame di Napoli e Sicilia. 
1504. Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, 
figlio di Giovanni II. 

Vicei'è. 

1503. Gonsalvo di Cordova. 

1507. Don Giovanni d'Aragona, conte di Ri- 
bagorsa. 

1508. Don Antonio Guevara. 

1509. Don Raimondo de Cordova. 

Sovrani Spagnuoli di Casa d'Austria 

(1516-nOO). 

1515. Giovanna III, figlia di Ferdinando e Isa- 
bella, proclamata regina allamorte del padre, 
abdicò l'anno seguente in favore del figlio. 

1516. Carlo IV, poi imperatore Carlo V, tiglio 
della suddetta (Giovanna di Castiglia) e del- 
l'arciduca Filippo I d'Austria, duca di Bor- 
gogna, figlio dell'imperatore Massimiliano I. 

Viceré, 

1522. Don Carlos de Lanoja (Lannoy). 

1527. Don Hugo de Moncada. 

1528. Filiberto, principe d'Orange. 

1529. Cardinale Pompeo Colonna, arcivescovo 
di Monreale. 

1532. Don Pedro de Toledo, marchese di Villa- 
franca. 
1554. Cardinale Paceco. 

Re. 

1554. Filippo II di Spagna, marito della regina 
Maria d'Inghilterra, figlio dell'imperatore 
Carlo V e d'Isabella di Portogallo. 

Viceré. 

1555-58. Don Fernando Alvarez (il celebre duca 
d'Alba). 



1558. Don Juan Manriquez de Leon. 

1559. Cardinale de la Cueva. 

1559-71. Don Parafan de Rivera, duca d'Alcalà. 
1571-75. Ant. Perrenot , card, di Granvelle. 
1575-79. Don J. Lopez Hurlado de Meiidoza. 
1579-82. Don Juan de Zuniga , principe di 

Pietraperzia. 
1582-8(ì. Don Pedro Giron, duca d'Ossuna. 
1586-95. Don Juan de Zuniga, conte di Miranda. 
1595-99. Don Enriquez de Guzman, conte di 

Olivares. 

Re. 

1598. Filippo III di Spagna, figlio di Filippo II 
e della sua quarta moglie Anna d'Austria, 
figlia dell'imperatore Massimiliano II. 

Viceré. 

1599-1601. Don Fernandez Ruy de Castro, 

conte di Lemos. 
1601-3. Don Francisco de Castro, suo figlio. 
1603-10. Don Juan A. Pinientel d'Errerà, conte 

de Benevente. 
1610-16. Don Pedro Fernandez de Castro, conte 

di Lemos. 
1616-20. Don Pedro Giron, duca d'Ossuna. 

1620. Cardinale Borgia. 

1620-22. Cardinale Don Antonio Zappata. 

Re. 

1621. Filippo IV di Spagna, figlio di Filippo III 
e di Margherita d'Austria, sorella dell'im- 
peratore Ferdinando II. 

Viceré. 

1622-29. Don Antonio Alvarez de Toledo, duca 
d'Alba. 

1629-31. Don Fernando Afan de Rivera, duca 
d'Alcalà. 

1631-37. Don Manuel de Guzman, conte di 
Monterey. 

1637-44. Don Ramiro de Guzman, duca di Me- 
dina de las Torres. 

1644-46. Don Juan Alfonso Enriquez, ammi- 
raglio di Castiglia. 

1646-48. Don Rodriguez Ponce de Leon, duca 
d'Arcos. 

1648. Don Giovanni d'Austria, bastardo di Fi- 
lippo IV. 

1648-53. Don Inigo Valez y Tassis, conte di 
Ognate. 

1553-59. Don Gracia d'Avellana y Raro, conte 
di Castrino. 

1559-64. Conte Penaranda. 

Re. 

1665. Carlo II di Spagna, figlio di Filippo IV e 
della sua seconda moglie. Maria Anna d'Au- 
stria, figlia dell'imperatore Ferdinando III. 

Viceré. 

1664-66. Cardinale Pascual d'Aragona. 
1666-71. Don Pedro Antonio d'Aragona. 
1671. Don Federico di Toledo, nuirchese di 
Villafranca. 



2M 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



1672-75. Don Antonio Alvarez, marchese di 

Astorga. 
4675-83. Don Fernando Faxardo, marchese di 

los Velez. 
1683-87. Don Gaspar de Haro, marchese del 

Carpio. 
1688-95. Don Francesco de Benavides, conte 

di S. Estevan. 
1695-1700. Don Luis de la Cerda, duca di 

Medina Coeli. 
Fine della dominazione spagnuola o del primo 
ramo di Casa d'Austria. 

Guerra della Successione Spagnuola 

(1700-1713). 

1700. Filippo V di Spagna, duca d'Angiò e ni- 
pote di Luigi il Grande di Francia, fu di- 
chiarato erede dei reami di Spagna, Napoli 
e Sicilia dal suo gran zio Carlo, il suddetto 
re defunto. La successione fu rivendicata da 
Leopoldo I, imperatore d'Allemagna, pel 
suo figliuolo, l'arciduca Carlo, quale erede 
del primo ramo suddetto di Casa d'Austria. 
Scoppiò una guerra che durò 11 anni. 

Viceré durante la guerra. 

1702. Marchese di Vigliena. 
— Duca d'Ascalona. 



Dominazione Tedesca. 

Re di Casa d'Austria (1707-1734). 

Reame di Napoli: poi di Napoli e Sicilia. 

1707. Carlo VI, arciduca d'Austria, secondo- 
genito dell'imperatore Leopoldo I e della 
sua terza moglie Maddalena Teresa. Il conte 
Daun prese possesso di Napoli coll'csercito 
imperiale il 7 luglio 1707. 
Durante codesto regno la Sicilia fu tolta al 
duca di Savoia da Filippo V di Spagna (1713). 
Fu restituita alla Corona di Napoli nel 1720 per 
la guerra della Quadruplice Alleanza e al duca di 
Savoia, Vittorio Amedeo, fu data in cambio la 
Sardegna col titolo di re di Sardegna. 

Viceré, 

1707. Conte di Martinitz. 

1708. Conte Daun. 

• — Cardinale Grimani. 
1710. Conte Carlo Borromeo. 

Con la pace d'Utrecht nel 1713 la Casa di 
Borbone fu esclusa dall'Italia ; Filippo fu confer- 
mato re di Spagna col titolo di Filippo V; Na- 
poli fu ceduto al ramo tedesco di Casa d'Austria 
e la Sicilia fu staccata da Napoli e data a Vittorio 
Amedeo, duca di Savoia. 

Viceré. 

1715. Conte Daun. 
1719. Conte Gallas. 
— Cardinale Schrotembach. 



1721. Principe Borghese. 

— Cardinale Von Althan. 
1728. Bali Portocarrero. 

1733. Conte Von Harrach. 

1734. Giulio Visconti, conte della Pieve, ultimo 
dei viceré di Napoli. 

I Borboni Spagnuoli (1734). 

Reame di Napoli e Sicilia. 
Don Carlos, ultimo figlio di Filippo V di Spagna 
e della sua seconda moglie Elisabetta Farnese della 
Casa di Parma, s'impadronì del reame di Napoli 
e in seguito della Sicilia. Nel 1734 fu incoronato 
a Palermo; nel 1738 il suo titolo fu riconosciuto 
dal trattato di Vienna; nel 1744 sconfisse gli 
Austriaci a Velletri e li costrinse a sgombrare 
il regno; e nel 1748 il suo titolo fu riconosciuto 
dal trattato di Aquisgrana. Il suo regno data 
dall'incoronazione a Palermo e si può perciò de- 
scrivere come: 

1 734. Carlo di Borbone VII di Napoli, per ordine 
di successione e per la bolla d'investitura di 
Clemente XII ; detto generalmente Carlo III 
dai Napoletani, come quello che succede 
nel 1759 al trono di Spagna con questo 
titolo alla morte del suo maggior fratello 
Ferdinando IV ed abdicò (rimpianto per le 
sue virtù e la sua abilità) il trono di Napoli 
e Sicilia in favore del suo terzogenito Fer- 
dinando di soli 8 anni. 

1759. Ferdinando IV, terzogenito del precedente 
e della principessa Amalia Walburga, fi- 
gliuola di Federico Augusto re di Polonia. 
Per l'abdicazione del padre suo, Ferdinando 
fu proclamato re di Napoli e Sicilia col titolo 
di Ferdinando IV. Durante la sua minoren- 
nità (1759-67) il reame fu governato da una 
reggenza con a capo il celebre primo mini- 
stro marchese Bernardo Tanucci di Stia, in 
quel d'Arezzo, morto nel 1783. 

1799. Il 23 gennaio il generale Championnet 
occupò Napoli con un esercito e proclamò 
la Repubblica Partenopea. 

Il 14 giugno del medesimo anno il car- 
dinale Buffo s'impadroni di Napoli con le 
sue bande armate e vi ristabili il governo 
di Ferdinando IV. 



Occupazione Francese. 

Regno di Napoli. 

1806. Il 14 gennaio un esercito francese sotto 
Massena s'impossessò di Napoli e vi pro- 
clamò re Giuseppe Bonaparte fratello di 
Napoleone ; Ferdinando IV si rifugiò in 
Sicilia. 

1808. Un decreto di Napoleone del 15 luglio 
proclamò Gioacchino Murat, cognato di lui, 



Napoli 



245 



re di Napoli in luogo di Giuseppe Bonaparte 
ch'ebbe il trono di Spagna. 

Ristorazione dei Borboni. 

Regrio delle Due Sicilie. 
Col trattatalo di Casalanza (presso Capua) del 
20 maggio 1815 Napoli fu restituita a Ferdi- 
nando, il quale, per disposizione del trattato di 
Vienna nel 1816, assunse il titolo di 
1816. Ferdinando I, re delle Due Sicilie. 
1825. Francesco I, figlio di Ferdinando I, e 
dell'arciduchessa Maria Carolina d'Austria, 
sorella dell'imperatore Giuseppe II. 
1830. Ferdinando II, figlio di Francesco I, e 
della sua seconda moglie, l'Infanta Isabella 
di Spagna. Sposò in prime nozze, nel 1832, 
la principessa Maria Cristina, figliuola di 
Vittorio Emmanuele I re di Sardegna, la 
quale mori nel 1836 dopo di aver procreato 
un figlio che fu poi Francesco II ; e in se- 
conde nozze, nel 1837, S. A. imperiale 
Maria Teresa Isabella, figliuola dell'arciduca 
Carlo d'Austria, da cui ebbe 9 figli. 
1859. Francesco II, duca di Calabria, procla- 
mato re il 2 maggio, sposato a Maria 
Amalia, figliuola del re di Baviera, nel 
gennaio 1859. 
Pel mal governo degli ultimi tre re borbonici 
un grande malcontento si diffuse in tutte le classi 
del regno delle Due Sicilie si che nel 1859 era 
imminente una rivoluzione, quando le vittorie 



dei Franco-Sardi, nell'Alta Italia, contro gli Au- 
striaci^ l'annessione di Parma, Modena, Toscana 
e Romagna al nuovo regno d'Italia e il riliuio 
d'ogni concessione da parte di Francesco II addus- 
sero la sua caduta e l'annessione per plebiscito del 
21 ottobre 1860 del reame delle Due Sicilie al 
nuovo regno sotto Vittorio Emanuele II. 

Come già abbiamo narrato in fine ai Cenni 
Storici quest'annessione fu promossa dall'inva- 
sione della Sicilia per Garibaldi co' suoi Mille e 
dal suo ingresso susseguente in Napoli il 7 set- 
tembre, per cui il re Francesco si ritirò a Napoli 
e quindi nella fortezza di Gaeta dove, dopo una 
strenua resistenza, fu costretto ad arrendersi il 
13 febbraio 18G1 al generale Cialdini, duca di 
Gaeta. D'allora in poi i Borboni di Napoli vissero 
e vivono nell'esilio. Francesco lì mori ad Arco 
nel Trentino il 27 dicembre 1894. 

Casa di Savoia (1860). 
Regno Unito d'Italia. 

1860. Vittorio Emanuele II, dopo la sconfitta 
dell'esercito borbonico e il risultato del ple- 
biscito che annetteva il reame delle Due 
Sicilie al nuovo regno d'Italia, fece il suo 
ingresso trionfale in Napoli il 7 novembre; 
morì in Roma il 9 gennaio 1878. 

1878. Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II 
e di Adelaide arciduchessa d'Austria, nato 
a Torino il 14 marzo 1844 e felicemente 
regnante. 



Cenni Storici sulle Belle Arti a Napoli. 

La storia di Napoli sarebbe incompiuta senza un sunto conciso di quella delle Belle 
Arti che tanto vi fiorirono e tanti monumenti vi lasciarono che già abbiamo descritti. 

1. Pittura. — Dei freschi di Pompei, unica fonte della pittura aìitica, già abbiam 
tocco per incidenza nella descrizione del Museo Nazionale e ne riparleremo sotto Pompei. 

Secondo indagini recenti la storia dello sviluppo della pittura moderna in Napoli 
vuoisi cercare fuori di Napoli. L'affermazione di una scuola pittorica napoletana propria 
sia prima che dopo di Giotto si è chiarita una mera invenzione patriotica; tutti i dipintii 
esistenti ancora dei secoli XIII, XIV e XV attestando la dipendenza continua dalle 
scuole straniere, vale a dire principalmente dalla toscana, umbra e dalla /ia»n«mf/fl!. 

Il napoletano De Dominici che nel 1742 pubblicò un libro sullo Sviluppo dell'arte 
in Napoli, nomina Tommaso de Stefani, Pippo Tesauro e Maestro Simone come raj)- 
presentant'i di una scuola pittorica fiorente prima di Giotto. Ma a questi nomi vanno 
annesse immagini appartenenti ai tempi e alle tendenze più disparate. Il De Dominici, 
non sappiamo perchè, ha affastellato in questa sua storia dell'arte una quantità di 
inesattezze. Ora egli viene man mano smentito : uno de' primi ad occuparsi di lui è 
stato Benedetto Croce che lo confutò con argomentazioni assai stringenti. 

Giotto si recò bensì in persona a Napoli e dipinse nel 1330, per commissione del re 
Roberto, in Castel Nuovo e Castel dell'Ovo, ma i suoi freschi andarono poi distrutti 
nei rifacimenti e nei restauri di quei castelli. Napoli possiede però sempre un di])iiito 
giottesco, la Moltiplicazione dei Pani, in una sala di S. Chiara, dirimpetto alla Trinità. 



246 Parte Quarta — Italia Meridionale 



I celebri freschi dei Sacramenti nella chiesa dell'Incoronata furono attribuiti per 
lungo tempo a Giotto stesso ; ma essi altro non sono che testimoni eloquenti del fiorire 
dell'arte giottesca nella metà del secolo XXV (1). NapoH possiede anche in S, Lorenzo 
una pala d'altare dipinta pel re Roberto da Simone Martini senese. 

Citansi anche quali allievi del Simone napoletano: Gennaro di Cola, Stefanone, 
Francesco di Simone e Colantonio del Fiore, personaggi tutti semi-mitici. I freschi 
nella cappella del Crocefisso nella chiesa dell'Incoronata caratterizzano Gennaro di 
Cola quale un pittore di second'ordine della fine del secolo XIV. Allo Stefanone ascri- 
vonsi i freschi del secolo XIV in Duomo, ma anche i dipinti secondari del secolo XVI 
in San Domenico. Francesco di Simone vuoisi dipingesse nel 1400 in Santa Chiara la 
Madonna nella nicchia sepolcrale di Antonio di Penna; altri dipinti sotto il suo nome 
sono di stile affatto diverso. Colantonio del Fiore par sia un duplicato di Antonello da 
Messina, dacché si legge ch'ei lasciò l'antica pittura a tempera per la nuova a olio dei 
Fiamminghi e che fu il maestro di Antonello. Gli si attribuiscono i dipinti toscani nel 
coro di Sant'Antonio e quelli di stile fiammingo in San Lorenzo ; ma probabilmente egli 
non è mai esistito. 

I freschi che voglionsi di Agnolo Franco (morto nel 1145?) porgono testimonianza 
della maniera umbro-senese, com'anco i freschi nella cappella Brancaccio e il trittico 
nella cappella San Bonito in San Domenico, del pari che la Madoìina nella cappella 
Capece Galeota in Duomo. 

Fioriva in quel tempo un commercio attivo di quadri fra i porti delle Fiandre e 
d'Italia durante il quale importaronsi in quest'ultima, a Napoli principalmente, dipinti 
di secondo e terz'ordine. Pittori napoletani presero allora ad imitare lo stile fiammingo 
e pittori olandesi posero stanza a Napoli per appropriarsi la maniera italiana. Il perchè 
trovansi di quel tempo in Napoli, accanto ai prettamente fiamminghi, anche dipinti 
italo-fiamminghi, fra i quali, ad esempio, San Gerolamo nel Museo Nazionale, San Fran- 
cesco in San Lorenzo, due tavole accurate della scuola del Van der Weyden. Nello stile 
medesimo, ma più debole, è la Sepoltura di Cristo in San Domenico; di un tempo 
posteriore. San Vincenzo in San Pietro Martire, e la Madonna con Santi nella chiesa 
sotterranea di San Severino. 

Quattro tavole e freschi in cui apparisce chiaramente l'elemento fiammingo sono 
attribuite in Napoli al cosidetto Zingaro (nomignolo di Antonio Solario), come il più 
rinomato degli antichi pittori napoletani. Anche la costui esistenza è mitica (2). Quali 
dipinti più importanti in Napoli gli si attribuiscono: San Francesco, in San Lorenzo; 
San Vincenzo, in San Pietro Martire; San Severino, nella chiesa di questo nome, tutti 
nella maniera fiamminga; quindi nel Museo Nazionale una gran pala di altare nella 
maniera umbra, del principio del secolo XVI. 

I freschi della Vita di San Benedetto (1495) nella crociera di S. Severino non appar- 
tengono ad alcun pittore napoletano, sì ad un maestro della scuola umbro-fiorentina. 

I cosidetti alhevi di Colantonio e dello Zingaro, Piero ed Ippolito Donzelli, ai quali 
attribuisconsi i dipinti più disparati, ad esempio, nel refettorio di Santa Maria la Nuova, 
nel Museo Nazionale e in Santa Barbara, erano fiorentini di nascita e di educazione, il 
primo nato nel 1421 e nel 1455 il secondo, allievi ambedue di Neri di Bicci. 

Le pitture attribuite a Simon Papa seniore hanno un tipo ricisamente fiammingo. 
Di non molta importanza sono quelle di Silvestro de' Buoni (morto nel 1480?) a cui si 



(1) Su queste pitture veggasi il bel libro di Gustavo Frizzo: L'arte Angioina. 

(2) 11 De Dominici lia inLessuto inLorno allo Zingaro una storia che pur cavata da lui dalia 
vita del fabbro-ferraio Josse Metsys, da Louvain, tanto valente che la città gii assegnò ogni anno 
cinque canne di panno nero per un robone da festa (Vedi Due pittori per amore in Napoli nobilis- 
sima, voi. HI, fase, vni, 1894). , 



Napoli 247 



ascrivono V Ascensione in Montoliveto, la Madonna con Santa Restitula, San Michele 
in Santa Restituta e parecchi altii quadri nel Museo Nazionale. 

Nel Rinascimento segnalaronsi fra i pittori napoletani particolarmente Cola dell'A- 
matrice ed Andrea da Salerno. Sino al 1520 Cola dipinse ancora nello stile arido e 
sforzato che rammenta il Crivelli, il Signorelli, Nicolò da Foligno e il Pinturicchio, ma 
in seguito in uno stile piìi sciolto ed ardito, affine al nuovo raffaellesco. 

Andrea Sabbatini da Salerno (1480-1545), allievo di Raffaello e suo rappresentante 
pili geniale a Napoli, nei cui dipinti (in San Gennaro de' Poveri, nel Museo Nazionale e 
in molte chiese) apparisce ancora la semplice bellezza senza ricerca di effetto, sublimò 
l'arte pittorica del secolo XVI in Napoli insieme a Gian Francesco Penni, detto il Fat- 
tore (cognato di Pierin del Vaga) ed al suo allievo Lionardo da Pistoja sulle cui prime 
pitture influì Leonardo da Vinci, e, insieme a Polidoro Caldara da Caravaggio, un lom- 
bardo che trascese in Napoli al piiì sbrigliato naturalismo, come vedesi nella sua Salita 
al Calvario nel Museo Nazionale. 

La maniera del Caravaggio fu il fondamento delle scuole napoletane posteriori. I 
suoi allievi, Marco Cardisco e il calabrese Pietro Negrone (ambedue nel Museo), serbano 
ancora un riflesso di Raffaello. Anche Gerolamo Siciolante da Sermoneta, che visse 
nel 1570, aspirò alla maniera raffaellesca. Simone Papa il Giovine, che dipinse nel coro 
di Santa Maria la Nuova, fu il valentuomo di quel tempo già declinante al manierismo. 
I freschi di Giovanni Filippo Criscuolo (1494-1582) incontransi assai di frequente a 
Napoli; ei fu tenuto lungamente per uno dei migliori pittori di Napoli, studiò in Roma 
da Raffaello sotto Pierin del Vaga, si accostò a Napoli ad Andrea da Salerno e nella 
sua fredda maniera convenzionale conservò ancora purezza di disegno e semplicità di 
composizione. 

Marco (di Pino) da Siena puossi annoverare fra i pittori napoletani, come quello 
che dal 1556 dipinse in Napoli e vi ottenne la cittadinanza. È seguace di Daniele da 
Volterra, vale a dire michelangiolista, ma ha anche della maniera raffaellesca di Poli- 
doro. Quantunque energici ed alquanto esagerati, i suoi dipinti appartengono però 
sempre ai migliori di quel tempo già decadente. Di tutti quattro i suddetti pittori son 
numerosi i dipinti nelle chiese di Napoli. 

Francesco Curia, formatosi nella scuola del Criscuolo, piace per la morbidezza del 
suo colorito; ma il suo allievo Ippolito Borghese lo supera per esecuzione più diligente 
e pel modo di comporre più raffaellesco, come vedesi ne' suoi dipinti al Monte di 
pietà. Gerolamo Imparato andò soggetto all'influsso di Parma e di Venezia (Duomo e 
Santa Maria la Nuova) ma sta già in pieno manierismo. Il suo allievo Gian Battista 
Caracciolo (Lavanda dei Piedi in San Martino), che si formò parimenti sui Carracci, ò 
notevole quale maestro dello Stanzioni. Fabrizio Santa Fede (15G0-1G34) attiensi ancora 
con una certa moderazione ai modelli tizianeschi (vòlta di Santa Maria la Nuova) ma 
trascese nello studio dell'antico. 

Il più rinomato di questa serie di pittori fu Giuseppe Cesari, più noto sotto il nome 
di Cavalier d'Arpino (loG0-lG40), il quale fu tenuto un prodigio a' dì suoi e per uno 
de' maggiori entrepreneurs di quei tempi, non barocco, ma di un'eleganza senz'anima. 
Michelangelo Amerighi da Caravaggio, già aiuto subordinato del Cavalier d'Arpino, 
fuggì nel 1606, per un omicidio, da Roma a Napoli e qui divenne il fondatore di una 
scuola pittorica realistica fondata sul contrasto di chiaro e scuro. Ei fu perciò lodato 
qual vero imitatore della natura e i suoi dipinti furono ammirati come miracoli e, 
naturalmente, scimmiotteggiati. 

Il frescante incredibilmente fecondo, Belisario Corenzio (1588-1648), un Greco che 
incontrasi nella più parte delle chiese di Napoli, è Viinpvotvisaiorc di quel tempo: egli 
tessè con lo Spagnoletto intrighi e composizioni senza carattere. Questo Spagnoletto, 
ossia Giuseppe di Ribera, spagauolo, nato a Xativa in Valenza (vedi ultimi documenti 



2i8 Parie Quarta — Italia Meridionale 



sul Ribera in Napoli nobilissima, anno ni, fase, vn) e comparso in Napoli nel 1649, 
rappresentò, nei suoi dipinti, tanto insuperabilmente veri quanto insuperabilmente 
comuni, energiche cosidette figure di carattere formatesi nell'aspra scuola della vita. 
E il Caravaggio esagerato con maggior forza e diligenza di colorito che rivela i suoi 
studii primitivi del Correggio e dei Veneziani. Il suo miglior dipinto è la Deiìosizione 
dalla Croce in San Martino. Fu suo allievo Aniello Falcone, pittore di battaglie. 

In contrapposto al Ribera, Massimo Stanzioni (1585- 1656), il pittore piìi coscienzioso 
ed espressivo di quel tempo, diede prova di una nobile semplicità e chiarezza nelle 
linee, spesso di grandiosa bellezza e sempre di un bel colorito, raro a que' tempi. Suo 
miglior allievo fu Paolo Domenico Finoglia {San Bnmo nel Museo Nazionale). Andrea 
Vaccaro (1598-1670) è quello frai cosidetti estatici che possiede maggior serietà, dignità 
e moderazione. 

Il più celebre degli allievi del Ribera fu Salvator Rosa (1615-7.3), nato all'Arenella 
presso Napoli di cui la strada porta il nome, pittore di un sentimento profondo e di 
una passione che trascende sino al fantastico. È valente soprattutto nel dipingere scene 
montane selvatiche o forre solitarie nei foschi tramonti ; ma i suoi dipinti migliori non 
sono a Napoli, bensì a Roma, Firenze, Volterra. 

La maggior fama fra tutti i pittori di Napoli suoi contemporanei ed anco in tutto il 
secolo XVIII l'ebbe Luca Giordano (1632-1705), artista geniale, dotato di vero senso 
della bellezza, così sbrigativo e frettoloso nel dipingere che s'ebbe il nome di Luca Fa 
presto. Napoli infatti è piena delle sue opere di cui le migliori sono i freschi nella vòlta 
della sagrestia di San Martino. Fra i suoi seguaci segnalaronsi Paolo de Matteis (morto 
nel 1729), Sebastiano Conca (morto nel 1764) e Francesco Solimene (1657-1747) formatosi 
su Pietro da Cortona e valente pittore decorativo. 

La pittura moderna contemporanea ha, in Napoli, rappresentanti d'un valore indi- 
scusso. A capo d'una schiera di artisti geniali, forti coloritori, magistrali in plastica, è 
Domenico Morelli, il cui nome suona riverito e glorioso non pur in tutta Italia, quanto 
pur ne' paesi stranieri. Con Morelli, tra gli anziani, annoveriamo Saverio Altamura, 
Fautore del Mario (palazzo di Capodimonte); Camillo Miola, autore del celebre Plauto 
(pinacoteca del Municipio); Filippo Palizzi, animalista d'una potenza meravigliosa e 
compagno del Morelli nella direzione dell'Istituto di Belle Arti e del Museo Industriale; 
Edoardo Dalbono, artista d'una gaiezza, d'una genialità, d'una poesia di colore e di 
immagini assolutamente mirabili; Francesco Netti (morto il 28 agosto 1894), pittore 
aristocratico e scrittore d'arte ; Vincenzo Migliaro, artista personale, oggettivo, pieno 
di carattere; Vincenzo TroUi, Vincenzo Volpe, Carlo Brancaccio, Vincenzo Montefasco 
che all'ultima Esposizione di Roma ha posto il suo bel quadro rappresentante Selldn- 
hrini neir ergastolo di Santo Stefano; Vincenzo Caprile, Salvatore Postiglione, Attilio 
Pratella, più bolognese che napoletano; tra i giovani il più forte, il più puro è Paolo 
Vetri, allievo prediletto del Morelli, poi suo genero. 

2. Architettura. — Delle costruzioni antiche di Napoli nulla quasi ci è pervenuto. 
Nell'area di Santa Maria Maggiore sorgeva un tempio di Diana e davanti la chiesa di 
San Paolo Maggiore stanno ancor due colossali colonne corinzie scanellate di cipollino 
greco di un tempio sacro ai Dioscuri. L'ex-convento dei Teatini, presso il Vico al Pur- 
gatorio, sorge sul luogo del teatro antico in cui si presentò Nerone quale attore, e 
ventiquattro colonne delle antiche arcate del teatro ne ornavano la crociera. La cap- 
pella di Santa Restituta fu rizzata sulle rovine di un tempio di Apollo da cui furono 
tratte sette colonne di cipollino e otto di granito egiziano. Le colonne nella Confessione 
di San Gennaro sotto l'aitar maggiore, incastrate negli alti pilastri del Duomo, sono 
anch'esse antiche, ecc. 

L'antica architettura cristiana è rappresentata dalle Catacombe, già da noi descritte, 
più spaziose ed architettonicamente più belle di quelle di Roma, del pari che dal 



Napoli 24-9 



Battistero ornato di musaici e dalle porzioni antiche della basilicale cappella di 
Santa Restituta in Duomo. 

Le notizie sull'istoria dell'architettura medioevale sono non meno incerte e mal- 
sicure di quelle sulla pittura medievica. Secondo il De Dominici i napoletani Masuccio 
Primo e Masuccio Secondo avrebbero costruito (1260-1350) i principali monumenti 
architettonici della città, vale a dire: il Duomo, San Domenico, Santa Chiara, il monu- 
mento Minutoli, San Lorenzo, ecc. E, al solito, il De Dominici inventa, in questa circo- 
stanza, i nomi di artisti non mai esistiti, come i due Masucci, che sono soltanto nella 
sua fantasia. 

Nel Duomo però è evidente l'origine direttamente francese de' tempi degli Angioini. 
Il bell'edifizio di Santa Chiara fu innalzato, per ordine di Re Roberto d'Angiò, nel 1310 
e ne fu architetto non il solito Masuccio, non lo straniero che il Chiarini crede tedesco, 
ma il napoletano Maestro Gagliardo Primario, la cui tomba è nella chiesa stessa presso 
la porta piccola. La chiesa fu finita e coperta con tetto di piombo nel 1328. Del cam- 
panile è rimasto fin qui sconosciuto l'architetto. 

I bei residui de' tempi gotico-francesi di Napoli sono : il coro dodecagonale di 
San Lorenzo con corona di cappelle, il poligonale del Duomo, la facciata ora assai 
mutilata e il ricco portone; la svelta navata di mezzo e la crociera archiacuta con 
vòlta a botte di San Domenico, ma sopra tutto l'imponente Castel Nuovo, cominciato 
sotto Carlo I d'Angiò nel 1270. Con la Casa di Aragona il Rinascimento sloggiò il gotico 
angioino e precisamente sotto Alfonso, il cui Arco trionfale fu innalzato nel 1443 dal 
milanese Pietro di Martino. Altri vogliono da Giuliano da Majano. 

Architetti fiorentini edificarono, sullo scorcio del secolo XV, parecchi edifizi nel piano 
e nobile stile del Rinascimento, fra i quali: Porta Capuana di Giulio da Majano (1484); 
il portone di Santa Barbai'a; la chiesa di Montoliveto di Andrea Ciccione ; il chiostro 
di San Severino e la classica chiesa di San Severino di Gian Francesco Mormondi 
(1490), di cui conservasi ancora la bella parte esterna a sinistra; il palazzo Filomarini 
della Rocca in via Santa Trinità; il palazzo Cantalupa su Posillipo (ambedue del sud- 
detto Mormondi) ; la chiesetta del Fontano, ecc. 

II più bel palazzo del Rinascimento in Napoli — il palazzo Gravina, ora Posta, 
sciupato dalle modificazioni e dalle aggiunte — è, per contro, opera del napoletano 
Gabriele d'Agnolo (1480-1510), il quale edificò anche le chiese di San Giuseppe e di 
Santa Maria Egiziaca, riedificata sgraziatamente nel 1GS4. Anche Santa Maria dello 
Grazie a Capo Napoli, con le sue dodici cappelle ad archi trionfali, è opera originale 
di un napolitano, Giacomo de Sanctis, nel 1500. 

Ancor del secolo XVI, ma in pieno transito allo stile barocco, è la facciata del Gesù 
Nuovo con le sue faccette rustiche del gesuita Pietro Provedo; l'interno è un ravvici- 
namento alla croce greca. Di uno stile più puro è Santa Maria Nuova del napoletano 
Franco (1599). L'interno dei Gerolomini, con le sue colonne grandiose, è opera di 
-Dionigi di Bartolomeo. 

Una delle più importanti costruzioni dell'epoca Berniniana è San Martino, splendida 
per l'opulenza della decorazione, ma già con tutti i segni precursori del barocchismo. 
Il palazzo Reale e il Museo Nazionale son di quel Domenico Fontana, comasco, rino- 
mato per le sue opere in Roma. 

3. Scoltura. — Monumenti, rilievi, statue, ornamenti decorativi sovrabbondano 
in Napoli, ma anche di questi il meglio e dovuto ad artisti stranieri. L'antico ò così 
soprabbondantemente rappresentato da tanti capi d'arte nel Musco Nazionale, corno 
abbiamo visto, che trascurasi facihnente il ricco tesoro artistico del tempo del transito 
dal gotico alla nuova epoca e del miglior tempo del Rinascimento. 

Le chiese di Napoli anch'esse racchiudono un intiero museo di opere scultorio in 
parte eccellenti. La storia della scultura medievica in Napoli incomincia anch'essa di 

32 — l.a Patriu, voi. IV. 



250 Parte Quarta — Italia Meridionale 



bel nuovo coi due favolosi Masuccio. Al secolo XII appartengono ancora ì rilievi mar- 
morei simili a miniature in Santa Restituta con Storia dei Ss. Gennaro, Eustacchio, 
di Sansone e del Patriarca Giacobbe. 

Al principio del secolo XIV incomincia quella serie di gotici monumenti sepolcrali 
Angioini, nei quali sono scolpite per la prima volta le Virtù che reggono il sarcofago 
in cui veggonsi in bel rilievo le figure dei congiunti del defunto, la cui statua giace 
coricata mentre due begli angeli alla estremità sollevano la cortina. Appartiene ai 
primitivi il monumento di Caterina d'Austria, moglie del duca Carlo di Calabria 
(morta nel 1323) in San Lorenzo. 

Lo scultore senese Tito da Comacino portò pel primo lo stile pisano a Napoli, ove 
lavorò dal 1324 al 1339. Da lui e dal napoletano Collardo fu scolpito, nel 1325 nella 
chiesa Santa Maria Donna Regina, il monumento della regina Maria, moglie di Carlo II, 
re di Napoli. Nella struttura e nei fregi si attennero ancora alla maniera dei Cosmati ; 
ma mostransi rigorosamente statuari! nei volti delle Virtù e già recisamente del nuovo 
stile nelle statue sul sarcofago (Duca Carlo, San Luigi) e più ancora negli Angeli che 
sollevano la cortina. Nel 1330 il suddetto Tito da Comacino scolpì in Santa Chiara il 
monumento del Duca Carlo di Calabria (morto nel 1327) in cui le Virtù alate sopra 
leoni hanno teste statuesche; e nel 1338 il monumento di Maria di Valois, seconda 
moglie di Carlo di Calabria. 

Le migliori scolture dei tempi susseguenti sono: in San Domenico, il superbo can- 
delabro pasquale con nove figure allegoriche intieramente nello stile pisano, e la tomba 
del conte Cristoforo d'Aquino (1342) con le nobili figure che la reggono, la Madonna 
e la semplice effigie del defunto. — In Santa Chiara : le semplici vivaci scolture del 
pulpito e del parapetto dell'organo sopra l'ingresso; il grande mausoleo di Ee Roberto 
(morto nel 1343), dei fiorentini Maestri Giovanni e Pacio, fratelli ; il monumento di 
Maria di Durazzo (morta nel 1366), sorella della regina Giovanna, rassomigliante a 
quello di Maria di Valois, ma più ecclesiastico e caratteristico. 

Un concetto più profondo delle forme corporee più piene e tondeggianti si osserva 
nei due monumenti della famiglia Del Balzo (1370), una delle famiglie napolitane più 
amanti delle arti belle. Un significato consimile hanno in San Lorenzo i monumenti di 
Carlo Idi Durazzo (morto nel 1347), di Maria Durazzo, figliuola di Carlo III (morta 
nel 1371), di Roberto d'Artois e di Giovanna di Durazzo (morta nel 1387). 

Al principio del secolo XV Antonio Bamboccio (Babasius) di Piperno condusse in 
Napoli alcuni più importanti lavori scultorii, fra gli altri, il gran portone del Duomo, 
con molti ornati, ancora secondo le antiche tradizioni gotiche (1407); il portone di 
San Giovanni Pappacoda(1415); il monumento del cardinale Carbone in Duomo (14-00), 
che rannettesi a quelli dei Del Balzo ma con figure più piccole; e il monumento del 
cardinale Arrigo nella cappella Minutolo. A 70 anni il Bamboccio scolpì ancora (1421) 
in San Lorenzo il monumento di Luigi Aldemoresco. 

Più grandioso, più vivente e realistico è quello di Re Ladislao in San Giovanni a 
Carbonara attribuito ad Andrea da Fir6.nze (1433), il quale forma già un transito evidente 
al Rinascimento. Più pronunciato è il transito ed affine al realismo di Donatello nel 
monumento, immediatamente dietro, di Sergianni Caracciolo, ministro di Giovanna II 
(morto nel 1432). Con esso ha fine l'antico avviamento artistico di Napoli. 

Opere egregie furono eseguite in Napoli dai seguenti artisti stranieri: da Donatello 
e Michelozzo il monumento del cardinale Rinaldo Brancaccio in S. Angelo a Nilo (1427) 
nello stile del Rinascimento primitivo; da Pietro di Martino, milanese, porzione delle 
scolture nell'Arco trionfale (1443) che rappresentano l'ingresso pubblico del Rinasci- 
mento in Napoli ; e da Antonio Rosellino il monumento di Maria d'Aragona in Monto- 
liveto, opera preziosa del primitivo Rinascimento. Il napoletano Guglielmo Monaco 
eseguì, con Isaia da Pisa, i bei rilievi in bronzo delle porte del suddetto Arco trionfale. 



Napoli 254 



Dopo le splendide scolture decorative della cripta del Duomo eseguite dal comasco 
Tommaso Malvito (1504), il migliore scultore napoletano fu Giovanni (Merliano) da 
Nola (1478-1558) con numerosissimi capolavori: il suo merito principale consiste nel- 
l'arte decorativa del pari che nei motivi sempre nuovi dei monumenti sepolcrali e 
nella verità dei ritratti. 

Nella più parte delle opere di Giovanni da Nola e della sua scuola un arido natu- 
ralismo sottentra, è vero, al calor della vita, ma gli ornati son sempre maravigliosi ed 
alcune opere del Nolano sublimansi anche nella composizione e nell'esecuzione alla 
massima altezza dell'arte del Rinascimento. Citeremo il rilievo della Sepoltura di 
Cristo nella sagrestia di Santa Maria delle Grazie, l'aitar maggiore in San Lorenzo, la 
tomba di Francesco Carafa in San Domenico (1514), la Madonna nella prima cappella 
a sinistra della medesima chiesa (1514) ; quindi, in San Severino, il monumento del 
fanciullo Cicara e i monumenti Santi Severini del pari che la Pietà nella cappella 
accanto all'aitar maggiore ; e finalmente il grandioso monumento del viceré Pietro di 
Toledo in San Giacomo, opera della sua vecchiezza, ma della più accurata esecuzione. 

Gareggiò con Giovanni da Nola il napoletano Girolamo Santacroce (1502-37) e le 
loro opere in concorrenza a desti-a e a sinistra dell'ingresso di Montoliveto e in Santa 
Maria delle Grazie porgono un paragone caratteristico. Lavorarono anche insieme al 
monumento di Caracciolo Rossi in San Giovanni a Carbonara. 

Il miglior allievo di Giovanni da Nola fu Domenico d'Auria : son suoi lavori, fra gli 
altri, il rilievo della Madonna e delle Anime purganti in S. Agnello Abate, le scolture 
nella Fontana Medina e nella cappella di San Giacomo in Santa Maria la Nuova, ecc. 

La scuola di Lorenzo Bernini, il quale nacque a Napoli ma lavorò il più sovente a 
Roma (1589-1680), è rappresentata in Napoli nella cappella Sansevero dai molto ammi- 
rati, tecnicamente ben eseguiti lavori del Sammartino, del Queiroli e del Corradini. 
4. Musica. — In questo ramo dell'arte Napoli ha il primato nel mondo intiero. 
Il risorgimento della musica moderna v'incominciò nel secolo XVI quando furono schiusi 
quattro collegi diversi agli studiosi di quest'arte ammaliatrice. Il primo che si acquistò 
rinomanza, introducendo innovazioni e perfezionamenti nell'arte musicale, fu Alessandro 
Scarlatti da Trapani (1649-1725), il quale si deve considerare a buon diritto qual fonda- 
tore della musica odierna per aver riformato la parte istrumentale e resa ricca di nuove 
grazie ed espressiva la melodia, non iscompagnandola mai dalla semplicità e dalla 
chiarezza. Dalla sua scuola uscì Nicolò Porpora che andò a Dresda, a Londra, a Vienna 
finché morì a Napoli nel 1759; al Porpora debbonsi i progressi nel canto e parecchie 
opere teatrali, sulle quali studiando a fondo Leonardo Leo, suo discepolo (1694-1745), 
divenne direttore del Conservatorio di Sant'Onofrio e si acquistò fama europea. 

Alla perdita immatura del Leo soccorse provvidamente Francesco Durante da Frat- 
tamaggiore, morto nel 1755 a Napoli: egli ebbe il merito di agevolare lo studio del 
contrappunto e dalla feconda sua scuola uscirono Cristoforo Caresani, Domenico Gizzi, 
Ignazio Gallo e Domenico Sarro, il primo che musicò i drammi del Metastasio. 

Leonardo Vinci fu detto a buon diritto il padre del dramma in musica come colui 
che fece trionfare la melodia sugli accordi degli strumenti che sinallora ne avevano 
soffocato tutti i modi. Morto di veleno nell'ancor fresca età di 42 anni, lasciò in 
sostegno dell'arte il Feo, il Prato, l'Arala, il Carapello, il Logroscini, il Sala, il Caftaro 
e per uUimo quel portento del Pergolesi (1710-1736), morto anch'esso immaturamente 
a Pozzuoli, il Raffaello della musica, autore del famosissimo Stahut Mater, della Saloe 
Regina e di quel famoso intermezzo che dette lo spunto all'opera buffa e sorprese tutta 
la Francia che cercò di modellai'si poi su quel metro: La Serva padroìia, ecc. 

La fama della scuola musicale napolitana erasi intanto diffusa in tutta Europa e da 
ogni parte, italiani e stranieri, accorrevano a studio in Napoli. Ricorderemo fra gli 
altri Adolfo Hasse, detto il Sassone; il maestro Geminiani di Massa Carrara che studiò 



252 Parte Quarta — Italia Meridionale 



sotto il Durante; il celebre Haydn, che apprese dal Porpora; il Gazzaniga di Venezia, 
dal Sacchini; il francese Espie de Lirou, dal Piccinni; il Rigel di Franconia, dal 
Jomelli; il Gresnik di Liegi e il Gaveaux di Beziers, dal Sala. In Napoli pur impara- 
rono musica il famosissimo Mozart, il Poer, lo Spontini, l'Isouard e tanti altri celebrati 
nei fasti musicali. Seguirono David Perez, nato nel 1711 a Napoli, di genitori spagnuoli, 
morto a Lisbona nel 1778 e Nicolò Jomelli di Aversa (Napoli) (1714-1774) che dimorò 
molti anni a Stoccarda e fu valente nelle grandi composizioni sacre. Fu suo emulo e 
rivale Niccolò Piccinni, nato a Bari nel 17^8, morto nel 1800 a Passy presso Parigi, 
autore di opere buffe e serie, italiane e francesi. 

Furono tutti valenti compositori musicali del secolo XVIII: Gennaro Manna, Fedele 
Fenaroli, l'abate Speranza, Francesco Maggiore, Silvestro Palma, Pasquale Anfossi, 
Giacomo Insanguine detto il Monopoli, Francesco Majo, Luigi Mariscalchi, Gaetano 
Andreozzi, Gennaro Astarita, Luigi Caruso, Angelo Turchi, Francesco Parenti, Gaetano 
Marinelli, per tacer di molti altri sparsi nelle città principali d'Europa. 

Domenico Cimarosa (1749-1801) di Aversa, celebre autore del celeberrimo Matri- 
monio se^-re^o, ripetuto 110 volte in 5 mesi, e Giovanni Paisiello (1741-1817), maestro 
alle corti di Pietroburgo e Parigi, autore della Nina pazza per amore, che ebbe molta 
parte nel progresso della moderna musica melodrammatica, principalmente giocosa, 
contribuirono assai alle gloriose tradizioni della scuola musicale napoletana. 

Nicolò Zingarelli (1752-1837), maestro di cappella in Duomo e direttore del Con- 
servatorio, autore di pregiatissime composizioni sacre e profane, fu tenace sostenitore 
dell'antica scuola musicale e fece fronte al soverchiare degli strumenti sul canto. 

Errico Petrella (nato nel 1813, morto in Genova il 7 aprile 1877), autore della Jo?ie, 
delle Precauzioni, ecc., è il piìi moderno dei grandi compositori musicali napoletani. 

Soggiungeremo infine che il cigno dolcissimo di Catania, Vincenzo Bellini, studiò 
in quel Conservatorio di Napoli, semenzaio di maestri di cui fu direttore Francesco 
Saverio Mercadante (1795-1870), autore del Giuramento, del Brano di Venezia, ecc. 

UOMINI ILLUSTRI 

Dei famosi nelle Belle Arti già abbiam detto qui sopra : ora ricorderemo qui i 
principali nelle scienze e nelle lettere. 

Nei tempi antichi nacquero a Napoli (45 di C.) Publio Papinio Stazio, autore dei 
poemi Tehaide e Achilleide e delle Selve, e Marco Velleio Patercolo (19 di C), pretore 
in Roma ed autore della Storia Romana. 

Nei tempi moderni i più illustri napolitani nelle scienze e nelle lettere furono i 
seguenti: Giambattista Vico (1668-1741), filologo e filosofo di prima sfera; Jacopo 
Sannazzaro (1458-1530), uno dei primi poeti d'Itaha, autore délV Arcadia e del poema 
latino De Partii Virginis; il già citato pittore ma anche valente poeta satirico Sal- 
vator Rosa (1615-1697); il fisico Giambattista Porta (1540-1615), inventore della 
camera oscura; Giambattista Marini, o il Cavalier Marino (1569-1625), autore del 
famoso poema Adone; gli storici Angelo di Costanzo (1507-1592), autore della Storia 
del regno di Napoli e Camillo Porzio del secolo XVI, autore della Coìigiura dei baroni 
del regno di Napoli; Gaetano Filangieri (1752-1788), autore della classica Scienza 
della Legislazione; Pietro Giannone (1676-1748), autore della Storia civile del regno 
di Napoli; e l'altro storico, generale Pietro Colletta, autore della Storia del reame 
di Napoli; Carlo Poerio (1803-1867), celeberrimo patriota e uomo di Stato e suo fra- 
tello Alessandro Poerio (1802-1848), patriota anch'esso e poeta di grido, morto per 
ferita toccata combattendo a Mestre, ecc. 

Degli astri minori ricorderemo : Domenico Cai-afa, autore di scritti filosofici e 
militari; Simone Porzio, Ferrante Imparato, Alfonso Ferri, medici; Bernardino Rota 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli 253 

e Scipione Capece, poeti; F. Gemelli Carreri, geografo; J.Antonio Marta, giurista; 
Pietro Ligorio, archeologo; Giovanni Alfonso Borelli, fisico; Giacinto di Cristoforo, 
matematico; G. Colonna, botanico; G. C, Capuccio, G. Antonio e Francesco Cape- 
celatro e Cesare Caracciolo, storici; Carlo Brogia, economista; Antonio Savarese, 
naturalista; Gennaro Federico, il duca di Ventignano, Giulio Genoino e Salvatore 
Cammarano, poeti drammatici; Laura Beatrice Oliva, poetessa, moglie di Pasquale 
Stanislao Mancini, celebre giureconsulto e tre volte ministro, ecc., ecc. Degli illustri 
viventi non men grande è il numero. 

Coli, elett. Napoli (I-XII) — Dioc. Napoli — P\ T., Str. ferr., Tr. e Scalo marittimo. 

Mandamento di BARRA (comprende 4 Comuni, con una popolazione di 36,290 abi- 
tanti al 31 dicembre 1881). — Territorio ferace di vino, agrumi e frutta. 

Barra (9586 ab.). — Giace in pianura fra Napoli e il Vesuvio, all'altezza di 16 metri 
sul mare e a 2 Va chilometri da Napoli, non lungi dalla strada ferrata lunghesso il 
litorale del golfo di Napoli. Setifici, ville e casine eleganti, nei dintorni principalmente. 
Mercati e fiera. 

Cenni storici. — Sorse dopo il dominio degli Svevi e dopo Resina e Ponticelli. 
Coli, elett. Napoli III — Dioc. Napoli — P^ T. e Str. ferr. 

Ponticelli (7344 ab.). — In amena situazione (25 m. sul mare), a 2 chilometri da Barra 

e a men di 4 da Napoli. Il territorio, in pianura, fertilissimo e ben coltivato, produce 

grano, granoturco, legumi di varie specie, vino, frutta, foraggi. Gli erbaggi, i legumi, 

le frittta, ecc., che sopravvanzano al consumo locale esportansi sui mercati di Napoli. 

Coli, elett. Napoli HI — Dioc. Napoli — P^ locale, T. e Str. ferr. a Napoli. 

San Giorgio a Cremano (4853 ab.). — In territorio parte in colle e parte in piano e 
in situazione amenissima (56 m.), alle falde del Vesuvio, a 2 chilometri da Barra e 
a 5 da Napoli. Sorgeva in addietro ov'è ora la chiesa di San Giorgio, ma nel 1631 una 
eruzione vesuviana distrusse quasi per intiero il paese, sì che si pensò a ricostruirlo due 
chilometri più lontano, in luogo più sicuro, vicino al mare. In quell'eruzione fu anche 
distrutto il villaggio di Sant' Aniello situato nei dintorni. È un bello, allegro e ricco 
borgo, con molte ville e casine dei signori napoletani che vi si recano a villeggiare 
nell'autunno. Il territorio produce viti, ulivi, alberi da frutta d'ogni sorta, gelsi e biade. 

Cenni storici. — San Gioi'gio a Cremano è antichissimo ed è ricordato sin dal tempo 
di Basilio imperatore col nome di Crabano, il quale si cambiò sotto gli Angioini in 
quello di Villa Cambrana e talfiata di San Giorgio. Sotto gli Aragonesi Villa Cambrana 
si trasformò in Cramano e quindi in Cremano (corruzione di Cremato che vuol dire 
bruciato) da cui premettendo il nome di San Giorgio che è quello di una chiesa si formò 
per ultimo il nome odierno di San Giorgio a Cremano. 

Coli, elett. Napoli I — Dioc. Napoli — P^ e T. locali, Str. ferr. a Portici. 

San Giovanni a Teduccio (14,507 ab.). — Sulla strada ferrata da Napoli a Pompei 
(la prima aperta nel 1849 in Italia) che passato il Sebeto, il Gazometro e i Granili, ora 
caserma, con 87 finestre di fronte, arriva a San Giovanni a Teduccio, uno de' paesi 
più ameni delle vicinanze di Napoli, distante 2 chilometri dalla città e in prossimità del 
mare. Ha belle ville e casine, una bella chiesa, restaurata non ha gran tempo, ornata 
di stucchi ed abbellita di recente da un'artistica e superba torre campanaria. Gli 
abitanti, di complessione robusta, son riputati i migliori facchini di Napoli. 

L'industria è rappresentata in questo Comune da un'importante fabbrica metal- 
lurgica, da fabbriche di paste e conserve alimentari, da mulini, ecc. che rendono il 
paese uno dei più commerciali, massime dopo che furono aperte varie strade che lo 
mettono in comunicazione con i paesi limitrofi. Il territoiio, fertilissimo e ben coltivato, 
produce cereali, olio, foglia di gelsi, vini squisiti e frutta d'ogni sorta. 



254 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Cenni storici. — È molto antico e l'Ignarra, il Pontano e il Summonte credono che 
ritragga il nome da Teodosio di cui leggevasi il nome sopra una colonnina rinvenutavi 
insieme a quelli di Valentiniano e di Arcadie. Nei mezzi tempi è ricordato col nome 
di S. Joannes ad Taduculum. Sotto gli Angioini e i Durazzeschi fu detto Cascde 
S. Joannis ad Tuduruclum e sotto gli Aragonesi Casale S. Joannis ad Thudusculum. 
Fu feudo dei Capece e dei Colonna. 

Coli, elett. Napoli I — Dioc. Napoli — P^ T. e Str. ferr. 

Opifici di Pietrarsa e dei Granili. 

Quest'importante opificio, posto nel Comune di San Giovanni a Teduccio lungo la 
marina di Portici, fu fondato nel 1842 presso la batteria litoranea di Pietrarsa e fu a 
grado a grado ampliato sì ch'è divenuto uno degli importanti Stabilimenti meccanici 
dell'Italia Meridionale. Sta presso Portici fra la ferrovia e la spiaggia, sopra un'area di 
33,600 metri quadrati. Fabbricò dapprima strumenti e macchine per la marina e l'ar- 
tiglieria, rotaie per strade ferrate ed altri materiali per pubblici lavori; ma aumen- 
tando di anno in anno i lavori, moltiplicaronsi le officine senza un piano sistematico 
prestabilito. Le prime rotaie della ferrovia Bajard, da Napoli a Castellammare, furono 
laminate a Pietrarsa ed i laminatoi erano visibili fino al 1887, epoca in cui vennero 
venduti come materiale fuori uso. 

Nel gennaio del 1853 lo Stabilimento fu concesso dal governo borbonico per 30 anni 
all'ingegnere Bozza per un annuo canone medio di 45,000 lire. In seguito, per contratto 
del 20 settembre del medesimo anno, passava dal Bozza alla Società Nazionale di 
costruzioni meccaniche di Napoli, la quale lo prese a fìtto dal Governo per lo spazio di 
20 anni con un canone crescente ogni cinque anni da 45,000 sino a 70,000 lire. 

La Società Nazionale, essendosi messa in liquidazione, venne surrogata dal Governo 
nell'esercizio dell'opifìcio che era unito a quello dei Granili in Napoli. Il Governo vi 
mandò una Commissione che diresse i due opifìzi fino al 30 giugno 1885, epoca in cui, 
a termini delle Convenzioni ferroviarie, passò sotto la dipendenza della Società Italiana 
])er le Strade Ferrate del Mediterraneo. Quest'ultima trasformò i due opifici per ren- 
derli atti a sopperire ai bisogni dell'esercizio ferroviario, ed ora a Pietrarsa si riparano 
le locomotive mentre ai Granili si riparano i veicoli. 



Mandamento di PORTICI (comprende 2 Comuni, popol. 28,089 ab.). — Territorio 
in colline di fecondità straordinaria per la ricchezza dei principii fecondanti nelle 
materie vulcaniche costituenti il suolo. Il vino principalmente e le frutta sono squisi- 
tissime. Pesca copiosissima. 

Portici (12,437 ab.). — Ai piedi del Vesuvio, lungo la riva del mare, a 14 metri di 
altezza e a 8 chilometri da Napoli per ferrovia, consiste principalmente in un'ampia e 
lunghissima strada che l'interseca da un capo all'altro. Bella piazza e piccolo porto 
(dal 1773) formato da un molo dall'estremità del quale godesi di una bella veduta del 
golfo di Napoli. Un piccolo forte detto Granatello signoreggia la rada; è di forma trian- 
golare come fosse un'opera a corona con una controguardia ed un rivellino che ne 
difende l'accesso. La parrocchiale, ricostruita piìi volte con gran dispendio, è ornata 
di stucchi e di bei dipinti di Luca Giordano. 

Notevole in Portici è l'ex-palazzo Reale di cui il Colletta così vien narrando l'origine : 
< Andando Carlo III con la regina a Castellamjnare sopra gondola e ritornando per 
terra nell'iterata vista s'invogliarono dell'amena contrada di Portici e Carlo vedendo che 
l'aria vi era salubre, la caccia (di quaglie) due volte l'anno abbondantissima, il vicino 
mare pescoso, comandò farvisi una villa e ad un uomo di corte che rammentava essere 
quella contrada soggiacente al Vesuvio, con animo sereno rispose: Cipenseranno Iddio, 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli 255 



Maria Immacolata e S. Gennaro >. Il disegno e la costruzione del palazzo furono affi- 
dati al mediocre architetto romano Antonio Canevari, il quale lo edificò sopra un 
terreno coperto in addietro dalle eruzioni vesuviane e la lava detta del Granatello 
servì di fondamento. Il cortile del palazzo, che è parte della pubblica strada, sorge in 
forma quasi ottagonale. La strada che vien da Napoli entra nel palazzo per tre archi 
verso il lato occidentale ed uscendo per altri tre archi dal lato opposto, prosegue per 
Resina, Torre del Greco, ecc. I lati meridionali e settentrionali della corte, più lunghi 
degli altri, hanno 11 finestre ciascuno nei due piani e nel mezzo di questi due lati mag- 
giori schiudonsi altri tre archi che mettono ai giardini verso la collina ed a quelli verso 
il mare i quali giungevano un tempo sino al suddetto fortino del Granatello. 

Quando il real palazzo di Portici (1) fu destinato ad accogliere i capi d'arte che dis- 
sotterravansi ad Ercolano, sotto questi archi dal lato sud e nord sorgevano le due statue 
equestri che ora si ammirano nel Museo Nazionale come opere di rara bellezza, una di 
Nonio Balbo figlio e l'altra del padre, i quali ottennero l'onore di essere così effigiati 
per aver benemeritato dagli Ercolanesi; e questi avanzi preziosi dell'arte antica furono 
da principio collocati là nel palazzo davanti alle due magnifiche scale marmoree che 
giungono al primo appartamento. 

Carlo III, avuta notizia degli scavi incominciati con buon esito in Ercolano al prin- 
cipio di quel secolo da Emmanuele di Lorena^ principe d'Elbeuf, ordinò che fossero 
continuati destinando il palazzo di Portici a contenerne gli oggetti. Tutte quelle ric- 
chezze artistiche, cresciute in numero straordinario, furono, negli anni successivi, 
trasportate, come dicemmo, nel Museo Borbonico (ora Nazionale); ma nell'ex-reale 
appartamento, composto di oltre 40 stanze, meritano ammirazione i pavimenti di alcune 
fra esse trasportati intieri dalle rovine ercolanensi. 

Dopo il trasporto a Napoli di tutti gli oggetti trovati in Ercolano il palazzo fu ornato 
in altri modi dai regnanti successivi. Le pareti furono arricchite di stoffe lavorate nella 
fabbrica di San Leucio e trasportati colà alcuni quadri in giunta agli altri di scuola 
napoletana che già vi erano. Non mancarono persino gli arazzi istoriati secondo i dipinti 
del De Dominicis dalla celebre fabbrica dei Gohelins in Francia, arazzi che passarono 
poi ad ornare i regi palazzi di Palermo e di Caserta. Eranvi del Gerard il ritratto in 
piedi di Napoleone I in abito imperiale; quello di Gioacchino Murai (che aveva la sua 
dimora prediletta a Portici) in abbigliamento spagnuolo; quello di Letizia Bamolino 
madre di Bonaparte, del Martini, e quello del maresciallo Massena, del Wicar. In un 
quadro a tempera, Edoardo Fischetti rappresentò lo Sbarco di Napoleone 1 in Antibo. 

La cappella ha la facciata e la porta ornate di quattro colonne e un cornicione in 
marmo su cui stanno due angeli che suonano le trombe; i dipinti sono di buon pennello 
del secolo scorso, pregevoli per semplicità ed espressione naturale delle fisionomie. Le 
varie statue marmoree sono apprezzate per disegno, azione e panneggiamento. In un 
grande tabernacolo all'aitar maggiore è la statua della Madonna in metallo. Tutta la 
cappella è ornata di pilastri, cornicioni e fregi in istucco e nelle pareti della sagrestia 
veggonsi freschi pregiati, fra gli altri un Ecce Homo ed una Caduta di Gesù sotto la croce. 

Da molti e varii terrazzi del palazzo lo sguardo spazia tutto in giro all'orizzonte. A 
est dell'ex-appartamento reale prolungasi un terrazzino da cui scorgonsi i monti Lattari 
sopra Gragnano. Verso sud è un terrazzo a cui ne sovrasta un altro; da quest'ultimo si 
scopre quanto di piiì pittoresco e stupendo si ammira nel golfo di Napoli. Verso ovest, 
da un terrazzino semicircolare, si ha la veduta magnifica del Vesuvio. 

Dalla parte settentrionale si pon piede nel bosco e negli ampi giardini con larghi 
viali carrozzabili e in alto un picciol castello fortificato fatto costruire — nel 1775, su 



(1) Una completa descrizione del palazzo e dei boschi annessi è nel libro Beai Villa di Portici, 
illustrata dal rev. D. Nicola Nocerino, parroco in essa. Napoli 1787, 



250 Parte Quarta — Italia Meridionale 



disegno dell'architetto Michele Aprea, sotto cura e direzione del comandante Fran- 
cesco Vallego — da Ferdinando IV. Citeremo fra le fontane quella che orna il giardino 
presso il palazzo alla quale sovrasta una bellissima statua di donna rinvenuta negli 
scavi di Ercolano ed ornata in seguito di tritoni e tritonesse. Ora vi risiede la scuola 
agraria di Portici. 

Le abitazioni private di Portici sono generalmente di buona architettura e ve n'ha 
molte notevoli per vastità ed eleganza. L'affluire dei forestieri contribuì non poco 
all'abbellimento ed ai comodi della città. 

Scuola superiore di agricoltura, fabbriche di nastri, tessitorie di seta, pesca del 
corallo, ecc. Piccolo teatro, conservatorio di S. Maria Maddalena de' Pazzi (1740) per 
l'istruzione delle giovinette. Commercio di vino e frutta. 
Coli, elett. Napoli III — Dioc. Napoli — P^, T. e Slr. ferr. locali, Scalo maritt. nella fraz. Granatello. 

Resina (15,652 ab.). — A 50 metri di altezza dal livello del mare e a un chilometro 
da Portici, sulla ferrovia; è costruita sui torrenti di lava che coprono Ercolano di cui 
era anticamente il porto e il sobborgo orientale {Retinu) e conserva ancora avanzi della 
antica floridezza fra i quali molte iscrizioni, alcune statue e un teatro. Da Resina 
parte una delle quattro strade che salgono al Vesuvio : è la più frequentata ma anche 
la più impervia. 

Resina è rinomata per le sue ville, principalmente per la villa reale la Favorita. In 
niun altro punto delle vicinanze di Napoli son così numerose come nel tratto lunghis- 
simo ed amenissimo del litorale verso Castellammare; le quali ville, dopo l'apertura della 
prima ferrovia italiana, distano sì poco dalla metropoli che si potrebbero dire suhnrhaHe. 

Nei paeselli disseminati fra le falde del Vesuvio ed il mare possederono o posseg- 
gono ancora splendide ville antiche e nobilissime famiglie; fra le altre quella del prin- 
cipe di Bisignano Sanseverino, del principe di Ottajano de' Medici, del principe di 
Caramanico, ed altre moltissime presso Resina, come quella dei Riario-Nugent e l'altra 
dei duchi di Campolieto. 

La villa Riario è cospicua pei molti piccoli edifizi, statue e memorie con gentiU ed 
affettuose iscrizioni, all'ombra degli alberi disposti in bell'ordine. Due tempietti, sacri 
alla felicità e all'amicizia sul bel principio della villa e nel boschetto da un lato un'ui'na 
sacra a Saffo, la poetessa di Mitilene (come suona l'iscrizione) e più oltre in una cella 
altra iscrizione che commemora le consimili amorose sciagure di Eloisa ed Abelardo. 
Né mancano le memorie affettuose di famiglia quali un sarcofago eretto dal fratello a 
Giovanni Riario, morto nel fiore degli anni, ed un piccolo monumento fra due colonne 
infrante innalzato, nel 1796, alla memoria di Girolamo Riario conte d'Imola e di Forlì. 
La villa di CampoHeto è preceduta da un palazzo maestoso edificato dal Vanvitelli. 

Prossima alle suddette è la villa reale la Favorita, così chiamata, al dire di alcuni, 
da una vicina piazza detta un tempo dei Favoriti, quantunque sia il nome vaghissimo 
di altre regie ville, come quella presso Palermo e quella di Casa d'Austria. La villa 
Favorita a Resina appartenne nel secolo scorso al principe di Jaci, siciliano, ed andò 
celebrata per le feste che vi si fecero all'arrivo, nel 1768, della regina delle Due Sicilie 
ma più ancora, in tempi assai più vicini, pel concorso numeroso che vi chiamava il suo 
proprietario, principe di Salerno. È incantevole la prospettiva che si gode dal palazzo 
sontuoso : sono magnifiche l'ampiezza e l'opulenza de' vastissimi giardini. 

Cenni storici. — L'odierna Resina, che copre ora una gran parte delle rovine di 
Ercolano, conservò evidentemente l'antico nome di Retina, luogo mentovato soltanto 
nella celebre lettera di Plinio che descrive la grande eruzione del Vesuvio nel 79 di C. 
(Pu.v., Epist., VI, 16). Par fosse una stazione navale in cui stanziava allora un corpo di 
•truppe appartenente alla squadra in Miseno (Classiarii) il quale, spaventato dell'eru- 
zione subitanea, supplicò Plinio che lo togliesse dalla sua situazione pericolosa. È chiaro 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli — Ercolano 257 



perciò che Retina doveva essere sulla spiaggia e serviva probabilmente di porto ad 
Ercolano. 

La situazione precisa mal si può or rintracciare, dacché l'intiera linea litoranea fu 
grandemente sconvolta ed alterata dall'azione vulcanica. Il punto del promontorio in 
cui sorgeva l'antica città vuoisi fosse a circa 29 chilometri dalla presente linea costiera; 
e la differenza in altri punti è assai piiì ragguardevole. Sappiamo da Columella {Re 
Rust., X, 135) che Ercolano possedeva Saline, ch'ei chiama Salinae Herculeae, sulla 
costa est ed annesse immediatamente al territorio di Pompei. La Tabula Peutingeriana 
segna una stazione, ch'essa chiama Oplontis fra Ercolano e Pompei a 9 Va chilometri 
dalla prima città; ma il nome, perfettamente ignoto, è probabilmente corrotto. 

Coli, elett. Napoli XI — Dioc. Napoli — P^, T. e Scalo mariti, locali, Str. ferr. a Portici. 



ERCOLANO 

Ercolano nell'anticliità. — Herculaneum o meglio Aeciilamim, 'HpaxXetov, od Eracleion, secondo 
Strabene, era una città della Campania situata nel Crater o golfo di Napoli, ed a pie del Vesuvio. 
Le circostanze che accompagnarono la sua scoperta, hanno reso il suo nome assai più celebre nei 
tempi moderni di quel che fosse nell'antichità, quando la non era al fermo che una città di secondo 
ordine. Era però un luogo di grande antichità, e la sua origine era attribuita, dalla tradizione greca, 
ad Ercole, il quale si suppone fondasse una piccola città su quel luogo dandole il proprio nome 
(DiONis., I, 449). Quindi Ovidio (Met., xv, 711), la chiama Herculea urbs. Ma ciò era, non ha 
dubbio, una mera inferenza dal nome stesso e noi non abbìam notizia di alcuna colonia greca nei 
tempi storici, con tutto che sia probabile ricevesse un contingente almeno di popolazione greca dalle 
vicine città di Cuma o Napoli. 

La relazione di Strabene (v, p. 247), intorno all'istoria primitiva di Ercolano è confusa ; egli dice 
che la fu in prima occupata (in un con la vicina Pompei), dagli Osci, quindi dai Tirreni e Pclasgi e 
per ultimo dai Sanniti. È dubbio se egli intenda qui per Tirreni gli Etruschi, o non piuttosto adoperi 
i due nomi di Tirreni e Pelasgi come a un dipresso sinonimi : ma non pare abbiasi a porre in dubbio 
il fatto, che Ercolano fu un tempo uno stabilimento Pelasgico, e che la sua popolazione, innanzi alla 
conquista pei Sanniti, era in parte d'estrazione Pelasgica e in parte Osca. 11 suo nome e le leggende 
che la rannettevano ad Ercole, possono in tal caso essere state Pelasgiclie in origine, ed essere stale 
adottate successivamente dai Greci. 

Ercolano, sempre secondo Strabene, cadde in poter dei Sanniti in un col rimanente della Cam- 
pania : e ciò è tutto quel che sappiamo della sua storia prima che passasse setto il deminio romano. 
Nò abbiam noi notizie particolari del tempo in cui ciò avvenne, posciachò \' Herculaneum mentovato 
da Plinio (x, 45), come conquistato dal console Carvilio sui Sanniti nel 293 av. C, deve essere al 
fermo un'altra città omonima situata nell'interno del Sannio, quantunque nulla si sappia della sua 
situazione. L'unica occasione, in cui rappresenta una parte nell'istoria, ò durante la guerra Sociale 
quando die di piglio alle armi contro i Romani, ma fu assediata e presa da F. Oidio, coadiuvato da 
una legione Irpina sotto Minazie Magio (Vell. Paterc, ii, 16). 

Fu supposto che un corpo di coloni romani fosse poi stabilito da Siila in Ercolano (Zumpt., De 
Colon., pag. 259), ma di ciò non v'ha prova. Pare però fosse al certo un luogo di qualche impor- 
tanza a quel tempo : godeva dei diritti municipali e par fesse ben fortificata dacché ó chiamata fortezza 
(<I)poupiov), da Strabene, il quale la descrive come situata in luogo perfettamente salubre, leggier- 
mente elevato sopra un promontorio sporgente (Stoab., v, pag. 240). Anche lo storico Sisenna, in 
un frammento preservato da Nonio, descrive Ercolano come situato in un luogo elevato, tra duo 
fiumi. I suoi porti altresì erano fra i migliori di quella costa (DiON., i, 44). É probabile che quando 
le spiaggie incantevoli del golfo di Napoli divennero lauto frequentate dai Romani, molli di essi 
ponessero dimora in Ercolano o nelle sue adiacenze immediate, e la sua opulenza municipale è 
sufficientemente attestata dalle moderne scoperte; ma quantunque il suo nomo sia ricordato da 

83 — liB Patria, voi. IV. 



258 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Pomponio Mela e da Floro, del pari che da Plinio, fra le città della costa della Campania è evidente 
che la non si alzò mai a paro delle più floride e splendide città di quella regione fortunata. Giova 
tener conto di ciò nell 'apprezzare il valore delle scoperte che furono fatte in Ercolano. 

Nel regno di Nerone (63 di C), ebbe molto a soffrire da un tremuoto che mandò in rovina una 
gran parte della città, e danneggiò gravemente gli edilizi rimasti in piedi (Senec, N. Qu., vi, i). 
Fu quell'istesso tremuoto che distrusse quasi Pompei, quantunque Tacito (Ann., xv, 22) lo faccia 
risalire all'anno antecedente. Sedici anni dopo, nel regno di Tito (79 dell'era nostra), una calamità 
ben più grande piombò addosso alle due città, vogliam dire l'eruzione eternamente memorabile del 
Vesuvio che seppellì le due città di Pompei e di Ercolano sotto un diluvio di ceneri, di arena e di 
lapilli (Dione Cassio, lxvi, 24). 

Ercolano, per la sua situazione alle falde del vulcano, fu naturalmente la prima sepolta e ciò 6 
evidente dalla celebre Lettera di Plinio il Giovane, in cui si descrive la catastrofe senza però nominar 
ne Ercolano, né Pompei. Retina o Resina, ove tentò sbarcare Plinio il Vecchio, che ne fu impedito 
dalla violenza dell'eruzione. Pompei era in vicinanza immediata di Ercolano, la cui prossimità al 
Vesuvio fu cagione che lo strato di materie vulcaniche onde rimase coperta, assumesse una forma più 
solida e compatta di quello che copri Pompei, ed è un errore il credere, come han fatto non pochi 
scrittori, che Ercolano sia stata sepolta sotto un torrente di lava. La sostanza che la copri non è altro 
che una specie di tufo vulcanico formata di arena e cenere accomunate e parzialmente solidificate dalla 
azione dell'acqua, che erompe spesso in grandi quantità nelle eruzioni vulcaniche (Daubeny, On 
Volcanoes, pag. 222). La distruzione (1) dell'infelice città fu cosi compiuta, che non fu più possibile 
fare alcun tentativo per trarla fuori dal suo sepolcro e riedificarla: ma pare che una scarsa popola- 
zione venisse a por sede di bel nuovo sul luogo ove giaceva sepolta ; quindi è che noi ritroviamo 
negli Itinerarii del IV secolo il nome di Herculaneiim od Ercolano (Tab. Peuting.). Questo secondo 
e piccolo Ercolano par fosse di bel nuovo distrutto da un'altra eruzione vesuviana, quella del 472 
dell'era nostra, e in seguito non si trovò più alcuna traccia della città e del suo nome. 

Quantunque la situazione di Ercolano fosse stata chiaramente fissata dagli antichi scrittori sulla 
costa, fra Napoli e Pompei ed alle falde del Vesuvio, tuttavia se ne ignorava il luogo preciso, tanto 
più che nuove abitazioni, paeselli ed il real palazzo della Favorita v'erano stati edificati sopra. 

Scoperta di Ercolano. — Verso la fine del secolo XV alcune scoperte di antichi ruderi, di musaici 
e d'iscrizioni porsero qualche indizio della città; con tutto ciò credevasi generalmente ch'essa fosse 
sepolta sotto Torre del Greco (Cluver, Ital., pag. 1154), e la scoperta della sua real giacitura fu, 
in seguito, mero effetto di una circostanza fortuita che verrem qui narrando. 

Nel 1706 il principe d'Elboeuf di Lorena giunse a Napoli alla testa dell'esercito imperiale inviato 
contro Filippo e v'impalmò, nel 1713, una figliuola del principe di Salsa. Posta dimora in Napoli 
edificò, nel 1720, una villa sul lido del mare vicino a Portici, ornandola di marmi antichi comprati 
da un contadino che li veniva estraendo da un pozzo nel cosidetto Campo del Poeta. Vistone tanta 
copia l'Elboeuf comprò il campo ov'cra il pozzo e fece continuare per proprio conto gli scavi e le 
ricerche. Ne trasse fuori una grande quantità di marmi, di colonne intiere di alabastro, di statue 
greche di cui fece dono al principe Eugenio di Savoia ed a Luigi XIV re di Francia. 

Delle statue donate al principe Eugenio, due di giovinette appartenenti alla famiglia dei Balbi 
furon comprate alla sua morte da Federico Augusto elettor di Sassonia, ed ammiransi ora nel Museo 
di Dresda. A questa scoperta tenne dietro quella di una grande quantità di rarissimo marmo africano. 
Ricchezze siffatte, esagerate dalla fama, apriron gli occhi al governo austriaco e il viceré conte Daun 
chiese in nome del suo governo tutto quelch'era stato trovato e vietò la continuazione degli scavi. 



(1) In questa distruzione non furonvi, si può dire, vittime umane come a Pompei. La scoperta 
di due soli scheletri nei primi scavi — di cui uno, dall'impronta del braccio steso rimasto nel tufo, 
par perisse mentre tentava porsi in salvo con una borsa piena di monete d'oro — dimostra clie gli 
abitanti ebbero agio di salvarsi con la fuga: mentre la grande scarsità delle monete e degli oggetti 
preziosi rinvenuti è un'altra prova ch'essi ebbero tempo di rimuovere tutto quel che potevano 
portare con loro. 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli — Ercolano 



259 




Fig. 169. — Ercolano: Veduta generale degli scavi (da fotografia Brogi). 



Cacciati gli Austriaci ed acclamato re di Napoli Carlo III, questi fece ripigliare gli scavi e il loro 
buon esito superò di gran lunga la sua aspettativa. Scavato il suolo sino alla profondità di 8() palmi 
(m. 33.30) si giunse da ultimo al piano di una città sepolta sotto Resina e Portici. Allora dilegiiaronsi 
i dubbi e fu riconosciuta l'antica sepolta Ercolano. Spinti più avanti gli scavi si trovarono strade con 
marciapiedi e lastricate di lava, prova evidente delle eruzioni vesuviane antecedenti a quella che aveva 
distrutta la città. La quale fu rinvenuta sottostante in gran parte a Resina ed alla strada consolare e 
fu esplorata barbaramente per mezzo di gallerie e di cunicoli aperti e poi ricoperti a casaccio, rom- 
pendo e guastando ogni cosa, spezzando architravi e marmi per trarli con maggior comodo all'aperto. 
Non tutto fu conservato e solo gli oggetti preziosi furono, come abbiamo visto, collocati per orna- 
mento nel real palazzo di Portici. 

Nell'ottobre del 1738 s'incominciò a scavare nel pozzo donde l'Elboeuf aveva estratto i marmi e 
in breve si rinvennero due frammenti di statue equestri in bronzo, tre statue consolari ed un'iscrizione 
che segnava il grande ingresso al teatro Ercolanense, il quale fu in dodici anni esplorato intieramente. 
Oltre il teatro fu tratta in luce una porzione ragguardevole dell'antica città, compresi il Foro con due 
tempii adiacenti ed una Basilica. Oliscavi continuarono disordinatamente per quasi 50 anni. Durante 
l'occupazione francese (1806-15) furon condotti più sistematicamente, ma furono sospesi intieramente 
sotto i Borboni sino al 1828. Fra il 1828 e il 1837 fu scoperta la porzione nota sotto il nome di 
Scavi nuovi. Nel 1889 furono con nuova lena ripigliati gli scavi, e Vittorio Emanuele presiedè in 
persona alla ripresa, elargendo 30,000 lire dalla sua cassetta privata (fig. 169). 

Sfortunatamente la circostanza che il terreno soprastante alla cith'i sepolta ò occupato quasi 
intieramente dalle città di Resina e Portici ha frapposto grandi difficoltà all'estensione degli scavi. 
Presentemente il teatro sotterraneo ed alcune case staccate a circa 200 passi a sud-est da esso, nei 



260 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



cosidetto Vicolo di Mare, è tutto ciò clic si può visitare. Vi si va in 15 minuti dalla stazione di Portici. 
Sull'ingresso sta scritto Scavi di Ercolano ; si piglia una fiaccola accesa e si scende al 

Teatro (fig. 170). — Del Teatro di circa 208 palmi di circuito (m. 54.91), tanto ne rimane da, 
ben conoscere la forma, l'ordine delle gradazioni e le parti accessorie. La cavea, o luogo dei sedili 
degli spettatori, è divisa in tre ordini di gradazioni e sette scalette formanti sei cunei o divisioni. La 
prima gradazione è di cinque ordini di sedili più larghi degli altri, pei magistrati e i personaggi 
principali della repubblica che avevano diritto di sedere sopra biselli o sedie curuli, e vi si saliva 
dalla scaletta di mezzo. Al popolo schiudevansi le altre gradazioni: quella di mezzo, di sedici ordini 
di sedili a cui ascendevasi d;dlc quattro scalette più prossime alla mediana e l'ultima superiore di 
tre ordini di sedili a cui si saliva dalle due scalette più ampie a capo del semicircolo. 




Fig. 170. — Ercolano: Pianta del Teatro. 



Il Winckelmann {Lettre sur les découvertes d'Herculanum, Dresda 4760), assegnando un palmo 
e mezzo (m. 0.40) per ogni persona, giudicò dall'estensione dei sedili che vi potessero sedere 3500 
spettatori. La scena è lunga 150 palmi (m. 39.60) e da essa tre porte mettevano nel proscenium 
con una decorazione di dodici colonne corinzie e due nicchie ove probabilmente erano statue. Sopra 
la scena furono rinvenute due are, una a destra sacra a Bacco, l'altra a sinistra dedicata al nume in 
cui onore o nella cui festa fu rappresentato l'ultimo spettacolo. I più bei marmi mischi eran profusi 
nelle pareti. Nelle due ampie sale ai fianchi della scena, abbellite da dipinti e da vaghi ornati, stavano 
i cori e dietro la scena era un porticato o galleria coperta, ove il popolo potesse riparare in caso di 
pioggia, sorretto da colonne doriche di mattoni rivestite di stucco, con copertura di legno e quando 
fu scavato si rinvennero pezzi di travi carbonizzate che serbavano intatta la loro forma. 

L'orchestra era rivestita di marmi molticolori e vi fu trovata una sedia curale di bronzo (ora nel 
Musco Nazionale), la quale, ivi posta per qualcuno dei duumviri della città, non ne fu più tolta per 
il sopraggiungere della catastrofe. 

Ai due capi del proscenio due piedestalli, sopra i quali sorgevano due statue : una togata in 
marmo di Appio Claudio Fulcro console e imperatore, dopo la sua morte, l'altra di M. Nonio Balbo 
pretore e proconsole, ma le statue non vi furono trovate, il che induce a credere fossero state 
rimosse dopo il tremuoto già ricordato. All'orchestra ed ai sedili privilegiati si accedeva per due 
grandi vomitorii alle due estremità del scmicircolo della cavea. 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli — Ercolano 261 



Il Teatro andava ornato esternamente di archi e pilastri, cornice e capitelli dì ottimo stile. Due 
iscrizioni sopra i suddetti vomitorii recano che L. Annio Mammiano Rufo, duumviro quinquennale 
della città, edificò il teatro coll'orchestra a sue spese e che Publio Nuraisio ne fu l'architetto. Una 
tessera di avorio col nome d'Eschilo, rinvenuta nelle rovine del teatro, induce a credere che vi si 
rappresentassero anche drammi greci e l'ultimo fu per avventura una tragedia greca del sommo 
tragico di cui la tessera portava il nome. 

Altri edifizi di Ercolano. — Una pianta generale ed esatta delle vie sotterranee e degli edifizi 
scoperti in Ercolano fu eseguita dall'ingegnere svizzero Weber. I francesi Cochin e Bellicard fecero 
in seguito un piano degli altri luoghi, del Foro, della Basilica, del Tempio, che son di bel nuovo 
interrati. Essendo Ercolano una città poco estesa, non ebbe, a parer nostro, un Forum civile propria- 
mente detto, si una Basilica che ne teneva le veci, e le sole notizie che ce ne pervennero son quelle 
tramandateci dai suddetti Cochin e Bellicard. 

1. Basilica. — Un ambulacro coperto conduceva a due tempii, presso il grande edifizij che 
alcuni vogliono un Calcidico (portico), altri il Foro ed altri ancora la Basilica, a cui metteva l'altro 
ambulacro a colonne. Quest'edifizio era di forma quadrilunga con portici nella parte interna, chiusi 
da un lato da colonne addossate al muro, e dall'altro da colonne staccate; vi si entrava da cinque 
porte e dirimpetto era una specie di edicola a cui si saliva per tre gradini. Un basamento continuo ne 
occupava tutta la muratura interna e fra le colonne addossate alle pareti incavavansi altrettante nicchie 
nelle quali furono rinvenute tre statue marmoree, una dell'imperatore Vespasiano e due altre acefiile 
e sedute in sedie curuli. Davanti a due nicchie semicircolari in capo ai portici, due piedestalli reg- 
gevano le statue in bronzo alte 9 piedi (m. 2.70), di Augusto e di Claudio Druso. Nei muri del fondo 
del portico erano, fra gli intercolunnii, altre statue di marmo e di bronzo, e da due nicchie furono 
staccati i quadri circolari del Teseo e deìVErcole. Il portico d'ingresso era diviso in cinque parti 
uguali : quelle delle estremità mettevano ai portici interni e sotto ciascuna vòlta torreggiava una 
statua equestre. Non ne furono ricuperate che due di marmo di cui una, quella di M. N. Balbo, vuoisi 
annoverare fra i monumenti più belli dell'antichità ed ammirasi nel Museo Nazionale di Napoli (vedi 
pag. 188). Allato a questa statua di Balbo sorgeva quella del figliuol suo, anch'esso a cavallo. 

La Basilica, secondo le carte del Weber suddetto e del Lavega, poteva aver la lunghezza di 
228 piedi (m. 68.40) e la larghezza di 132 (m. 39.60). Leggevasi sopra la porta che fu edificata 
da M. Nonio Balbo in un con le porte e le mura della città, come rilevasi dalla seguente epigrafe: 
N. Nonitis . M. F. Balhus . Procos Basilicam . Portas . Murum . Pecunia Sua. 

2. Tempii. — Nella carta topografica del Weber sono indicati tre tempii, ma vuoisi osservare 
che gli antichi eran corrivi a dare il nome di tempio ad ogni edifizio ornato di colonne. Di un vero 
tempio però hannosi indizii distinti. 

Narra il Venuti (Prime scoverte di Ercolano, Roma 1748) c( che il precitato principe d'Elbocuf, 
iniziatore degli scavi, dopo averne fatti nel pozzo dietro la scena del teatro, ed avervi rinvenute varie 
statue, s'inoltrò verso il podere di Antonio Branc-accio, ove incontraronsi i cavatori in molte colonne di 
alabastro fiorito e si avvidero essere quello stato un tempio di figura rotonda, ornato al di fuori con 
ventiquattro delle mentovate colonne, la maggior parte di giallo antico, molte delle quali nel podere 
del consigliere Salerno furono trasportate. L'interiore di detto tempio, oltre aver avuto la corri- 
spondenza di altre colonne fra le quali eranvi altrettante statue di marino greco benché infrante, era 
similmente lastricato di giallo antico ». 

Un altro tempio quadrilungo aveva due porte in mezzo alle quali era un gran piedestallo con suvvi 
una quadriga di bronzo, al dire dei succitati Cochin e Bellicard. La cella stava all'estremità ove forse 
veneravasi Ercole di cui si scopri la statua, alta poco men del naturale in un con molti vasi sacrificalorii, 
patere, simboli, ecc. In quest' istcsso tempio fu rinvenuta la bella mensa marmorea pei sacrifizi, 
che ammirasi nel Museo Nazionale. Nell'abaco o fregio, è una leggenda in caratteri osci, che, secondo 
gli interpetri, suona cosi : G. Stabio, G. Aquilio medistulici (magistrati supremi della città), dedicano 
questa mensa a Venere Ericina. Il tempio andava ornato di dipinti stupendi, che ammiransi in gran 
parte nel Museo Nazionale, e rappresentano il Ritorno di Teseo dopo ucciso il Minotauro; Tele fa 
allattato dalla cerva; Chirone che ammaestra Achille nella musica; Olimpo che impara da Mursia 



262 Parte Quarta — Italia Meridionale 



a suonare la tibia ; Ercole bambino che strozza nella culla i serpenti; e quattro monocromi sopra il 
marmo, opera forse del medesimo artista, Alessandro di Atene, il cui nome si legge sopra uno di essi. 
L'altro tempio doveva esser sacro a Cibele ed, atterrato dal tremuoto che precede l'eruzione, fu 
restaurato da Vespasiano, come attesta una epigrafe. Era coperto a vòlta ed ornato di colonne, di 
dipinti a fresco e di qualche iscrizione. Eravi finalmente anche un tempio dedicato ad Augusto {Divo 
Julia Augusto), coi suoi sacerdoti, come attestano le epigrafi. 

Intorno a questi tempii erano case decorate più o meno di pitture, alcune con pavimento marmoreo 
di colori varianti e con musaici. 

Altri edifizi pubblici e statue. — Citeremo fra questi il Ponderale, o luogo ove serbavansi i pesi 
pubblici e se ne distribuivano le copie esatte ; il Calcidico (di cui s'ignora l'uso), e la Schola o luogo di 
comune trattenimento e riposo. Questi edifizi furono costruiti a spese dei M. M. Memmi Rufi padre e 
figlio ed affidati per decreto dei decurioni ercolanensi alla loro direzione. 

Dalle molte statue d'insigni personaggi estratte dagli scavi d'Ercolano, e di cui è si ricco come 
abbiamo visto, il Museo Nazionale, chiaro apparisce che i luoghi pubblici ne dovevano essere copiosa- 
mente ornati. Una statua colossale in bronzo, rappresentava l'imperatore Claudio, un'altra L. Mammio 
Massimo Aiigustale, il quale eresse egli stesso statue a Livia, a Germanico, ad Antonia madre di 
Claudio e ad Agrippina. Questo Mammio Massimo si rese benemerito della città, non solamente per 
aver contribuito alla edificazione del teatro col suo danaro, si anco a quella del Macellum, o mercato 
pubblico, il quale rovinò forse nel tremuoto del 63 di C, essendo stato edificato in prima a spese di 
M. Spurio Rufo duumviro, secondo attesta una tavola marmorea. Ed oltre le belle statue equestri dei 
due Nonii Balbi padre e figlio (orgoglio del Museo Nazionale) credesi che gli Ercolanesi ne eriges- 
sero anche una in marmo a Cicerone per averli liberati dalla deduzione della colonia proposta dal 
tribuno Rullo (Walchius, Cic. Hercul. negli Acta Soc. Jenae, voi. i, p. 115). 

Vie, case d'Ercolauo ed oggetti rinvenutivi. — Ercolano era solcata da ampie e lunghe strade, 
da cui diramavansi altre minori, per guisa che rimaneva divisa in parti regolari e simmetriche 
(insulae) od isole. Come già più sopra edotto, le strade erano lastricate di pietre poligonali di lava; 
gli edifizi di architettura greco-romana, piccoli la più parte e senza finestre; le stanze rischiarate 
dall'alto ; poche con cancellate esterne, dipinte dentro come quelle che troveremo a Pompei, con i 
medesimi temi favolosi, eroici ed erotici, animali, paesi, marine, rabeschi, ecc. 

Il precitato Venuti, descrivendo una delle più notabili di queste case, dice che aveva una porta 
assai grande, chiusa da un cancello di ferro : un corridoino conduceva ad una stanza a terreno dipinta 
in rosso, in cui eran vasi di grosso cristallo ancor pieni d'acqua, un piccolo astuccio di bronzo con tre 
quattro pugili da scrivere, ed un altro del medesimo metallo con una sottilissima laminetta d'argento 
scritta tutta a caratteri greci. 

Per una comoda scala salivasi al piano soprastante ove molti vasi in bronzo e in terracotta, treppiedi 
e scodelle indicavano una cucina. Vi si rinvennero uova intatte maravigliosamente conservate, man- 
dorle, noci col loro color naturale e il frutto incarbonito o incenerito. Altrove rovine di bagni, con 
pavimento ben lastricato, vasi, conche di hromo e strig ili (spazzole), di varie specie. Maggior atten- 
zione attrasse una Cella vinaria con porta marmorea, divisa in due stanze, con lastrico in marmo e con 
intorno alle pareti vasi grandi in terracotta (dolia), od orci, sotto un gradino coperto di lastre marmoree 
coi coperchi corrispondenti anch'essi di marmo. 

Villa detta dell'Aristide o dei Papiri. — Cosidetta perchè fra tanti oggetti preziosi che verremo 
descrivendo, vi si rinvennero i famosi papiri (manoscritti su rotoli di carta papiracea) e la statua 
impareggiabile di Aristide. È questo uno dei più vasti e preziosi edifizi privati che ci sia pervenuto della 
antichità e porge testimonianza della ricchezza, della cultura e del lusso del proprietario, seguace di 
Epicuro, ed amante delle scienze, delle arti e del vivere lietamente. 

La sua casa presentò internamente (come riferisce il Paderni), nella scoperta : « una corte 
quadrilunga somigliante ad un Foro, e ad ogni angolo una colonna terminale che sosteneva un busto 
di bronzo di lavoro greco, in uno dei quali v'era il nome dell'artefice: Apollonio figlio di Archia, 
ateniese. Davanti a ciascuna di queste colonne terminali, era una picciola fontana costruita in questo 
modo : a livello del pavimento era un vaso per ricevere l'acqua che cadeva dall'alto, nel mezzo del 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli — Frediano 263 



quale alzavasi una specie di balaustrata che serviva di base ad un altro vaso di marmo esteriormente 
circolare, somigliante ad un guscio di pidoccliio marino ; nel centro stava il getto d'acqua. Fra le 
colonne che adornavano questo bagno trovossi una statua di bronzo ed un busto in eguale distanza ». 

In altri luoghi della casa furon trovate tre vasche, una con undici statuette di Fauni in bronzo 
dalle quali zampillava l'acqua in una sala con pavimento a musaico; la seconda anch'essa con 
quattro statuette di Amorini; e la terza formava una grande peschiera quadrilunga tutta foderata 
di lamine di piombo, ed abbellita da undici mascheroni di tigri in bronzo, con un tubo corrispondente 
alla bocca da cui sgorgava l'acqua nella vasca. 

Fu quindi scoperto un ampio giardino cinto da un portico con dieci colonne di mattoni e di stucco 
da un lato e ventidue dall'altro, una maraviglia di magnificenza e buon gusto. Stavano fra le colonne 
alcuni busti e statue di bronzo e di marmo, di finissimo lavoro. Sorgeva in mezzo una peschiera 
ellittica terminante in due semicerchi, lunga 252 palmi (m. 66.52) e larga 27 (m. 7.12). Il Fauno 
ubbriaco (V. pag. 210) fu rinvenuto all'estremitcì della vasca e i due Nuotatori esser doveano ai fianchi. 

Da questa Villa dell'Aristide e da qualche luogo prossimo ad essa, furono estratte le statue 
ed i busti in bronzo ed in marmo che abbiamo descritto nel Museo Nazionale di Napoli, e che 
formano una collezione dell'arte antica unica al mondo. Le rinomate sei Danzatrici, il Fauno 
addormentato (vedi pag. 209), il Mercurio in riposo (vedi pag. 207), i busti creduti dei Tolomei, 
Filometore, Sotero I, Filadelfo, Alessandro, Apione e di Berenice; quelli riputati di Platone, i\ 
Archimede, di Eraclito, di Saffo, di Democrito, di Scipione Africano, di Siila, di Emilio Lepido, 
di Caio e Lucio Cesare, di Augusto, coppiera di Apollonio e di Livia, di M. Claudio Marcello, di 
Agrippina juniore, di Caligola, di Seneca, di due sconosciuti; i due Daini, oltre varie figurine, fra 
cui un corvo dal cui becco spicciava uno zampillo, il tutto in bronzo, e in marmo il cosidetto 
Aristide o piuttosto Eschine, l'Omero e la Minerva etrusca, i busti di Tolomeo Sotero, due di Bacco 
indiano, la presunta statua di Siila, il celebre gruppo erotico del Satiro con la Capra, nella sala 
pornografica riservata del Museo — tutti questi tesori preziosissimi dell'arte furono rinvenuti in questo 
grande giardino e nel rimanente di codesta Villa dell'Aristide, la quale non era abitata che da un 
filosofo epicureo, senza potere e senza rinomanza. Or che dovevano essere le abitazioni, le ville, i 
giardini di un LucuUo, di un Crasso, di uno Scauro, di un Pomponio Attico e di un Pollione?.... 

Un lungo viale conduceva fuor del giardino ad un rotondo padiglione aperto da tutte parti che 
dominava il mare e a cui si saliva per quattro gradini. Tutta la casa dell'Aristide era lastricata di 
bellissimi marmi e musaici i quali credonsi quelli onde fu ornato il real palazzo di Portici. 

Ma ciò non è tutto, che dal 1750 al 1760 fu scoperta la biblioteca di 1756 papiri greci e latini, 
scoperta mirabile che commosse l'Europa intiera per lo svolgimento e la decifrazione di quelli antichi 
chirografi ora nel Museo Nazionale, per isvolgere i quali fu inventata una macchina dal P. Antonio 
Piaggi e che furono poi pubblicati a più riprese e in più volumi col titolo di Volumina Herculanensia. 
Questi papiri furono trovati in una piccola stanza di cui due uomini potevano, con le braccia tese, 
toccare le estremità. Lungo le pareti erano degli arraadii alti quanto un uomo, e in mezzo alla stanza 
gabinetto un altro armadio isolato in cui poncvansi i libri dai due Iati, potendovisi girare comoda- 
mente intorno. Il legname degli armadii era carbonizzato e, narra il Winckelmann, che non si tosto 
si volle toccare con la mano, andò in frantumi. Il pavimento era in musaico. Oltre i papiri si rinven- 
nero nella biblioteca i piccoli busti in bronzo di Demostene, di Zenone, due di Epicuro, di 
Metrodoro e di Ermarco. 

Nell'abbondanza degli utensili raccolti in codesta Villa dell'Aristide odei Papiri, meritano ancor 
menzione due candelabri in cima ai quali erano scolpiti alcuni ippogrifl che divoravano un toro ed 
un daino e due altri cesellati ; ancora un tripode, alcuni crotali, una gran tazza, un piccolo 
prosciutto foderato d'argento, per uso di orologio solare, una grande quantità di oggetti in vetro e 
molto grano. 

In altre ricerche fatte nel 1774 trovaronsi, fra le altre cose, il celebre Lettisternio (letto che 
mettevasi nei tempii intorno ad una tavola onusta di vivande consumate poi dai sacerdoti) ed il 
bisellio (sedia per due persone), ornati di bassirilievi di animali e di tarsie d'argento, quali 
amrairansi nel Museo Nazionale. 



204 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 1/1. — Ercolano : Giardino della Casa dell'Argo (da fotogratìa Brogi). 



Gli scavi d'Ercolano interrotti nel 1770 non furono ripresi che dal 1828 al 1837. Vi si fecero 
altre scoperte, tra cui le seguenti. Nello sgombrar dei massi sovrapposti al più nobil rione della 
città, quello che dal Teatro e dalla Basilica stendeasi sino al mare, s'incontrarono, a piccola profon- 
dità, alcuni pochi sepolcri, fondati sulle materie eruttate dal Vesuvio nel 79 di C, quindi una casa 
semplice e per ultimo una casa molto grande e famosa, la 

Casa dell'Argo. — Cosidetta da un dipinto ora cancellato, nel Triclinio, rappresentante Io custo- 
diia dal vigile Argo a cui Mercurio -porge una siringa. Codesta casa, uno dei più grandiosi antichi 
edifizi privati che siensi rinvenuti, situata fra due strade antiche, in parte sotto il Vico di Mare, era 
elegante, spaziosa, decorata di quadri, marmi, dipinti, notevole per terrazzi, portici, getti d'acqua, 
oltre un giardino (fìg. 171), un boschetto e ogni sorta di comodi per la famiglia del ricco proprietario. 

Si compone di un grande atrio con dirimpetto un tablino (archivio o stanza da studio), e cubili 
(camere da letto), nel luti, lastricati di marmo e musaici e bei dipinti di cortine, festoni, paesetti ed 
architetture immaginarle. Segue il gineceo, od appartamento delle donne, in cui glravasl per un 
portico a colonne stuccate nei cui intervalli le portiere pendevano da un'asta di ferro. Le pareti sono 
abbellite da disegni e architetture capricciose su fondo scuro e 1 pavimenti da musaici graziosi. In 
mezzo un viridario, o giardinetto di fiori, donde vassi al boschetto di cui le colonne sostengono il 
secondo plano della casa (11 solo che siaci pervenuto dall'antichità), distribuito da un lato In una 
fila di dispense, ripostigli e granai, e, verso la strada, in una serie di stanze nobili (coenacula 
cquestria) a cui pervenivasl per un terrazzino pensile (pergula); le loggle, ombreggiate da tende e 
pergolati fioriti prospettavano il mare. 

In un lato del boschetto un camerino di lettura vagamente dipinto, e quattro ripostigli in cui 
si raccolsero datteri, frutta secche e un'accetta. In un altro Iato schiudonsl le sale da pranzo e di 
ricevimento con pavimenti marmorei e dipinti di architetture : Vittorie e Baccanti ; in mezzo, un 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Napoli — Ercolano 265 



quadro con Io custodita da Argo dai cento occhi da cui piglia nome Fa casa. Un'altra saletta, forse 
per dormire, è decorata di meandri, paesaggi, piante, pavoni e di due quadretti di Galatea e Poli- 
femo e di Ercole negli Orli Esperidi. Per un vestibolo, con attigua una camera pel servo, si esce 
nella strada. Alla porta vi sono due sedili sotto un loggiato sorretto da colonne. 

I piani inferiori par fossero destinati ai bagni, alla cucina, alla dimora degli schiavi ed alle 
faccende più ordinarie della famiglia. Vi si vede un tempietto con in mezzo un'ara e un'apertura nella 
vòlta. In una nicchia fu rinvenuta una statua di Venere in terracotta. 

Da alcuni canali spicciavano getti d'acqua abbondante; piccole cancellate inferro cingevano altre 
loggie aperte verso il mare ; ed altri portici e sale, doviziose di marmi e di dipinti, compivano da questa 
parte i'edifizio sontuoso. Voglionsi ricordare fra gli altri i quadretti di Dirce avvinta al toro furioso 
e di Pei-seo che mozza la testa a Medusa. Ivi presso si rinvennero due busti in bassorilievo di Diana e 
di Apollo, parecchie piccole teste di Fauni e Baccanti in argento, assai eleganti, ed un sistro in bronzo. 

La Casa dell'Argo, esplorata sotto Cario III, stendevasi sotto la strada moderna e non poteronsi 
perciò continuare più oltre gli scavi, i quali furono però ripresi in seguito, come vedremo più innanzi. 

Vogliamo però in prima recare per curiosità, e per illustrare le cibarie degli antichi, un catalogo 
di quelle che furono rinvenute nel suddetto secondo piano. 

1. CoM.MESTiBiLi. — Noci assai grosse, nocciuole, prugne, mandorle, fichi secchi interi o 
tagliati per lo lungo ed accoppiati (la mix cum duplice fica di Orazio) e le foglie, forse d'alloro, con 
cui furono disseccati come si costuma sempre anche oggidì; alcuni capi d'aglio e papaveri; un pezzo di 
formaggio e gli avanzi di un canestro; una grande quantità di grano conservato perfettamente, con una 
pala per aerarlo ; farro; riso, lenti, cicerchie, piccole fave; alcuni vasi di creta con farina di qualche 
cereale, con fichi secchi e con ulive; altri vasi pieni di farro, di lenti e di miele; un portaolio con 
turacciolo di sughero e in fondo olio aggrumato; presso questi vasi alcune ossa con avanzi di carne, 
forse di prosciutto; varie stoviglie con commestibili ridotti in polvere bianca; un vaso in vetro con 
miele e turacciolo di foglie ravvolte ; un'ampolla con liquore raddensato e residui di cera in fondo ; un 
pezzo d'incenso ; unguento condensato; due grandi casse ed una piccola di legno arsa con serrature, 
piene di pasta sulla quale era appiccicata la tela che le copriva, e finalmente delle conchiglie. 

2. Oggetti in oro. — Un orecchino con grossa perla; un altro in forma di un quarto di pomo, 
un braccialetto di bronzo dorato, con alle estremità due teste di un anfesibene, serpente favoloso. 

3. Oggetti in bronzo. — Molte conche, ogni sorta di utensili e ornati di porte e mobili, 
un'ala ed un braccio elegantissimo di un Cupido, un cembalo e tre campanelli. 

4. Oggetti in ferro. — Un arnese nuovo e curioso a lungo manico, forse per trasportare la 
brace, ed una gran forbice. 

5. Oggetti in vetro. — Una grande e bella sottocoppa azzurra, disegnata con gusto squisito; 
frammenti preziosi di piatti, di vetro azzurro e di vasetti imitanti le tinte graziose e cangianti dell'agata 
sardonica; una caraffa quadrilunga, la maggiore di quante ce ne abbia tramandato l'antichità, una 
coppa ed un vasetto a palla col collo stretto e con due manichclti. 

6. Oggetti in creta. — Molte lucerne, una ancora col lucignolo, ed altre coi bassorilievi di 
un Gallo, di una Diana e di un Amorino che reca sulla spalla un bastone da cui pendono due sec- 
chielli; molte anfore peir la conservazione del vino e dei liquidi, pignatte, canabi (paiuoli per la 
manipolazione del latte), ecc. 

7. Oggetti misti. — Un'erma di Bacco barbuto, in marmo; un fuso ed alcuni dei sòliti tubetti 
■forati in osso, che adoperavansi forse per lavori donneschi; una spugna, una scopa simile alle moderne; 
una gran tela ripiegata più volte ed ogni sorta di masserizie. 

Sopraccolti dalla tremenda eruzione vesuviana, gli abitanti di Ercolano fuggirono in fretta 
portando con sé i penati e gli oggetti più cari e preziosi e lasciando nella sepolta città tutto ciò che 
siamo venuti dinumerando e che fu tratto in luce dopo ben diciotto secoli! 

Casa dello Scheletro. — Cosidctta perchè vi si rinvenne nel secondo piano uno scheletro umano 
con a fianco un vaso di bronzo, nel quale erano monete d'oro e di argento. Un'antiporta con una 
stanza per il servo, intrometteva in un ati'io toscano. A sinistra, un Iriiiinio pei bancliclli ed una 
aiuola pei fiori ; a destra alcune stanze da letto ed un corridoio che conduceva ad una salelta pei 

34 — La Patria, voi. IV. 



2GG Parie Quarta — Italia Meiidionale 



pranzi familiari, ad un gabinetto dipendente, alla cucina e suoi acccssoni. L'appartamento sopra- 
stante presenta una specie di portone aperto sul cortile. »" 

Scoperte recenti. — Nel 1852, i Principi Imperiali di Russia venuti a Napoli ebbero vaghezza 
di assistere in Ercolano ad uno scavo improvvisato per appagare la loro curiosità. Fu scoperto un 
Lararium, o tempietto domestico, perfettamente conservato. La vòlta era intatta e il soffitto (lacuiia- 
rìum) ornato di bei dipinti, ora interamente distrutti ; le pareti rivestile di marmi a colori. 

Si raccattarono due teste di statue marmoree, una di un Fauno inghirlandata di pino, l'altra di 
un giovane Mercurio con capegli ricciuti ed alette sporgenti sulla fronte, di ottimo stile, che rammenta 
la testa del Mercurio in bronzo, capolavoro anch'esso di Ercolano, che può stare a paro con quanto 
l'antichità ci ha trasmesso di più bello, di più vero ed espressivo. Si rinvennero anche unguentarii 
e lucerne in terracotta, una con un gallo in bassorilievo; monete di argento di P. Emilio Lepido, 
col tipo di Perseo re di Macedonia, altre di Augusto e di Tito; una in bronzo di Claudio con l'anno 
trionfale e la leufffonda De Brilannis. 

Nel marzo del successivo 1853 si diede mano ad un nuovo scavo verso la spiaggia e furono 
scoperte ampie sale divise in vari compartimenti. Erano di grande estensione e di altezza ragguar- 
devole, notevoli per solidità, arte e buona conservazione. Giudicaronsi indubbiamente officine di 
qualche edifizio pubblico, forse Yanneniarium navale di Ercolano, ove stavano i classiarii (soldati 
di marina romani), luogo ricordato da Strabene, da Sisenna e da altri autori, sin dai tempi di 
Augusto e di Tito. Vi si trovarono varii scheletri umani, e presso a grandi focolari le ossa di varii 
animali che avevano forse servito alla mensa del giorno innanzi. 

Nell'aprile del 1855 ripigliaronsi gli scavi appunto presso i suddetti focolari e in un luogo fuori 
dcU'abiiato, si ritrovò nel tufo una casseruola di rame, prova evidente che il fango vulcanico eruttalo 
dal Vesuvio, trasportò seco nel suo dilagare tutte le cose mobili che incontrò. 

Nel 18G8 furono tratti in luce nuovi edifizi e nel 1880 furono scoperte in vicinanza della città le 
rovine di un grande stabilimento balneario e degli edifizi che il circondavano. 

Ville nei dinlorni d'ErcoIano. — Non mancarono al fermo le ville nell'antichità in un luogo così 
delizioso e fra le altre credesi vi sorgessero quelle di Peto e di Quinto I^nzio romano, aggiudicate 
a Servilia madre di Bruto, da Cesare che ne era l'amante. Ilimane eziandio una languida rimembranza 
della Villa dei Cesari, che Caio Caligola, salito sul trono imperiale, fece atterrare per esservi stata 
custodita da Tiberio, per frode di Sejano, la madre Agrippina ch'ei relegò poi nell'isola Pandataria 
( Ventotene). Questa villa era sul mare e i naviganti ne additavano i ruderi ricordando le scelleratezze 
tiberiane e il perchè fu distrutta. Avanzi di ville antiche suburbane scorgonsi ancora al di d'oggi sul 
pendio del Vesuvio in un luogo detto Agli ulivi dei Monaci. 

Bibliografia d'KrcoIano. — Molto fu scritto intorno Ercolano e gli scavi, dei quali, com'anco 
delle scoperte trovasi un'ampia relazione nelle Piime scoverte di Ercolano, del Venuti (Roma 1748) 
e nell'opera più recente di Jorio : Notizie sugli scavi di Ercolano (Napoli 1827). Le opere d'arte ed 
altri monumenti scoperti son figurati e descritti nella magnifica opera : Le antichità di Ercolano,'m 
8 volumi in-fo, pubblicati a Napoli (1757-1792). Le iscrizioni furono pubblicate dal Mommsen nella 
Inscr. Regn. Neap., pagg. 122-127, ed una relazione sui Papiri si trova premessa all'opera intitolata 
Ilerculanensium volumimim quae supersunt. Una relazione sommaria dei risultati generali trovasi nel 
Viaggio ad Ercolano, del Romanelli (Napoli 1811). Anche l'iiccaf/em^a Ercolanense molto pubblicò 
intorno Ercolano. — Fra le opere più recenti citeremo Ercolano, di Carlo Bonucci, con figure 
(Napoli 1835), e la Villa ercolanese dei Pisani, di Comparetti e de Petra (Torino 1883). 



Mandamento di SANT'ANASTASIA (comprende 4 Comuni, popol. 14,538 ab.)- — 
Territorio fertilissimo, confinante a est con quello di Somma, a nord con quelli di 
Cisterna e Pomigliano d'Arco, a ovest col territorio di Troccliia e a sud col Vesuvio. 

Sant'Anastasia (7286 ab.). — A 150 metri di altezza e a 10 Va chilometri da Napoli, 
alle falde del monte Somma che circonda il Vesuvio. Giace in aria salubre, raccoglie 
vini squisiti, frutta, cereali, ecc., ma va soggetto di frequente alle eruzioni vesuviane. 



Manilnmetili e Comuni del CìrconJario di Napoli 2G7 

Poco lungi dal paese e sulla strada postale che va a Napoli, ammirasi il grandioso 
ex-convento dei PP. Predicatori Riformati di San Severo. 

Coli, elelt. Napoli VII — Dioc. Nola — P- e T. locali, Str. ferr. a Napoli. 

Cercola (3011 ab.). — A 79 metri d'altezza, a 4 chilometri da Sant'Anastasia e a fi '/^ 
da Napoli, con vetture per Ottajano e omnibus della Società dei tramvia da Napoli a 
Sant'Anastasia. Tessitorie e fabbriche di botti. 

Coli, elett. Napoli IX — Dioc. Napoli — P^, T. e Str. ferr. 

Pollena Trocchia (2150 ab.). — Trovasi a 149 metri d'altezza e a chilometri 2 V-2 
da Sant'Anastasia, in situazione amenissima e in territorio fertilissimo, alle falde del 
monte Somma. Vino generoso e molto ricercato {Lagrima del Vesuvio) e frutta in 
copia di cui si fa smercio a Napoli. 

In vicinanza è la celebre villa Santangelo, trasmessa dall'illustre giureconsulto 
Francesco Santangelo ai suoi figliuoli, uno dei quali, il marchese Santangelo, ministro 
segretario di Stato, fece rifare quasi di sana pianta la casa arricchendola di stupende 
opere d'arte. Citeremo fra le altre cose i freschi del peristilio nei quali l'illustre pittore 
Maldarelli riprodusse, con gran maestria di pennello e bellezza mirabile di colorito, 
i freschi scoperti a Pompei. La villa è anche doviziosa di piante rare e con giardini 
amenissimi, ricca di statue e di altri ornati in marmo. 

Coli, elett. Napoli lU — Dioc. Napoli — P^, T. e Slr. ferr. 

San Sebastiano al Vesuvio (2091 ab.). — A 173 metri d'altezza e a chilometri 3 V2 
da Sant'Anastasia, alle falde del Vesuvio ed al principio di una delle quattro strade 
che vi conducono, la più lunga se vuoisi ma la meno impervia e malagevole. Aria 
salubre, chiesa parrocchiale e parecchie case di bell'aspetto. Territorio fertilissimo 
i cui prodotti principali consistono in vino e frutta squisite, olio, cereali e bestiame. 
Coli, elett. Napoli III — Dioc. Napoli — P^ T. e Slr. ferr. a Cercola. 

Mandamento di SOMMA VESUVIANA (comprende il solo Comune di Somma Vesu- 
viana). — Territorio amenissimo e fertile principalmente di vini e frutta saporitissime. 

Somma Vesuviana (8511 ab.). — Sorge a 177 metri di altezza, a 14 chilometri da 
Napoli, alle falde del monte Somma, del quale già abbiam trattato nella descrizione 
del Vesuvio. Come abbiam visto, il monte Somma (1137 m), la seconda vetta vesuviana 
che ancora a' tempi di Augusto era la sola, forma ora una cresta semicircolare che 
ricinge il vulcano come cratere sprofondato, con pareti quasi verticali. La salita al 
monte Somma è interessante tanto per le vedute quanto pei minerali e le piante 
che vi s'incontrano. La si può far da tre punti: da Massalubrense, da Ottajano e da 
Somma Vesuviana. Quest'ultima è la preferibile. Si sale per un ampio sentiero incas- 
sato fra i vigneti a Santa Maria del Castello (4.35 m.) luogo di pellegrinaggio, con 
superba veduta dal terrazzo della chiesa, sull'orlo di una gola da nord a sud detta il 
Bagno del Purgatorio. Si scende quindi in questa gola a destra della scala che conduce 
alla chiesa e si sale di là fra i castagni a Croce (112G m.), luogo assai frequentato dai 
campagnuoli ed, alcuni minuti più lungi, alla cima donde godesi di un panorama gran- 
dioso del Vesuvio, dell'Atrio del Cavallo a sud e delle montagne a nord e a est. Si può 
scendere di lassù nel gran torrente di lava dell'eruzione del 1872 nel Fosso della Vetrana 
e più faticosamente all'Osservatorio vesuviano. 

In Somma, capoluogo del mandamento, vcggonsi ancor quattro porte, varie torri e 
gli avanzi delle mura fatte edificare da Ferdinando I d'Aragona (1458-94) re di Napoli. 
Primeggia fra le chiese la collegiata per ricchezza architettonica ed ornamenti artistici. 
Degli altri edifizi voglionsi ricordare il castello e l'ospedale. 

Cenni storici. — Negli antichi tempi essendo le città di Neapoli e di Nola venute a 
contesa pei confini, fu chiesto l'intervento di Roma; ma Q. Fabio Labeone, inviato dal 



2G8 Parte Quarta — Italia Meridionale 

- ■ - I I ■ I ■ ■ .. — — ■ ■ ■ I ■■ »■■■ ■ Il ■ j^ 

Senato per comporre la vertenza, s'impadronì invece del territorio contrastato e vuoisi 
vi sorgesse poi un pagns, o comune rurale, la Somma Vesuviana odierna. Adescati 
dall'amenità del luogo Alfonso I di Aragona e Ferdinando I vi si recarono a dimoi'a. 
Nel giugno del 1794 Somma fu distrutta quasi interamente da un'eruzione del 
Vesuvio. Le ceneri, le scorie e i lapilli vi formarono uno strato alto circa un metro 
che cagionò lo sfacelo di una gran parte degli edilizi e l'arsione delle piante. L'acqua 
che venne poi giù a torrenti compì la rovina dell'abitato e della campagna e con essa 
e con le materie eruttate dal Vesuvio si formò una crosta così compatta che anche 
oggigiorno rende impossibile in certi luoghi la coltivazione. 

Coli, elett. Napoli VII — Dioc. Nola — P^ e T. locali, Str. ferr. a Napoli. 

Mandamento di TORRE DEL GRECO (comprende il solo Comune di Torre del 
Greco). — Il territorio, della superficie di chilometri quadrati 42.47, si stende sul 
declivio sud-ovest del Vesuvio fino al mare e fra i Comuni hmitrofi di Resina e Torre 
Annunziata, a ponente e levante, per una lunghezza di 9 chilometri. La posizione 
ridentissima e la temperatura mite ed asciutta rendono rinomata Torre del Greco 
come stazione climatica di prira'ordine. Il grande Ospedale degli Incurabili di Napoli 
vi ha una succursale fin dal 1586, 

Il suolo vulcanico offre singolare interesse al geologo, per i differenti strati di 
detriti alluvionali, di lave, ceneri, sabbie, lapilli, pozzolane e terreni, che le successive 
eruzioni del Vesuvio hanno, col seguirsi dei secoli, sovrapposti sulla sottostante pri- 
mitiva calcare apennina. I terreni, fertilizzati già dalle ceneri vesuviane e ben colti- 
vati, sono ubertosissimi. La coltura si fa intensiva : a vigneti, frutteti e legumi sulle 
pendici; ad orti nel piano, verso il mare. Tutti i prodotti del suolo sono eccellenti. 
Le gustosissime e succulenti uve danno vini prelibati, che non la cedono a quelli del- 
l'Arcipelago Greco. È famoso il Lacrynia Christi, che si esporta per tutto il mondo. Le 
limpidissime acque marine, che lambiscono gli scogli di lava della pittoresca spiaggia, 
danno una pesca abbondantissima delle migliori varietà di pesci, molluschi e crostacei. 
Torre del Greco (40,971 ab., al 31 dicembre 1895). — Per la grande 
vicinanza di Napoli, di cui potrebbe dirsi l'estremo rione orientale, essendo 
ad essa collegata con la serie ininterrotta di fabbricati di Resina, Portici 
e San Giovanni a Teduccio, Torre del Greco non è da tutti conosciuta 
come cospicua città qual'è, la più popolata del circondario. Essa siede 
in riva al mare, nel mezzo del golfo, guardando a destra Napoli, con la 
collina incantevole di Posillipo, a sinistra Castellammare, con le scoscese 
montagne della penisola sorrentina. Di fronte, l'azzurro infinito del 
mare, protetto dalle immani fortezze naturali delle isole di Capri ed Ischia, completa 
lo splendido panorama del golfo. 

Torre del Greco trovasi sulla strada provinciale Napoli-Salerno ed è attraversata 
dalla ferrovia mediterranea, che la unisce con Napoli, con Castellammare, con Caserta 
e colle Calabrie. Dista 12 chilometri da Napoli e 16 da Castellammare. Le sue allegre 
case incominciano dalla ridente spiaggia e si addossano per un paio di chilometri 
fin sulle alture dei Cappuccini, posizione saluberrima rinomatissima per la villeggia- 
tura, cospargendosi poi, come vaghi e variopinti fiorellini di prato, per ogni poggio 
del Vesuvio, fin sulle più alte e selvaggie pendici, dove, fra le brulle lave, si coltiva 
ancora il pomidoro, nell'arida cenere, e regna sovrana la profumata ginestra che ispirò 
il bel poema al Leopardi, venuto anch'esso in questo delizioso soggiorno a sollevare 
la malferma salute ed a ritemprare lo spirito. 

Descrizione. — Più volte sterminata dagli immani incendi del sovrastante Vesuvio, 
distrutta quasi completamente dalle memorande eruzioni del 1631 e 1794, Torre del 
Greco, quale novella fenice araba, risorse sempre più bella e più irospera dalle 




Mandamenti e Comuni del Cìi'condario di Napoli 



269 



fumanti sue ceneri. Ben si appone perciò, nel sno stemma, il motto: Post fata resurgo. 
Ed ora più che mai è diventata una grande e bella città, di oltre 40,000 anime, 
numero perfettamente raddoppiato dal 1860 (1). 

L'odierna città è in gran parte costruzione di questo secolo, specialmente dopo 
l'ultima rovina subita per l'eruzione dell'S dicembre 18G1, i cui danni furono leniti 
dai fraterni soccorsi inviati da ogni parte 
d'Italia, allora unita sotto il vessillo nazio- 
nale. Il centro dell'abitato conserva però 
ancora alcune chiese e qualche edilìzio dei 
secoli XV, XVI, XVII e XVIII, superstiti 
delle citate eruzioni ; nel contado sonvi tre 
chiese, la cui origine si fa rimontare ai primi 
tempi del Cristianesimo; al lido si esuma- 
rono e si scavano tuttora cospicui avanzi 
romani. 

La città è divisa in due centri di vita: 
la parte bassa della marina col porto, il can- 
tiere navale e la ferrovia ; la parte alta col 
Municipio, i pubblici uffizi, le scuole, la par- 
rocchia di Santa Croce, il teatro, le manifat- 
ture e gli innumerevoli villini che si perdono 
fra la rigogliosa vegetazione dei giardini. 

L'ingresso della città è l'ameno viale Vit- 
torio Emanuele, detto il Miglio incantalo, 
sulla cui sinistra si trovano eleganti hdleìs 
e pensioni. Questo corso dirama a sinistra 
la strada di circonvallazione che va ai Cap- 
puccini, poi si biforca a Capotoire in due 
vie, il corso Avezzana e la via Principe Ame- 
deo, che percorrono in tutta la lunghezza il 
centro della città, ricongiungendosi alla parte 
opposta di essa, alla piazza del Popolo, dove 
sorge un monumento di bronzo a Giuseppe 
Garibaldi (fig. 172). La via Principe Amedeo 
segue l'antico tracciato e mette al largo di 
Santa Croce (à 26 m. sul livello del mare), 

che è il centro della vita terrose. Qui l'occhio resta subito colpito dal contrasto del 
maestoso e candido aspetto della chiesa parrocchiale di Santa Croce e del bruno e 
tozzo campanile, di austera architettura barocca a robusti bugnati di lava basaltica 
e mattoni (fig. 173), sul quale una lapide ricorda ai posteri ch'esso solo restò immoto 
testimone e segnacolo dell'immane rovina della città nella notte del 15 giugno 1791', 
travolta da una spaventevole enorme fiumana di fuoco, che, giunta improvvisa sullo 
abitato in sole tre ore e mezza, andò a spegnersi nel mare, formando quell'avanzata 
scogliera detta La Scarpetta, che chiude a levante il porto. La sontuosa parrocchia 
antica di S. Croce, del XVI secolo, sparì perciò in quel lago d'ignea lava, che circondò 




Fig. 172. — Torre del Greco: Monumento in 
bronzo a Giuseppe Garibaldi (da fotografia 
De Vita). 



(1) Tutta la spiaggia vesuviana, ma specialmente fra Resina e Torre Annunziata, porge testi- 
monianza delle periodiche devastazioni vulcaniclie; il che non toglie che la lìojiolazione vi si 
addensi ogni dì i)iù, sì che calcolasi che da San Giovanni a Teduccio a Torre Annunziala essa 
superi le 100,000 anime. Dalle ripetute distruzioni di Torre del Greco venne il detto popolare: 
Napoli fa i peccati e la Torre li sconta. 



270 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



il campanile, lasciandolo, quale ora si vede, a metcà sepolto. L'attuale chiesa è bellissima 
costruzione del principio di questo secolo, di castigata architettura corinzio-romana. 
Ha una Collegiata di canonici. Conserva l'amministrazione laica, privilegio concesso 
ai Torresi da papa Leone X con Bolla del 10 luglio 1517. 




Fig. 173. — Torre del Greco: Ctiiesa Collegiala di Santa Croce con l'antico campanile, 
a metà sepolto nella lava del 1794 (da fotogr. del dilettante G. IVIagliacane). 



Del secolo XVI sono restate le chiese: dei Cappuccini col rispettivo convento (I); 
Santa Maria di Costantinopoli; la chiesa degli Incurabili ed il convento del Carmine (2), 
la di cui chiesa, distrutta dall'eruzione del 1631, è posteriore. Del XVII secolo sono: 
Santa Maria delle Grazie a Capotorre, col convento (3); Santa Maria del Carmine, 
Santa Teresa, San Michele. Quest'ultima, essendo stata invasa dalla lava del 1794, ha 
il livello del pavimento molto superiore a quello di fondazione, rendendo sproporzionato 
l'ambiente come ora si trova. 

Di edilizi civili il piìi antico e più storico è il Municipio, che fu già il castello 
baronale nel medioevo e prediletta dimora di re Alfonso d'Aragona, il quale lo rese 
famoso per il celebre suo amore con la bellissima Lucrezia d'Alagno, donzella d'alto 
senno, di cui quel sovrano fece sua diletta compagna per tutta la vita e ne fu tanto 
invaghito che avrebbe perfino ripudiato la regina Maria per isposarla, se papa Cal- 
listo III non l'avesse impedito, benché consanguineo di Lucrezia. Nella strada Piscopia 
v'è ancora la casa da lei abitata, oggi casa Balzano, con dietro i giardini che hanno 
lasciato la denominazione di tre vicoli attigui, detti Orto della Contessa. 

Il più vetusto edifizio di Torre del Greco è la piccola chiesa privata di San Pietro, 
nella campagna a ponente della città e nella regione detta Cnlastro, di cui si ha 
menzione in un documento del 1120; ma una remota tradizione ne fa rimontare la 



(1) Ora sede dell'Orfanotrofio municipale della SS. Trinità. 

(2) Ora sede della R. Scuola d'incisione sul corallo e delle Scuole municipali. 

(3) Ora sede del Ritiro e dell'Asilo della Visitazione. 



ivianaamenii e uomuni aei uirconaario ai i\apoii 



:yi 



origine al tempo di San Pietro, che venendo dall'Antiochia sarebbe calato (1) su 
questa spiaggia e vi avrebbe celebrato la prima messa. La stessa antichità si attribuisce 
all'altra chiesa, poco discosta, di Santa Maria del Principio. 

Antichità romane. — Fin dal XVII secolo, lungo questo lido tanto sconvolto dai 
fenomeni vulcanici, vennero in luce avanzi di costruzioni e scolture ed oggetti romani, 
tanto che F. Balzano, storico torrese di quel tempo, credette Torre del Greco essere 
l'antica Ercolano. I più importanti scavi fatti nel 1796 per ordine di Francesco I, 




'^^^25^ 



Fig. 174. — Torre del Greco: Avanzi delle anticheTerme romane (da fotografia 
dei dilettanti G. Magliacane e C. Mazza). 



scoprirono un complesso interessantissimo di edilizi con una via e si rinvennero pre- 
ziose opere d'arte, tra cui il Fauno (in marmo) e V Ercole che rincorre la cerca (in 
bronzo), che sono tuttora due gioielli del Museo Nazionale di Palermo ; un Mercurio 
(in bronzo), ecc. Dal 1841 al 1843, aprendosi la trincea per la ferrovia Napoli-Torre 
Annunziata, si tagliò nel mezzo un grandioso editizio a più piani, con musaici ed 
affreschi, statue e vasi in bronzo, che si reputò essere la Villa Giulia Imperatoria, 
menzionata da Seneca. 

Presso queste rovine il colonnello Novi scoperse, nel 1881, lo stadio di una gran- 
diosa Terma-ginnasio (tig. 174), con statue, bronzi, unguentari ed impronte fedelis- 
sime di ossa, lucertole, foglie, pantofole ricamate, ecc., formate da quel fango liquido 
vulcanico che, nell'anno 79, distrusse Pompei, attraversò questa regione e giunse fino 
ad Ercolano, travolgendo ogni cosa. 

Il Novi deduce perciò essere Torre del Greco l'antica Oplonti. Ammesso che ogni 
quattro miglia napoletane equivalgono a cinque antiche, osservando la Tavola Peu- 
tingeriana si desume che VOplontide, posta tra Pompei ed Ercolano, distava da que- 
st'ultima per 2 miglia napoletane, la quale distanza si confà ])recisamente al sito 
dove oggi sorge la Torre del Greco, ciò che affermano anche gli annotatori di quello 
importante documento geograffco, pubblicato nel 1591, nota ix. 

Fontana pubblica. — Alla marina, sotto il castello baronale, vi è la fontana e lava- 
toio pubblico (fig. 175), le di cui abbondantissime e fresche acque, zampillanti da un 



(1) Da ciò si è congetturalo aver quel sito preso nome di Culastrum dal verljo latino chalarc. 



!272 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



centinaio di cannelli, provengono da un fiumicello sotterraneo che attraversa la città 
e di cui finora non si è rintracciata la sorgente. 

Porto. — Esso è artificiale ed incompleto ancora, classificato di seconda categoria, 
quarta classe. Il massiccio molo misura presentemente 420 metri, con una banchina 
di 6 metri, tutto fabbricato in basalto, scavato sul luogo stesso da quell'enorme massa 
di lava formata dal fronte dell'immane fiumana di fuoco della tremenda eruzione 
del 1631, avanzato nel mare, in quel sito detto Calastro, e che è un meraviglioso 
esempio del raffreddamento della lava a forma prismatica (fig. 176). Il circondario 




Fig. 175. — Torre del Greco: Lato orientale della Fontana pubblica di acqua sorgente, 
d'ignota provenienza (da fotografia del dilettanti G. Magliacank e G. Mazza). 



marittimo di Torre del Greco contava, al 31 dicembre 1895, ben 412 bastimenti nazio- 
nalizzati, di cui due in acciaio, del complessivo stazzamento di 17,107 tonnellate. 

Cantiere. — ■ Sulla grande spianata della Scarpetta vi è il cantiere navale. Si con- 
tano 12 carpentieri costruttori, di cui 2 classificati costruttori di seconda classe. Vi 
si varano brigantini, golette, trabaccoli, tartane, cutter, ecc., fino allo stazzamento di 
500 tonnellate. 

L'industria del corallo. — Torre del Greco deve il suo grande incremento alla 
speciale e secolare industria della pesca e della lavorazione del corallo, di cui è tut- 
tora il centro d'esportazione mondiale. Si può affermare che l'intiera popolazione è 
addetta a quest'industria, la quale, malgrado la grave crisi attraversata in questo 
decennio, per l'esuberanza del prodotto della pesca negli immensi e ricchissimi banchi 
coralliferi scoperti, nel 1880, nei mari di Sciacca, è sempre il cespite della prosperità 
commerciale terrose. La classe industriale e quella operaia sono attivissime. Tutti 
lavorano, maschi e femmine, dalla più tenera alla piìi tarda età, poiché la speciale 
organizzazione e divisione del lavoro permette che venga distribuito in tutte le 
famiglie, anche nelle proprie case, in modo che puossi asserire non esservi stanza 
in Torre dove non si lavori il corallo. 

L'industria artistica e la Regia Scuola d'incisione sul corallo. — E specialità dei 
Torresi la geniale arte del fare cammei ed altri ornamenti in corallo, in lava ed in 
conchiglie ad imitazione delle pietre dure, in cui si dimostrano artisti pieni di slancio 
e di spigliata disinvoltura. Questa produzione, il cui mercato si fa dai negozianti di 
Napoli, è giunta alla perfezione mercè l'opera della Regia Scuola d'incisione sul corallo, 



Mandamenti e Comuni del Circondario dì Napoli 



ìtrò 




Fig. 176. — Torre del Greco: Cava di basalto sulla spiaggia di Calaslro, foimata dal fronte 
di lava della tremenda eruzione del 1631 (da fotografia). 



fondata dal Governo con regio decreto del 1878, istituto fiorentissimo che conta circa 
200 alunni e si è affermato splendidamente a tutte le Esposizioni a cui mostrò i suoi 
prodotti, ottenendo ultimamente quattro medaglie d'oro a quelle di Torino, Palermo, 
Genova e Sorrento. 

Museo del corallo. — Per meglio incoraggiare l'industria artistica la Scuola d'in- 
cisione ha istituito un'officina per la produzione ed il commercio di oggetti artistici 
di novità e sta fondando anche un Museo del corallo, che sarà unico nel suo genere 
ed una singolare attrattiva della città. 

LHndmtria delle spugne. — Nell'ultima annata 1895 molti armatori torresi hanno 
intrapreso, per la prima volta, la pesca delle spugne a Lampedusa, con soddisfacente 
risultato, inviandovi ben 54 trabaccoli, legni a due alberi con 5 uomini d'equipaggio. 
Le barche coralline richiedono invece 12 marinai, oltre il comandante. Delle 111 man- 
date alla pesca del corallo nel 1895 ben 97 si recarono nelle acque di Sciacca, dov'è 
tuttora sempre abbondantissimo. La pesca dura da marzo ad ottobre, otto mesi di 
disagio e di privazioni, in mezzo alle tempeste dell'alto mare, a cui soltanto si adatta, 
da secoli, l'intrepido pescatore torrese. 

L'industria delle perle. — Nel 1888 fu tentata da un coraggioso armatore torrese 
la pesca delle perle nei mari di Massaua, che sarebbe stata molto proficua, ma i 
marinai torresi non poterono resistere quel torrido clima. Ne ritenterà la prova. 

Cave di lava e di pozzolana. — Le sterminatrici pioggie di lapilli ed i torrenti 
ignei di lava vomitati dalle viscere del Vesuvio hanno formato una ricchezza pre- 
sente del suolo torrese, servendo come i migliori materiali di costruzione. Fra le altro 



35 



La Patria, voi. IV. 



274 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



esistono in Torre un'immensa cava di pozzolana ed una grande cava di lava nel sito 
detto Villa Inglese, con trazione a vapore e scalo marittimo, a cui approdano i pontoni 
che, uniti in treno, vengono rimorchiati da vaporetti. 

Scuole ed Istituti. — In Torre del Greco vi è un Osservatorio meteorico, un Gabi- 
netto chimico, un Teatro comunale. Conta sei Scuole municipali urbane e quattro rurali, 
in tutto venticinque classi, nonché varii privati istituti ed atenei. Sonvi tre Banche di 

credito e l'importante Associazione d'assicura- 
zione della marina, che a tutto il 31 dicembre 1895 
contava 123 legni assicurati e 155 associati e 
pagò di danni ben 82,284 lire nel solo 1895. 

A nessuna seconda nelle opere di benefi- 
cenza. Torre del Greco, oltre la Congrega di 
carità, ha tre Conservatori educativi per giovi- 
nette, un Asilo d'infanzia, il Monte dei marinai 
e sette Società operaie di mutuo soccorso, di 
cui quella dei Corallai e di Arti e Mestieri, rico- 
nosciute enti morali. 

Cenni storici. — Quali fossero i primi abita- 
tori di questo ridente lido non può con certezza 
affermarsi, perdendosi tali nozioni nelle favole 
mitologiche. Le antichità venute fuori dal 1688 
fino ad oggi, noverate dal colonnello Novi in due 
sue dotte Memorie lette all'Accademia Ponta- 
niana di Napoli (voi. xvi e xxv) testimoniano che 
ivi visse una civiltà identica a quella dei Pom- 
peiani e degli Ercolanesi e fanno ritenere essere 
quello il sito dell'antica 0/?Zow^2, ancor sepolta. 
La leggenda dello sbarco di S. Pietro al sito 
detto Calastro vi fa nel contempo rimontare ai 
primordi dell'era volgare i primi germi della 
nuova civiltà cristiana, che ivi avrebbe avuto 
principio per diffondersi poi a Napoli, a Poma 
e quindi in tutta Europa. La terrifica eruzione 
del 79, che seppellì con Pompei ed Ercolano anche 
questo paese, mise un fitto velo sulla sua storia, 
sulla sua esistenza. Soltanto nel VI secolo (1) si ha menzione di Sola e nell'VIII secolo 
di Calastrum,d\ie villaggi sorti su queste amene spiaggie, sempre devastate dall'igni- 
vomo monte, e che a sua volta dovettero scomparire sotto le lave dell'eruzione del 1306. 
L'attuale Torre del Greco credesi fondata da Federico II nel secolo XIII fra Sola 
•e Calastro ed era allora conosciuta col nome di Turris Octava, come quella che era 
l'ottava torre sulla spiaggia da Napoli a Castellammare, fortificata con frequenti torri 
per premimirla dalle sorprese dei barbari e dei Saraceni. Incominciò a chiamarsi 
Torre del Greco nel secolo XIV, come rilevasi in un diploma di Carlo duca di Calabria 
del 1324, e pare che in quel tempo la città di Napoli facesse dono di quei terreni e 
del soprastante Vesuvio alla Cattedrale napoletana. Giovanna II la diede in pegno, 
prima al suo favorito e gran siniscalco Sergianni Caracciolo per un prestito da lui 
■avuto, poi al celebre Antonio Carafa, detto Malizia, per un altro prestito fattole. 

Succeduto sul trono di Napoli Alfonso d'Aragona e passata la Torre del Greco al 
suo dominio ne fece sua prediletta dimora e la restituì poscia in feudo a Francesco 




Fig. 177. — Torre del Greco: Uno dei 
famosi altari in fabbrica incrostata di 
corallo, eretto nel 1895 per la tradi- 
zionale e celebrala festa del riscatto 
baronale, avvenuto nel 1 099 con l'obolo 
spontaneo dei cittadini (da fotogr.). 



(1) Belisario chiamò gli abitanti di Sola a ripopolare Napoli da lui espugnata e saccheggiala. 



Mandamenti e Comuni del Circondario dì Napoli 



275 




FJg. 178. — Torre del Greco: Uno dei famosi allari in parati, eretto nel IS93 ?ulin jiiazia 
del Popolo per la festa tradizionale del riscatto baronale (da foti gr. Martoae). 



Carafa, primogenito del suddetto Antonio, creandolo capitano di Torre del Greco, i 
cui discendenti ne tennero fino al 15GG la baronìa. In quell'anno essa passò al duca 
di Torremaggiore ; nel 1574 fu ceduta a Marcello Caracciolo di Casalbore e da costui 
nuovamente alla famiglia Carafa, allora principi di Stigliano. Estintasi senza eredi 
quella casa. Torre del Greco fu donata, da Carlo II, alla contessa di Berlips e da 
questa ceduta a Don Mario Loffredo, che fu l'ultimo castellano ; poiché i cittadini tor- 
resi, stanchi del dominio baronale, ne comprarono il titolo con l'obolo pubblico e si 
ressero da loro con governo popolare fino all'avvento di Giuseppe Bonaparte al Regno 
di Napoli, allorché Torre del Greco diventò municipio. 



276 Parie Quarta — Italia Meridionale 



Del memorando loro riscatto dal dominio baronale i Torresi conservano orgoglioso 
ricordo e ne celebrano l'anniversario con la famosa festa civile e religiosa dei Quattro 
altari, nel giorno dell'ottava del Corpus Domini. Con singolare ardimento si ergono 
per quella festa maestosi ed altissimi altari, taluni in muratura, rivestiti completa- 
mente di musaici in corallo e pietre ed adorni di affreschi. Le figure 177 e 178 rap- 
presentano appunto due di quei magnifici altari, eretti, uno nel 1893, l'altro nel 1895. 
Nelle chiese, i giovani artisti fanno ammirare sorprendenti tappeti istoriati, tutti ese- 
guiti con fiori e foglie vere, e la città resta per due notti trasformata dalle artistiche 
luminarie, ora in un magico paese orientale, ora in capriccioso giardino cinese, ora 
in romantica città medioevale. Vi accorrono annualmente circa centomila forestiei'i. 

Uomini illustri. — Torre del Greco ha dato i natali a vari ingegni preclari nelle 
scienze e nelle lettere, tra cui Nicola Cirillo, giureconsulto, e Francesco Balzano, poeta 
popolare e scrittore nel secolo XVII. Ma chi piìi si rese illustre fu il celebre natu- 
ralista Gaetano De Bottis, vissuto nel secolo XVIII, che fu dottissimo professore nella 
Università di Napoli. 

Coli, elelt. Napoli IX — Dloc. Napoli — P^ T., Slr. ferr. e Scalo marillimo. 




277 



II. - Circondario di CASORIA 



Il circondario di Casoria ha una superficie di 238 chilometri quadrati. Secondo il 
censimento fatto al 31 dicembre 1881, la sua popolazione era di 139,197 abitanti; essa 
fu calcolata approssimativamente, per il 31 dicembre 1894, in 151,202 abitanti (635 per 
chilometro quadrato). 

Il circondario di Casoria comprende amministrativamente 23 Comuni e nella giu- 
risdizione giudiziaria 21 , dovendosi escludere i Comuni di Mugnano di Napoli e 
Calvizzano, per effetto della legge 30 marzo 1890 aggregati giudizialmente alla pretura 
del mandamento di Marano di Napoli in circondario di Pozzuoli. 

I Comuni del circondario di Casoria — dipendenti dal Tribunale civile e penale di 
Napoli — furono ragguagliati nei seguenti 7 mandamenti giudiziari: 



MANDAMENTI 


COMUNI 


CASORIA 

AFRAGOLA ... . . . 

CAIVANO 

FRATTAMAGGIORE .... 
GIULIANO l\ CAMPANIA . . 
POMIGLIANO D'ARCO . . . 
SANT'ANTIMO . . ... 


Casoria, Arzano, San Pietro a Palierno, Secondlgliano. 

Afragola. 

Caivano, Cardilo, Crispano, 

Fraltamaggiore, Fratlaminore, Grumo Nevano. 

Giuliano in Campania, Melilo di Napoli, Qualiano, Villaricca. 

Pomigliano d'Arco, Gasalnuovo di Napoli, Licignanodi Napoli. 

Sant'Antimo, Gasandrino, Sant'Arpino. 



Il circondario di Casoria, fra il mare, il Vesuvio e i Campi Flegrei, forma parte del- 
l'ubertosa pianura vulcanica della Campania Felice ed è tutto sparso di grossi borghi 
G villaggi notevoli. Oltre Casoria e Caivano sulla strada da Napoli a Caserta, a ovest 
di questa sono da notarsi Giuliano in Campania, Sant'Antimo, Fraltamaggiore; e a 
est, Afragola che provvede Napoli di fragole, e Pomigliano d'Arco. 

In questo circondario merita specialmente menzione il lago di Patria (con un peri- 
metro di chilometri 6 Va)- Sul lago di Patria sorgeva l'antica Litemum (poi Tor di 
Patria), città sulla costa marittima della Campania, fra la foce del Volturno e Cuma. 
Secondo Strabone e Livio era situata alla foce di un fiume omonimo che assumeva 
un carattere stagnante approssimandosi al mare, sì da formare una palude o stagno 
ragguardevole detta Literna Palus, ora lago di Patria, e confinante ai due lati con 
altre paludi. Non è chiaro al tutto se vi fosse colà una città prima dello stabili- 
mento della colonia romana. L'espressione di Livio (xxxii, 29) che quella colonia fu 
inviata ad ostia Literni fluminis parrebbe dimostrare il contrario, quantunque il nome 
di Literno sia mentovato in una maniera che non prova chiaramente che vi fosse 
allora città (Liv., xxni, 35). Ma la notizia in Festo [Praefedurae) che fa menzione di 
Litemum con Capua, Cuma e altre città della Campania fra le prefetture, deve riferirsi 
probabilmente ad un periodo anteriore allo stabilimento romano. 

Sol nell'anno 194 av. C. una colonia di cittadini romani fu stabilita a liiterno con- 
temporaneamente ad un'altra sul Volturno, ambedue della classe detta Coloniae 



§78 Parte Quarta — Italia Meridionale 



maritimae civium, ma poco numerose, non contando ciascuna che trecento coloni. Anche 
la situazione di Literno fu scelta male; il carattere paludoso delle adiacenze la ren- 
deva insalubre, mentre il tratto attiguo lungo la costa era sabbioso e sterile; quindi 
pare non acquistasse mai importanza e Literno non è noto nell'istoria che in grazia 
della circostanza dell'averlo il grande Scipione Africano scelto per suo ritiro quando 
si ritrasse disgustato dalla vita pubblica : a Literno egli terminò i suoi giorni in una 
specie di esilio volontario. 

In un periodo posteriore però. Augusto dedusse una nuova colonia a Literno 
i,Lib. Colon. y^). 235) e. la costruzione fatta da Domiziano della strada conducente lungo 
il litorale da Sinuessa a Cuma, doveva aver per mira di renderla piìi frequentata. Ma 
evidentemente questa nuova colonia non attecchì: sotto l'Impero Romano il suo nome 
è ricordato soltanto dai geografi e negli Itinerarii in connessione con la Via Domi- 
tiana. Apprendiamo però ch'essa esisteva sempre come civitas sin sotto Valentiniano II 
(SiMM., Ep., VI, 5) e fu distrutta probabilmente nel quinto secolo dai Vandali. 

La villa ove Scipione passò gli ultimi anni della sua vita, esisteva ancora ai tempi 
di Seneca (Ep. 86), il quale ce ne ha lasciato ima descrizione particolareggiata : da 
questa si rileva la semplicità del suo aspetto in forte contrasto col lusso e lo splendore 
delle ville di quei tempi. Plinio (xvi, 44-, 5, 85) altresì narra che alcuni degli ulivi e 
dei mirti piantati da Scipione stesso verdeggiavano ancora a' dì suoi. Certo è che 
la sua tomba altresì additavasi a Literno ai dì di Strabone e di Livio, quantunque 
parrebbe che si dubitasse assai che vi fosse sepolto. Il ben noto epitaffio che, secondo 
Valerio Massimo, egli fece incidere sulla sua tomba: _, ' 

I Ingrata Putria ne ossa quidem mea Jiahes 

non poteva pili esistere, al fermo, al tempo di Seneca, il quale trattala quistione come una 
mera congettura, quantunque inclini a credere che l'Africano fu lì realmente sepolta 
e non nella tomba degli Scipioni in Roma (Sen., l. e). ... ; 

Il luogo dell'antico Literno è ora segnato da una torre, di guardia detta Ter di 
Patria e da un villaggiuzzo omonimo, sull'adiacente lago di Patria, che è indubbiamente; 
la succitata Litema Palus. ■ 

Nel circondario di Casoria scorre il Lagno (l'antico Clanis), fiume della Campania 

che nasce nei monti presso Avella e traversa l'intiera pianura Campana per vuotarsi 

in mare a 7 chilometri dal Volturno. Nella prima parte del suo corso bagnava la città 

di Acerra eh' ebbe spesso a soffrire da' suoi straripamenti e ne parla VirgiUo nella 

Georgica (a, 225) : 

Vacuis Clanius non aequus Acerris. 

Altre volte lo stagnar delle sue acque infettava il paese adiacente, per cui nei tempi 
moderni il fiume fu diretto in un canale o corso artificiale detto il regio Lagno ed 
alle volte per corruzione anche VAgno. È diviso in due correnti presso il suo sbocco 
una delle quali va al mare direttamente col nome di Foce dei Lagni e l'altra piglia una 
direzione meridionale e raggiunge o piuttosto forma il suddetto lago di Patria, il cui 
sbocco nel mare, a circa 9 chilometri a sud dalla corrente precedente, chiamasi ora 
la Foce di Patria. È questo evidentemente il predetto antico Literno e par fosse la 
principale, se non l'unica foce del Clanio. 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Casoria 579 

MANDAMENTI E COMUNI DEL CIRCONDARIO DI CASORIA 

APPARTENENTI AL DISTRETTO MILITARE DI NOLA 



Mandamento di CASORIA (comprende 4 Comuni, con una popolazione di 26,727 

abitanti al 31 dicembre 1881). — Vasto e fertilissimo territorio coltivato a viti, gelsi 

^ ed alberi da frutta. Aria salubre, comecché umida non di rado. 

^^^» ^^^°^^^ (9767 ab.). — Capoluogo di circondario, sorge, a 

Py^!^^^^%^ '^^ metri sul livello del mare e a 4 Va chilometri da Napoli 

Wi 1 w ^^^ ^^^^ ^ collegata da una tramvia a vapore sulla grande 

^W/i|J^ ^^ \^M% strada rotabile che va da Napoli a Caserta e a breve distanza 

^w|jf|teLg)^^ dalla ferrovia Napoli-Caserta per Aversa. Casoria ha belle 

^^^^^S^^^ strade, ville deliziose e parecchie chiese, fra cui primeggia 

^^^fej^^s^ quella di San Mauro, con battistero marmoreo di disegno assai 

elegante. Vini, frutta, commercio attivo. 

. Il bilancio preventivo del Comune di Casoria, pel 1889, risulta come segue : 

Attivo Passivo 



Entrate ordinarie L. 203,809 

Id. straordinarie » 4,799 

Partite di giro e contabilità speciali . » 53,358 



Totale L. 261,906 



Spese obbligatorie ordinarie . . . L. 129,359 

Id. id. straordinarie . . » 50,121 

Partite di giro e contabilità, speciali. » 53,358 

Spese facoltative » 29,128 

Totale L. 261,966 



Cenni sforici. — Casoria derivò il nome da alcuna delle voci Casario, Casiera, 
Casa-aurea o Casaurea, che rinvengonsi in varie carte antiche ed essa è di origine 
antica. Nei tempi longobardici chiamavasi Casura. Fu in possesso feudale, fra gli altri, 
d'Isabella, moglie di Giovanni de Cipolla, Carlo di Sanframondo, Giacomo di Costanzo, 
Lucio de Sangro, Lucrezia Brancaccio. Nel 1580 gli abitanti si riscattarono dal giogo 
baronale; ma nel 1631 Casoria fu posta in vendita con altre terre demaniali e i cit- 
tadini furon costretti a sborsar nuovo denaro per rimaner liberi da nuovi padroni 
e rientrar nel demanio pubblico. L'ultimo possessore fu un Fabio Capece Galeota, 
presidente della Regia Camera. 

Uomini illustri. — Nacque in Casoria, il 3 gennaio 1710, il celebre maestro di 
musica Giovanni Battista Jesi, soprannominato il Pei-golese da Pergola nelle Marche, 
donde traeva origine la sua famiglia. Venne in gran fama pel suo classico Stahat e 
per l'opera comica La Serva Padrona. Morì giovane a Pozzuoh il 17 aprile 1736. 
Coli, elett. Casoria — Dice. Napoli — P^ T., Str. ferr. e Tr. 

Arzano (6027 ab.). — In piana ed amena situazione (75 m.), a nord di Napoli, da 
cui dista circa 4 chilometri e 1 Va da Casoria. È una piccola città circondata di casini e 
(li ridenti villeggiature. Nel territorio in pianura e con aria salubre si raccoglie lino, 
canapa e ogni sorta di frutta. Nel secolo X chiamavasi Artianum od Aretianum. 
Coli, elett. Casoria — Dioc. Napoli — P^ e Tr. locali, T. e Str. ferr. a Casoria. 

San Pietro a Patiamo (3052 ab.). — A 78 metri d'altezza, a 3 chilometri a greco 
da Napoli e 1 Va da Casoria, in amena situazione. Territorio fertile e ben coltivato a 
frumento e altri cereali, canapa, lino, viti, gelsi, ulivi, alberi da frutta e pascoli ; 
"parecchie belle villeggiature. Sotto l'imperatore Costantino aveva nome Paternum ed 
•era più popolato in addietro. 

Coli, elett. Casoria — Dioc. Napoli — P^ e Tr. locali, T. e Str. ferr. a Casoria. 



280 Tarle Quarta — Italia Meridionale 



Secondigliano (7881 ab.). — A 99 metri d'altezza, in bella situazione, a 2 Va chilo- 
metri da Casoria e in aria saluberrima che accorda agli abitanti longevità sorpren- 
dente. Strade ampie, regolari e ben selciate, con due piazze illuminate a gas. Bella 
chiesa, con alto campanile ultimato non ha gran tempo, e un Deposto di Croce del 
Vaccaro. Parecchie belle case private, scuole, opera pia. Acqua del Serino distribuita 
a tutte le case e diverse fontane pubbliche. Il paese esisteva sin dal secolo Vili. 

Il territorio è feracissimo e ben coltivato; il gelso, la vite e gli alberi da frutta vi 
prosperano mirabilmente, del pari che i cereali e le ortaglie saporitissime. Pascoli con 
bestiame per l'agricoltura e il macello, e maiali in gran numero pei mercati di Napoli. 
Coli, elett. Napoli VII — Dioc. Napoli — P^, T. e Tr. locali, Str. ferr. a Casoria. 

Mandamento di AFRAGOLA (comprende il solo Comune di Afragola). — Territorio 
in piano, ampio ed ameno, feracissimo in granaglie, canapa di ottima qualità, frutta 
saporite e vini leggierissimi. 

Afragola (19,419 ab.). — Siedo a 43 metri d'altezza, a est della strada da Napoli 
a Caserta e a 1 Va chilometri da Casoria, con un Orfanotrofio femminile detto l'Addo- 
lorata (in addietro castello) e manifatture di cappelli e di seta. 

Cenni storici. — Dicesi fondata nel 1140 per concessione di re Ruggiero fatta ad 
alcuni militi. La regina Giovanna II vi fece edificare un castello (ora Orfanotrofio fem- 
minile), che nel 1495 fu occupato dai Francesi, comprato poi dai Caracciolo del Sole e 
ricostruito nel 1726. Afragola divenne poi successivamente un feudo degli Eboli, dei 
Grappino, di Roberto conte di Altavilla, dei Bozzuto e dei Galeota, finché gli abitanti 
sborsarono nel 1630 una somma al governo per dipendere direttamente da esso. I vil- 
laggi ora distrutti di Arcopinto, Cantonelle e San Salvadore sorgevano nelle vicinanze. 
Coli, elett. Afragola — Dioc. Napoli — P^ T., Str. ferr. e Tr. 

Mandamento di CAIVANO (comprende 3 Comuni, popol. 17,512 ab.). — Fertile 
territorio in pianura, i cui prodotti principali consistono in cereali, canapa, patate e 
frutta d'ogni genere. Vi fanno buona prova anche le viti e i gelsi. Clima mite, ma 
l'aria in certe stagioni è insalubre per la vicinanza del fiume Lagno, nelle cui acque si 
mette in macerazione la canapa. 

Caivano (11,527 ab.). — A 26 metri di altezza, in amena pianura, sulla strada che 
va da Napoli a Caserta e a 9 Va chilometri a greco da Napoli. Scuole e pii istituti. In 
vicinanza v'è il celebre parco di Sant'Arcangelo. Commercio attivo dei prodotti natu- 
rali e del bestiame. La popolazione crebbe in modo notevole, come quella che, nel 1553, 
sommava appena a 1092 abitanti. 

Cenni storici. — Nel medioevo Caivano ebbe varii feudatari, fra gli altri Marino di 
Sant'Angelo. Fu acquistato in seguito da Gian Antonio Marzano, duca di Sessa, il quale 
lo vendè, nel 1452, per 7500 ducati a Cola Maria Brocato da cui passò in possesso 
di Arnaldo Sans. In processo di tempo re Alfonso lo vendè ad Onorato Gaetani, conte 
di Fondi, alla cui famiglia fu tolto sul principio del secolo XVI, per essersi ribellata, 
ma la stessa famiglia lo riacquistò poi dopo ch'era stato dato in dono a Prospero 
Colonna. Venne quindi in possesso successivo delle famiglie Della Caprona, Pignatelli, 
Malusino, Acquaviva, Carafa e Spinelli di Fuscaldo, che l'ebbero col titolo di ducato. 

Uomini illustri. — Nel 1709 vi nacque il naturalista Nicolò Braucci, che pubblicò 
varie opere e promosse la fondazione di un Orto botanico a Napoli, ove fu anche 
professore dell' Università, 

Coli, elett. Afragola — Dioc. Aversa — P^ T. e Tr. locali, Str. ferr. a Fratlamaggiore. 

Cardilo (4643 ab.). — Vuoisi che il nome derivi dall'abbondanza dei cardi. Sta a 
32 metri di altezza, in pianura, con aria salubre e a un chilometro da Caivano. Ricco 
Orfanotrofio maschile e territorio ferace d'ogni sorta di derrate. 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Casoria 281 



Cenni storici. — Cardite sorse nel secolo XIII sulle rovine di un villaggio detto 
San Giovanni a Nullità, di cui non rimane che una chiesuola e rimase quasi spopolato 
per la peste del 1656. 

Coli, elett. Afragola — Dioc. Aversa — P^ T. e Tr. locali, Str. ferr. a Frattamaggiore. 

Crispano (1342 ab.). — A 31 metri d'altezza, a circa un chilometro da Caivano e a 
9 circa da Napoli, in situazione salubre con fertile territorio coltivato a grano, lino, 
gelsi, alberi da frutta, ma principalmente a canapa. Di questo paese sono molti mer- 
canti girovaghi che trafficano nella piiì parte delle provincie napoletane portando e 
riportando per proprio conto ogni sorta di merci. 

Cenni storici. — Crispano fu successivamente in possesso delle famiglie Ales- 
sandro, Gennaro, Venato Cavaniglia, De Nucera, Caracciolo, Centurione, Basardo, 
Carafa, De Strada e Ruffo. 

Coli, elett. Casoria — Dice. Aversa — P^ e T. a Caivano, Str. ferr. a Frattamaggiore. 

Mandamento di FRATTAMAGGIORE (comprende 3 Comuni, popol. 18,369 ab.). — 
Territorio ferace in viti, gelsi, canape, fragole e frutta, solcato da due strade princi- 
pali: quella che da Napoli va a Capua e quella che da Napoli conduce a Caserta. 

Frattamaggiore (10,951 ab.). — A 42 metri d'altezza e a 4 Va chilometri da Casoria, 
in amena pianura e in situazione deliziosa, con belle casino che servono di villeggiatura 
ai Napoletani. Bella cattedrale e cinque altre chiese. Monte Durante per doti con 
annuo reddito di lire 1709, fondato nel 1860. L'industria principale è la fabbricazione 
dei cordaggi, e il commercio principale è quello della canapa e del lino. 

Cenni storici. — Frattamaggiore credesi antica e del principio del X secolo. Chia- 
mavasi Fracta, nome che conservò anche sotto gli Svevi. Sul cadere del secolo XIII 
trovasi per la prima volta col nome di Frattamaggiore. Nel 1630 fu venduta al medico 
Bruno dal viceré Afan de Rivera, il quale aveva messo in vendita, per sopperire alle 
spese della guerra in Lombardia, molti altri possessi demaniali. Gli abitanti riscatta- 
ronsi però in capo a due anni per la somma di 31,400 ducati. Intorno a questa vendita 
e riscatto compose otto canti Nicolò Capasso, poeta arguto in dialetto napoletano. 
Nel 1799 Frattamaggiore fu devastata dalle ire di parte. 

Uomini illustri. — Nacque in Frattamaggiore, il 15 marzo 1684, Francesco Durante, 
uno dei più grandi compositori di musica sacra e fondatore con Leonardo Leo della 
scuola musicale napoletana. Il Durante fu maestro di cappella nel Conservatorio di 
Sant'Onofrio in Napoli, compose molti oratorii, cantate, ecc., ed ebbe un gran numero 
di allievi, fra gli altri. Vinci, Pergolese, Duni, Piccini, Sacchini, Guglielmi, Jommelli, 
Paisiello, ecc. Il Conservatorio di Parigi possiede la collezione più compiuta delle 
sue composizioni, divenute assai rare. 

Coli, elett. Casoria — Dioc. Aversa — P^, T. e Str. ferr. 

Frattaminore (2395 ab.). — A 37 metri di altezza e a 2 Va chilometri da Fratta- 
maggiore, con territorio piano, in cui si coltiva canapa, frumento e granone. Nulla in 
questo Comune dal lato storico ed artistico che interessi il visitatore. 

Coli, elett. Casoria — Dioc. Aversa — P', T. e Str. ferr. a Frattamaggiore. 

Grumo Nevano (5023 ab.). — A 51 metri di altezza, a 4 Va chilometri da Casoria e 
a Va da Frattamaggiore, sopra un rialto in mezzo ad amena pianura e con aria eccel- 
lente, sulla provinciale per Napoli. Tessitorie, tintorie e negozi di vino. Territorio 
fertilissimo in cereali, viti, gelsi, alberi da frutta, ortaglie, canapa e lino. Questo paese 
credesi di' origine antica. 

Uomini illustri. — Diede i natali, fra gli altri, a Nicolò Capasso (nato nel 1671, 
morto nel 1745), valente giureconsulto, poeta e professore all'Univcrsitcà di Napoli, 
autore di parecchie opere pregiate; a Niccolò Cirillo, nato nel 1671, morto nel 1734, 

36 — L,a Patria, voi. IV. 



282 Parte Quarta — Italia Meridionale 



celebre medico, autore di varie opere e professore anch'esso all'Università di Napoli; 
e a Giuseppe Pasquale Cirillo, legista e letterato dello scorso secolo. 
Coli, elett. Casoria — Dice. Aversa — P^, T. e Str. ferr. 

Mandamento di GIULIANO IN CAMPANIA (comprende 3 Comuni, popol. 20,886 ab.). 

— Territorio in amena pianura, ferace d'ogni sorta di vegetazione ma principalmente 
di fichi, pesche, cocomeri e poponi. Vi si trovano alcuni laghetti nei quali si fa pesca e 
caccia copiose. 

Giuliano in Campania (12,431 ab.). — Siede a 96 metri di altezza dal livello del 
mare, a 8 chilometri da Casoria e a circa altrettanto da Napoli, con bei fabbricati 
pubblici e privati, un Ospedale, istituti pii, fra cui un Asilo infantile e un Conserva- 
torio di orfane, scuole varie, industrie e commercio attivo favorito dai tramvia con 
Napoli e con Aversa. Nei dintorni sorgevano anticamente i villaggi ora distrutti di 
Decansano, Gingilo, San Cesario e Vigno. 

Cenni storici. — Credesi fondato dai Cumani e vogliono alcuni che da una villa che 
vi aveva Giulio Cesare derivasse il suo nome di Julanellum, modificato successiva- 
mente in Jullanum, Julianum, Jugliano e per ultimo Giuliano. Lo assalirono nel 1493 
i Francesi e vi tennero quindi alloggiamento i re Alfonso e Ferdinando e nel 1648 il 
duca di Guisa. Fu un feudo successivo di Pietro Rolla, Giannino de Frities, Giovanni 
Varavalla, dei Filomarini, dei Minutoli, dei Gardena, dei Pinelli, di Cesare d'Aquino, 
di Francesco Grillo e di Marcantonio Colonna. 

Coli, elett. Napoli VI — Dioc. Aversa — P^ T. e Tr. locali, Str. ferr. a Sant'Antimo. 

Melito di Napoli (3916 ab.). — A 88 metri di altezza, in pianura e con aria salubre, 
ma con iscarsezza di acqua, sulla strada da Napoli ad Aversa e a Capua, in territorio 
fertilissimo in cereali, olio, vino e foglia di gelsi. 

Cenni storici. — È di origine antica e nel medioevo è mentovato col nome di 
Malitum, Melitum o Casal Moledi. L'ebbe in feudo la famiglia della Tolfa e passò 
poi ai Caracciolo di Celenza, ai Muscettola e ai Colonna di Stigliano. 

Uomini illustri. — Vi nacque Marino Guarano, letterato, poeta, professore di diritto 
all'Università ed autore di opere pregevoli, assassinato, verso il 1801, in Francia. 
Coli, elett. Casoria — Dioc. Napoli — P^ e T. a Giuliano in Camp., Str. ferr. a S. Antimo, Tr. locale. 

Qualiano (1624 ab,). — A 100 metri di altezza, con territorio in amena situazione 
assai fertile e ben coltivato e in aria salubre. Dista 4 chilometri da Giuliano. 
Cenni storici. — Fu un'antica baronia del monastero di Santa Chiara di Napoli. 
Coli, elett. Napoli IV - Dioc. Aversa — P^ T. e Str. ferr. a Sant'Antimo. 

Villaricca (2915 ab.). — A 108 metri di altezza, a Va chilometro da Giuliano, a 8 
da Casoria e a circa altrettanto da Napoli, in territorio fertile di ogni sorta di prodotti 
agrari, ma particolarmente di vino, grano e olio. 

Cenni storici. — Credesi di origine antica come quello che, al dir del Galanti di 
Molise, geografo, esisteva sin da' tempi degli imperatori Basilio e Costantino. Fu quindi 
feudo di parecchie nobili famiglie napoletane. 

Coli, elett. Napoli VI — Dioc. Napoli — P^ e T. a Giuliano in Campania, Str. ferr. a S. Antimo. 

Mandamento di POMIGLIANO D'ARCO (comprende 3 Comuni, popol. 15,515 ab.). 

— Territorio in pianura coltivato quasi esclusivamente a cereali e a viti e assai 
produttivo. Vi si rinvennero scavando quattro calate di lava sovrapposte. 

Pomigliano d'Arco (9439 ab.). — A 33 metri di altezza, lungo la strada che va 
da Napoli a Nola e a 12 chilometri da Napoli, con superba veduta del Vesuvio. Vi 
si rinvennero ruderi importanti che credonsi mine di un palazzo della gente di Pompei 
e infatti Cicerone parla di un fondo Pompeiano nel territorio di Nola. Tradizionale fiera 



Mandamenti e Comuni del Circondario di Casoria 283 



annuale. È una bella cittadetta in aumento incessante di popolazione e di benessere, 
detta d'Arco dagli archi di un acquedotto. 

Cenni storici. — Fu saccheggiato e dato poi alle fiamme dai soldati di Carlo Vili 
di Francia per essersi conservato fedele ad Alfonso di Aragona. Vi dominarono i 
Carafa dai quali passò ad Aurelio di Eboli; venne quindi in potere dei Del Balzo e 
per ultimo dei Cattaneo principi di San Nicandro. 

Coli, elett. Afragola — Dioc. Nola — P^, T. e Str. ferr. 

Casalnuovo di Napoli (4515 ab.). — A 37 metri di altezza, in situazione amena, 
lungo la strada da Napoli a Benevento e a 3 chilometri da Pomigiiano d'Arco. Terri- 
torio feracissimo di ogni sorta di derrate. Molti facchini di Capua, Aversa e Caserta 
sono nativi di Casalnuovo. 

Cenni storici. — Fu costruito sul luogo del distrutto villaggio di Arcare e fu dato 
in dono da Ferdinando I di Aragona ad Angelo Como, il quale dovette però pagare 
trenta once d'oro a Cesare Bozzuto, signore di Afragola. 

Uomini illustri. — Vi nacque Antonio Bruni, poeta, consigliere e segretario di 
Stato del duca di Urbino, morto nel 1635. 

Coli, elett. Afragola — Dioc. Napoli — P^ T. e Str. ferr. 

Licignano di Napoli (1561 ab.). — A 25 metri di altezza, in prossimità di Casal- 
nuovo e a circa 10 Va chilometri a nord-est da Napoli, in amena pianura ferace in 
cereali, ortaglie, vino e frutta. 

Coli, elett. Afragola — Dioc. Acerra — P^ a Napoli, T. e Str. ferr. a Casalnuovo di Napoli. 

Mandamento di SANT'ANTIMO (comprende 3 Comuni, popol. 14,384 ab.). — 
Territorio assai fertile coltivato a cereali, canapa, viti e pascoli. 

Sant'Antimo (9303 ab.). — A 56 metri di altezza, in amena pianura e in buona 
aria a pochissima distanza dalla strada da Napoli a Capua, a 9 chilometri da Napoli, 
e 7 Va da Casoria, con popolazione in aumento incessante composta in gran parte di 
contadini laboriosi, industriali e mercanti principalmente di tartaro, di vino e di spiriti. 

Cenni storici. — Fu un feudo della famiglia Morelli dei principi di Teora e quindi 
un membro di casa Ruffo prese il titolo di principe di Sant'Antimo. 
Coli, elett. Napoli IV — Dioc. Aversa — P^, T., Str. ferr. e Tr. 

Casandrino (2866 ab.). — A 62 metri d'altezza, a 1 Va chilometri da Sant'Antimo, 
a 6 Va da Casoria e a 8 circa da Napoli, in pianura, con aria salubre e territorio fera- 
cissimo di granaglie, vini e frutta, con manifatture di lino e canapa. 

Uomini illustri. — Cassandrino diede i natali a Pasquale Anfossi (1729-97), fecondo 
compositore musicale. 

Coli, elett. Napoli IV — Dioc. Aversa — P^ T. e Str. ferr. a Sant'Antimo, Tr. locale. 

Sant'Arpino (2215 ab.). — A 43 metri d'altezza, in pianura, con aria salubre, a 
11 chilometri circa da Napoli. Territorio a viti, cereali, alberi da frutta, gelsi e pascoli. 

Cenni storici. — Sorse questo villaggio nel secolo V dell'era cristiana, quando, 
posta a sacco ed a fuoco la città di Atella da Genserico, re dei Vandali, l'illustre 
vescovo di questa, S. Elpidio africano (già vittima anch'egli dei furori di quel barbaro, 
che lo fece esulare dalla Mauritania), ne raccolse i dispersi abitatori e sul suolo attiguo 
alla distrutta città fondò quest'ameno paesello, che si appellò dal suo nome, corrotto 
poi nel nome presente di Sant'Arpino. Ebbe titolo di ducato, conferito nel 1592 ai 
Sanchez de Luna d'Aragona, e passato poi ai Caracciolo. 

Atella Campana. — Celebre città antica, vicinissima a Sant'Arpino, sulla strada da 
Capua a Napoli e distante circa 14 chilometri da ciascuna di queste due città. Il nome 
di Atella Campana non trovasi nell'istoria durante le guerre dei Romani coi Campani, 



284 Parte Quarta — Italia Meridionale 



né in occasione della colonizzazione della Campania nel 336 av. C; essa seguì pro- 
babilmente la sorte della sua potente vicina Capua, quantunque la sua indipendenza 
sia attestata dalle sue monete. 

Nella seconda Guerra Punica gli Atellani furon dei primi a dichiararsi in favore 
dei Cartaginesi dopo la battaglia di Canne, sì disastrosa pei Romani (Liv., xxii, 61 ; 
SiL. Ital., XI, 14); e però quando caddero, dopo la presa di Capua nel 211 av, C. in 
potere dei Romani, furono trattati severissimamente. I principali cittadini ed autori 
della ribellione furono messi a morte, mentre del rimanente degli abitanti la maggior 
parte furono venduti quali schiavi ed altri rimossi e trasportati in colonie lontane. 
L'anno seguente (210) i pochi abitanti rimasti furono costretti ad emigrare a Calatia, 
altra città della Campania sulla via Appia, situata fra Capua e Benevento, e gli abitanti 
di Nuceria (Nocera), la cui città era stata distrutta da Annibale, furono stabiliti in lor 
vece in Atella (Liv., xxvi, 16, 33, 34, ecc.). Dopo di ciò par rifiorisse rapidamente e 
Cicerone ne parla come di un'importante e prospera città municipale de' dì suoi. Essa, 
non sappiamo per quale ragione, era sotto la protezione del grande oratore (Cic, de 
Leg. Agi:, n, 31 ; Ad Fam., xm, 7, ecc.). 

Sotto Augusto, Atella ricevette una colonia militare; ma continuò ad essere soltanto 
una città di grado municipale ed è annoverata da Strabone (v, p. 249), fra quelle piii 
piccole della Campania. Continuò ad esistere qual sede episcopale sino al secolo IX, 
ma era allora assai scaduta: nel 1030 dell'era volgare gli abitanti furon rimossi nella 
vicina città di Aversa fondata dal conte Rainolfo, normanno. Alcuni ruderi delle sue 
mura ed altre rovine sono ancora visibili in un luogo a circa 3 Va chilometri da 
Aversa presso il villaggio di Sant'Arpino o Sant'Elpidio, denominato Castellone, ed 
un'antica chiesa nel predetto villaggio di Sant'Arpino addimandasi tuttora Santa Maria 
di Atella, ufficiata un tempo dai PP. Minimi ed ora chiesa del Camposanto comunale. 
Vi furono rinvenute numerose iscrizioni, terrecotte, ecc. (Romanelli, voi. ni, p. 592). 

Il nome di Atella è più noto per quella specie di rappresentazioni drammatiche dette 
Fabulae Atellanae che ebbero per qualche tempo molta voga in Roma. In seguito però 
divennero così licenziose che nel regno di Tiberio furono proibite e sbanditi dall'Italia 
gli attori. Codesti drammi popolari {ludi Atellani, ludi Osci) con le maschere di Macco 
e di Bucco (specie di arlecchino e pulcinella) erano scritte in dialetto osco e ne scris- 
sero il Munk {De Fahulis Atellanis) e il Guarini {In osca epigrammatica, Napoli 1831). 

L'importanza primitiva di Atella è attestata inoltre dalle sue monete che rasso- 
migliano nei loro tipi a quelle di Capua, ma con la leggenda in caratteri osci Aderì, 
evidentemente forma nativa del nome. 

Uomini illustri. — In Sant'Arpino vi ebbero la culla nell'antichità: Cajo Celio 
Censorino, console della Campania; Mellonia, la quale per aver negato un bacio a 
Tiberio fu da lui accusata di adulterio e si diede la morte. Nei tempi moderni vi nacque, 
fra gli altri, il sacerdote Vincenzo De Muro, morto nel 1814, cattedratico di eloquenza 
e direttore degli studii nella Reale Accademia militare di Napoli, autore di opere pre- 
giate (tra cui la Storia di Atella) e segretario perpetuo dell'Accademia Pontaniana. 
Coli, eletl. Napoli IV — Dioc. Aversa — P^, T. e Slr. lerr. locali. 



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285 



III. - Circondario di CASTELLAMMARE DI STADIA 



Il circondario di Castellammare di Stabia ha una superficie di 282 chilometri qua- 
drati. Secondo il censimento fatto al 31 dicembre 1881, la sua popolazione era di 
178,394 abitanti, calcolata a 202,203 abitanti al 31 dicembre 1894 (716.32 per chilo- 
metro quadrato) e distribuita nei seguenti 9 mandamenti e 20 Comuni, dipendenti dal 
Tribunale civile e penale di Napoli: 



MANDAMENTI 


COMUNI 


CASTELLAMMARE DI STADIA . 


Castellammare di Stabia. 




BOSCOTRECASE 


Boscotrecase, Boscoreale, Poggiomarino. 




CAPRI (Isola) 


Capri, Anacapri. 




GRACNANO 


Gragnano, Agerola, Cesoia di Napoli, Lettere, 


Pimonte. 


OTTAJANO 


Oltajano, San Giuseppe Vesuviano. 




PIAKO DI SORRENTO ... 


Piano di Sorrento, Meta, Sant'Agnello. 




SORRENTO 


Sorrento, Massalubrense. 




TORRE ANNUNZIATA . . . 


Torre Annunziata. 




VICO EQIENSE 


Vico Equense. 





Monte Sant'Angelo. — L'antico Mons Gaurus, ora monte Sant'Angelo o Sant'An- 
gelo ai tre Pizzi, è il gruppo centrale di quella catena di montagne dette dagli antichi 
Montes Lactarii dall'opulenza dei loro pascoli e dalla squisitezza del loro latte. Il 
pizzo, la vetta più eccelsa del monte Sant'Angelo, raggiunge l'altezza di 1443 metri 
e vi si ascende in circa cinque ore a dorso d'asino. Sulla più alta cima del monte è 
la cappella, in rovina, di San Michele. Il monte è vestito sino in vetta d'arbusti, di 
castagni soprattutto, ed è interessante pei botanici. Sino alla vetta a un dipresso 
incontransi lapilli o pezzi di scorie provenienti dalle eruzioni vesuviane. 

La nuova ampia strada rotabile conduce da Castellammare con una dolce salita 
girante all'alpestre villaggio di Pimonte (Piedimonte). Una via mulattiera più breve 
va da Castellammare in una gola, parte a boschi, parte a culti, al Comune di Pimonte, 
composto di sparse masserie cospicue; indi per vai Pimonte alla villa Cuomo. Qui 
incomincia la strada cavalcabile al monte Sant'Angelo. A traverso un castagneto si 
sale a Ponte Pimonte e quindi per giravolte ad un'alta spianata detta Bipiano di 
Faito con una bella antica selva di faggi, in cui sono i serbatoi della neve per prov- 
vederne in parte Napoli nei calori estivi. In una grotta rocciosa sgorga l'eccellente 
cosidetta Acqua Santa. Più oltre, nel lato orientale e a traverso la selva, si arriva 
slVEntrata di San Michele e di là al pendìo sud-ovest dell'ultimo pizzo donde una 
buona strada (con gradini di tanto in tanto) conduce in dieci minuti alla vetta suprema 
di monte Sant'Angelo, formata da due punte separate da una piccola sella, sulla più 
alta delle quali son le rovine della suddetta cappella di San Michele. 

Il magnifico panorama che si presenta allo sguardo estatico è indescrivibile. La 
veduta dei due golfi di Napoli e di Salerno con le loro isole, di tutta la costa dal 



286 Parte Quarta — Italia Meridionale 



capo Circeo alle Calabrie, dell'interno del paese sino agli Apennini, del vicino Posi- 
tano, del Vesuvio e delle pianure beate della Campania sino agli Abruzzi, forma una 
prospettiva che non ha pari al mondo. La discesa da monte Sant'Angelo si può anche 
compiere in tre ore verso Sorrento. 

Il predetto monte o Ripiano di Faito (1103 m.) merita un'ascensione in due ore 
circa da Quisisana e dal campo della Cepparica. Dalla vetta si gode di una veduta 
stupenda della penisola di Sorrento, cinta dal mare e vestita di folti oliveti, delle 
isole delle Sirene e di Capri. Anche dal monte Coppola, a cui si sale per belle strade 
fra i boschi, apronsi superbe vedute sul golfo di Napoli e sul Vesuvio. 

Quisisana. — E dacché abbiam tocco di questa superba antica villa reale, descri- 
viamola brevemente. Essa appartiene ora alla città di Castellammare e il castello reale 
fu trasformato, non ha gran tempo, in Grand-Hotel Margherita con 150 camere. Vi si 
sale lungo ombrosi viali di castagni, di ontani, di querele, al mormorio dei ruscelli e 
delle fontane e vi s'incontrano molini e villini in situazione pittoresca ed alcuni curios 
per le loro iscrizioni. La sua altezza sul mare è di 180 metri. 

Carlo II d'Angiò prese in affetto Castellammare per l'aria salubre che vi si respira 
e, ricuperatavi la sanità, vi fondò un palazzo che chiamò Casasana (trasformato poi 
in Quisisana o Qui si guarisce) \ vi fece anche costruire un convento per l'ordine 
riformato di San Francesco e concesse molti privilegi ai nobili di Castellammare. 

Anche per motivi di salute amò questa città re Roberto d'Angiò, il quale, dimo- 
randovi del continuo, vi fece edificare ben dodici chiese ai dodici Apostoli ed un 
monastero di monache nel luogo detto ora Valacaia. Ampliò anche Quisisana sì che 
ne fu creduto erroneamente il fondatore. 

Abbandonata dai principi successivi la villa di Quisisana fu riabbellita di molto 
da Ferdinando I finche il dittatore Garibaldi la convertì in un ospedale pei suoi 
volontarii. Ora è divenuta, com'è detto più sopra, un grande albergo. 

Fiumi. — Il fiume principale del circondario di Castellammare, del quale abbiamo 
già trattato nell'introduzione alla provincia di Napoli (vedi pag. 29), è il Sarno. Ai 
tempi di Belisario e di Narsete il Sarno avea nome Dragone e nella sua pianura 
Teja, re dei Goti, fu sconfitto dai Greci sotto il comando di Narsete. Vi stette a campo 
Guiscardo e nel 1132 il re Ruggiero vi fu sconfitto dai Baroni. Vicino alle sue sponde 
Carlo I d'Angiò fece edificare l'abbazia di Real Valle per un sogno che aveva fatto 
prima della battaglia di Tagliacozzo in cui fu vinto Corradino, e di quest'abbazia veg- 
gonsi ancora le rovine imponenti. 

Nelle pianure irrigate dal Sarno avvenne una battaglia fra l'esercito di Alfonso I 
di Aragona e quello di Ferdinando figlio di Renato d'Angiò ; e qui fu anche sconfitto 
Giovanni d'Angiò venuto con un esercito poderoso per ricuperare e togliere il regno 
a Ferdinando di Aragona. Sul Sarno finalmente fu sconfitto nel 1460 Ferrante. 

Il governo Borbonico divisò di somministrare col Sarno acqua sufiiciente alla sua 
polveriera di Scafati e di renderlo nell'istesso tempo navigabile sino al mare bonifi- 
cando le campagne. Notevoli fra i lavori eseguiti i cinque ponti in ferro per strade 
comunali ed uno sul vicino canale Bottaro, oltre un ponte grandioso in muratura. 
Nel 1884 Alfredo Cottrau di Napoli gittò sul Sarno, largo 24 metri, un ponte di acciaio 
politetr agonale di costruzione rapidissima, composto tutto di quadrilateri d'acciaio del 
peso ciascuno di soli 96 chilogrammi. Il suddetto ponte in muratura, a tre arcate, 
potrebbe far figura in una città per la finitezza del lavoro in pietra ed in mattoni. 
Ha nel mezzo iscrizioni in bronzo e la pianta, riprodotta con la galvanoplastica, del 
Sarno prima e dopo la sua rettificazione. 

Valle del Sarno. — Puossi considerare come tale la parte meridionale della grande 
pianura della Campania, avente a destra il Vesuvio, a sinistra i colli di Nocera e 
Castellammare, nello sfondo i monti di Sarno, sui quali si erge il pizzo d'Alvano a 



Circondario di Castellammare di Stabia — Stadia 287 



1131 metri sul mare. Questo tratto di pianura è percorso dalle linee ferroviarie Napoli- 
Salerno, Cancello-Avellino e Torre Annunziata-Castellammare, oltre che da due strade 
nazionali e da molte altre linee di comunicazione. È amena e ricca di svariata e lus- 
sureggiante vegetazione. I campi vicini al Sarno son seminati in parte a cotone e la 
vite si arrampica in graziosi festoni sino alla vetta dei pioppi. 



STABIA 

Storia. — Stabia (Staptoci, Stabianus) è l'antica città della Campania non più di tre miglia 
lontana da Pompei e dal Sarno e sepolta anch'essa dall'eruzione eternanienle memorabile del VesTivio 
nel 79 di C. Alcuni scrittori la voglion fondata ed abitata dagli Osci e a quel che pare dai Barrasti 
ricordati da Virgilio e fondatori di Nocera ; altri tengono, invece, che fosse prima edificata dagli Osci 
e poi ricostruita dai Pelasgi. Checché ne sia la prima menzione di Stabia nell'istoria occorre durante 
la Guerra Sociale (89 av. C.) quando fu presa dal generale sannita C. Papio (Appiano, B. C, i, 42); 
ma fu ripresa l'anno seguente (90 av. C.) e distrutta intieramente da Siila, come leggiamo in Plinio 
(ni, 5, s. 9). Né fu più riedificata si da ripigliare il nome di città e Plinio soggiunge che ai suoi 
tempi la non era più che un villaggio : il suo nome, difatti, non rinviensi in alcuno degli altri 
geografi. É però ricordata incidentalmente da Ovidio (Met., xv, 711) e da Columella (Re Rust., x, 
133) e par fosse, in un coU'intiero litorale del golfo di Napoli, un luogo prediletto per le villeg- 
giature. Pomponiano, fra gli altri, l'amico di Plinio il Vecchio, vi aveva una villa in cui il grande 
naturalista romano cercò un rifugio durante l'eruzione vesuviana del 79 e in cui perì soffocato dalle 
ceneri e dai vapori sulfurei. Certo è che Stabia fu seppellita in quell'occasione sotto le ceneri e 
i lapilli del Vesuvio quantunque non così intieramente come Pompei e Ercolano ; ma il luogo rimase 
disabitato e il nome fu conservato per tytto il periodo dell'Impero Romano, con tutto che par non 
rifiorisse più mai. Vi si recavano specialmente gli invalidi e i cagionevoli a cagione della sua vici- 
nanza al Mons Ladarius, per farvi la cura lattea (Galen., De Melh. Med., v, 12 ; Cassiod., Var., 
VI, 10; Simmaco, Ep., vi, 17). Il nome di Stabia occorre anche nella Tabula Peutingeriana e fu 
serbato in quello di Castellammare (di Stabia). 

La Stabia del Basso Impero par fosse situata sulla costa nella piccola baia del golfo di Napoli ; 
e non occupava probabilmente lo stesso sito dell'antica la quale sembra fosse situata 1 Va chilometri 
circa entro terra alle falde del colle di Gragnano. 

Scavi e Scoperte. — Correva l'anno 1738 quando l'antica Stabia comparve improvvisamente alla 
luce. La scoperta fu casuale perché, nello scavar pozzi o fossi, si rinvennero marmi finissimi e lavo- 
rati; e giungendo a sotterranei, detti allora caverne e riconosciuti poi perfori e teatri, si dubitò che 
fossero città sepolte. Il re Carlo III di Borbone, che regnava da poco tempo, fece proseguire gli 
scavi e dichiarò demaniali quelle rovine di Stabia e le altre vicine di Ercolano e Pompei. 

Da un'iscrizione greca, scoperta dal Rossano e tradotta in latino dal Capaccio, si rileva che 
i senatori di Stabia ordinarono un porto per comodo dei cittadini e degli abitanti, porlo eseguito 
dall'architetto Difilo. Gli strati di pomice e lapillo che ingombrano la regione detta di Messignano 
accertano che essa fosse occupata anticamente dalle acque e ne formasse il porto posciachè si rinven- 
nero negli scavi alcuni alberi di bastimenti, alcuni anche cerchiati di ferro, e tutti in situazione 
verticale. Or non potrebbero essi aver appartenuto alla galea romana sotto il comando di Plinio il 
Vecchio che morì asfissiato, come abbiam visto, sulla marina di Stabia nell'eruzione del 79? 

Dell'antica floridezza di Stabia porge testimonianza l'anfiteatro di cui vedonsi i ruderi e la forma 
nel luogo detto Varano, ed anche il ginnasio all'ultima porta della città verso Pompei, nel luogo 
detto Osterìa del Lapillo, 

Dei tempii il primo ricordato dagli storici è quello d'Ercole situato sullo scoglio od isoletta 
detta anticamente Petra Herculis, ed ora Revigliano. Altro tempio era quello sacro a Diana là devo 
sorge ora l'ex-convento di San Francesco di Paola con la chiesa di Santa Maria a Pozzano. Vi fu 
trovata un'ara marmorea con emblemi scolpiti di Diana e su quest'ara fu poi piantata una croce. 



288 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Sull'alto del colle sovrastante all'antico porto sorgeva un tempio di Giano Vitifero, cosi chia- 
mato perchè introdusse pel primo la vite nel Lazio, ed anche oggidì addimandasi Paiano, abbre- 
viazione in italiano del latino Fanum Jani. Il Milante scopri il pavimento del tempio in musaico, 
varie colonne mozzate ed alcune pareti ornate di freschi raffiguranti fiori, frutta e uomini. Ei vi 
rinvenne inoltre il lavacro di pietra pipernina pei sacrifizii e i tubi di piombo per la conduttura 
dell'acqua; codesti tubi eran saldati insieme con lo stagno. 

Di un altro tempio di Cerere fa menzione Giulio Cesare Capaccio, autore del Forastiero e 
segretario del municipio di Napoli verso gli ultimi anni del Cinquecento. 

L'ultimo tempio dell'antica Stabia è il rinomato di Giove Stigio o Plutone nel luogo detto ora 
Gl'Otta di San Biase. È cavato nel fondo della terra e fuvvi chi il volle sacro piuttosto ad Apollo per 
una contrada vicina detta Canniniana; ma che fosse sacro a Plutone è attestato dalle tante lamine 
d'oro e di argento e dalle molte pietre preziose e dai bronzi rinvenutivi perché Plutone era, com'è 
noto, il Dio delle ricchezze. 

Nel luogo detto Pioppaia fu scavato un sepolcro a certo Sinio Vittorino innalzatogli dalla sorella: 
altri se ne rinvennero poco oltre il ponte San Marco lungo la strada di Nocera. E quasi nel medesimo 
luogo fu anche tratta in luce una statua creduta una figura consolare. 

Sul confine della montagna fra Stabia e Nocera, presso la chiesuola della Madonna delle Grazie, 
furono trovati gli avanzi di un tempio sacro al Genio di Stabia di forma quadrata con sacrario deco- 
rato da quattro colonne ed una lampada. E del Genio fu anche detta una casa che nel 1754 s'in- 
cominciò a scoprire nel podere Gerace a Varano. Quivi si rinvenne un Genietto d'argento con patera 
e cornucopia dorato. Questa leggiadrissima figurina era il Bonus Eventus degli Antichi. La casa, 
simile nella disposizione alle pompeiane, ha un ingresso signorile a cui tien dietro l'atrio con 
Vimpluvium, o vasca per raccogliere le acque. Ricorreva in giro un tetto sorretto agli angoli da 
quattro colonne dirimpetto a una cappelletta. A sinistra dell'atrio, dei passaggi mettevano nel giar- 
dino circondato da portici a colonne e dal giardino si passava al Ninfeo, o bagno, formato da una 
gran vasca. A destra dell'atrio era una stufa con pavimento a mosaico bianco con fauna marina: ed 
annesso era il Tepidario. Di riscontro a codesta sala e dal lato del suddetto ingresso signorile si 
trovò una serie di botteghe con camere soprastanti, al certo per la servitù e per riporvi masserizie 
od utensili dei quali fu pur trovata una grande quantità. 

Nella stessa regione di Varano e nello stesso podere fu scoperta una casa detta della Venditrice 
degli Amori a cagione del dipinto leggiadrissimo di una donna che ha innanzi una gabbia in cui è 
un Amorino, mentre ha in mano un altro Amorino che cerca vendere a due donne titubanti ed irri- 
solute a comprarlo. Di questo cimelio dell'arte antica già abbiam detto parlando del Museo Nazionale 
di Napoli (vedi pag. 182). In varii altri scavi eseguiti nel 1772 e 1778 furon trovati molti oggetti 
con dipinti stupendi. Fu pure scoperta la Villa del Filosofo, cosi detta per una corniola rinvenutavi 
rappresentante un filosofo. Vi si rinvenne eziandio una stufa ed una Venere ignuda in istucco con 
le Grazie nude anch'esse e in varii atteggiamenti. Nel 1779 fu tratta in luce una casa rusticana 
con portico, bagno domestico, un mulino e vasi grandi di creta. 

Ma la più importante fra le ville poste a luce fu la Villa del Satiro, cosi detta dalla statua in 
marmo di un Satiro dal cui otre sgorgava il getto dell'acqua. I suoi portici, formati da un doppio 
ordine di colonne, in numero di duecento, circondavano un boschetto domestico. 

Nel luogo detto Casa di Miri fu scoperta un'altra villa composta di un porticato e di varie stanze 
con begli ornati e paeselli dipinti in color giallo. 

Tutte codeste ville componevansi il più sovente di un atrio e di colonnati molto estesi intorno 
ai quali erano i bagni, le stanze da letto, da pranzo e di conversazione. Vi si rinvennero recipienti 
assai curiosi per la fabbricazione del vino e dell'olio. I dipinti più squisiti, frammenti di statue e 
musaici eleganti ornavano quelle dimore. 

Finalmente furono dissotterrate anche varie tombe ed eran quelle dei primi abitanti di Stabia. 

Tutti i freschi, i vasi, le statue ed altri oggetti scoperti a Stabia ammiransi ora nel Museo Nazio- 
nale di Napoli. 



Circondario di Castellammare di Slabia — Pompei 




Fig. 179. — Pompei ed Brcolano. AUegoiia astratta dalle Opere di Fiìderico Schiller, 
Teatro e Litiche, illustrate. Pubblicazione dell'Unione Tip. -Editrice Torinese. 

37 — L,a Patria, voi. IV. 



POMPEI ED ERCOLINO 



i^qÌual prestigio ne ajipar? La sole umana 
Linfe, terra, ti cliiese; or clie ne mandi 
Dal grembo tu?... Ma come! è siiirto, è viLa 
Pur nell'abisso? Un novo ignoto germe 
Di viventi lian le lave? oJ è sfuggilo 
Alla morte l'antico? 

Ah, qui venite, 
Greci, Romani, ed ammirate 1 È surta 
Pomiiei di novo, ricoslrullo il muro 
Ila l'Erculea città. Qui nasce un tetto, 
Qua l'altro, ed atrii e portici discliiusi 
Sono ai passi dell'uom. Su, v'affrellate, 
Romani, Greci, ad ammirarli ! Aperta 
Eccovi l'ampia tealral palestra. 
Per le sette sue valve entra stipala 
La turba spettatrice. Or die v'indugia. 
Mimi ? Perchè non compie il suo cruento 
Sacrificio l'Atride? ed agitato 
Dalla furia infornai non veggo Oreste ? 
Quell'arco di trionfo a chi s'innalza? 
11 fòro è dissepollo. A chi decreta 
È la sedia curulc? 

Olà, recate, 
Littori, i fasci I La tribuna ascenda 
E giudichi il Pretor. Si faccia innanzi 
L'accusatore e il teslimon.... 

Le vie 
S'aprano ; rade le conserte case 
Un lastrico elevato, e gli sporgenti 



Fastigi fansi al passeggcr riparo. 
Gii eleganti cubicoli e i Iriclinj 
Circondano l'impluvio, e le sue porle 
Lungamente racchiuse alfiu disserra 
L'oflìciiia, onde fugge al lido giorno 
La notte secular. Guardale a' seggj 
Posti in vaga ordinanza ; al suo! guardale 
Tempestalo di pietre a più colori. 
Fresche ridono ancor sulle pareti 
Le dipinture. Ov'ù l'arlista? Or ora 
Ila deposto il pennel. Purpuree frulla 
Miste a vividi fiori in Lei festoni 
S'intrecciano. Un Amore ivi sallella 
Col suo pieno canestro; ed operosi 
Gemelli colà pigìauo l'ostro 
Della vite. Una Menade si lancia 
Ebbra nel ballo; un'allra in altro lato 
Dorme tranquilla, né ritrar da lei 
Ponno i Fauni lo sguardo ; ed una il dorso 
Con agile ginocchio al furibondo 
Centauro preme, e col fronzuto liiso 
Agili e sprona la binata fera. 

Accorrelc, garzoni! Onde l'indugio? 
Pàtere non vi sono? Or via, donzelle. 
Lieo versate nell'clruschc tazze. 
11 tripode v'ha pur da tergo-alate 
Sfingi sorretto. Ravvivate il foco, 
Schiavi, apprestate il focolar. Monete 



Del gr.in Tito io vi do. D'elrllì nlii 
Fatemi aciiuislo. Le bilance, i |:csi, 
Nulla, nulla qui manca. Al candelabro. 
Clic buon cesello figurò, l'ardente 
Lucìgnolo appiccale e d'olio empite 
La lampada. 

die mai chiude quell'urna? 
Osservate, donzelle, i nuziali 
Presenti d'uno sposo. Aurei fermagli, 
Tarsie di vive tinte. All'odoralo 
Bagno guidate la novella sposa. 
Chiude il vitreo vascl liscio e profumi. 

Ma gli uomini, i vegliardi ove son essi? 
Questo grave musòo lesori accoglie 
Di rotoli, di stili e di cerate 
Tavolette. La terra, a così rare 
Cose custode, non ci lascia un solo 
Desiderio incompiuto. Anche i Penati 
Fanno mostra di sO; non havvi un Dio 
Che si tenga celato ; i sacerdoti 
Soli'dumiue fuggilo? 11 caduceo 
Palleggia Eimele; involasi alla palma, 
Su cui si libra, la \'illoria. 

L'are 
Sorgono ancor. Venite, e il sacro foco 
Raccendete agli Dei, che lrop|io lunghi 
Secoli di votiva ostia gli bau privi. 



IIBRABY 

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archeologica^ 



STBADE 

Dell'Abbondanza {Decumanus minor). 

Di>l Casino dell'Aquila (Decumanus minor). t-.delia '^ 

Della Fortuna (Decumanus major). Danzatrice 

Della Marina {Decumamis minor). 

Dei Mercanti {Decumamis minor). \ „ *^, 

Di Nola (Decumanus major). \\ ' 

Dell' Olconio [Decumanus minor). '' 

Stabiana (Cardo \). 

Delle Terme (Decumanus major). 

Dell'Anfiteatro (Via Prima). 

Degli Augustalì {Via Sccunda). 

Delle Case di Campagna (Via Prima). 

Consolare (Via Secunda). 

Del Foro (Via Octava). 

Di Mercurio (Via Se.xta). 

Delle Scuole (Via Quarta). 

Dei Sepolcri (Via Publica extra Portoni). 

Dei Teatri (Via Septima). 

Del Tempio d'Iside, Via Secmida). 

VICHI 

Di Balbo {Via Terlia). 

Del Balcone pensile (Via Tertia). 

Dei Dodici Dei (Via Quinta). 

Di Eumachia (Via Nona). 

Del Farmacista (Via Tertia). 

Del Fauno {Via Septima). 

Della Fullonica {Via Quinta). Porta 

Del Gigante (Via Quinta). marina 

Del Laberinto {Via Ociava). Museo 

Del Lupanare (Via Undecima). 

Della Maschera {Via Decima). \\ 

Di Mercurio (Via Prima). 

Dì Modesto {Via Quarta). 

Di Narcisso {Via Tertia). 

Del Panatliere (Via Prima). 

Della Hegina {Via Tertia). 

Degli Scheletri (Via Quarta). Ingrosso 

Degli Scienziati {Via Nona). 

Dei Soprastanti {Via Secunda). ""«-^ 

Storto (Via Nona). "^ .<^^ 

Delle Terme (Via Septima). # '''''•C'>»>. 



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Scala di 1: 4000. 



Tonino -TTnioTie Tip. Editrice 



LA PATRIA- Geografia dell'Italia -Voi. IV 



1-2. Casa dell'Argenteria, R. VI, Is. 9. 

3. — Caccia Nuova, R. VII, is. 10. 

4. — Caprasio, R. vn, is. 2. 

5. — Epidio Ruio, R. IX, is. 1. 

6. — Epidio Sabino, R. IX, is. 1. 
,, — Parnaso, id. id. 

D'Ercole, R. VI, is. 7. 

- Granduca di Toscana, R. VII, is. 4 

- Nettuno, R. Vl.is. 5. 

- Della Parete nera, R. VII, is. 4. 
Polibio, R. VI, ovest. 
Pomponio Secondo, R. I, is. 4. 
Scienziati, R. V, is. 14. 

- Triclinio, R. VI, is. 1. 



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Torino . Lit . Salussolia 



Circondario di Castellamtaare di Stabia — Pompei 291 



Nel circondario di Castellammare trovansi le famose Rovine di Pompei, a distanza 
di chilometri 2 Va da Torre Annunziata, con stazione speciale sulla ferrovia Napoli- 
Salerno. L'ingresso alle rovine è vicinissimo alla stazione di Pompei e agli alberghi 
Diomede e Svizzero. Ci tenga dietro il lettore nella descrizione necessariamente lunga 
di questa famosa città antica, sepolta con Ercolano nella memorabile eruzione vesuviana 
del 79 dopo C. e disseppellita in parte (1). 

POMPEI 

Giacidira e forma. — Pompei dista presentemente dal mare circa due chilometri, e tutto il lido 
che stendesi fra Torre Annunziata e 'Castellammare corre quasi in linea retta piegando alle due 
estremità si da formare un ampio e non profondo seno dirimpetto a Pompei e Scafati. Scorreva nel 
mezzo il fiume Sarno (da noi descritto, e stupendamente frenato e raddrizzato non ha molti anni), 
per metter foce dirimpetto allo scoglio od isoletta detta dagli antichi Pietra d'Ercole ed ora Revigliano. 

Da quel che Plinio e Seneca lasciarono scritto, s'inferisce comunemente che ai tempi loro il 
mare addentravasi più che al presente entro terra; e da un passo di Livio (lib. ix, cap. 38) molti 
arguirono che Pompei sorgesse in riva al mare. Parecchi tronchi di cipresso scoperti nel 1831 furono 
creduti alberi di bastimento; ma l'illusione eie supposizioni sparirono intieramente quando fu boni- 
ficata la pianura del Sarno, perchè, scavato in molti luoghi il terreno, vennero fuori circa cento 
cipressi disposti in varie file a scacchiere, con le radici nell'antica terra e i fusti nelle scorie del- 
l'eruzione del 79, e lontani 1729 moiri dal mare. Ciò chiari fuor d'ogni dubbio che Pompei non era 
una città marittima. 

Pompei è situata sul dorso di una lava antichissima (fig. 180), la quale, correndo dalla falda 
sud-est del Vesuvio, stendesi alquanto rilevata in quella direzione, attraverso il territorio di Bosco- 
reale e rialzasi alquanto in una collinetta (ov'è propriamente il sito della città), che sovrasta alla 
pianura del Sarno sulla strada moderna che va da Napoli a Salerno. Appiè della collinetta la lava si 
abbassa parecchi metri torcendo un po' più verso est. 

La forma di Pompei è quasi ovale, stretta alle estremità e larga in mezzo, con la punta ove è 
l'Anfiteatro volta a est, e l'altra alquanto schiacciata verso la Porta dei Sepolcri che guarda a ovest. 
Sta a 40" 44' 59" lat. boreale e a 0° 14' 01" long, est dall'Osservatorio di Napoli. Dai borghi in 
fuori la città comprende, a quanto si può giudicare, una superficie di 662,684 mq. Il punto più 
alto, vale a dire il piano della strada dentro la città, lontano m. 37.40 dalla facciata esterna della 
suddetta Porta dei Sepolcri, ergesi a m. 42.526 dal livello del mare, e il punto più basso, vale a 
dire la soglia della Porta Stabiana, a soli m. 8.745. 

Storia antica. — Prima di procedere oltre giova premettere un rapido sunto dell'istoria antica 
di Pompei derivato dagli antichi autori. Tutto concorre nel rappresentare Pompei quale cillà anti- 
chissima : una tradizione registrata da Solino (u, § 5), attribuiva la sua fondazione ad Ercole ; ma 
Dionisio (i, 44), che lo qualifica nettamente fondatore di Ercolano, nulla dice di Pompei. Afferma 
Strabene ch'essa fu occupata primamente dagli Osci e in seguito dai Tirreni (Etruschi), dai Pclasgi 
e poscia dai Sanniti, vale a dire di quel ramo che assunse il nome di Campani, nelle cui mani 
rimase finche passò sotto il governo di Roma. È probabile che Pompei divenisse di buon'ora una 
città fiorente a cagione della sua situazione vantaggiosa alla foce del Sarno che la rendeva il porto 
di Nola, di Nocera e di tutta l'opulenta pianura bagnata da questo fiume. Ma noi non troviamo il 
suo nome nell'istoria prima della conquista romana della Campania. È ricordala per la prima volla 
nel 310 av. C. quando una squadra romana sotto P. Cornelio vi approdò per sbarcare truppe, elio 
mossero di là a devastare il territorio di Nocera (Liv., ix, 38). 



(1) Vuoisi qui osservare clie nella seguente descrizione di Pompei non conliens! se non quel 
che esiste ancora oggigiorno; molti dei dipinti minori andaron distruLli, altri furono slaccati a 
trasportati nel Museo Nazionale di Napoli; quelli che furono scoperli recentemente coni-ervano 
tutta la loro freschezza. 



292 



iParle Óutirta — Italia Meridionale 




Fig. 180. — Veduta dell'antica città di Pompei. 

Di Pompei non occorrono più notizie posteriori sino allo scoppio della Guerra Sociale nel 
91 av. C. in cui pare pigliasse una parte preminente, posciachè Appiano (D. C, i, 39), nel dinu- 
merare le nazioni che parteciparono alla insurrezione, registra i Pompeiani separatamente dagli 
altri Campani. Nel secondo anno della Guerra Sociale, neir89 di C., Pompei era sempre in potere 
degli insorti e solo dopo reiterati combattimenti, venne fatto a L. Siila, dopo che L. Cluenzio ebbe 
sconfitto i Sanniti costringendoli a riparare entro le mura di Nola, porre l'assedio a Pompei (Appian., 
Ivi, 30). Il risultato dell'assedio non è noto ; certo è però che la città cadde da ultimo in potere 
di Siila, ma ignorasi se per la forza o per capitolazione; quest'ultima è però più probabile, posciachè 



Circondarlo di Caslellàmmare di Slabia — ' Pompei 



293 



la città non soggiacque alla sorte di St'abia e i suoi abitanti furono ammessi alla franchigia romàna, 
quantunque perdessero porzione del loro territorio, in cui fu stabilita dal Dittatore una colonia' 
militare sotto il comando e il patronato del suo congiunto P. Siila (Cic, jjro Sull., 21 ; Zumpt, de 
Colon., pagg. 254, 468). Prima del termine della Repubblica, Pompei divenne, con le altre città 
marittime della Campania, la dimora prediletta dei patrizi romani, molti dei quali vi possedevano 
ville nelle vicinanze immediate. Cicerone, fra gli altri, vi possedeva una villa, di cui fa spesso 
menzione sotto il nome di Pompeianum, e che par fosse una delle sue residenze predilette : Tiiscu- 
lanuìti et Pompeianum, dice egli infatti, valde me delectant. 

Sotto l'Impero continuò Pompei ad essere sempre frequentata come villeggiatura dai Romani. 
Seneca loda l'amenità della sua situazione e da lui e da Tacito apprendiamo ch'era una città florida e 
popolosa, celebre oppidum (Tacito, Ann., xv, 22). In giunta alla colonia che ricevè, come abbiamo 
detto sotto Siila, e a cui allude un'iscrizione col nome di Colonia Yenaria Cornelia (Mommsen, Inscr. 
lì. N., n. 2201), pare ne ricevesse un'altra in un periodo posteriore, probabilmente sotto Augusto 
(quantunque Plinio non le dia il nome di colonia) come quella che porta codesto titolo in parecchie 
edizioni (Mommsen, l.C, 2230-2234). 




Fig. 181. — Pompei : Antico bassorilievo rappresentante la caduta di un tempio 

(da De Kossi). 



Nel regno di Nerone (59 di C.) scoppiò una rissa sanguinosa fra i Pompeiani e i nco-coloiii ili 
Nuceria, i quali avevano il diritto di assistere agli spettacoli e ai ludi gladiatorii nell'anliteatro di 
Pompei a spese di Levinejo Regolo. Dalle ingiurie si venne alle mani, ai sassi e per uilimo alle 
armi. I Pompeiani rimasero vincitori, molti Nucerini furono feriti, altri uccisi. Il Senato romano 
sospese per dieci anni i pubblici spettacoli in Pompei, annullò i collegi gladiatorii e mandò Levinejo 
in esilio (Tac, Ann., xiv, 7). Il fatto è ricordalo anche da un dipinto con iscrizione rinvenuto 
a Pompei. 

Solo quattro anni dopo questo tafferuglio, vale a dire il 5 febbraio del 63 dell'era nostra, un orreihio 
tremuoto sconvolse l'intiera Campania. La scossa fu sentita a Napoli, e Nerone, che trovavasi in quc! 
momento sul palcoscenico in teatro, non volle troncare la rappresentazione se non allorquando fu 
ammonito che la sua vita era in pericolo. In Ercolano, le mura, le porte ed il tempio di Cibele 
furono grandemente danneggiati. A Pompei, il tempio d'Iside e parecchi pubblici edifizi, fra cui la 
Basilica e il Fòro, crollarono e gli abitanti spaventali abbandonarono le case, e la città in rovina, 
cotalchè in Roma il Senato ventilò la proposta se si avessero ad abbandonare Ercolano e Pompei 
ovvero a restaurare. È stato trovato negli scavi, sopra un altare votivo, un bassorilievo (fig. 181), 
il quale rappresenta la caduta di uno dei templi del Fòro. 

Ma i Pompeiani e gli Ercolanesi fecero poi ritorno ai focolari abbandonati e riedificarono in parte 
gli edifizi pubblici e le case privale punto non sospettando clic quel tremuoto era il procursoi'c di una 
assai più tremenda e memorabile catastrofe che doveva cancellare la loro città dalla faccia della terra. 



294 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Alle ore il del 23 novembre dell'anno 79 di C, il Vesuvio, credulo esausto da secoli, come ora 
l'Epomeo nell'isola d'Ischia, scoppiò improvviso con tale una violenza, che si squarciò il cratere antico 
e vomitò tanta copia di ceneri e lapilli che rimasero sepolte Pompei, Ercolano, Stabia, Resina, Oplonto, 
Taurania e Veseride. Questa terribile eruzione, la prima ricordata negli annali romani, durò tre 
giorni intieri. Dione Cassio e Plinio il Giovine, nelle sue note Lettere a Tacito, narrano le ambascio 
dei miseri abitanti, i quali ad altro non pensarono naturalmente chea porsi in salvo verso la marina,- 

Dei Pompeiani, i quali, secondo il computo attendibile del senatore Fiorelli, sommavano a circa 
dodicimila, la maggior parte scamparono fuggendo a piedi, a cavallo o sopra carri. I morti dentro la 
città, in proporzione agli scheletri rinvenuti sinora, si possono ragguagliare da cinquecento a sei- 
cento, ricoverati la più parte o rimasti dentro le case mentre grandinavano i sassi e i lapilli, chi 
schiacciato sotto le rovine, chi asfissiato in luoghi chiusi, o consunto miseramente dalla fame. Trova- 
ronsi spesso scheletri con qualche lucerna accanto o pel buio notturno o per la fitta oscurità di quei 
giorni fatali, e non di rado stretti in un gruppo di due o più. 

Avuta contezza della calamità della già fiorente Campania, l'imperatore Tito Vespasiano venne in 
soccorso delle città disgraziate, e con paterna sollecitudine si occupò dei cittadini superstiti. 

Rimasta intanto Pompei non intieramente sotterra, perchè dalle ceneri, dalle scorie e dai lapilli 
eruttati sopravanzavano molti tetti e sommità di muri, i Pompeiani scampati poterono riconoscere facil- 
mente il luogo delle proprie case, dei tempii, del Fòro, ecc., ed estrarne le statue, i marmi e gli 
oggetti di maggior valore che vi avevano lasciati. E fra le incertezze dei tempi posteriori quel che 
sappiamo di certo si è che la sepolta Pompei fu esplorata e frugata in certi punti a più riprese. 
Ancora nel regno di Alessandro Severo, furono dalla città estratti marmi e colonne; e non rimane 
dubbio che in quello e nei tempi posteriori furono tolte dal Fòro e da altri pubblici edifizi le statue 
che mancano sui piedestalli e nelle nicchie. 

I secoli e le eruzioni successive del Vesuvio vi accumularono altre sabbie, terre e detriti, che, 
divenute poi, per le alterazioni naturali, atte alla coltivazione, fecero si che tutto il suolo fosse tra- 
mutato in campi e vigneti, non altro avanzando della città sepolta che una ricordanza dubbiosa nel 
nome di Civitas continuato a quel luogo sino ai tempi moderni. 

Scoperta di Pompei e scavi successivi. — Come già abbiamo visto d'Ercolano, anche la scoperta 
di Pompei fu casuale. Nel 174-9 alcuni contadini, cavando fosse per piantar viti in un podere di 
certo Filippo Iran, situato a piò del Vesuvio, nel suddetto luogo di Civitas presso Torre Aniuinziata 
rinvennero alcuni oggetti antichi ed una lapide che faceva menzione di Pompei. Era l'Anfiteatro. 

Nel 1750, in quel medesimo luogo, detto dai contadini il liapillo e nel medesimo podere Iran, si 
trovarono due piccole pitture con uomini e donne, e nello stesso anno, in altro podere detto VocagÌ7-o, 
varii frammenti con dipinte alcune figurine e paeselli e ventiquattro chiodi di bronzo per usi diversi. ; 
Nel dicembre del medesimo anno fu tratto fuori un pavimento in musaico. Nel 1751, da una grotta 
detta del Moscai-delio, si estrassero alcuni vasi di bronzo, un candelabro, una statuetta, una cote e 
parecchi altri oggetti. 

Continuarono gli scavi (fig. 182), ma non cosi attivamente come in Ercolano ed a Stabia; ciò non 
di manco nel 1751 si scopri la casa doviziosa di certa Giulia Felice, figlia di Spurio, come dice 
l'iscrizione ora nel Museo Nazionale, casa che fu poi ricoperta secondo l'uso di quei tempi. L'iscri- 
zione, una delle più singolari, porge un'idea dell'opulenza di alcuni Pompeiani e dell'estensione del, 
commercio di quella città ed è, in italiano, del tenore seguente : « Nei fondi di Giulia Felice, figlia 
di Spurio, si affittano dall'I al 6 degli Idj di agosto un appartamento per bagni, un venereum (sala 
di ricreazione dopo il bagno) e novecento botteghe {noìujentum tahernae) con pergole (loggie ove 
i venditori mettevano in mostra le loro mercanzie), per cinque anni consecutivi». L'iscrizione ter- 
mina con le iniziali in maiuscolo delle seguenti parole : Si Quis Domi Lenocitiium Exerceat Non i 
Conducito, che suonano in italiano: Se si stabilirà in questa casa un postribolo la locazione sarà, 
nulla. Dal che si vede che non c'è proprio nulla di nuovo sotto il sole e che gli antichi padroni di 
casa di quei tempi remoti pigliavano le loro precauzioni come gli odierni. La casa di Giulia Felice 
fu la prima scoperta intieramente in Pompei; era di forma quadrata e il suo vestibolo aveva un 
bell'ordine di pilastri stuccati a somiglianza del marmo, con capitelli d'ordine corinzio. Vi si 



Circondario di Castellammare di Stabia — Pompei 



295 




Fig. 182. — Pompei : Vedula degli scavi. 



rinvennero, fra le altre cose, statue e statuette votive di marmo, di terracotta e di avorio, e in un 
tempietto sacro ad Iside, il famoso tripode di bronzo sorretto da tre Fauni osceni di stupendo magi- 
stero, ora nel Museo Nazionale. 

Dopo l'Anfiteatro, che incominciossi a scoprire in quegli anni, gli edifizi principali tratti in luce 
furono i seguenti : Dal 1763 al 1780: la porta detta di Ercoìano e le case sino alla prima fontana. 

— Dal 1764 e seguenti : i teatri in gran parte. — Nel 1708 : il quartiere dei soldati, detto anche 
Foro ISundinarìo, con la strada davanti il tempio d'Iside e gii cdifizi attigui al teatro. — Nel 
1771-72: la celebre casa suburbana detta di Marco Avvio Diomede, la quale fu diseppellita intiera- 
mente nel 1773. — Dal 1778 al 1796 furono scoperti intieramente i teatri e il tempio d'Iside. — 
Dal 1811 al 1814: le case dette di Pansa e di Sallustio. — Dal 1813 al 1822: il Fòro civile in 
parte. — Dal 1814 al 1810: l'intiero Anfiteatro. — Dal 1815 al 1817 : la strada dei Mevcanli.— 
Dal 1818 al 1824: il Calcidico o portico, la scuola di Vevna, ì tempii di Mercurio, di Yeneve e di 
Giove, il Panteone e due case a destra della via dei Mercanti ; scavi fatti in onore del granduca di 
Russia. — Nel 1824: una bottega all'ingresso delle Tevme, davanti ai Re di Svezia e di Olanda; 
una casa dirimpetto al tempio della Fortuna, alla presenza dell'arciduchessa di Parma. — Nel 1825: 
la Fullonica o tintoria, le case del Poeta Tìxkjìco e del Navi(jlio. — Nel 1820 : la strada di Mevcinio 
e la grande Fontana, ecc., al cospetto del Re, della Regina e della Famiglia reale di Napoli. — Nel 
1837: la casa delle Colonne in musaico o di Medusa, davanti al Re e alla Regina. — Dal 1838 
al 1840 : la casa di Apollo, la via della Fontana, le botteghe di via delle Tombe, davanti alla Regina 
d'Inghilterra. — Nel 1839 : le case a destra di quella di Apollo, una delle quali presente il Re di 
'Baviera. — Nel 1840: la camera a sinistra della casa di Afollo, davanti il principe di Bordeaux. — 
Nel 1841 : due botteghe della via dei Mercanti, al cospetto dei principi Carlo ed Alberto di Prussia. 

— Dal 1841 a tutto il 1842: lo abitazioni dietro la casa di Melea(jro e porzione del Quadrivio. — 



296 Parte Quarta — Italia Meriflionale , 

Nel 1843-44 : il rimanente del Quadrivio, le cnsc laterali alle fortificazioni e la strada fra il tempio di 
Venere e la Basilica, che mette capo alla strada ferrata. — Nel 1843 : la via del Panteon sino al 
Quadrivio, ove scoprironsi parecchie stanze davanti all'Imperatore di Russia. — Nel 1847: la casa 
di Marco Lucrezio e delle Sonatrici. 

Nei tre anni susseguenti furono sospesi gli scavi, ripigliati nel 1851, nel qual anno fu scoperta la 
Porta di Stabia coU'iscrizione in lingua osca, e proseguiti negli anni successivi sino all'aggregazione 
del reame di Napoli al Regno d'Italia. 

Dal 1860 si die mano a scoprire sistematicamente tutta la città, conservandone con gran cura le 
rovine, sotto l'intelligente direzione del senatore Fiorelli e col sussidio governativo di 60,000 lire 
all'anno. Gli oggetti trasportabili rinvenuti, del pari che gli importanti dipinti murali, furono traspor- 
tati nel Museo Nazionale di Napoli. Il Fiorelli, che nel 1873 pubblicò: Gli scavi di Pompei dal 1861 
al 1872, ha calcolato in quell'anno che, per isgombrare l'intiera citt.à, procedendo i lavori sempre allo 
stesso modo, occorrerebbero ancora 74 anni con una spesa di 5 milioni. La tassa d'ingresso produce 
annualmente da 30 a 40,000 lire. 

L'ingegnere direttore degli scavi di antichitcìdcl Regno, M. Ruggiero, nel volume in-f", Pompei e 
la regione sotterranea del Vesuvio, pubblicato nel 1879 a Napoli in continuazione della succitata del 
Fiorelli, scrive : « Io parlerò degli scavi eseguiti sino al 1878. Sino a quel tempo la superficie scavata 
di Pompei ascendeva a mq. 221,383, ai quali si debbono aggiungere, per la via Nolana, mq. 9003 o 
per la superficie scavata dal 1873 al 1878 mq. 34,038, cosicché tutta la parte scoperta occupa un'area 
di mq. 264,424, epperò non ancora siamo vicini alla metcà dello scoprimento, giacché tutta l'area 
circoscritta dalle mura é di mq. 662,684. S'incominciò da principio a sgombrare le isole che sono a 
destra e a sinistra della Porta Stabiana, appartenenti alle regioni I ed Vili; indi si passò a scoprire 
intieramente le isole XIII e XIV della regione VI e l'isola I della regione V ch'erano in parte scavate in 
diversi tempi; e finalmente lo scavo fu portato nella regione IX di cui furono scoperte le isole IV e V ». 

Topografia di Pompei, Mura, Porte, Regioni e Strade. — La città propriamente detta ha la 
forma di un ovale irregolare che stendesi da est a ovest. Le mura formavano una cinta di 2600 metri 
di circuito; erano di grande ampiezza e solidità, con doppio parapetto esterno ed interno, frammezzo 
i quali potevano correre due bighe o carri. Avevano torri quadrate apparentemente a più piani e ad 
intervalli irregolari. Erano costruite di grossi massi di tufo vulcanico e travertino e senza cemento. Su 
molti di questi massi erano incise iscrizioni in caratteri osci come si può vedere all'estremità della via 
di Mercurio. Le torri occupavano l'intiera larghezza delle mura ed avevano sotto degli archi pel 
passaggio dei difensori. Erano evidentemente più recenti delle mura costruite con piccoli massi di tufo 
e di lava e tutte più o meno dirute principalmente dalla parte esterna, forse durante l'assedio di Siila 
alla fine della guerra Sociale. 

Le porte di Pompei erano otto, nell'ordine seguente, incominciando a nord-ovest: l'^ Porta Hercu- 
laneam o verso Ercolano nella via Domitiana ; 2*^ Porta al Vesuvio ; 3* Porta verso Capua ; 4» Porta 
verso Nola, sulla via Popilia ; 5=* Porta verso il fiume Sarno ; 6» Porta a Stabia ; 7* Porta dei Teatri ; 
8^ Porta al Mare. Sono tutte in rovine eccettuate quelle di Ercolano, Nola, Stabia e verso la Marina, 
delle quali avremo a dire più innanzi. Eran tutte sul declivio del rialto spianato su cui sorgeva la città 
come è evidente dalle discese verso Nola, Ercolano, Stabia e segnatamente verso la spiaggia, come si 
vede negli scavi presso la Porta a Mare dietro l'odierno Hotel Diomede. 

Pompei è ora divisa officialmente in nove regioni, confinate da quattro strade principali che vanno 
da una porta all'altra : il Cardo, o la principale, é una strada non per anche sgombrata da nord a 
sud ; il Decumanus Major e il Decumanus Minor, e le transversali da ovest a est. Queste regioni sono 
designate da numeri romani e ciascuna è divisa in isole (insidae), numerate in numeri arabi segnali 
agli angoli delle vie coi romani delle regioni. Oltre di ciò ogni casa ha un numero speciale all'ingresso. 

Strade. — Le strade di Pompei son diritte la più parte ed incrociansi ad angoli retti, ma anguste 
quasi sempe, larghe per solito solo 4 metri e le principali 7. Il lastricato è composto di grossi massi 
poligonali di lava (fig. 183) strettamente combacianti e confinato da un orlo rialzato parecchi cen- 
timetri. In ogni dove veggonsi i solchi scavati dalle ruote dei veicoli che intersecansi in ogni senso 
nelle vie più ampie nel centro delle quali si vedono spesso traverse rialzate in grosse pietre elittiche 



Circondario di Castellammare di Slabia — Pompei, 



297 




Fig. 183. — Pompei : Veduta di una delle strade, dopo gli scavi, dimostrante il sistema romano 
di lastricare con grossi massi poligonali di lava. 

per comodo dei pedestri durante la pioggia. Dove l'ampiezza della strada il permetteva correvano 
davanti alle case angusti marciapiedi lastricati con rozzo musaico. 

Nei crocicchii delle strade veggonsi fontane composte di vasche riquadrate, in cui l'acqua cascava 
da cippi in forma di altare, ornati di mascheroni o di teste di animali. In congiunzione con le fontane 
stavano le are lavali o dei Lari, deità domestiche, la cui influenza estendevasi anche alle strade. 

Due grandi arterie, via Nolana e via Slabiana, solcano la città in linea retta e lungo di esse 
stanno schierate le hotteghe, come anche in via dell' Abbondanza che congiunge il Fòro con 
via Stahiana. Alle vie tranquille e senza botteghe appartiene l'aristocratica via Mercurio (prolunga- 
mento settentrionale del Fòro), con grandi e ricche case. 

Delle strade rintracciate sinora cinque si possono considerare come principali. La prima, detta 
Consolare o Domiziana, conduce dalla porla Ercolanea al Fòro ed é interrotta da parecchie con- 
giunzioni con vie minori dette Trivia o trivio; la seconda, la suddetta via dell'Abbondanza, o degli 
Oìconii, traversa la città in una linea est e ovest dalla via Stahiana al Fòro; la terza corre parallela 
alla via dell'Abbondanza da porla Nolana al mare, e ricevette nelle sue varie porzioni i nomi di via 
dei Ba(jni, della Fortuna e di Nola; hi quarta va in linea nord-sud dalla porla Vesuviana alla Sla^ 
■biana traversando il quartiere delle Nuove Terme e dei Teatri e chiamasi strada di Slabia, la quinta 
Conduceva dalle mura settentrionali della città al Fòro, ed è ora nota col nome di ot« di Mercurio 
nella parte superiore, di via del Fóro nell'inferiore; essa non conduceva, ad alcuna porta. 

38 — ta Patria, voi. IV. 



298 



Parte Quarla — Italia Meridionale 



Ecco ora la denominazione italiana e latina delle strade scoperte sinora in Pompei 



strade. 

Dell' Aljbondanza {Decumanus minor). 

Del Casino dell'Aquila (Decumanus minor). 

Della Foiluna (Decumanus major). 

Della Marina {Decumanus minor). 

Dei Mercanti {Decumanus minor). 

Di Nola {Decumanus major). 

Dell' Olconio {Decumanus minor). 

Slabiana (Cardo i). 

Delle Terme {Decumanus major). 

Dell'Anfiteatro (Via Prima). 

Degli Augustali {Via Secunda). 

Dello Case di Campagna (Via Prima). 

Consolare (Via Secunda). 



Del Toro (Via Octava). 

Di Mercurio (Via Sexla). 

Delle Scuole (Via Quarla). 

Dei Sepolcri (Via Publica extra Porlam). 

Dei Teatri (Via Sepiima). 

Del Tempio d'Iside (Via Secunda). 

Vichi. 

Di Balbo {Via Terlia). 

Del Balcone pensile (Via Terlia). 

Dei Dodici Dei (Via Quinta). 

Di Eumacliia (Via Nona). 

Del Farmacista (Via Terlia). 

Del Fauno {Via Sepiima). 

Del Foro {Angiporlus). 



i: 



Della Follonica {Via Quinta). 
Del Gigante (Via Quinta). 
Del Laberinto {Via Octava). 
Del Lupanare (Via Undecima). 
Della Maschera {Via Decima). 
Di Mercurio {Via Prima). 
Di Modesto {Via Quarla), 
Di Narcisso {Via Terlia). 
Del Panatlicre (Via Prima). 
Della Regina {Via Terlia). 
Degli Scheletri (Via Quarla). 
Degli Scienziati {Via Nona). 
Dei Soprastanti {Via Secunda). 
Storto (Via Nona). 
Delle Terme {Via Sepiima). 



Case, loro costruzione e distribuzione. — La maggior parte delle case di Pompei non avevano 
elle qualche retrostanza : erano sormontate al più al più da un secondo piano e coperte da un terrazzo 
detto solarium (solaio). Eranvi anche case a tre piani, come attestano le molte scale rinvenutevi. In 
generale non avevano finestre sulla strada e molte anche dentro, non erano illuminate che da un 
usciolino da qualche finestretta sopra di esso. 

Semplice assai e comune era l'interna distribuzione, del pari che gli ornamenti, il che mostra la 
semplicità della vita privata : qualche sala a uso della vita pubblica era assai bella e decorosa. I dipinti 
sulle pareti ne formavano l'ornamento principale. I principali di questi dipinti decorativi furono, come 
è noto, trasportati nel Museo Nazionale in Napoli, e furono, fra gli altri, dottamente illustrati dal 
tedesco Mau nella sua Geschichte der dekorativen Wandmalerei in Pompeji (Storia delle pitture murali 
decorative in Pompei. Berlino 1882). Queste pitture rappresentano il più sovente vaghissime pro- 
spettive vedute con qualche quadretto di cane, di bambocciate, di paesetti, di scene erotiche e di 
altri siffatti soggetti cosidetti di genere. Nelle case più cospicue vedevansi effigiate le gesta degli Dei 
e degli Eroi e poche volte soggetti storici. 

I pavimenti delle case erano quasi tutti a disegno, composti di pietruzze di vario colore, com- 
messe in una malta o mastice che le collegava tenacemente. Codesti musaici erano talfiata di molto 
pregio per la rarità delle pietre e la vaghezza e grandiosità del soggetto che rappresentavano in 
cui si ammira la rara abilità degli antichi musaicisti. Nelle case di minore importanza era in uso 
una maniera di opera inventata nella città di Signia (ora Segni, antica città del Lazio), da cui 
prese il nome di Opus Signinum ed era un pavimento di cocci o rottami di vasi di terracotta collegati 
da una pasta di calce. 

Le case differenziavansi assai per grandezza e disposizione, secondo il terreno, i gusti del proprie- 
tario, ecc. Le case ordinarie della classe agiata avevano primieramente un ingresso (detto Ostium), 
che conduceva in un primo cortile (atrium). Questo cortile era circondato da una galleria coperta e 
aveva in mezzo un bacino (impluvium), che riceveva l'acqua piovana, essendoché il tetto si abbassasse 
da codesto lato ov'era un'apertura (compluvium) per mezzo della quale il cortile e, indirettamente, le 
stanze adiacenti ricevevano aria e luce. A destra e a sinistra, e non di rado anche dalla parte dell'in- 
gresso, erano le camere (cuhicula). Lo spazio aperto in seguito da ogni Iato chiamavasi Ala e là nelle 
case signorili conservavansi le immagini degli antenati. In fondo all'atrio finalmente era una gran 
sala aperta (il Tablinum), riserbata alla vita pubblica ed in cui il padrone accoglieva i clienti, 
trattava gli affari, ecc. 

La seconda parte della casa era riservata esclusivamente alla vita privata e componevasi anche 
essa di un cortile, con in giro un colonnato detto Peristyliiim, ed alle volte più lungi da un giardino 
cinto di colonne detto Xyslus. Intorno al peristilio aggruppavansi le stanze da letto, le sale da pranzo, 
gli alloggi, ecc. La cucina e la cantina non trovansi sempre nei medesimi luoghi. Il primo piano 
serviva agli schiavi. Generalmente le stanze erano molto anguste; si viveva e si lavorava nei cortili 
che erano bene.aereati ed illuminati. 



Circondario dì Castellammare di Slabia — Pompei 



299 



Le case che avevano davanti delle botteghe (tabernae) erano nelle vie più frequentate. Queste 
botteghe appigionavansi come ai di nostri nelle città e non comunicavano per ordinario con le case 
situate dietro. Chiudevansi sulla strada con grandi porte di legno. Vi si trovano tavole coperte di 
marmo, con grandi vasi di terra, là dove smerciavansi liquidi, come olio, vino, ecc. Dietro o sopra 
la bottega era una stanza abitata dal mercante. Il gran numero di queste botteghe è una prova della 
importanza del piccolo commercio a Pompei. 

Le case antiche differenziavano dalle nostre sopratutto in ciò, che non avevano vetrate. La vita 
concentravasi nell'interno di esse e di fuori non appariva che una facciata nuda in cui non vedevansi 
che poche aperture piccole sempre ed ingraticciate. Questo modo di costruire, che rinviensi soltanto 
in Oriente, si osserva sopratutto nelle strade pompeiane scoperte di corto, e le meglio conservate 
fra il Fòro e via Stabiana non che a est di quest'ultima. 

Diamo qui l'elenco delle case principali disolterrate a Pompei, colla loro regione e Visola in 
cui si trovano : 



Casa di Adone Ferito (Asellini), ?,eg. VI, Is. VII. 

y> delle Amazzoni, Rag. VI, Is. VII. 

j di Apollo (Herenulei), Rej. VI, Is. VII. 

» di Apollo Citarista {Popidi), P.eg. I, Is. IV. 

» del Granduca di Toscana, Rej. IX, Is. II. 

j) dell'Argenteria (Centisti), Reg. VI, Is. VII. 

» di Arianna, Reg. VII, Is. IV. 

» del Balcone Pensile, Reg. VII, Is. XII. 

» della Caccia Antica, Reg. VII, Is. IV. 

» della Caccia Nuova, Reg. VII, Is. X. 

D dei Capitelli colorati, Reg. VII, Is. IV. 

n dei Capitelli figurati, Reg. VII, Is. IV. 

» di Caprasio, Reg. VU, Is. II. 

i di Castore e Polluce (C. Caelroni Eutychi), Reg. VI, 

Is. IX. 

s del Centauro, Reg. VI, Is. IX. 

s del Centenario, Reg. IX, Is. VI. 

« del Chirurgo, Reg. VI, Is. I. 

» del Cinghiale, Reg. Vili, Is. III. 

B del Citarista {L. Pop. Sec), Reg. I, Is. IV. 

I di Cornelio Rufo (0. Cornelia), Reg. VII, Is. IV. 

» della Danzatrice, Reg. VI, Is. occ. 

» di Diomede (Villa), Strada dei Sepolcri. 

i dei Dioscuri, Reg. VI. 

» dei Distichi Greci, Reg. VI, Is. XIV. 

» di Epidio Rufo, Reg. IX, Is. I. 

» di Epidio Sabino (Parnasso), Reg. IX, Is. I. 

B di Ercole, Reg. VI, Is. VII. 

B del Fauno (Cassii), Reg. VI, Is. XII. 



Casa di Fontana Grande, Reg. VI, Is.VHI. 

» di Fontana Piccola, Reg. VII, Is. VIII. 

» del Granduca di Toscana, Reg. VII, Is.IV. 

B di L. Caecilius Jucundus, Reg. V, Is. I. 

B del Laberinto, Reg. VI, Is. XI. 

» di Lucrezio, Reg. IX, Is. III. 

» di Meleagro, Reg. VI, Is. IX. 

B Nettuno, Reg. V, Is. IV. 

B Olconio, Reg. VIII, Is. IV. 

B Orfeo (Vesonius Primus), Reg. VI, Is. XIV. 

B Dell'Orso, Reg. VII, Is. II. 

» di Pansa (Rigidi Mai), Reg. VI, Is. VI. 

B della Parete Nera, Reg. VII, Is. IV. 

B del Parnaso (Epid. Sabini), Reg. IX, Is. I. 

B del Poeta Tragico (Cn. Allei Nigidi Mai}, Reg. VI, 

Is.VUI. 

B di Polibio, Reg. VI, Is. occ. 

B di Pop. SecundiiS, Reg. I, Is. IV. 

B di Sallustio {A. Coss. Libani), Reg. VI, Is. II. 

B di Salve Lucru {Sirici), Reg. VII, Is. I. 

» degli Scienziati, Reg. VI, Is. IV. 

B di Sirice (vedi Sirici), Reg. VII, Is. I. 

» delle Suonatrici (Lucretii), Reg. IX, Is. III. 

B delle Tavolette (L, Caecilius Jocundus), Reg. VI, 

Is. XIV. 

B del Triclinio, Reg. VI, Is. I. 

B di Vesonio Primo (Orfeo), Reg. VI, Is. XIV. 

B delle Vestali, Reg. VI, Is. I. 

B Vibi Itali, Reg.VU, Is. II. 



Di tutte queste case ritroveremo più innanzi alcune delle principali. 

* 
* * 

Porla Marina. — Si pon piede in Pompei per la porta Marina con vòlta incompiuta, lunga m. 36, 
larga 5.3, aita 8 e con a sinistra un angusto passaggio laterale pei pedoni. Veggonsi ancora nei 
muri due buchi per la serratura. Nel muro a destra prima dell'ingresso slava in una nicchia una 
statua in creta di Minerva (ora nel Museo Nazionale di Napoli) protettrice della Porta. 

La Porta Marina è di tempi anteriori ai Romani: essa non serviva per la difesa della città ma 
soltanto per fini di polizia e di ordine pubblico e fu perciò costruita quando Pompei non era più 
fortificata da questo lato. Fu ampliata sotto i Romani donde le mura con opera reticolata. 

Museo. — Passando si entra a destra nel Museo di Pompei, in tre sale, contenente molti oggetti 
senza valore artistico, ma interessanti per chi visita le rovine e per la conoscenza della vita dome- 
stica degli antichi. Vi si veggono porte, anfore, pentole, grondaie, antefissi, fregi, piedi di tavole, 
oggetti in vetro, altarini, maschere, scheletri di uomini e di animali, impronte di cadaveri e statuette. 
Sala L — Gran porta di casa chiodata, getti in gesso e frammenti d'iscrizioni. 



300 



Parie Quarta — Italia Meridionale 






'Sii 




Fig. 18i. — Pompei: Veduta generale del Fóro Civile (da fotografia Brogi). 



Sala II. — Cinque cadaveri sotto vetro in getti di gesso. La pioggia delle ceneri frammiste 
all'acqua, durante l'eruzione del 79, aveva formato una massa compatta intorno ai corpi caduti e 
mentre le parti carnose eransi consumate, la massa indurita ne aveva conservato le forme come una 
specie di matrice. Il senatore Fiorelli, imbattutosi nel 1863 in una di queste masse matrici, ne fece 
estrarre con cautela le ossa e vi fece fondere dentro del gesso da un buco in alto e con siffatto pro- 
cesso riuscì a riprodurre gessi riproducenti fedelmente l'atteggiamento degli infelici Pompeiani 
nella loro agonia. 

La donna nella terza vetrina, con mani delicate e belle forme corporee, era ornata riccamente e 
mori fra gli spasimi coricata sul fianco sinistro, come attestano le convulsioni dolorose di tutto il 
suo corpo. La donna con la giovinetta nella quarta vetrina (madre e figlia di certo), morì soflbcala 
come dimostrano la sua giacitura e la mano sinistra stretta a pugno ; la giovinetta mori di morte meno 
acerba; ella giace con la faccia a terra, appoggiata sulle braccia incrociate, affranta e rassegnata. 

Il numero dei morti rinvenuti riusci assai maggiore di quel che credevasi dapprima. In un 
piccolo tratto scavato nel 1861-78 furono trovati centosedici scheletri umani, otto di cavalli, quat- 
tordici di maiali, dieci di bove, quattro di cani, ecc. 

Sotto vetro, avanzi carbonizzati di funi e tessuti. Nel muro, a destra e a sinistra: pentole, anfore, 
rilievi, teste, mascheroni, piccole are, mensole, acroterii, antefissi di creta rosso-cupo, tazze, piat- 
tini, ecc. Nella spalliera : collezione di varietà di marmi e piedi di tavole. 

Sala 111. — Tre cadaveri sotto vetro : di un uomo quasi svestito e di due altri uojnini 
robusti dei quali un negro. Negli armadii vetrati: gli scheletri di un uomo, di quattro cavalli, di un 
gallo, di un gatto, di parecchi cani, ecc. A destra: cibarie carbonizzate, colori, vasi di vetro, lampe 
di bronzo, piccoli vosi di bronzo, carri, serrature, lanterne, ecc. Figura in getto di un cane che 
mori fedelmente davanti la cosidetta Casa d'Orfeo. 



Circondario di Castellammare dì Stabia — Pompei 



301: 




Fig. 185. — Pompei: Basilica, edifizio ove si rendeva la giustizia (da folografia Brogi). 



■ Fóro Civile (fig. 184). — La più nobile e aristocratica contrada di Pompei, in cui trattavansi gli 
ailari più importanti sia di diritto pubblico e privato, sia commerciali. I collegi, o le corporazioni 
religiose e profane, vi avevano stabilimenti sontuosi. Le feste pubbliche e le solennità sacre più cla- 
morose celebravansi in questo Fòro, simile a quello di Roma, circondato da pubblici edifizi soltanto: 
a nord il tempio di Giove, a sud la Basilica, a est il tempio del Genio d'Augusto, l'edilìzio dell'Eu- 
macliia e il Mercato dei viveri. 

Sorgeva nel più bel punto della città, a mezzodì, verso il mare e misurava m. 151.60 di lun- 
ghezza e m. 47.66 di larghezza. Era cinto da tre lati da un porticato coperto, con colonne marmoree, 
sopra estesi terrazzi per passeggiarvi, il quale racchiudeva da tre lati un'ampissima piazza. Vi si 
arrivava da varie strade chiuse da cancellate ; due archi di trionfo con fontane formavano l'ingresso 
da un lato. Nel tremuoto suddescritto del 63 dopo C. rovinò gran parte del porticato, il quale si stava 
riedificando più sontuoso, in travertino, quando avvenne l'eruzione che seppellì ogni cosa. 

L'area intiera dello spazio libero era lastricata con pietre di travertino. Davanti alle colonne sono 
ventidue piedestalli dadiformi per le statue degli uomini illustri, dodici lungo il lato occidentale per 
le statue equestri del tempo del primo Impero e quattro per statue ordinarie appoggiale alle colonne. 
Due di queste ultime con iscrizione dei censori quinquennali Lucretius, Decidianus, e due con iscri- 
zioni a Pausa padre e figlio. Duumviri Quinquenjiales. Quattro statue equestri ed un piccolo arco 
ergevansi nel lato sud dell'area. Nel lato est altre due statue equestri, una coll'iscrizione al duumviro 
Sallustius, in mezzo all'area, finalmente un piedestallo maggiore per la statua dell'Imperatore. Tutte 
le statue erano rivolte verso il tempio di Giove. 

Basilica (fig. 185). — Convocavansi in essa le assemblee popolari per le elezioni dei magistrati, 
si provvedeva all'annona, si decideva della pace e della guerra, e, come le prime chiese cristiane lo 
Basiliche erano tribunali di penitenza, cosi questa prese la fprma e il nome di Basilica. Come 



302 Parte Quarta — Italia Meridionale 



tribunale, i giudici sedevano in fondo, sopra un posto eminente e vi si scorgono le finestrette coi can- 
celli da cui interrogavansi pubblicamente i delinquenti : due gradinate intromettono per due aperture 
circolari nella vòlta, in una stanza bassissima, la quale formava la prigione, con mura assai grosse 
e 26 palmi sotterra. In faccia alla tribuna, fra le quattro colonne del peristilio, sorge un gran piede- 
stallo incrostato di marmo bianco, il quale doveva sorreggere qualche statua equestre. Infatti, all'in- 
gresso si rinvennero i frammenti appunto di una statua equestre di bronzo dorato e di una marmorea. 

Tre strade isolano l'edifizio appartenente ancora al periodo del tufo (200-90 av. C), lungo 
ra. 67 e largo 25.3. Le mura compongonsi di ottimo opus incertum di lava; in mezzo è una navata 
scoperta e due altre con portici a fianco, sorrette nel mezzo da ventisei grosse colonne di mattoni ben 
cotti, costruite con gran diligenza e solidità e rivestite di un finissimo stucco bianco. Le decorazioni 
murali erano nel primitivo stile decorativo (200-90 av. G.) ed imitavano grandi quadrati di marmi 
colorati. I portici andavano ornati di statue marmoree, la più parte colossali, e fra gli interstizi 
dovevano essere collocati busti di bronzo ed erme, posciachè se ne sono rinvenuti non pochi 
frammenti. La Basilica ebbe molto a soffrire nel precitato tremuoto del 63 che precede di pochi 
anni la grande eruzione del 93, come attestano i frammenti. Dalla Basilica si andava al Fòro civile 
per cinque uscite. 

Presso la Basilica sono le Tre Curie o tre sale spaziose quasi intatte. A cagione della loro forma 
quadrangolare, con semicerchio in fondo, credesi dipendessero dalla Basilica e fossero assegnate ai 
magistrati, giudicanti le cause di minore importanza. 

Il più bel monumento è la Tribuna, o il Tribunale, ove vedesi il cornicione molto sporgente in 
fuori, raccomandato da Vitruvio nelle Curie per concentrare la voce degli oratori e dei giudici e 
renderla sonora agli orecchi degli uditori. Codesta sala era assegnata, in origine, alle tribù convo- 
cate per eleggere i magistrati, come indica la parola Tribunale. In seguito prese il nome di Curia, 
perchè i Decurioni e gli altri magistrati municipali vi peroravano le cause e vi discutevano gli 
alTari più importanti dello Stato. Il suddetto Vitruvio raccomandava infatti che la Curia fosse unita 
al Fòro e ai Teatri. 

Tempio di Apollo (come attesta un'iscrizione osca nel pavimento copiata dall'originale traspor- 
tata nel Museo Nazionale di Napoli). — Il tempio è molto rovinato, ma è sempre una delle più belle 
rovine di Pompei. È lungo m. 54 e largo m. 33 rivolto a sud-est, e Confina a destra col lato occi- 
dentale del Fòro. L'ingresso introduce in un portico a due piani, largo m. 4, già coperto e con 
quarantotto colonne corinzie di tufo, rivestito di un bello stucco bianco ora caduto. Le colonne, 
d'ordine jonico in origine, furono trasformate in seguito in corinzie. 

Davanti alla quinta colonna, sopra un piccolo piedestallo, v'era l'erma di Ermete (Mercurio) 
con capelli corti e sembianze eroiche, giovanili, quasi melanconiche, stupenda opera greca. Anche 
davanti alle altre colonne sorgevano statue, fra le altre davanti la terza colonna, a destra, la bella 
statua in bronzo di Apollo che sprigiona la freccia dall'arco e in faccia a lui Artemide. Ora sonò 
ambedue nel Museo Nazionale di Napoli. 

Davanti alla scala del tempio era il grande Altai^e maggiore coi nomi dei suoi fondatori i Quatuor 
viri (Duumviri ed Edili de' tempi repubblicani). A sinistra della scala sorge isolata una colonna 
marmorea non scanalata con capitello jonico, sulla quale era anticamente un orologio solare. Nell'an- 
golo sud-ovest due altari erano sacri a Venere e a Diana. 

Il tempio, già superbo ed elegante edifizio, sorge sopra un'altra base a cui si sale per una scala 
libera di quattordici gradini in calcare. La cella era circondata da ventotto colonne corinzie di tufo, 
e la vòlta dell'atrio spazioso sorretta da sei colonne di fronte e da quattro a ciascun lato. 

Il tempio di Apollo è l'unico tempio periptero (cinto di colonne), italico in Pompei. Dietro il 
vestibolo trovasi il santuario ov'era la statua di Apollo sopra un alto piedestallo; a sinistra VOmfalo 
pietra di tufo, alta mezzo metro, in forma di un mezzo uovo, simbolo dell'ombellico della Terra 
nell'intimo sacrario del tempio apollineo di Delfo. Le pareti andavano ornate di belle prospettive 
architettoniche e di scene eroiche (ora cancellate), della guerra di Troia. Dell'antica sala colonnare 
alle spalle del cortile del tempio, furono fatte delle camere nell'ultima delle quali, a destra, nella 
parete d'ingresso è una buona composizione di Bacco appoggiato a Sileno. 



Circondario di Caslellammare di Slabia — Pompei 



303 




Fig. 186. — Pompei : Tempio di Giove (da fotografia Brogi). 



Misure pubbliche. — Tornando dal tempio di Apollo al Fòro civile, vedesi nel suo lato longitu- 
dinale occidentale e nel muro lungo il detto tempio, il modulo delle misure "pubbliche. É una gran 
pietra di tufo in forma di parallelogramma in cui sono incavate alcune forme rotonde, misure al 
fermo di capacità, come risulta da un'iscrizione. Sarebbe come diremmo oggidì il campione delle 
varie misure, non geodetiche o lineari, ma delle derrate aride e secche, come legumi et similia. 
Questo monumento importante misura 7 piedi di lunghezza. Ciascuna delle cinque misure è in linea 
diritta con le altre di mezzo ed ha un'apertura per ritirare, dopo misurati, i legumi secchi. Ogni 
cavità ha una lastra in bronzo che si apre e si chiude. Ognuna delle cinque misure aveva un'iscrizione, 
ora logorata dal continuo attrito. Le altre quattro piccole cavità, ai quattro angoli della medesima 
pietra di tufo e con le loro aperture al lato, servivano a misurare i liquidi. 

Altri annessi al Fòro. — Verso l'estremità del lato occidentale del Fóro v'era il cosidetto Poichile 
Lesche, vale a dire, un portico lungo m. 34, chiuso ai tre lati e con davanti sette pilastri in mattoni, 
probabilmente un mercato per la frutta. Ora vi giacciono molti capitelli e fusti di colonna. Segue 
l'ingresso alla pubblica ia/n';ia con canale laterale ai tre lati. Quindi la cosidetta Prigioiie, secondo 
il Fiorelli la Tesoreria municipale {Aevarìum), a due piani, di cui l'inferiore con ingresso angusto 
e di rozzi massi di lava e il superiore con due aperture nel vico dei Sopraslanli, già uffizio, al dir 
del Fiorelli, dell'Amministrazione della finanza. 

Tempio di Giove (fig. 186). — É situato nel punto più rilevato e più bello della città, con magni- 
fica veduta del Fóro, dei monti sopra Sorrento e di Stabia che par formino intorno a Pompei una 
graziosa ghirlanda. Sorge sopra un podio dominante il Fóro in una lunghezza di m. 37; lava, tufo, 
mattoni ed un rivestimento finissimo di stucco compongono il suo materiale. Come la Basilica e il 
tempio di Apollo appartiene ancora al periodo del tufo (200-90 av. C), e quando sopravvenne l'eru- 
zione era ancora in restauro come quello che aveva mollo sofferto per la sua altezza nel precedente 
orribile tremuoto del 63. A circa m. 15 davanti la facciata è un piedestallo di statua. Una scalinata 
libera, con diciotto gradini poderosi, sale in alto; nella porzione inferiore di esso un'ampia piatta- 
forma serviva forse di bigoncia agli oratori che arringavano il popolo. Lì vicino furono poi rizzati 
due piedestalli per statue equestri. La porzione superiore della scalinata stendcsi con setto gradini 
lungo tutta l'ampiezza dell'edifizio, e in mezzo ai diciollo predetti grandiosi gradini slava anticameulo 



804 



Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 187. — Pompei : Arco Trionfale. 



l'altare. Sul vestibolo largo m. 15 stanno ancora dodici tronchi disuguali (sei in fronte e tre nei due 
lati) di alte e svelte colonne corinzie. 

La cella dietro il vestibolo, lunga m. ÌSA3, serba ancora vestigia delle pareti dipinte e del pavi- 
mento in mosaico bianco-nero. Era a tre navate con due ordini di otto colonne jonie di tufo stuccate 
e ancora conservate in parte. All'estremità della cella era un alto interno murato con tre camerette a 
vòlta, in una delle quali si rinvenne un busto di Giove, uno dei migliori del Padre degli Dei pagani, 
clje ammirasi ora nel Museo Nazionale a Napoli. Le pareti portano vestigia evidenti dei dipinti deco- 
rativi e, nel pavimento, veggonsi ancora i fori da cui scendeva la luce nel sottostante ripostiglio a 
vòlta in cui nei tempi anteriori ai romani custodivasi probabilmente il pubblico tesoro. 
.■ A destra del tempio di Giove v'è una Porta od Arco trionfale (fig. 187) il quale, da un fram- 
mento d'iscrizioni trovato al basso, era dedicato a Nerone figlio di Germanico. É una costruzione 
in mattoni gicà rivestita di marmo, con un solo arco, fra pilastri larghi 3 metri, semi-colonne e due 
nicchie rettangolari per statue; nel lato nord le nicchie al basso erano fontane. All'estremità della 
via del Fòro corrisponde a quest!Arco trionfale un secondo, all'ingresso della via di Mercurio, sul 
quale sorgeva una statua equestre di Caligola. 

Macello e Tempio d'Augusto (fig. 188). — Già detto Pantheon, uno degli edifizi principali di 
Pompei, rimasto per lungo tempo un enigma. É una gran sala con dinanzi piedestalli di statue ono- 
rifiche e fuori sette botteghe occupate forse dai cambiavalute {tahernae anjenlariae). Due porte 
introducono nell'interno, una corte rettangolare, lunga m. 37 e. larga 27, la quale era incompiuta 
quando sopraggiunse l'eruzione e doveva essere circondata da un peristilio. Dodici piedestalli,' 



Circondario di Castellammare di Slabia — Pompei 



3oe 




Fig. 188. — Pompei : Tempio d'Augusto, detto anche Panteon (da fotografia Brogi). 




Fig. 189. — Pompei: Tempio del Genio d'Augusto, dello di Mercurio (da luLut^i. Ui.oui). 
39 — lia Patria, voi. IV. 



306 Parte Quarta — Italia Meridionale 



disposti a circolo intorno a un altare e sui quali ergevansi probabilmente statue dei Dii Consentes; 
ma come non ve ne furono rinvenute, si suppone fossero rimosse dopo l'eruzione. 

Il fondo dell'edifizio è diviso in tre compartimenti, di cui il centrale è suddiviso in nicchie nelle 
quali furono trovate le statue di Livia quale sacerdotessa e di suo figlio Druso, ora nel Museo Nazio- 
nale di Napoli e qui surrogate da copie in getto. Si suppone sorgesse accanto a queste statue quella 
d'Augusto per esservisi rinvenuto un braccio che aveva in mano un globo. 

L'ampio compartimento a destra è il triclinio, il più ampio in Pompei, con dipinti nelle pareti 
rappresentanti Romolo e Remo allattati dalla lupa; il compartimento corrispondente a sinistra con- 
tiene una piattaforma rialzata con suvvi una nicchia per una statua, la quale ha davanti un altare 
coperto da una lastra di lava per resistere all'azione del fuoco durante i sacrifizi, come si usava di 
fare. Nel lato sud dell'edifizio son dodici recessi aperti, che credonsi le camere degli Augustali o 
sacerdoti del culto di Augusto, e i buchi per le travate attestano che ve ne avevano ad essere 
sopra altrettante. 

Rinomate pitture a fresco nello stile degli ultimi tempi pompeiani ammiransi ancora nelle pareti. 
In quella lungo l'ingresso: una Vittoria e un Guerriero, figure in aria, Sacerdotessa, Io ed Argo, 
quadriga con una Vittoria; sotto, un Sacerdote. — Nella parete longitudinale: Ulisse travestito che 
incontra Penelope al suo riforno in Itaca, Io edEpafo, Lalona e isuoi figli, Frisso sull'ariete. Etra 
e Teseo, Cupidi che fanno il pane, Asinelli che macinano grano, ed ogni sorta di cibarie come sel- 
vaggina, oche, passere, pernici spiumate e sventrate, un gallo coi piedi legati, pesci, frutta, uova, 
ogni sorta di carni, prosciutti, teste di maiale e anche pane. Il dipinto della donna pittrice stessa con 
la tavolozza e il pennello è a Napoli. 

Presso l'ingresso a nord fu trovata una cassetta, contenente un anello d'oro massiccio con un 
intaglio, 41 monete d'argento e 1036 di bronzo. I dipinti gastronomici e la quantità di ossa di pesce 
e di altri avanzi di cibi rinvenuti in una fossa nel centro, par indichino che l'edifizio o, ad ogni modo, 
una parte di esso fosse destinato ai banchetti del pari che a fini religiosi. Un'uscita nel lato sinistro 
settentrionale mette nella strada degli Augustali che piglia nome dall'edifizio. 

Curia (o il Senaculum). — Grande e vuota sala, larga m. 18.20 e profonda m. 19.90, costruita 
in mattoni e rivestita di marmo, con in fondo una nicchia semi-tonda. In mezzo, sopra un pavimento 
di lastre marmoree di color variante, vedesi il fondamento di un altare e due nicchie laterali con 
piedestalli per statue. Credesi comunemente che questo edifizio servisse di sala d'adunanza dei 
Decurioni, ma se tale fosse sarebbe stato un luogo chiuso. Il Fiorelli lo crede un atrio consacrato al 
culto imperiale come quello che è collegato da un piccolo passaggio al 

Tempio del Genio di Augusto (fig. 189). — É il cosidetto tempio di Mercurio o di Quirino, da 
un'iscrizione trovata nel Fòro che ricorda la deificazione di Romolo come Quirino. Ma un'altra iscri- 
zione locale che dice: « Mamia, sacerdotessa pubblica, sul suo terreno ed a proprie spese al Genio di 
Augusto », e il significato del rilievo dell'altare attestano che il tempio fu edificato in onore d'Augusto. 

Dal Fòro si pon piede in prima in un atrio coperto, quindi in una corte scoperta lunga m. 30 e 
larga m. 23. In essa è un'ara marmorea alta m. 1 1/2 con dinanzi rappresentato un Sacrifizio in 
rilievo di importanza storico-artistica, per la pittoresca disposizione delle figure in vani piani. Ai 
lati sonvi gli strumenti del sacrifizio, dietro è una ghirlanda di quercia fra due alberi d'alloro (sim- 
boli di Augusto). Nello sfondo scorgesi la piccola cella del tempio larga solo m. 4 e profonda m. 3 1/2 
con un basamento per la statua di Augusto in sembianza del suo Genio con cornucopia e patera del 
sacrifizio sopra una sostruzione alta m. 2 a cui si accede ai due lati da gradini posteriori. Dietro la 
cella e nel lato nord vi sono cinque camere pei sacerdoti. La pianta di codesto tempio è abilmente 
adattata alle irregolarità del terreno. Fu deposta nel tempio una quantità di oggetti disseppelliti negli 
scavi, come lavori in marmo, piedi di tavole, bocche di fontane, pentole, cornicioni, statuette, vasi 
di piombo, graticciate, pesi, capitelli, grondaie, ecc., come si vede nella fig. 189. 

Edifico d'Eumachia. — É, secondo il Fiorelli, una piccola Borsa e un magazzino di deposito per 
le merci, con una cappella per la Concordia Augusta, e sarebbe, dopo la Basilica dirimpetto, l'edi- 
fizio più grande ed importante nel Fòro dell'ultimo periodo architettonico romano. Un'iscrizione 
Ialina dice che Eumachia figlia di Lucio e sacerdotessa pubblica, in suo nome e in quello di 



Circondario di Castellammare di Stabia — Pompei 307 



L. Frontone suo figlio, costruì a sue spese il calcidico, la cripta ed i portici e li dedicò alla Pietà 
e alla Concordia Augusta. Il grande atrio verso il Fòro (il calcidico) che serviva di piccola Borsa, 
è lungo m. 59.30 e fondo m. 12.50 ed aveva sedici colonne di travertino con pavimento e facciata 
rivestiti di marmo. Quattro statue e due tribune con le loro scale decoravano il muro ov'è la porta 
d'ingresso. Nelle due prime nicchie, a sinistra della porta, stavano le statue di Enea e di Romolo e 
nelle due altre, a destra, stavano forse quelle di Giulio Cesare e di Augusto. 

Varcata la porta principale, ch'era circondata di ornati marmorei delicatissimi rappresentanti 
una Vite con foglie ed uccelli che conservansi nel Museo Nazionale di Napoli, si pone piede in 
un'ampia corte aperta (lunga m. 38 e larga m. 19.50), il cui pavimento era anticamente di marmo 
e con in mezzo una cisterna con piccoli bacini nell'orlo. Codesta corte era circondata da un portico 
con cinquantotto colonne marmoree, e in ambedue, durante l'estate, si faceva, certo, il commercio 
delle stoffe. Di fuori, il portico aperto era circondato da una grande galleria coperta (cripta) divisa 
in campi gialli e rossi con dipinti in mezzo piccoli paesaggi e con dieci finestre che aprivansi nel- 
l'interno. Dirimpetto all'ingresso un nicchione semi-tondo già con la statua della Concordia Augusta 
(coi lineamenti di Livia), e nelle due nicchie laterali, le statue, al certo, di Tiberio e di suo figlio Druso 
come nel suddescritto Macello, per porre l'edifizio sotto la protezione imperiale. In un'altra nicchia 
quadrata, di dietro presso l'uscita, la bella statua (copia in gesso dell'originale che ammirasi nel 
Museo Nazionale in Napoli) della suddetta sacerdotessa Emnachia dedicatale dai Fullones (folloni o 
gualchierai che danno opera alla sodatura dei panni). Nel lato sinistro della nicchia vedesi la celebre 
Porta dipinta per far simmetria all'altra dirimpetto. 

Per una via transversale si arriva quindi alla cosidetta 5cMo/a del Verna, una gran sala quadran- 
golare, lunga m. 21 e larga 17, la quale esisteva già ai tempi Sannitici e serviva certamente ad usi 
pubblici. Sembra vi si adunassero i comizi e vi si entrava per una porta che dava nella strada verso 
la quale è rivolta la tribuna (suggesto) in cui sedeva il magistrato delegato a raccogliere i voti. 

Tre Tribunali. — Tre sale contigue, spogliate intieramente dei loro ornati ma di bella costru- 
zione {opus incertum, con angoli e facciata in mattoni incrostati di marmo di cui conservansi ancora 
frammenti). La sala in mezzo termina con un muro diritto e le altre due in emiciclo. É da supporre 
che una di queste tre sale, quella di mezzo probabilmente, servisse alle adunanze del consiglio 
municipale e le altre fossero uffici o tribunali. 

Tempio della Fortuna Augusta (fig. 190). — Dedicato alla dea Fortuna, protettrice dell'imperatore 
Augusto (secondo un'iscrizione nell'architrave), da Marco Tullio figlio di Marco, a proprie spese e su 
terreno proprio. Il collegio sacerdotale dei Ministri Fortunae Augustae, fondato nell'anno 3 di C, 
componevasi di schiavi e liberti che attendevano per commissione dei duumviri al servizio del 
tempio. Il quale è un tempietto spogliato di tutti i suoi marmi ma di pittoresca costruzione, lungo 
solo m. 24 e largo 9, senza recinto particolare. Due scalette a destra e a sinistra sono interrotte da 
un pianerottolo per l'altare dei sacrifizi; sopra queste due scalette una scala di nove gradini mette 
all'atrio, già con quattro colonne corinzie. In fondo, la nicchia col piedestallo della statua della For- 
tuna, fra due pilastri corinzii. Nelle quattro nicchie delle mura laterali stavano certamente le statue 
di Augusto e della sua famiglia. Fuori, i muri della cella, già rivestiti di marmo, sono ornali di 
pilastri e sono alti ancora m. 4.50. 

All'angolo nord-ovest del tempio della Fortuna dividonsi le strade : a destra la strada della 
Fortuna ; in mezzo l'aristocratica strada di Mercurio, con all'ingresso un arco con la statua di 
Caligola e a sinistra la strada delle Terme che mette alle 

Piccole Terme. — Isola rinchiusa fra quattro strade sopra un'area quadrata, irregolare, larga 
davanti m. 49.50, dietro m. 28.30. Un'iscrizione trovata in vicinanza nomina L. Cesio, C. Vaio o 
L. Niremo (un duumviro e due edili) quali ufficiali sotto la cui direzione furono costruite, a pub- 
bliche spese e per uso pubblico, le Terme. L'architettura, corrispondente a quella dell'Anfiteatro 
e del Piccolo Teatro, le dimostra del tempo posteriore allo stabilimento della colonia di Siila. 

Le Terme avevano divisioni speciali pei bagni degli uomini e delle donne. L'ingresso conduco 
subito per un andito a vòlta aWApodijterium (spogliatoio) del bagno per gli uomini, lungo m. 11.50 
e largo m. 6.80. Sotto l'antica vòlta a botte correva un ricco cornicione stuccato e dipinto (di cui 



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Parte Quarta — Italia Meridionale 




Fig. 190. — Pompei : Tempio della Fortuna Augusta (da fotografìa Brogi). 



avanzano frammenti) sul quale slavano le lampe. Ne furono trovate più di 1300 in queste Terme 
per far lume di notte e fors'anco perchè se ne faceva commercio. Cinque porte aprivansi in questo 
spogliatoio ove i Capsarii custodivano le vesti. 

Tepidarium (lungo m. 10.40, largo 5.G0). Come rilevasi pure dal nome, era la stanza mode- 
ratamente riscaldata con uno scaldino mobile in bronzo, ad uso di spogliatoio per tutti coloro che 
volevano prendere un bagno caldo nel Calidarium, e ad uso di refrigerante per coloro che l'avevano 
preso; serviva anche per le frizioni con lo striglie e le unzioni fatte da schiavi a ciò destinati. 

Il Tepidario era ornato splendidamente. Vi si vede ancora in parte la bella distribuzione dei 
colori (bianco, violetto e azzurro) del fondo della vòlta con bianchi rilievi in istucco (Ganimede, 
Cupido, Apollo) negli ordini inferiori e i bianchi dipinti nei superiori. Nelle nicchie dei muri (per 
deporvi gli asciugamani e le coperte), preziosi Alianti o Telamoni (figure o mezze figure di uomini 
invece di colonne o pilastri per reggere gli architravi), in terracotta che reggono con le gomita L 
cornicioni. Questa sala riceveva la luce da un'apertura nella vòlta. Fra i molti utensili appartenenti 
ai bagni, che vi si rinvennero, sono da ricordare la grande braciera e i due sedili di bronzo con 
l'iscrizione M. Nigidius Vacala P. S., ossia pecunia sua. Anche il bassorilievo rappresentante una 
Giovenca e varie Teste di bove di ornamento ai sedili, alludono al nome di Marco Nigidio Vacula che 
fece le spese. Il Tepidario era riscaldato, per mezzo di tubi sotto il pavimento, da un focolare di bronzo. 

Il Calidarium, o Sudatorium (lungo m. 16.25 e largo m. 5.35) tien dietro al Tepidario col suo 
Baptisterium, o vasca bislunga di marmo in cui potevano stare sei persone e sedere con le gambe 
nel recipiente. In fondo alla vasca è una cavità per l'intromissione e la circolazione del vapore condotto 
per mezzo di tubi. All'altra estremità è la stufa, il Laconicum di Vitruvio, di forma semicircolare, 
col Labrum (bacino o conca) di un sol pezzo di marmo bianco, dal centro del quale spillava l'acqua 
bollente e sul cui orlo leggesi la seguente iscrizione in latino : Svtio Gneo Meliseo Apro figlio di 



Circondario di Castellammare di Stabia — Pompei 309 



Gneo, e Maì'co Stajo Rufo, figlio di Marco, Diiìimviri e Giudici per la seconda volta, si è costruita 
questa vasca a spese del popolo e per decreto dei Decurioni. Costò 75D sesterzi. 

Frigidario (di m. 5.74 di diametro). Dallo spogliatoio si passava nel Frigidario o bagno freddo 
che riceveva la luce da una finestra con lastre di vetro. Nel mezzo stava la vasca circolare o piscina 
profonda m. 1.30 con intorno un sedile largo m. 0.28 e in cui scendeva l'acqua fredda da un cannello 
di rame per raffrescare le membra estenuate dal calore del Calidarium. La vòlta, ora scoperta, formava 
un cono tronco dipinto in azzurro e nelle nicchie erano dipinte delle piante. Vi si raccolse una grande 
quantità di lampe di terracotta, un centinaio di monete d'argento, strigili in bronzo ed ossa umane 
presso una delle nicchie nel muro. 

Separato da quello degli uomini era il Bagno delle donne, ora convertito in magazzino. Anche 
il cortile con colonnato dorico ed un andito coperto è inaccessibile. Di fuori eranvi delle botteghe ma 
senza comunicazione con le Terme nel cui interno introducevano sei ingressi. 

Casa del Poeta Tragico. — Detta anche Casa di Omero e Casa del Cave Canem, una delle più piccole, 
ma più eleganti case private di Pompei. Quando fu scoperta divenne celebre in tutta l'Europa per 
la varietà e la bellezza dei suoi dipinti, i quali furono rimossi in gran parte e trasportati nel Museo 
Nazionale di Napoli. É la casa di Glauco del famoso romanzo di Bulwer : Gli ultimi giorni di Pompei. 

Da uno dei suddetti dipinti rappresentante una figura maschile che sia leggendo da un rotolo e 
dal musaico del Corago (capo del coro), che ammaestra gli attori, la casa fu detta del Poeta Tra- 
gico; ma il gran numero di anelli, braccialetti, orecchini, catenelle e altri siffatti oggetti ornatizi in 
oro e in argento del pari che le stufe portatili e le lampe in bronzo che vi si rinvennero avrebbero 
dovuto suggerire piuttosto che la era la casa di un orafo. 

Esternamente la parte inferiore presenta alla strada un muro diviso in quadrelli dipinti in rosso ; 
il piano soprastante ha finestre che apronsi sulla strada. Laporta girava sugli arpioni di bronzo che 
ancor vi si veggono. Nel pavimento del vestibolo si trovò il musaico rinomato del Cane incatenato, 
col motto Cave Canem (guardati dal cane), ora nel Museo Nazionale, ove furono anche trasferite le 
celebri pitture dell'atrio rappresentanti soggetti tolti dal Ciclo Omerico. Vi si veggono ancora nella 
seconda stanza a sinistra dell'atrio, ma sbiaditi affatto, Dafne ed Apollo; nel fregio. Combattimento 
delle Amazzoni; in mezzo al fregio, Venere Pompejana ; a sinistra del Tablinum (sala dietro l'atrio), 
una camera con dipinti di animali. Dietro al peristilio con colonnato, un bel Lararium (cappella 
domestica coi Dei Lari). Nella prima camera a sinistra del peristilio vedesi a destra una Pescatrive 
(Venere) e a sinistra, logorata. Arianna abbandonata da Teseo, e Narciso che si specchia nell'acqua, 
molto logoralo anch'esso. 

A destra è il Triclinium (sala da pranzo), lungo m. 6 e largo m. 5 Va ; un dipinto di Leda 
che presenta al marito Tindareo, re di Sparta, Castore, Polluce ed Elena quali uccellini, nati in 
un nido. Arianna dormente e Teseo che l'abbandona. Ai lati, le Stagioni e Giovani armati. Nella 
parete a destra, Diana ed Orione. Nel pavimento, pesci in un musaico bianco e nero. Attigua, la 
cucina col forno e nell'angolo destro la latrina. Del secondo piano non veggonsi più che le vestigia. 
Dal terreno sconvolto presso la casa argomentasi che essa fu rovistata dopo l'eruzione per trarne 
fuori i tesori che conteneva. 

Casa di l'ansa. — Ora Domus Cn. Allei Nigidi Mai, una delle case più grandi ed interessanti 
di Pompei, per armonia delle masse e perfezione del disegno, modello delle case dcH'aiitichità, con 
solo nel pianterreno cinquanta locali diversi. Forma da sé sola un'Insula od isola, circondata da 
quattro strade, un rettangolo quasi regolare, lungo m. 98 e largo m. 38. Prese il nome di Pansa 
dall'iscrizione: Pansam Aed. Paratus /%«i (Paralo chiede che Pansa sia scelto edile), che leggevasi 
alialo alla porla principale ornato di due pilastri corinzii (fig. 191). Questa porla come l'altra in 
fondo, era foderata di lastre di bronzo e accanto ad essa vedesi la cella ostiaria o stanza del portinaio. 
Il vestibolo, cosa rara in Pompei, è scoperto e sopra la soglia dell'atrio, con pavimento marmoreo 
e a musaico, leggesi Salve, saluto consueto agli entranti. 

Il cavedio, o cortile, è circondato da molle slanzellc, simili alle claustrali, che ricevono luce sol- 
tanto dall'usciolo e vanno ornale di molti e bellissimi rabeschi, il che fa supporre che la casa, cosi 
per la sua architettura come per la distribuzione giudiziosa di tulle le sue parli, secondo abbiamo 



310 



Parte Quarta — Italia Meridionale 



detto, appartenesse ad uno dei più ricchi abitanti di Pompei. L'impluvio, o bacino che riceveva dal 
compluvio quadrato, aperto in alto, l'acqua piovana, è, come di regola, nel centro dell'atrio e vi fu 
trovato un secchio legato ad una fune vicino al pozzo. Un piccolo piedestallo, su cui doveva sorgere 
qualche Deità domestica, teneva le veci di larario, che, al dire di Servio, doveva essere nell'atrio. 
Intorno alla corte aperta vi sono sei stanze da letto (cubìculo) e due alae o camere con pavimento 
più bello i'opus signinum, e a sinistra una camera per gli schiavi. In mezzo, il Tablimm (m. 5 su 

m. 5.50), già con musaico bianco, orlato in 
nero, aperto ai due lati e, a sinistra, la cosi- 
dclta Biblioteca in cui furono trovati dei ma- 
noscritti. 

L'angusto corridoio (Fauces) attinente al 
tablino dalla parte pubblica dava adito alla 
parte privata della casa, in cui incontrasi una 
corte con un peristilio quadrangolare e nel 
mezzo una peschiera (piscina) marmorea pro- 
fonda m. 2, in cui nuotavano varie specie di 
pesci ed il cui margine era piantato di fiori e 
piante acquatiche. Delle stanze intorno al pe- 
ristilio le prime a destra e a sinistra formano 
una specie à'Exedra, o portico con sedili per 
la conversazione. 

All'estremità del lato destro del peristilio 
sta un gran triclinio (sala da pranzo) con pic- 
colo buffet laterale ed alle spalle del peristilio, 
la più ampia e bella stanza della casa, YOeco, o 
sala di società come suol dirsi (lunga m. 10.40 
e larga m. 7.4-0), con largo ingresso. 

A destra dell'Oeco è il Sacrario e a sini- 
stra un altro corridoio per scendere dWoxystus 
viridarium (giardino), contro il cui muro 
fu rinvenuto in una caldaia il gruppo prezioso 
di Bacco ed Ampelo incrostato vagamente di 
argentei ornati, che ammirasi ora nella sala dei grandi bronzi del Museo Nazionale in Napoli. Vi 
furono anche trovate due grandi ale di bronzo di mirabile magistero, le quali dovevano appartenere 
ad una statua che, a far argomento dal terreno smosso anticamente in quel luogo, dovette essere 
trafugata. In fondo al giardino è una sala coperta con un padiglione ove la famiglia riducevasi a cenare 
e a prendere il fresco nell'estiva stagione. 

Vicino al Fauces (corridoio) che introduce nel giardino è un secondo atrio che dà adito nell'interno 
donde accedevasi alla cucina e alle sue dipendenze. I fornelli erano alti come gli odierni e contenevano 
ancora le ceneri. Sulle pareti erano dipinti due serpenti, custodi dell'altare sacro alla dea Fornace, e 
altri oggetti commestibili, come una lepre, un prosciutto, un maiale, costolette di vitello come le 
nostre, tordi, pesci ed una testa di cinghiale. Vi si scoprirono eziandio molti utensili di cucina in 
bronzo e vasellame in terracotta. A sinistra presso la cucina e la stalla pei cavalli od i muli ed il cesso. 
Alla stalla e alla cucina tiene dietro la rimessa con ampia uscita nella strada attigua, pei cavalli e 
i veicoli. Fra la cucina e ì'Oeco un passaggio conduce al giardino. 

A destra dell'Oeco era una stanza alta di due gradini con dietro una cella, certamente pel giardi- 
niere. Davanti al giardino correva per tutta la larghezza della casa una galleria coperta (Pergula) 
con undici colonne, e qui furono rinvenuti i più bei candelabri in bronzo che conservansi nel Museo 
Nazionale in un coi tubi in piombo e l'acquaio del giardino. Tutto l'appartamento a destra dell'Oeco 
sembra una parte distinta e speciale della casa e doveva comunicare con la strada per una porta 
particolare. Vi si estrassero cinque scheletri con orecchini ed anelli d'oro, monete d'argento e altri 




Fig. 191. — Pompei : Entrata alla Casa di Pansa. 



Circondario di Castellammare di Slabia — Pompei 311 



Oggetti. L'appartamento superiore, GweceOyO dimora delle donne, dagli oggetti trovati, è ora intie- 
ramente distrutto. 

I lati del pianterreno della Casa di Pansa erano tutti occupati lungo le tre strade da botteghe, una 
delle quali, dal suo comunicar con la casa, par fosse dello stesso proprietario della casa, per la vendita 
delle derrate dei suoi poderi. Nelle prime di queste botteghe si rinvennero molti colori per le pitture 
murali, e in altre erano mulini (pisirina) per macinare il grano. Eravi un magazzino di legna ed 
un forno, ove sopra una lastra di travertino era scolpilo un phallus o membro virile, col motto : 
Hic habitat felicitas. 

Strada Consolare. — Piegando a destra, all'estremità della strada delle Terme, si entra nella 
Strada Consolare, lunga e serpeggiante, che conduce alla porta d'Ercolano ed alla strada delle 
Tombe. Nel trivio, una fontana con un'Aquila in rilievo e dietro ad essa un Thermopolium, o taverna, 
con un banco su cui veggonsi ancora i segni dei vasi vinarii. Nel trivio seguente, wnSi Farmacia, con 
dipinto nel muro esterno un gran serpente, il genius loci o simbolo à'Esculapio. Tn essa si rinven- 
nero, nel 1809, parecchi vasi di vetro ed ampolle contenenti medicinali. Più oltre, a sinistra, un 
edifizio con semicolonne e scale per cui si sale ad un piano con giardino più alto della strada e da 
cui si gode di una superba veduta della costa di Sorrento, del mare e dell'isola di Capri. Quindi 
la Casa dell'Accademia di musica, con atrio, impluvio, quattro camere e a destra un'ala con bagno, 
il tablino, la cella penarla con cucina, ecc. Fu detta dell'Accademia di musica perchè fu trovata, 
nel 1810, dipinta di strumenti musicali e scene tragiche. 

A sinistra della strada Consolare è la Scuola Archeologica, fondata nel 1866 dal senatore Fiorelli, 
e dirimpetto all'ingresso di essa è la Panatteria di Pansa, grande edifizio con cortile a vòlta e pilastri 
quadrati con gli ordigni per ricavare e macinare il grano, e una stalla in cui si rinvenne una mascella 
e frammenti dello scheletro di un asino. In altre stanze erano i forni, le madie, il deposito delle ceneri, 
la cisterna e vasi per l'acqua. Sopra uno dei pilastri sta un dipinto rappresentante un Altare coi 
serpenti guardiani e due uccelli che danno la caccia a grosse mosche. 

Casa di Sallustio. — Cosidetta dall'iscrizione C. Sallust. M. F. sul muro esterno, mentre un'altra 
iscrizione sul bronzo la dice Domus A. Coss. Libani, ma detta in addietro Casa di Atteone da un fresco 
nel muro del peristilio. É una delle case più grandi e meglio conservate di Pompei, occupa un'area 
assai vasta ed è circondata ai tre lati da strade con botteghe. Quando fu tratta in luce si trovò che era 
stata spogliata, dopo l'eruzione, dei suoi tesori portatili. 

II vestibolo ha quattro aperture, delle quali quella corrispondente alla strada chiudevasi con porta 
quadrivalva, ossia a quattro pezzi che ripiegavansi l'un sopra l'altro. La porta era fiancheggiata da due 
pilastri coi capitelli e vi si vedeva dipinto il Satiro Mursia che insegnava a suonare il (lauto ad Olimpo. 
Nel mezzo dell'impluvio, sur una base marmorea, si trovò il celebre gruppo in bronzo di Ercole che 
ha raggiunto alla corsa la cerva dalla cui bocca sgorgava l'acqua in una vasca di marmo bianco. Questo 
gruppo, di magistero stupendo, ammirasi nel Museo di Palermo, ma ve n'ha una copia in gesso nel 
Museo Nazionale di Napoli. Le due stanze con le finestre andavano ornate di maschere sceniche, di 
uccelli e di quadrupedi su fondi di diversi colori. 

La sala di conversazione (Exedra) sta di fronte all'atrio ed ha alle spalle alcune aiuole ornate di 
colonne di stucco lucidissimo : da un lato il puleale o parapetto del pozzo e dall'altro una sala da bagno 
con fontana e giardino di fiori e in fondo dipinte sul muro, in varii compartimenti, vedute campestri 
con lepri, uccelli, pesci e volatili domestici. 

A destra dell'atrio un Venereum, o più propriamente un Gynecacum, od appartamento delle donne, 
un Harem in una parola, come li chiamano in Oriente. Consiste in un cortiletto circondato tla un 
portico di colonne ettagone, di un sacrario dedicato a Diana, di due stanze da letto ai lati, con finestre 
che guardano nel cortiletto, di un triclinio, di una cucina, di un cesso e di una scala che conduce ad 
un terrazzo sul portico. Ogni parte era decorata riccamente ed i dipinti licenziosi chiariscono la natura 
dell'appartamento. Il dipinto che occupa l'intiera parete prospiciente il peristilio, rappresenta Dianaal 
bagno sorpresa da Atteone donde il nome dato alla casa di Casa di Atteone. Nelle pareti laterali, Europa 
rapita da Giove e la Fuga di Frisso e di Elle. In mezzo è l'impluvio ed, ai due angoli, due camere, 
di cui una con pavimento di marmi variati, ed una vaga pittura degli Amori di Marte e Venere. 



312 Parte Quarta — Italia Meridionale 



Nel larario, a destra, si raccolsero un idóletto di bronzo, un vascttino d'oro del peso di 3 oncie, 
una moneta d'oro dell'imperatore Vespasiano e dodici altre di bronzo. A sinistra, nella stanza da letto, 
si rinvennero otto colonnini di bronzo appartenenti a letti. 

Nel vicolo adiacente fu trovato lo scheletro di una giovine donna la quale aveva in un dito quattro 
anelli con pietre preziose, cinque braccialetti di oro, due orecchini e trentadue monete le stavano 
accanto con un piatto d'argento. In vicinanza furono trovati gli scheletri di altre tre donne, proba- 
bilmente le sue fantesche. Poco lungi da quella di Sallustio sta la Casa di Cecilio Capella, già 
scavata e devastata dagli stessi antichi. 

Casa di Polibio. — Ampio edifizio a tre piani costruito sur un'elevazione di terreno declinante verso 
l'antica spiaggia. Il primo piano è al livello della strada e presenta la solita distribuzione di un vesti- 
bolo, di un atrio che si apre su un terrazzo, di un peristilio e degli ordinari appartamenti privati. Sotto 
il terrazzo un bagno, un salone, un triclinio, ecc. Dopo di essi un terrazzo che domina un ampio cortile 
circondato da portici, con un serbatoio nel centro. Sotto, un altro piano che contiene i bagni e le buie 
celle in cui alloggiavano per avventura gli schiavi. Molte fra le stanze erano decorate di musaici e 
di altri ornamenti di grande bellezza; ma, come tutti gli scavi primitivi in questa parte di Pompei, 
essi furono colmati e danneggiati grandemente prima che fossero riaperti. 

Nel trivio formato dalla congiunzione della strada di Narcisso con quella di Ercolano è una fon- 
tana, una piccola vasca con un CasteJlum o serbatoio circolare. Dirimpetto, a sinistra della strada, 
la Casa delle Danzatrici, cosidetta da quattro ballerine dipinte nell'atrio ; a destra, la Taherna Phoebi, 
Taverna di Febo, in cui furono trovati gli scheletri di un uomo e di due animali con un'iscrizione 
che dice: <.( Febo e i suoi avventori sollecitano M. Olconio Prisco e C. Gaulo Rufo duumviri ». 

Vicino ad essa una Saponeria, piccolo fondaco in cui si rinvennero un mucchio di calce ed altri 
materiali adoperati nella fabbricazione del sapone, tini, caldaie per la svaporazione, motrici, ecc. 

Più oltre è la Dogana (Telonium o Ponderarium), cortile in cui si trovò un numero di bilancio 
e di pesi, parecchi dei quali in marmo coU'iscrizione C. Fon. Tal. (Cenhim Ponderis Talentum); 
altri in piombo con le parole Eme et Habebis (Compra ed Avrai). Una delle bilancio aveva un'iscri- 
zione attestante ch'era stata verificata in Campidoglio ncll'VIII Consolato di Vespasiano e nel VI dì 
Tito (77 di C). Dietro è un cortile senza pavimento, in cui furono trovati, nel 1788, gli scheletri 
di due cavalli con al collo due campanette di bronzo. 

Dirimpetto, a sinistra della strada, la Casa a Tre Piani, cosidctfa dai piani preservati intieri. 
Credesi appartenesse a Polibio per essersi tratte fuori dalle rovine iscrizioni col suo nome. Ha un 
ampio peristilio corinzio con arcate e pilastri e due vestiboli comunicanti con la strada e l'atrio. 

Casa del Cliirurfio. — Una delle più cospicue dell'antico periodo architettonico (della pietra 
calcarea del Sarno) con una ricostruzione de' tempi romani. La parte anteriore antica è molto simme- 
trica, la facciata è ancora l'antica, l'ingresso più ampio del solito, la porta immediatamente sulla 
strada e a sinistra una bottega che apresi nella casa, certamente la bottega del chirurgo. L'atrio tusco 
con impluvio in pietra di Nocera, allato quattro cubiculi e AueAìae, la sinistra con avanzi di pitture 
e pavimento in musaico conduce in un triclinio per l'estate con finestre, la destra in uno spazioso 
triclinio invernale. Nella parte ricostruita della casa vi sono il cortile, la cucina, la latrina, la cella 
penarla, la scala e il postico. All'estremità del braccio orientale e a sinistra, un graffito (incisione 
sul muro con una punta). Dal tablino si esce nel viridario in cui vedesi a destra un Oeco elegante 
con finestre e ornato in addietro di ricchi dipinti. Parecchi degli strumenti chirurgici trovati in 
questa casa nel 1771 sono ora nel Museo Nazionale di Napoli. 

Casa delle Vestali. — Duplice casa grandiosa che occupa l'intiero spazio fra due strade con a 
destra e a sinistra un vestibolo allato all'ingresso, ambedue già con pavimento in musaico e belle 
pitture. Nel primo a sinistra, nella parete destra: Satiro e Baccante, dirimpetto una Vittoria; nel 
secondo a destra, lettuccio del portinaio. 

Atrio, coi soliti appartamenti ai lati, e triclinio, già con pavimento a musaico e decorato con dipinti 
che non consuonano col nome di Casa delle Vestali. 1 pavimenti in musaico di parecchie delle stanze 
furono trasportati nel Museo Nazionale, ma uno ne rimase sul limitare della seconda casa con la 
parola 5a/ye per salutare gli ospiti. Le pareti di parecchie stanze da letto e dei gabinetti erano 



Circomlatio di Gaslellammarc di Stabia — Fompei 



313 




Fig. 192. — Pompei : PofLa Ercolanense. 



dipinte riccamente con rabeschi ed altri ornali e in una di esse si trovò una quantità di ornamenti 
muliebri con lo scheletro di un cane. 

All'estremità della casa è una stanza della il Lararium con tre nicchie contenenti un'ara. Nei 
primi scavi la cucina e la dispensa furono trovate piene di grano, frutta, anfore e dietro la casa si 
disseppellirono, nel 1769, parecchi scheletri. 

In vicinanza, a destra, un Thermopolium, od osteria, per la vendila di bevande calde appartenente, 
come dice un'iscrizione, a cerio Perennio Niraforio. Le varie stanze di dietro accoglievano proba- 
bilmente i bevitori e in una delle pareti erano affissi gli annunzi degli spettacoli del giorno. L'osteria 
stessa conteneva un forno ed un banco in marmo sul quale scorgcvansi ancora le macchie dei liquori 
e le impronte dei bicchieri. La figura di Mercurio era dipinta in varie parti della casa e sopra alcune 
pareti leggevansi scombiccherali i nomi di alcuni fra gli avventori. 

Dirimpetto, a sinistra, l'Osteria di Albino, dal nome trovalo scritto sul muro, pei carrettieri e 
mulattieri con a destra la stalla e a sinistra tre stanze da letto. Vi si rinvennero due scheletri di 
cavallo, frammenti di morsi e di briglie, anelli per legar gli animali da tiro e da soma, frammenti 
di ruote, ecc. 

Casa (lei Triclinio. — Dirimpetto all'alrio a destra, in luogo del tablino, un grande triclinio 
da cui si giunge a destra nel superbo peristilio, formato da undici colonne e quadro pilastri con 
capitelli stuccali e conservati in parie, pareti dipinte in giallo con zoccolo rosso ed un colonnato 
con festoni, nei cui interstizi veggonsi ancor dipinti frulla, pesci, uccelli, uomini armali, sfingi 
nello zoccolo ed animali fantastici cancellati a mezzo. Dietro il peristilio ampio ed elegante Sacra- 
riitm con nicchie rivestite di conchiglie nella vòlta ed accanto wn'Exedra. 

Nel lato sinistro della strada Consolare le case sono a più piani ed edificate sulle mura della città, 
donde una stupenda veduta sulle coste Sorrentine e le montagne. Erano al fermo Case di mcrcanli 
e il loro complesso porta il nome d'Insula Occidenlalis. Furono scavate le piime ma poi colmale. 

Porla Ercolanense (fig. 192). — É l'entrata più importante in Pompei, l'ultima costruita e la 
più maestosa, larga m. 14 con un ingresso di m. 4.40 e due laterali pei pedoni di m. 1.35. L'arco 
è scomparso intieramente. Essa fu aperta probabilmente all'arrivo della colonia di Siila per render 
più agevoli le comunicazioni fra la città e il borgo vicino ed è situala in velia alla collina a ni. 41.93 

40 — La Patria, voi. IV. 



S\A Parie Quarta — Italia Meridionale 



dal livello del mare. Le porte chiudevano la via rotabile e la via pei pedoni verso la città. L'architet- 
tura della porta è intieramente romana e costruita di mattoni e di lava in istrati alternanti. L'arco 
centrale era difeso esternamente da una saracinesca che ahbassavasi per iscanalature di cuiveggonsì 
ancora le traccie e internamente chiudevasi con porte a due battenti. Nel caso che la saracinesca 
fosse presa, gli assediati potevano scagliar freccie contro gli assalitori. Il tutto era rivestito di stucco 
bianco sul quale furono trovati scritti, in lettere rosse o nere, annunzi di ludi gladiatorii e notizie 
pubbliche. Un orologio solare in marmo fu rinvenuto fuori della porta nell'angolo formato dall'in- 
gresso a sinistra e dalle mura della città. A sinistra di codesta porta vcdesi una delle porzioni meglio 
preservate delle mura di Pompei, un bel modello dell'antica muratura consistente in istrati oriz- 
zontali di massi del più antico tufo vulcanico simile a quello che si estrae nei dintorni di Napoli. 
Oltre la porta stendevasi l'ampio sobborgo detto Pagus Avgustus Felix. 

Strada dei Sepolcri (fig. 193). — É un'ampia strada fiancheggiata ai due lati da tombe varie di 
forma e stile e che rammenta, comecché in proporzioni minori, le classiche glorie della via Appia 
di Roma. Bellissime da questa strada sono le vedute del golfo e delle contrade adiacenti. 

A destra presso la porta, piedestallo di una statua equestre e, a sinistra, Tomba deU'Augustale 
M. Cerrinius Reslilutus, piccola nicchia a vòlta, la quale fu trovata, quando fu aperta, ornata di 
dipinti. La storiella dello scheletro di un soldato in piena armatura rinvenutovi la fece considerare 
una garretta per le sentinelle; ma, non essendovi ricordo autentico di un siffatto scheletro, la leggenda 
del soldato romano che muore al suo posto sotto le ceneri e i lapilli durante l'eruzione vesuviana 
vuoisi relegar fra le favole. 

Seguono due emicicli con le tombe di Aulo Vejo e di Porcio. Appiè del primo è una pietra ritta 
che ricorda un decreto dei Decurioni concedente a M. Porcio un tratto di terreno di 7 mq. Un'altra 
pietra reca il nome di A. Vejo a cui fu concesso del pari un tratto di terreno. Il secondo emiciclo 
del diametro di 5 mq., con un banco sorretto alle due estremità da una zampa di leone, ha un'iscri- 
zione che dice qualmente i Decurioni decretarono un luogo di sepoltura a Mammia figliuola di 
P(orcio) sacerdotessa pubblica. 

Dietro quest'emiciclo è la Tomba della sacerdotessa Mammia. Sta in un cortile a cui si sale per 
una scala da un chiuso detto, dalle molte maschere rinvenutevi, Tomba dei Commedianti. È una 
tomba quadrata in muratura stuccata con in fronte le colonne. Le pareti interne erano dipinte a 
rabeschi ed avevano undici nicchie nella maggiore delle quali era un'urna in terracotta rinchiusa in 
un'altra di piombo. Nel circuito della camera erano sedici piedestalli che reggevano cippi ed uno 
nel centro su cui stava probabilmente l'urna principale. Parecchi cippi furono trovati nel chiuso 
fuori della camera coi nomi, fra le altre, della famiglia Istacidia. Un altro chiuso dietro, in cui fu 
rinvenuta una grande quantità di ossa semiarse, era probabilmente un Ustrinum o luogo di crema- 
zione dei cadaveri. 

Dirimpetto, a destra, la tomba semplice di T. Terenzio circondata da un'area in cui erano le 
ceneri. L'iscrizione sulla tomba suona: « A T. Terentius Felix Major, figlio di Tito della tribù 
Menennia, Edile. 11 Comune gli concesse il luogo con 2000 sesterzi. Fabia Sabina, figliuola di 
Probo, moglie sua ». — Indi la Tomba delle Ghirlande, semplice dado d'ojjw* incertum rivestito 
di lastre di tufo stuccate, con agli angoli pilastri corinzi, fra i cui capitelli intrecciansi ghirlande ; 
dai primi tempi della colonia romana. 

Dirimpetto, a sinistra, la cosidetta Villa di Cicerone, semplicemente dal fatto ch'ei lasciò scritto 
in parecchie delle sue lettere che possedeva una villa in Pompei : ma, da un'iscrizione rinvenuta 
nel giardino, questa villa pare che sia probabilmente di certo M. Crapus Frugi, di cui rimangono 
gli avanzi di un portico sontuoso. Certo ò ad ogni modo che essa era una splendida dimora, 
dacché nelle sue rovine furono dissotterrati alcuni de' più bei musaici e dipinti che sono ora nel 
Museo Nazionale di Napoli, fra i quali il celebre dipinto delle otto Danzatrici e i due musaici con 
soggetti comici che portano il nome di Dioscoride di Sarao. La sua situazione doveva essere 
mirabile e superiore anche a quella della Villa di Diomede. 

A destra : Sepolcro del Vaso di vetro, di cui più non esiste che la parte inferiore di massi 
riquadrati. Nella piccola cella fu trovato il prezioso vaso di vetro con la vendemmia, ora nel Museo 



Circondario di Castellammare di Stabia r- Pompei 



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Parie Quarta — Italia Jleridìonale 



Nazionale. — Emiciclo, nicchione aperto semi-circolare, luogo di riposo con bandii, pei passcg- 
gianti ; è più fondo che largo, con dinanzi pilastri corinzii bizzarramente sovrapposti e il frontone 
ornato di delfini e due tritoni ; nell'interno le pareti sono dipinte in rosso ed una grande conchiglia 
adorna la vòlta azzurra. — La cosidctta ViUa delle colonne a musaico, con due ingressi: il primo, 
in marmo fra quattro botteghe ed ornato di pihastri, mette in un andito con dipinti (maschere, 
paesaggi, architetture) e ad un'area aperta con all'estremità una nicchia di fontana con musaici. 
Il secondo ingresso conduce ad un portico a sinistra con sei colonne; dietro, gabinetto pe' bagni, 
cappella domestica ed ara. 

Collegata a questa villa è la cosidetta Osteria Suhurhana, con una serie di Tahernae pei carret- 
tieri ed uno scalo che mette alle camere soprastanti ; cortile pei carri con stalla, un abbeveratoio in 
pietra. Vi si rinvennero carri, secchielli, mortai, fiaschi, bicchieri, piatti, bilancio, dadi, tegami, 
casseruole, ecc., tutto nel Museo Nazionale. Nella strada un piccolo focolare per cucinare, pel 
popolo. All'estremità del lungo portico diramasi a destra una strada, nella quale furono trovati 
antichi Sepolcri Osci con ischclelri, ma senza urne cinerarie. 







Fig. 19^-. . — ronipei : Bassorilievi del sepolcro di Aricio Scauro, 



Noi lato sinistro della strada dei Sepolcri è la tomba in forma di aliare di Servilia, fra due 
cipressi, e nel muro accosto a destra un cippo-erma marmoreo, tutto quel che rimane di un sepolcro 
fatto innalzare da una donna di nome Servilia al marito ch'ella, giusta i frammenti raccolti 
dell'epigrafe, chiamava Vamico dell'anima sua. 

A sinistra, magnifico sepolcro già decorato di molti bassorilievi di stucco fuori della prima 
porta sulla strada, ora perduti intieramente, quello eccettualo de' gladiatori (fig. 194) sulla piccola 
porta, ma guasto. Addimandasi Sepolcro di Aricio Scauro dalla sua lunga iscrizione, ma uopo è 
sapere che la lapide non apparteneva a questo monumento e che, rinvenuta nella strada, fu posta 
con poco discernimento dov'ò ora. L'iscrizione latina sulla lapide suona in italiano: « Ad Umbriaco 
Scauro figlio d'Aulo, della Tribù Mcnenia, duumviro di giustizia. I Decurioni gli assegnarono questo 



Circondario di Castellammare di Slabia — Pompei 317 

luogo per monumento, duemila sesterzi per la pompa funebre e gli ordinarono una statua equestre 
nel Fóro. Scauro padre al figlio ». Occorre ora sapere che questo nobile monumento è al contrailo 
di un magistrato ignoto, il quale aveva per la sua magnificenza ottenuto il suffragio popolrre. 
Cosi il Fiorelli. Il monumento si compone di una cella o cohimbarium contenente quattordici 
piccole nicchie con vòlta sorretta da un pilastro aperto sulle quattro faccie per accogliere l'urna 
contenente le ceneri del principal personaggio sepolto : la cella è cinta da un muro e sopra la vòlta 
tre gradini sorreggono il cippo. Sul piedestallo e sui gradini sono rappresentati alcuni Combatii- 
menli di (jladiatori e Caccia di belve offerti al popolo dal defunto in guiderdone dalle magistrature 
conferitegli od esposti l'ultimo giorno de' suoi funerali dalla compagnia gladiatoria di Nvmerivs 
Festus Ampliatus. 

Sempre a sinistra: Sepolcro rotondo o circolare, decorato esternamente di pilastri sopra una 
base quadrata ornata di acrolerii con bassorilievi. Uno di essi rappresenta una Donna con in 
mano una palerà e una ghirlanda in atto di offrire alcune frulla sopra un ara; un altro basso- 
rilievo raffigura una Giovine madre in greca veste fluente che depone una benda funerea sullo 
scheletro di un fanciullo. Credesi che la composizione si riferisca alla scoperta di un fanciullo 
ch'era perito nel tremuoto del 63 dopo C. ; il fanciullo infatti giace sopra un mucchio di pietre 
col braccio sinistro sopra il capo come se dormisse. Una scala conduce alla camera rotonda, conte- 
nente tre nicchie con vasi sepolcrali ed è illuminata da una piccola apertura sopra la cornice. Nelle 
pareti e nella vòlta sono dipinti arabeschi, pavoni, delfini e cigni. Non essendosi trovate ceneri che 
in uno dei vasi e non avendovi iscrizioni nelle due lastre marmoree nel muro, si argomenta che 
questa tomba fosse innalzata dai genitori del fanciullo, poco prima della distruzione di Pompei 
nella grande eruzione successiva, e che questa catastrofe impedisse loro di essere ricongiunti dopo 
morte al loro caro figlio. 

A destra : Sepolcro della Porta diMarmo, altro monumento assai danneggiato nella parte superiore. 
Nel basamento quadrato cuna porticella che mette in una camera quasi sotterranea. Si suppone che 
questo sepolcro non fosse stato ultimato per la ragione che nella cavea e dentro le mura interne 
rimangono rozze pietre senza intonaco e senza ornati. 

Dirimpetto, nel lato sinistro della strada dei Sepolcri, magnifico Ceno/fl//o o Mausoleo di C. Cal- 
venzio Quieto Augustale, formato di bianchi marmi e di ornali di ottimo stile. La parte inferiore, 
a foggia di grande ara quadrata, poggia per tre gradini sopra un'altra base quadrata. Termina in 
due intrecci graziosi di foglie d'alloro che mettono capo a due teste di montoni. Era un sepolcro 
onorifico perchè privo di porta e di colombario e fra le figure in bassorilievo nella base superiore 
vedesi il Bisellium (o seggio d'onore a due persone nel Fòro e nel Teatro con isgabcllo per appog- 
giarvi i piedi) su cui sta scritto in latino: « A C. Calvenzio Quieto Augustale. Per la sua munificenza 
l'onore del Bisellio gli fu dato per decreto dei Decurioni e col consenso del popolo ». Nelle faccie 
laterali sonvi corone di quercia legate con nastri in segno di omaggio al cittadino benemerito. 11 muro 
del recinto termina in sei piramidi ornate di alcune figure di stucco asfai danreegiale, fra cui la 
Fortuna sul globo terracqueo che stringe un Corno dell'Abbondanza, ed Edipo in piedi con la mano 
sulla bocca davanti alla Sfinge attonita a cui ha spiegato l'enimma. In altro bassorilievo un Uomo 
seduto sopra una rupe con alle spalle una colonna sormontala da una sfera, forse lo stesso Edipo che 
riposa dopo spiegato l'enimma. Tutti questi emblemi alludono alle vicende della vita umana. 

Proseguendo a sinistra inconlransi i cippi sepolcrali della famiglia Islacidia, come Icggesi in 
un'iscrizione latina sul muro prospiciente la strada. Pare che questa famiglia abitante nel V-to 
d'Augusto, suburbio, poss^idesse qui un'area sepolcrale circoscritta da un muro in cui nell'interno 
sono tre colonnette marmoree, due delle quali con iscrizioni. 

Segue il monumento interessante di Nevoleia fiche e Munazio Fausto, consistente in un chii so 
quadrato, con in fronte la camera sepolcrale e l'epigrafe seguente in latino : « Una liberta di Giiilo 
Nevoleia di nome Tiche innalzò questo monumento durante la sua vita per sé e per Caio Munazio 
Fausto, Augustale, abitante di questo borgo, al quale, per consenso del popolo, i Decuiioni conces- 
sero l'onor del Bisellio in ricompenaa de' suoi servigi ; ed ella eresse questa tomba anche per i loro 
liberti e liberto». Nel fregiodella parte superiore e scolpito il busto di Nevoleia e sotto, dopo l'iscrizione 



318 Parte Quarta — Italia Meridionale 



surriferita, un bassorilievo rappresenta un 5ffcn'^zJo con diciotto figure in due groppi. In mezzo due 
giovinetti depongono l'offerta sull'altare. Dal lato verso la porta della città è effigiato il Bisellio e 
dall'altro lato delia base, una barca con due alberi, uno diritto e l'altro transversale al sommo del 
primo che regge una vela quadrata. Un uomo sta al timone e due giovinetti ignudi sono appiccicati 
all'albero transversale come volessero ammainare la vela, mentre due altri si arrampicano su per le 
corde ed un uomo in corta tunica le raccoglie al basso. La nave ha per rostro una testa di Minerva 
e all'altra estremitcà una testa d'oca con un collo lungo e la si vede già disarmata dei remi. Questa 
scoltura singolare credesi abbia un doppio significato : primieramente come allusiva alla condizione 
commerciale di Munazio e in secondo luogo quale emblema dell'ultima scena della vita quando 
l'anima entra nel porto sicuro e tranquillo della morte. Nell'interno della camera sepolcrale e nelle 
nicchie furono trovate parecchie urne cinerarie, alcune lampade e grandi vasi di vetro con coperchi 
di piombo contenenti ceneri. In una piccola nicchia nel muro del chiuso è un cippo col nome di Caio 
Munazio Atimeto, morto in età di 57 anni. 

Segue un picciol ricinto detto TriclÌ7iìo Funebre, con porta bassa, aperto in cima e con pareti 
dipinte con fiori ed uccelli. Serviva di Silicernhim ai funebri banchetti ed havvi tuttora nel centro 
il piedestallo circolare della tavola per questi banchetti. Un'iscrizione dice che fu eretto a Gneo 
Vibrio Saturnino dal suo liberto Callisto. 

A destra : Sepolcro d'Alleio Lucio Libella senza colombario, ma con superbo gran piedestallo di 
travertino scolpito con esattezza e laggiadria. L'iscrizione in latino suona : « A Marco Alleio Lucio 
Libella, padre, edile, duumviro, prefetto e censore ed a Marco Alleio Libella, figlio, decurione che 
visse 17 anni ». Il luogo del monumento fu loro concesso dal popolo. Alleia Decimilla, figlia di 
Marco e sacerdotessa pubblica di Cerere fece innalzare questo sepolcro al suo sposo e al suo figlio. 

Dirimpetto al detto triclinio, a destra: Sepolcro di Ceio Labeone, già monumento grandioso con 
ricchi rilievi in istucco e statue. Presso il sepolcro si rinvenne un'iscrizione latina, trasportata nel 
Museo, che tradotta in italiano suona : « A Lucio Ceio, figlio di Lucio, della tribù Menenia ed 
a Lucio Labeone, figlio di Lucio, duumviro di giustizia per la seconda volta, quinquennale, 
Menomaco liberto ». 

A dritta. Sepolcro della famiglia Arria. Sopra un muro con terrapieno che serve di base ergesi 
una solida costruzione rivestita di stucco con una facciata alta m. 3 Va in cui due pilastri reggono 
un frontone dandogli l'aspetto di un tempietto. Nel mezzo un'iscrizione latina che suona in italiano: 
c( Marco Arrio Diomede, capo del borgo Augusto Felice suburbano in sua memoria ed a quella dei 
suoi » ; da! che si rileva che qui era situato un borgo o villaggio di Pompei detto Pago Augusto Felice 
in cui sorgeva la celebre Villa di Diomede, che ritroveremo più qua col sepolcreto della gente 
Aì'ria. 1 fasci sotto l'iscrizione attestano che Arrio Diomede era un magistrato principale ed essendo 
arrovesciati significano morte. Fuori del muro basso del recinto sono due erme funeree coi dorsi 
rigati per imitare i capegli. Una di esse reca il nome del primogenito di Marco Arrio e l'altra 
quello della sua figliuola Arria morta nella tenera età di otto anni. In fronte al muro lungo la strada 
un'iscrizione ad un'altra figliuola della medesima famiglia Arrio. 

Presso la piattaforma, basamento delle tombe Arriane e in una piccola nicchia semi-circolare 
il cippo di un fanciullo N. Velasius Gratus, con un'iscrizione che rammenta la sua morte in età di 
dodici anni. Accosto, le tombe di Salvio che morì a cinque anni, e di Servilia, ambedue in rovina. 

Casa di Marco Arrio Diomede. — Una delle case più vaste e meglio conservate di Pompei a due 
ordini, uno a livello di via Domiziana, l'altro in pendio sul giardino. Il peristilio ben proporzionalo 
precede l'atrio e nella corte scoperta è l'impluvio per l'acqua piovana che cadeva nella sottoposta 
cisterna da cui attingevasi per due puteali. 

Per otto gradini scendesi nell'interno ove son le camere degli schiavi, la cucina e le sue dipen- 
denze. Due ingressi, uno pei padroni e l'altro per la servitù. Dirimpetto al peristilio e fra il cortile 
e la galleria è una stanza che offriva per la sua ampiezza spazio bastante per passeggiare e fare altri 
esercizi durante la pioggia. Nei due lati più lunghi sono due stanze con vedute amenissime e due 
stanzette per usi diversi. Segue il Cubiculum, o stanza da letto, preceduta dalle stanzette dello schiavo 
di servizio. Scorgesi in essa un'alcova con un incavo in cui si rinvennero profumerie e cosmetici. 



Circondario di Caslellammnre di Slabia — Pompei 



Il ninfeo, o bagno, è piccolo ma ben conservato, con un cortile ornato ai due lati da un portico 
con colonne ettagone. In fondo un'ampia vasca all'aria aperta pei bagni freddi. Precedeva ì'apoditerio, 
spogliatoio, in cui si deponevano le vesti e seguivano il frigidario e il tepidario la cui finestra era 
guernita di lastre di vetro doppio. Nel ninfeo, come vedesi, pare che una sola persona potesse pren- 
dere il bagno e la stufa ed adoperavasi per bagno freddo, tiepido, caldo, a vapore o a doccia. La sala 
annessa doveva servire di vestiarium o guardaroba, posciachè vi furon trovate stoffe polverizzate 
e residui di armadi! e di tavole carbonizzate. 

Dalla galleria suddescritta si pon piede in un triclinio estivo, con allato il gabinetto per lo 
schiavo di guardia, e si scende nel piano inferiore, in un ampio cosidetto oecus cyzicenus, che serviva, 
al dir di Vitruvio, al doppio uso di triclinio e di sala di conversazione. Tutte le finestre di quest'ap- 
partamento schiudevansi quasi a livello del suolo e lasciavano vedere il giardino, i terrazzi e il vasto 
orizzonte del mare e del Vesuvio. Una scalinata conduceva all'appartamento delle donne o gineceo. 

Annessa al corpo dell'edifizio è una specie di casa campestre con tutte le sue dipendenze: la cucina, 
il forno, l'alloggio degli schiavi coltivatori e del colono, la scuderia e altri accessorii. "Vi si rinvennero 
quaranta pezzi di lastre di vetro fittissimo, che guernivano le finestre, una quantità di vasi-, un'anfora 
piena di miglio, un'altra con una breve iscrizione ad inchiostro, uno scheletro d'uomo poco lungi da 
un altro di capra, con la sua campanella al collo, lucerne e varii strumenti campestri, monete evasi 
di vetro. Sotto il portico un focolare con suvvi una casseruola in bronzo col suo coperchio; una 
bottiglia impagliata era ancora appesa ad un chiodo nel muro. 

Dal piano a livello della strada comunicavasi con quello del giardino in due maniere: da un lato 
pel corridoio a dolce pendio riserbato alle persone di servizio e dall'altro lato per la scala della parte 
opposta che formava la comunicazione frequentata più particolarmente dai padroni come rilevasi 
dalla sua situazione interna. Un portico rialzato circondava il giardino ed alla sua estremità occi- 
dentale aprivasi una sala ben decorata. Una fontana, alimentata dall'acqua della cisterna, corrispon- 
deva col serbatoio dell'appartamento soprastante. Il portico andava inoltre fornito di sale, di triclinii 
e di altri appartamenti ornati nella maniera più graziosa e squisita. Disgraziatamente i dipinti dete- 
riorarono con una rapidità desolante, ma se ne possono veder le copie nel Museo Nazionale e in un 
volume dell'Accademia di Napoli in cui sono riprodotti in gran parte. 

In questi appartamenti trovaronsi due scheletri : uno aveva accanto ventitré monete in bronzo del- 
l'imperatore Galba e l'altro una moneta in oro di Nerone, quattro orecchini in forma di spicchi d'aglio, 
quarantatre piccole monete di argento, una cornalina ovale con inciso un cocchio tratto da due cervi 
e guidato da un genio alato con in mano lo scudiscio : tutti questi oggetti erano rinchiusi in un 
panierino conico tessuto di vimini {fiscella). 

Per un andito che va ad una delle scalinate si scendo nei sotterranei sotto i portici, i quali 
formano un cripto-portico, o galleria sotterranea rischiarata da spiraceli a fior di terra. Doveva 
essere la Cella vinaria o cantina, posciachè vi si trovarono molte anfore addossate al muro e sepolte 
nella sabbia. Lo scavo riusci malagevole e faticoso si perchè il terreno arrivava sino alla vòlta ed era 
molto compatto e sì ancora a cagione della mofela o gas acido carbonico che sprigionavasi da esso. 
All'ingresso di questa galleria, che gira attorno al giardino, furon trovati diciotto scheletri di persone 
adulte, uno di una fanciulla e un altro di un bambino. Erano tutti in un gruppo e i corpi avevano 
lasciato la loro impronta nella cenere come in una matrice e le vesti consunte e frammiste al terreno 
serbavano ancora le trame diverse. Molti avevano le teste coperte dai panni secondo l'usanza degli 
Antichi nel rassegnarsi a morire. Furono trasportati nel Museo varii pezzi del terreno induralo e vi 
si ravvisarono le impressioni di alcune membra, fra le altre delle poppe protubcranli di una giovine 
donna e della testa di una fanciulla a cui aderivano ancora i capegli. 

« Si raccolsero accanto ad essi — narra Gaetano Nobili — gli oggetti seguenti: in oro, duo arniillc 
a piastre ritorte in cerchio ; un monile a catenella donde pende una bolla e che si allaccia per nic/./o 
di un uncinetto fissato alla bolla da cui pendono due altre catenelle più corte le quali finiscono in 
pampano; altro monile o vezzo formato da doppio intreccio di piastre, cui sono incastonali novo 
smeraldi ed una lumetla pendente; un anello a pietra verde ovale coll'inlnglio di una festa; allro 
anello con opale piccolissima, coH'intaglio figurante un vaso; due altri anelli semplici con incisione, 



3:20 Parie Quarta — Italia Meridionale 



uno di ramoscello, l'iiltro forse di uno scorpione; due giacinti, uno di forma Icnticolare, tutto liscio, 
l'altro coll'intaglio di una Venere; una cornalina coll'intaglio di un cavallo e dietro una palma di 
argento; un anello molto doppio, rappresentante un anfesibene, o serpente a due teste; altro anello 
formato da un serpe che si morde la coda ; il pieduccio di qualche mobile, figurante la zampa di un 
leone con ali superiori ed una testa muliebre; uno spillone o meglio uno stuzzicorecchi che termina 
da un lato con piccolo cucchiaino tondo e rotto dall'altro lato e trcntuna moneta di modulo piccolo. 
Di bronzo: quattro monete di modulo grande con la leggenda Victoria Avfjusta, due di Galba, 
molte di Vespasiano, ventiquattro di modulo medio ; un anello, molti candelabri e vasi ed inoltre 
molti frantumi appartenenti ad lina cassetta, come maniglie, chiavistello, pezzi di guarnizione e 
frammenti di legno ed un pettine anche di legno a denti in ambo i lati. Di ferro: un anello coll'in- 
taglio di una testa ed un mazzo di chiavi ammassate dalla ruggine ». 

Abbiamo voluto recar per disteso questa enumerazione del Nobili per dimostrare l'opulenza e la 
raffinatezza degli antichi Pompeiani. 

In quest'ampio giardino il cav. Tenore scopri pel primo un bel fiore giallo con foglie vellutate a 
cui pose il nome di Gnaphaliiuii Pompeianum perchè non si trova che nelle rovine di Pompei. 

Presso la porta d'uscita nella campagna e verso la marina fu scoperto lo scheletro del padrone 
della casa insieme a quello del suo schiavo. Ei giudicò la fuga il miglior mezzo di scampo ed abban- 
donò i suoi nella speranza di porsi in salvo, ma non potè oltrepassar la cinta della sua possessione e 
cadde asfissiato dalle ceneri presso la porta ove fu rinvenuto con in mano una chiave di ferro intar- 
siata d'argento ed al dito un anello d'oro figurante un anfesibene di molto peso. Accanto a lui lo sche- 
letro dello schiavo che lo seguiva con una borsa con entrovi dieci monete d'oro di Nerone, Agrippina, 
Vitellio, Vespasiano e Tito, ottantotto imperiali e consolari di argento, una delle quali di Marco 
Antonio e di Cleopatra e nove in bronzo di modulo grande di Augusto, di Claudio e di Vespasiano. 

Allato al giardino è un recinto largo un quindici piedi che poteva esser benissimo uno sferisterio 
pel giuoco della palla. Fuori della casa verso il mare furono disseppelliti nove altri scheletri, appar- 
tenenti forse alla stessa famiglia, ed una vasca quadrata di trachite in cui cadeva l'acqua per un tubo 
confitto in una grossa pietra soprastante. 

Casa delle Amazzoni (con dipinti ancora esistenti). — Nel piccolissimo tablino a sinistra: Un 
giovine con un turcasso (Apollo?) e sotto Fiijure alate. A sinistra della piscina del giardino e alla 
estremità della casa, Paesaggio con architettura. Accanto è l'ingresso all'Oeco elegante, con nella 
parete sinistra Aì'ianìia e due Amazzoni a cavallo. Dirimpetto all'ingresso: Venere e Marte e in alto 
figure ed uccelli volanti. 

Casa di Nettuno. — Piccola ma notevole per un bell'impluvio in marmo nell'atrio tusco e pei 
dipinti nelle stanze rappresentanti Diana, Teseo e Arianna, Apollo e Diana, Biga di Diana, Nettuno 
(donde il nome) e belle e ben conservate decorazioni con paoni ed altri uccelli. 

Casa dei Fiori (già del Cinghiale). — Cosidetta da un musaico rappresentante un Cane che 
addenta l'orecchio ad un cinghiale, ora nella collezione del duca d'Aumale. Deriva il nome odierno 
da alcuni dipinti leggiadri rappresentanti Ninfe che recano fiori nei grembiali. 

Casa delle Danzatrici. — Cosidetta da quattro leggiadre danzatrici del corteggio di Bacco, e 
già Casa d Iside dal dipinto d'Iside e di Osiride con cornucopia nell'ara del larario. Nel Cubiculo, o 
stanza da letto, erano dipinte due Dee che spogliansi davanti Cvpido, Baccanti nelle forme più 
seducenti, ecc. 

Casa di Modeslo (da un'iscrizione in rosso sul muro della casa opposta). — È piccola ed ha un 
atrio imphivialum, od inclinato fuori, si da spander l'acqua fuori invece di portarla in una cisterna 
nel centro del pavimento. 

Casa d'Ercole. — • Ancor con dipinti e graffiti e con una facciata curiosa dipinta in losanghe 
rosse, bianche e gialle. Piccolo tablino con pilastri corinzi; Ercole e le Muse nel triclinio. Bel 
larario nel giardino coi due Dei Lari in tunica gialla succinta e pallio rosso e due serpenti attorci- 
gliati ad un'ara su cui stanno una pina e due uova. 

Casa d'Apollo. — Domus A. Herenulei Communis, ricca di dipinti. Ponendo piede nell'atrio 
vedesi a sinistra la scala che metteva al piano superiore e in mezzo alla parete è dipinto un Apollo 



Circondario di Caslellsfmmare di Stabia — ^ Pompei 321 



col globo in' mano, donde il nome dato alla casa. Il tablino in faccia all'entrata é decorato leggia- 
dramente con riquadrature di varii colori. In mezzo alle due pareti laterali due quadretti: a destra 
Adone in riposo. con. un Amorino, a sinistra Venere allò specchio. Si passa quindi in un secondo 
cortile con una fontana capricciosa, nel centro della quale ergesi una piramide quadrata, con iii 
vetta una statuetta (ora nel Museo Nazionale di Napoli) che stringeva sotto il braccio un'oca, dalla 
cui bocca sgorgava l'acqua precipitandosi su quattro scalette marmoree situate in ciascun lato della 
piramide. La fontana è cinta da un muricciuolo nel cui giro interno sono tante scalette, formando in 
tal modo una specie di peschiera per le oche. La parete a cui è addossata la peschiera è dipinta a 
mo' di boschetto con alberi fruttiferi ed uccelli. ; 

Si passa poi nel giardino in fondo al quale son ti^e nicchie per gli Dei Lari e in quella di 
mezzo è lìn ornato in musaico. A sinistra di esse una stanza da letto situata ad un livello superiore 
al piano del giardino ed a cui si sale per tre scalini di marmo bianco. É sorprendente la freschezza 
dei dipinti architettonici che ne adornano le pareti e fra i quali sono varie figure di Dei. La parete, 
dirimpetto è decorata anch'essa da tre Deità con diadema e sedute su sedie curali. Nel muro esterno 
• della medesima stanza altro quadretto in musaico" rappresentante Achille scoperto da Ulisse sotto 
le vesti donnesche. 

Casa di Meleagro. — Detta anche Casa delle Nereidl; bella casa riccamente ornata senza botteghe 
e i cui dipinti migliori aramiransi nel Museo. L'avervi trovato in varie stanze recipienti pieni di calce 
e la freschezza delle decorazioni indicano ch'essa era in riparazione quando t^vvenne l'eruzione 
vesuviana. La disposizione dell'interno, unitamente a questa riparazione, induce a credere che la 
casa è una delle più antiche che sieno state tratte in luce. 

A ciascun lato dell'atrio dipinti di Meleagro e di Mercurio. Nell'atrio è notevole l'impluvio per 
la sua fontana e il piedestallo di marmo con dietro una tavola marmorea sopra grifoni alati. A 
sinistra schiudesi un'ampia corte in una stanza della quale le pareti erano colorile in giallo sopra 
un plinto rosso con nel centro un dipinto. Le stanze da letto dall'altra parte dell'atrio erano 
rischiarate da finestrette sopra le porte decorate ricchissimamente di rabeschi. Un ampio triclinio 
compie l'edifizio da questo lato. 

Passando dall'atrio si arriva al peristilio più magnifico che sia stato scoperto in Pompei. I buchi 
nella soglia marmorea attestano ch'esso era separato dall'atrio da una porta a quattro imposte pie- 
ghevoli. L'area spaziosa contiene ventiquattro colonne ed alla base di ciascuna un anello di ferro per 
legarvi le funi della tenda sopra l'impluvio nel centro, che serviva evidentemente per la pesca ed era 
disposto in modo che l'acqua di una fontana cadeva su sette gradinr formando -una cascatella in 
miniatura. Lungo il margine corre ancora un canale profondo in cui furon trovati avanzi di arbusti. 

Le pareti dei portici erano ornate di dipinti, molti dei quali furono, come abbiam detto, i'imòssi. 
Il migliore di quei che rimangono rappresenta il Giudizio di Paride. In fondo al peristilio, dirim- 
petto alla fontana, sono due nobili appartamenti uno dei quali notevole per le sue file di colonne. Il 
soprastante è sormontato da una galleria che posa sopra archi sporgenti dai capitelli delle colonne 
più basse, archi formati di piccoli segmenti di circolo, unico esempio in un edifizio di quel tempo 
in cui l'architrave fu abbandonato acciocché le colonne si potessero collcgare con una scric d'archi.' 
All'estremitcì della casa da questo lato è un secondo triclinio con pavimento in musaico. Dietro il 
peristilio, la cucina coi Lari. Nella casa di Meleagro furono rinvenuti quattordici vasi d'argento. > 

Casa dell'Argeuleria {Domus S. Cenlisti Maximi et Lae[li] Tro[phimi] ). — Gran casa nobile 
(con due ingressi) di massi di pietra di Sarno e del più antico periodo architettonico. Nel liiblino 
bei dipinti d'architettura con figure alate e un piccolo Mercurio nel pilastro all'uscita. Nel Viridarium, 
circondato da nove colonne, un bacino e un larario ; dirimpetto alla quarta colonna, un recesso col; 
medaglione di Venere, un fanciullo e una fanciulla obliterali. 

; Casa del Centauro. — Cosidetta da un Centauro dipinto nel tablino, ora a Napoli. L'alrium 
thuscànicum (atrio lusco) è circondalo da parecchie camere con una doppia fila di cornicioni stuccati.-, 
In faccia il tablino è un giardinetto co' suoi portici sorretti da colonne doriche sonnonlale da un 
altr'ordiné jonico che sostenevano terrazzi e altre camere ornale di pilastrini corinzii. Vi si rinvennero: 
il busto in bronzo di uno sconosciuto (ora nella grande Collezione dei Bronzi) con gli occhi di vetro 

41 — I.B Patria, voi. IV. 



322 



Parie Quarta — Italia Meridionale 



imitanti i naturali, quello di Tiberio infante, un piccolo Trilone con lina Sirena in bassorilievo^ 
ornamento di un mobile ; un bel treppiedi, candelabri eleganti, due scatole con medicinali, un 
anello col motto Ave, del rosso antico, un'erma di Bacco Indiano, una statuetta òi' Ercole col herrello 
frigio e con un cane in braccio (ora nella Collezione dei Marmi). 

Il tablino sta in faccia al protiro di questa casa. Danze bacchiche di una grazia indescrivibile 
sopra la sala e due pitture del maggior merito la decoravano ai due lati. Nell'una Dejanira sur 
un carro che presenta ad Ercole il figlio Ilio e il centauro Nesso che l'invita a passare.il fiume 
Eveno sulla sua groppa. L'altra rappresenta Meleagro vincitore del cinghiale Caledonio, Atalanta 
e i suoi due zii materni. 

In fondo all'esedra (sala di conversazione) un giardinetto in mezzo al quale era una tavola 
di marmo ed una statuetta di Apollo con la lira da cui sprizzava l'acqua. Il triclinio è verso il 
giardino e il suo pavimento andava ornato del famoso, magnifico musaico rappresentante Amorini 
scherzosi che tengon legato con ghirlande di fiori un leone in mezzo a uno sciame di allegre Baccanti. 




Fig. 195. — Pompei: Peristilio della Casa delta del Questore. 



Vi si vede un tempio in cui una figura offre una libazione con un vaso sacro, il che par riferiscasi a 
qualche scena dionisiaca in cui il vino e l'amore trionfano della forza. Un piccolo appartamento 
sotterraneo e con tre camere nel giardino doveva essere la cantina. Il peristilio seguente è mezzo 
distrutto. 

Casa di Castore e Polluce. — Detta anche dei Dioscuri e del Questore , la più bella e la 
più ricca di tutte le case particolari di Pompei. È divisa in due parti distinte e separate da un 
peristilio (fig. 195), che par fosse comune ad ambedue, e di cui la maggiore e la meglio ordinata 
era destinata agli affari pubblici e l'altra alla famiglia ed agli schiavi del proprietario. 

Due ingressi nella strada di Mercurio e due altri dietro; in vicinanza immediata un terzo 
corpo di casa con botteghe comunicanti coU'interno, nelle quali il proprietario faceva vendere le 
sue derrate. La facciata principale è ornata di vaghi lavori in istucco bianco su fondo rosso con gli' 
incavi dei bassorilievi in color cilestrino e il cornicione modellato in istucco; rosse e nere su fondo 
cilestro le parti sporgenti, il che doveva offrire un aspetto ridente. Imponente la prospettiva del- 
l'entrata, ove presentasi in bell'ordine primieramente l'atrio e, fra dodici colonne, l'impluvio con 
in mezzo la fontana, il tablino co' suoi bei dipinti, il peristilio col larario e per ultimo il viridario. 

Il vestibolo e la corte sono lastricati in ismalto bianco {opus signinum). Le pareti sono ornate 
di dipinti di vario argomento in iscomparti menti di varii colori e la fontana dell'impluvio è fregiata 
di rane e lucertole, le cui bocche erano altrettanti zampilli. 



Circondario di Castellammare di Stal)ia -^ Pompei 



Nella prima stanza a destra clell'atrio si rinvennero: nn pirrolo sigillo in argento, vasi per 
misurar liquidi con bassorilieyi ed incrostazioni d'argento, un candelabro con tre gambe a cerniera 
allusivi 'ai tre profnontorii della Trinacria o Sicilia, patere, calamai, incensieri, una misura di 
lunghezza alquanto minore del palmo, strigili, ecc., il tutto in bronzo; in ferro una piccola scure, 
e uno spillone per testa, in avorio. 

A sinistra dell'appartamento pubblico erano i portici con in mezzo un serbatoio e una fontana. 
Vi si ammiravano freschi stupendi : Meleagro sulle mosse per la caccia al cinghiale Caledonio, Perseo 
che libera Andromeda dal mostro, Medea che medita l'uccisione de' suoi due figli Mermero e Fere 
che aveva avuti da Giasone, Igea, le Teste di un attore e di un'attrice, la Fortuna, una Baccante, 
una Musa, i Figliuoli di Niobe che fuggono i dardi di Apollo e di Diana, composizione piena di vi'tl 
e di varietà; un Pigmeo che fa ballare una scimmia, frutta, ecc. Dipinti in ogni dove, persin sulle 
mura del giardino. Una delle sale più ampie e sontuose pel suo pavimento e per le pareti incrostate 
di marmi molticolori fu trovata priva in gran parte di questi marmi staccati probabilmente dagli 
stessi Pompeiani dopo l'eruzione. Ne rimasero però tanti da dare argomento della loro ricchezza; 
vi si vedevano il marmo sanguigno, il porfido, il rosso e il giallo antico e pezzi di alabastro orien- 
tale. Un vasto Oecus, o salone per le grandi feste di famiglia, trovasi al fondo di questi portici: 

Il gineceo, od appartamento per le donne, aveva anch'esso i suoi portici e i suoi dipinti stu- 
pendi. Quelli dei Dioscuri decoravano i due lati della porta e nell'interno presentavànsi nell'ordine 
seguente: un. Ermafrodito con un Satiro, lavoro classico; Orfeo, Saturno, una Vittoria, Achille 
tuffato dalla madre Teli nelle acque dello Stige, Marte e Venere, Endimione e Diana, Narciso ed 
Eco, Giove ospitale, la Fortuna e Bacco. In questo gineceo si trovarono due casse foderate di bronzo 
con fregi e munite di serrature e maniglie, le quali fecero supporre di essere state le Casse pub-' 
bliche del Fisco. In una di esse si raccolsero quarantacinque monete imperiali d'oro e cinque di 
argento, e nell'altra più piccola non si trovò che un bassorilievo in bronzo rappresentante un Cave 
sdraiato e il busto della Fortuna simbolo delle ricchezze che dovea contenere. Nella sala accanto era: 
un musaico a meandri, lo scheletro di una donna e una magnifica lampada in bronzo a tre lumi 
ornata sul coperchio di un busto di Giove con le teste di Minerva e di Giunone ai due lati. 

L'esedra andava ornata di dipinti non meno mirabili. Oltre gruppi di Baccanti in vari! atteg- 
giamenti di una bellezza e di una grazia incomparabili, vi si vedeva Achille in alto di sguainar la 
spada contro Agamennone, trattenuto da Minerva; Achille riconosciuto da Ulisse alla Corte di Lieo- 
mede; Ulisse travestito da mendico e riconosciuto da Eumeo. Lo stile di queste ultime pitture supera 
tutto quanto si conosce di meglio della pittura nell'antichità. Dirimpetto all'esedra è un terzo giardino 
con un larario ed altri dipinti di Fedra che confessa la sua rea passione ad Ippolito, varie scene 
teatrali e Dafne tramutata in alloro dal padre Apollo. Segue la cucina con le sue dipendenze. 

In faccia alla seconda porta di questa casa fu disseppellito lo scheletro di una donna sopraccolla 
dalla morte sul limitare della porta; aveva in una borsa di tela due orecchini in forma di bilancia 
di cui due perle figuravano le coppe; cinque anelli d'oro; cinque pietre incise; due monetino 
d'argento, parecchie altre d'argento e un odorino di cristallo. 

Casa d'Adonide Ferito o della Toeletta dell'Ermafrodito (ora coll'ìscrizione Domus M. Asellini 
da un sigillo rinvenutovi). — A sinistra del peristilio era il bel dipinto di Teseo che libera Andro- 
meda dal mostro, e l'altra, non men preziosa, di Venere che si spoglia al cospetto di Adone. 
Nella parete sinistra Toeletta dell'Ermafrodito, che si specchia in una spera tenutagli davanti 
da una donna, mentre dietro di lui un'altra donna gli mette al collo una collana d'oro, ed una 
terza trae fuori da un cofanetto un monile di perle e sotto un Amorino appresta gli unguenti. 
Nella parete destra del peristilio, in figure colossali importanti tecnicamente e pilloricamenle, 
Adone che sta per morire con intorno Venere, sei Amorini e la Deità locale. Nelle colonne dipinto 
a destra e a sinistra che inquadrano il dipinto : Achille ammaestrato da Cìw-one nel suono della 
tira: in forma di statue di marmo. 

In una delle stanze a vòlta di questa casa, in cui eransi ricoverate sette persone, furon trovato 
nel IS'SG, al cospetto del principe e della principessa di Salerno, scltaiila monete d'oro, sette anelli 
e due orecchini dello stesso metallo; millccinquanla monete d'argento, cinque cucchiaini col 



S24 ' Parie Quarta — Italia Meridionale 



•manico a piede di capra ed una coppa dcHo stesso metallo; uri gran numero di monete di bronzo, 
|un bicchiere di forma curiosa ed una noce di cristallo di rocca. 

; Casa del Laberinto. — Con due atrii, uno a sinistra, assai seìnplice per la servitù, l'altro a 
destra, assai sontuoso, pei padroni e i visitatori. Il pririioè tu^cariico, il secondo tetrastìlo con belle 
colonne d'ordine corinzio. Il peristilio sontuoso, largo m. 23 e lungo 27,' ha trenta colonne; ì'Oeco 
ha dieci colonne coririzie, dipinti architettonici ed uccelli nelle pareti. In fondo al peristilio è il gineceo, 
■di cui le stanze sono ornate tutte di eleganti musaici, fra i quali uno di lavoro delicatissihio rappre- 
sentante il Lahevinto di Crela in mezzo al quale si vede Teseo che atterra il Minotauro e le vergini 
ateniesi, destinate ad esser da lui divorale, nell'atteggiamento del terrore e della disperazione. 

L'atriìim thuscanicum conduce alla cucina ed alle sue dipendenze e quindi al pistrinum, o 
'panatteria, ove son tre mulini, quattro madie, il forno in fondo e presso ad esso il luogo per 
impastare il pane; davanti, i Lari, Vesta e Venere Pompeiana. Si passa quindi al Bagno, con 
apodyterium, con tepi dar ium eìeganiemente stuccato e dipinto e calidarium con muri doppii. 

Nel giardino di questa casa fu rinvenuto lo scheletro di una donna co' suoi gioielli. Aveva 
già superato molti ostacoli fuggendo ; ma, raddoppiando la caduta delle materie vulcaniche, non 
riusci a porsi in salvo e peri miseramente. 

.; • Osteria (Thermopol). — Con taberna e tre conche in terracotta incastrate nel muro, a destra 
il focolare per cuocer le vivande e dietro due porte, una delle quali introduce in un saloncino 
con dipinti : a destra Polifemo con Galatea, a sinistra Venere che sta pescando; sotto, un piccolo 
fregio con Caccie. La porta a sinistra mette in una cameretta con sei Scene di taverna. 

Casa della Piccola Fontana. — Fu scoperta alla presenza del re Francesco I. L'atrio ha due 
camere